Masu era ormai in viaggio da molto tempo. Le maledizoni della strega pesavano su di lui, infatti il bel guerriero aveva abbastanza spesso sesso, ma solo per una volta; non poteva mai, per i più diversi motivi, fermarsi più di una notte nella stessa casa, ed aveva terminato tutto il proprio oro e le monete...
Una volta che aveva deciso di tentare la sorte e che aveva provato a fermarsi per due notti sotto lo stesso tetto, la casa era andata a fuoco, perciò Masu aveva deciso di non sfidare mai più la maledizione che gli gravava addosso...
Ciò non ostante il bel giovanotto non perdeva né la propria allegria, né tanto meno la voglia di vivere. "Bene," si diceva, "girerò il mondo, visiterò territori a me sconosciuti, trarrò il meglio da questa vita..." in attesa che le benedizioni del mago a cui si era concesso sortissero la loro efficacia.
Era entrato da diversi giorni nel territorio di Makhi-Kimigasu', cioè delle Mille Isole. Infatti, oltre ad una corta penisola, il territorio si estendeva verso il mare aperto frammentandosi in una miriade di isole, isolotti, isolette e scogli che formavano come un rettangolo stretto e lungo, corrispondente al dito medio della "mano" di Kaoka. La miriade di isole era collegata da ponti, da guadi, oppure da bracci di mare e canali in cui barche e chiatte viaggiavano avanti e dietro in un incessante via vai.
Masu aveva traversato diversi villaggi, procedendo verso la capitale Kimigasu' Wakhi, che si diceva sorgesse direttamente dall'acqua... Quando infatti la raggiunse, vide che era una grande e vasta città in cui non vi erano strade né vicoli, ma solo canali e canaletti, ed in cui solo con una barca si poteva girare. Lo stesso castello era una costruione doppia, collegata da un lungo ed alto ponte coperto che al centro poggiava su una roccia affiorante. Ogni costruzione pareva veramente sorgere direttamente dall'acqua, il pian terreno completamente costruito in pietra ed i piani superiori in legno, a parte il duplice castello dello Shiti, Zakhi-Mihi, e le residenze dei più importanti Signori, che erano interamente fatte in pietra.
Barchini si aggiravano in continuazione per i canali, traghettando e trasportando persone e merci, e non era necessario pagare, in quanto era un servizio offerto dallo Shiti ai cittadini ed agli stranieri. Uno speciale gruppo di schiavi, mantenuti in parti proporzionali dalle cinque classi superiori, cioè da mercanti, artigiani, produttori, guerrieri e signori, svolgeva questo compito.
Nell'insieme la capitale dava l'impresione di una città vivace ed operosa, in cui la vita scorreva allegra ed apparentemente spensierata. A nord-ovest della città si apriva il grande porto in cui belle navi erano alla fonda, oppure arrivavano e partivano senza cessa, portando soprattutto merci ma anche viaggiatori. Anche il porto in realtà era costituito da una corona di isolotti completamente coperti da costruzioni e quello che in altre città avrebbe costituito le sue piazze erano in realtà ampie corti interne, collegate da corridoi ad approdi o, nel caso di due isolotti contigui, da ponti di pietra o di legno.
Per accedere agli approdi vi era sempre una serie di gradini di pietra costruiti in modo di compensare i dislivelli di alta e bassa marea, quindi piuttosto scivolosi in quanto per parecchie ore si trovavano sott'acqua. Per questo gli abitanti della città indossavano, sotto ai piedi o alle scarpe, speciali suole di pelle di drago rosso, che con le loro dure scaglie garantivano una buona presa ed evitavano di fare pericolosi scivoloni sulle alghe che ricoprivano i gradini.
Masu si era procurato fin dal primo giorno un paio di quelle speciali suole solo quando, dopo aver fatto un vistoso scivolone, era caduto in acqua. Mentre annaspava per tornare all'asciutto, subito aiutato da molte braccia di gentili abitanti dal volto vagamente divertito, un giovane che con vigore lo tirava su, gli disse:
"Devi procurarti subito le suole di so'to'race, straniero!"
"Cosa? Che sono?" gli chiese Masu, tornato all'asciutto e grondante acqua.
"Le suole di pelle di drago rosso... prima comunque devi asciugarti... Dove alloggi?"
"Sono appena arrivato, non ho ancora un alloggio."
"Sei un guerriero, tu. Da dove vieni?"
"Da lontano. La mia terra era Sanisu'."
"Era? Perché dici che era e non che è?"
"Perché il mio Shiti ha decretato il mio esilio..." spiegò Masu, continuando a grondare acqua, e raccontò succintamente il motivo per cui era stato cacciato dalla sua terra.
"Beh, ne hai avuto di fegato, a metterti contro la tua Shiti solo per salvare uno schiavetto... Era per caso il tuo ragazzo da letto?"
"Eh? Come? Ah, no, no lo era, non lo conoscevo neppure..."
"Scusa se te l'ho chiesto, ma... almeno qui da noi, è risaputo che i guerrieri amano fare sesso con i maschi, per questo avevo pensato..."
"Anche da noi è così. Anche io sono così..." rispose Masu guardando il giovane uomo e pensando che, tutto sommato, gli sarebbe piaciuto fare l'amore con lui.
Il giovane, quasi avesse letto nel suo pensiero, gli disse prontamente: "Anche io sono così, anche se non sono un guerriero ma un artigiano... e se a te facesse piacere... potresti venire a casa mia, per toglierti di dosso i panni fradici; e poi, mentre aspetti che si asciughino..."
"Vivi da solo?" chiese prontamente interessato Masu.
"Sì, ho appena aperto la mia bottega e nel retro c'è la mia stanza. Basta che dica al mio apprendista di occuparsi lui dei clienti per un po', così posso... dedicarmi a te, se questo ti fa piacere."
"Sei molto gentile, accetto volentieri la tua ospitalità, almeno per qualche ora... E dove posso procurarmi quelle suole di... di drago rosso?"
"Te ne farò avere un paio... due botteghe più in là c'è un mio amico che le fabbrica."
"Costano molto? Io non ho più monete con me..."
"Non ti preoccupare per questo, magari un paio di suole usate, te le posso procurare gratis. Così le usi finché resti qui da noi, poi le puoi anche gettare."
Masu seguì il giovane uomo. Per via questi gli disse di chiamarsi Shini Tare. Camminando, di tanto in tanto si guardavano e Masu già si sentiva eccitato al pensiero che presto avrebbe potuto "conoscerlo" anche più intimamente.
Tare entrò nella sua bottega, disse qualcosa al suo apprendista che lanciò un'eloquente occhiata a Masu, poi guidò il bel guerriero nella stanzetta del retro. Chiuse la porta, e si rivolse con un caldo sorriso al suo ospite.
"Togliti gli abiti ed appendili a quei pioli ad asciugare..." gli disse in tono soffice.
Masu si spogliò. Il giovane artigiano non gli toglieva gli occhi di dosso. Quando il forte guerriero fu nudo, si accostò a Tare.
"Non è giusto che io stia tutto nudo davanti a te e che tu resti con questi panni addosso. Lasciateli togliere."
"Sì..." rispose l'altro sottovoce.
Mentre Masu lo spogliava, Tare fremeva e cominciò ad esplorare con entrambe le mani il corpo del suo ospite.
"Sei bello... sei forte..." gli mormorò con voce eccitata.
"Anche tu sei ben fatto." gli disse Masu, ammirandone le forme ormai completamente scoperte ed offerte al suo sguardo.
"Lo pensi davvero?"
"Ti voglio..." gli disse il guerriero sospingendolo sul pagliericcio che c'era in un angolo della stanza.
Tare vi si stese sopra e Masu salì sul corpo del giovane uomo, ora pienamente eccitato. Sfregò il suo corpo su quello dell'altro ed anche le loro forti e calde erezioni si incontrarono e pulsarono una contro l'altra.
Il giovane artigiano allargò le gambe e con esse cinse la vita del forte guerriero: "Fottimi..." lo implorò quasi.
"Con piacere, ma non ancora. Prima..." gli disse Masu e abbracciandolo, scese su di lui e lo baciò profondamente in bocca.
Tare rispose all'intimo bacio con ardore, e con le mani spaziava sulla forte schiena del bellissimo guerriero.
"Fottimi..." lo implorò ancora.
"Certo..." rispose Masu, ma ancora continuava a sfregarsi contro di lui, a stuzzicarlo con le dita, facendolo fremere sempre più intensamente sotto di sé. "Quanta fretta... prima che i miei panni asciughino, abbiamo tutto il tempo, no?" gli disse Masu in tono lievemente malizioso.
"Mettimelo dentro... e non venire subito... fottimi a lungo, ti prego..." insisté l'artigiano agitandosi sotto di lui in modo di portare le proprie natiche a sfregare contro il bel palo duro del suo gradito ospite.
Masu finalmente appoggiò con forza le ginocchia sul pagliericcio, afferrò per le spalle il giovane uomo e gli puntò con decisione la punta del suo palo di carne sulla rosetta di carne palpitante che frattanto aveva individuato. Il giovane si allargò le natiche con entrambe le mani, per facilitargli l'accesso. Masu sentì il foro palpitare in avida attesa. Allora iniziò a spingere.
"Sì..." sospirò il giovane aprendosi in un caldo sorriso, appena sentì la punta dilatarlo, iniziare a farsi largo in lui. "Spingi!" lo incitò muovendo il bacino in modo di premersi con maggiore efficacia contro il forte e caldo palo di carne.
Masu sentì che le carni del giovane Tare si stavano aprendo sotto di lui, che lo stavano accogliendo.
"Sì, così..." mormorò il giovane con voce roca di piacere.
Masu, superato il primo inevitabile ostacolo, la prima istintiva resistenza, gli si immerse dentro in una lunga, unica, continua spinta, finché gli fu completamente immerso dentro. Quando sentì i peli del proprio pube sfregare contro le natiche sode e tese, si fermò per un poco e lo guardò negli occhi.
"Dai..." lo incitò Tare.
"Sei pronto?"
"Sì..."
Masu iniziò a ritrarsi lentamente, poi lo penetrò di nuovo a fondo con una vigorosa spinta. Arretrava lentamente e con energia gli batteva dentro, in un ritmo calmo e forte, e gli occhi dei due erano come calamitati negli occhi dell'altro, a spiare il fiorire del piacere sul volto del compagno.
"Ti piace? È questo che vuoi?"
"Sì..." rispose il giovane facendo palpitare l'ano con forza, a ritmo con le spinte del bel maschio che incombeva su di lui.
Masu lo teneva da sotto in su per le spalle, in modo che, ogni volta che li batteva dentro, il corpo del bel giovane non gli sfuggisse. Tare sottolineava ogni spinta del bel guerriero con un basso e lieve mugolio di piacere.
"Ti piace?" gli chiese di nuovo, con un sorriso, Masu.
"Oh, sì che mi piace... voi guerrieri sapete come si fotte, siete davvero bravi..." gorgogliò il giovane con espressione estatica.
"Ne hai avuti molti, di guerrieri?"
"Sì, molti... ma mai abbastanza... E tu sei molto bravo..."
Tacquero a lungo, mentre Masu gradualmente aumentava sia il ritmo che il vigore delle sue spinte, fermandosi di tanto in tanto per baciare profondamente in bocca il giovane artigiano e facendo così anche abbassare un poco il livello della propria eccitazione, in modo di non raggiungere troppo velocemente il punto senza ritorno.
Durante una di quelle brevi soste, Masu gli chiese: "Lo fai anche con il tuo apprendista?"
"A volte. Dopo che abbiamo chiuso la bottega e prima che lui torni a casa sua. Mi piace, ma non è bravo né bello come te..."
"Ma è il tuo ragazzo? Il tuo amante fisso?"
"No. Anche se lo facciamo quasi tutte le sere."
"È un bel ragazzo. Quanti anni ha?"
"Diciotto. Cinque anni meno di me. Ti piace quel ragazzo? Vuoi farlo anche con lui, dopo?"
"Magari... ma a lui piace anche prenderlo?"
"Sì, a volte si fa anche prendere da me, anche se a lui piace di più metterlo. Lo vuoi?"
"Se anche lui ci sta, perché no?"
"Puoi farlo anche con lui, dopo essere venuto dentro di me?"
"Mi basta un breve riposo..."
"Allora dopo te lo mando qui. Ma dopo. Prima voglio goderti io."
Masu ricominciò a battergli dentro e di nuovo entrambi tacquero, godendosi quella intima e lunga unione. Il guerriero pensò che la maledizione gli aveva tolto, almeno finché non perdeva la sua efficacia, la possibilità di innamorarsi, ma per fortuna non quella di fare sesso. Se fosse stato lui a lanciare una maledizione, forse avrebbe lanciato la maledizione opposta: la possibilità di innamorarsi ma non di fare sesso... sarebbe stata certamente assai più gravosa. Per sua fortuna la strega non ci aveva pensato.
Ad un tratto il giovane artigiano iniziò a mugolare con crescente intensità e Masu sentì che il suo duro membro, imprigionato fra i loro corpi, stava iniziando a lanciare le sue bordate di tiepido seme. Le conseguenti rapide contrazioni del corpo del giovane artigiano e del suo stretto ano, quasi immediatamente scatenarono anche l'orgasmo del forte guerriero, che gli si spinse tutto dentro ed a sua volta si svuotò nelle calde e morbide intimità del bell'artigiano.
Per un po' giacquero, languidamente abbandonati uno sull'altro, ansando lievemente, mentre il loro respiro ed il battito dei loro cuori lentamente si calmavano e le loro membra si rilassavano.
"È stato troppo bello!" sospirò Tare.
Quando Masu si sfilò da lui e si stese al suo fianco, il giovane artigiano scese agilmente dal pagliericcio, prese una brocca ed una pezzuola e ripulì accuratamente il corpo del bel guerriero, poi anche il proprio, dal suo seme.
"Resta lì... fra poco ti mando Juji, il mio apprendista." gli disse rivestendosi.
Tare riaprì la porta ed andò nella bottega. Dopo pochi minuti il ragazzo di bottega entrò, si richiuse accuratamente la porta alle spalle e si accostò al pagliericcio, guardando con aperta ammirazione il corpo nudo del bel guerriero.
"Mi ha detto Chi Tare che mi vuoi qui con te... io sono Chulo Juji..."
"Ma tu, ne hai voglia?"
"Eccome! Non ci speravo, ma appena t'ho visto, e quando Chi Tare m'ha detto che si chiudeva qui con te, ho pensato che mi sarebbe piaciuto essere al suo posto."
"Spogliati, allora, e vieni qui..." gli disse Masu con un sorriso.
Il ragazzo si liberò in quattro e quattr'otto dei suoi abiti, salì sul pagliericcio e, mentre Masu lo attirava a sé, si chinò fra le forti gambe del bellissimo guerriero ed iniziò a suggergli golosamente il membro morbido. Lo fece con vera perizia, sì che in breve lo fece nuovamente ergere, dritto e duro.
Poi si mise a cavalcioni del muscoloso corpo del giovanotto e, mentre si chinava a suggergli i capezzoli, abbassò il bacino sfregando le sue piccole e sode chiappette contro il nuovamente fremente, forte e bel palo di carne.
Quando sentì che il guerriero era ancora una volta ben eccitato, il ragazzo si alzò sulle ginocchia, si allargò le chiappette e scese col bacino. Masu tenne la propria asta ben ritta con una mano e quando sentì che la punta era annidata nelle calde carni del ragazzo che si stavano dilatando per lui, tolse la mano. Juji allora si abbassò di colpo, facendosi penetrare fino in fondo. Quando le sue natiche furono bene a contatto con il corpo del guerriero, agitò lievemente ad arte il bacino, quasi a far sistemare meglio dentro di sé la calda colonna ed a gustarne meglio la soda presenza.
Masu allora lo prese per la vita con le sue grandi e robuste mani, e tenendolo fermo, imprese un movimento su e giù ben calibrato al proprio bacino. Juji, a sua volta, preso il giusto ritmo, iniziò a cavalcare il sodo palo di carne, con evidente piacere. Mentre molleggiava, si sosteneva con le ginocchia sul pagliericcio ai fianchi delle anche di Masu e con le mani sul petto del bel guerriero, gli stuzzicava i capezzoli con le dita. Masu si godeva quelle calde attenzioni. Il ragazzo era davvero scatenato, il suo grande ciuffo di capelli ondeggiava ad ogni su e giù, il volto di Juji era illuminato da un sorriso compiaciuto ed i suoi occhi brillavano.
Il guerriero prese in una mano il bel membro liscio e duro del ragazzo e nell'altra i suoi testicoli glabri, e prese ad impastarli a tratti delicatamente, a tratti con la giusta forza.
Dopo un po' Juji, fermandosi, mormorò: "No, per favore, o mi fai venire... non voglio ancora... Il piacere è troppo forte..."
Masu annuì, lo attrasse a sé e lo baciò in bocca. Il ragazzo mugolò e fece palpitare l'ano. Poi si rizzò di nuovo e riprese a molleggiare su e giù il proprio corpo, ripredendo la sua forte e spensierata cavalcata.
Durante un'altra sosta, Masu gli chiese: "Come fai ad essere così bravo? È molto che fai l'amore con gli uomini?"
"Quattro anni. Da quando Su Rafe'-Daa e il suo amante Su Koo-Mate' mi presero..."
"Come è successo?"
"Io allora lavoravo nell'osteria di mio padre... I due guerrieri venivano da fuori, erano di guardia al confine, dovevano passare alcuni giorni qui nella capitale, avevano affittato una stanza da mio padre. Io stavo pulendo la loro camera, a quattro zampe, e sfregavo con lo straccio il pavimento, quando i due guerrieri entrarono. Allora uno mi venne dietro, si inginocchiò, mi prese per la vita e mi fece sentire la sua erezione. Io non mi mossi, lo lasciai fare, perché mi piaceva quello che sentivo..."
"Ma l'avevi già fatto?"
"No, mai. Né ci avevo mai pensato... ma mi piaceva. Rafe' mi chiese se mi piaceva e io dissi di sì. Allora si spogliò, mi fece spogliare, mettere a quattro zampe sul suo letto e si mise a prepararmi il buchetto leccandolo e stuzzicandolo prima con un dito, poi con due... Mi piaceva sempre più. Koo mi si inginocchiò davanti, anche lui s'era spogliato, e avvicinò il suo palo duro alle mie labbra e mi chiese di prenderlo in bocca e di succhiarglielo..."
"E ti piaceva..." annuì Masu, immaginando la scena.
"Sì, molto. Allora Rafe' iniziò a spingermelo dentro. All'inizio mi faceva un po' male, ma a dispetto di questo, sentivo che lo volevo tutto dentro, perciò cercai di sopportare il dolore... e dopo poco tutti e due me lo stavano stantuffando dentro, uno davanti e l'altro dietro..."
"Anche se ti faceva male, lo volevi..." commentò Masu.
"Eccome! E poi faceva sempre meno male e mi dava sempre più piacere... Così ogni sera io sgattaiolavo nella loro camera, i due guerrieri mi mettevano in mezzo e mi fottevano... Ma poi dovettero andare via... Però frattanto avevano detto di me ad altri guerrieri del castello, così a volte venivano a cercarmi, e non m'è mai mancata soda carne di maschio con cui prendere piacere."
"Ma mi ha detto Tare che a te piace di più metterlo che prenderlo..."
"In parte è vero... Il primo con cui ci ho provato, a metterlo intendo, è stato proprio Chi Tare, che l'aveva posto come condizione per prendermi a bottega come apprendista. Ho superato la... prova, a quanto pare. Mi ha assunto... e lui me l'ha fatto anche piacere. Ma a volte mi piace prenderlo, specialmente da un maschio bello e forte come te..."
Juji riprese a cavalcare il bel guerriero. A Masu piaceva il fresco entusiasmo con cui il ragazzo gli si agitava sopra. Dopo un po', anche il ragazzo, nonostante Masu non gli toccasse più i bei genitali, raggiunse il piacere più intenso e si scaricò con forti schizzi irrorando il petto di Masu, continuando a molleggiare su di lui. Allora il guerriero lo fece smettere, lo fece stendere sulla schiena, gli prese le gambe sulle spalle, lo inforcò di nuovo e con una serie di vigorose spinte, a sua volta si scaricò nello stretto e caldissimo canale del ragazzo che, con sua sorpresa, ejaculò di nuovo nonostante fosse appena venuto.
Il ragazzo emise un lungo sospiro soddisfatto: "È stato davero grande!" mormorò. "Anche a te è piaciuto, guerriero?"
"Sì, certo."
"Più o meno che con Chi Tare?" chiese un po' civettuolo il ragazzo.
"Forse un po' di più... ma non glielo dire, ci rimarrebbe male. Comunque anche con lui m'è piaciuto."
Il ragazzo ridacchiò, ma annuì, poi chiese: "Ti fermerai a lungo qui da noi?"
"Non posso, devo riprendere la mia strada."
"Peccato... nemmeno una notte? Proprio non puoi?"
"Forse una notte sì, ma non di più. Però... non ho un posto dove passare la notte..."
"Puoi passarla qui, no? Chi Tare non ti dirà certo di no... e potremmo farlo in tre... Dai, fermati, se puoi... ne saremmo contenti tutti e due..."
"Mah... se insisti, e se Tare è d'accordo..." rispose Masu tutt'altro che scontento.
"Vedrai che sarà d'accordo. Basta poi che io avverta i miei che stanotte mi fermo qui..."
"Ma i tuoi non lo troveranno strano?"
"No, sanno perché a volte mi voglio fermare... sanno che a me piacciono i maschi."
"E non dicono niente? So che spesso la gente comune non capisce..."
"Se io fossi il più grande, forse... ma dato che sono il più piccolo, il quinto maschio, a mio padre non interessa molto. Sapeva bene perché spesso i guerrieri venivano a bere nella sua osteria, perché salivano con me in una camera. E sa bene quello che c'è fra me e Chi Tare. Ha anche smesso di cercarmi una moglie."
"Credevo che solo fra noi guerrieri ci fosse tanta libertà..." commentò Masu.
"Se fossi il figlio maggiore dovrei comunque sposarmi, dare nipoti a mio padre. A volte è un vantaggio non essere i primogeniti." spiegò il ragazzo. Poi chiese: "Allora, posso andare a chiedere a Chi Tare se ti puoi fermare qui, e se posso fermarmi anche io?"
"Perché no? A me non dispiacerebbe affatto." rispose Masu.
Così Masu si fermò. Cenò con i due, ospite di Tare, poi più tardi si misero tutti e tre sul pagliericcio dell'artigiano e si unirono con reciproco, intenso piacere, e, a volte l'esuberante e caldo apprendista a volte il piacente artigiano, si alternavano a stare in mezzo.
Poi, la mattina seguente, Masu poté rivestire i suoi panni bene asciutti e mentre i suoi due compagni di quella notte riprivano la bottega, li salutò ed andò via.
Restò per un'altra giornata a bighellonare per la capitale, poi, prima che scendesse la sera, riprese la via verso il centro del continente.
Era sera tardi quando si fermò ad una locanda per chiedere se ci fosse un posto per passare la notte. Poiché non aveva denaro con sé, disse che si sarebbe accontentato di riposare anche in un angolo... L'oste gli rispose, in tono scorbutico, che lui non si guadagnava la vita facendo la carità agli spiantati.
Masu, trattenendo l'istintivo impulso di rispondere per le rime all'oste, stava per andarsene, quando uno degli avventori si alzò e disse ad alta voce: "Il guerriero è mio ospite, oste. Come osi trattarlo in tale modo? Vuoi che ti faccia perdere la tua locanda, oltre che i pochi denti che ti restano?"
Masu si girò stupito a guardare chi aveva parlato. Era un uomo alto, con bei capelli castani assai curati e tenuti fermi da una sottile corona di lapislazzuli, occhi verdi, pelle rosea e liscia come solo i nobili solitamente hanno. Anche l'abito denunciava in lui un membro della classe dei Signori. Indossava un giustacuore ed attillati calzoni di broccatello color oro, con una lieve ed elegante decorazione di foglioline verdi, ed un mantello rosso con sopra ricamate alte fiamme. Alla cintura pendeva un pugnaletto.
L'oste rispose, senza perdere il suo tono sgarbato: "Se è tuo ospite, Tu Toma-Bekere, sarai tu a dargli il tuo letto, e ad offrirgli il tuo cibo, non io!"
"Così è. Porta subito qualcosa da mangiare e da bere, ed uno sgabello per il mio ospite."
L'oste partì trotterellando, bofonchiando chissà che cosa e facendo spallucce. Il Signore allora si rivolse in tono cortese verso Masu: "Scusami, guerriero, se mi sono permesso, ma... Spero che tu accetti la mia ospitalità..."
"Con piacere..." disse Masu ancora un po' stupito. "e ti ringrazio. Il mio nome è Su Masu-Yari, e vengo da Machi-Sanisu'... Ma a che devo tanta cortesia?"
"Vedi, non so come sia da voi, ma qui quando si incontra un forestiero, si dice che uno perde due gradini e il forestiero ne acquista due. Perciò è come se io fossi un Supremo guerriero, un Wisa, e anche tu è come se fossi un Wisa..."
"No, non è così da noi... Questo farebbe di noi due pari..."
"E qui da noi, quando due pari si incontrano, quello che è più lontano da casa è come se fosse ancora di un gradino più alto, quindi tu per me diventeresti un Teha... e quindi io ho il dovere di mettermi completamente a tua disposizione..."
"Un sistema assai complicato, il vostro, ma... di cui non posso che essere lieto."
"Allora accetti la mia ospitalità? E mi perdoni per aver affermato che tu sei mio ospite senza averti prima chiesto se lo gradisci?"
"Perdonarti? Al contrario, te ne sono veramente grato. Ma spiegami, come mai e da quando avete queste... belle usanze?" gli chiese Masu sedendo al suo tavolo.
"Il forestiero ed il viaggiatore è per ciò stesso in condizione di inferiorità, di debolezza, di svantaggio. Questa usanza tende a ristabilire un equilibrio. Da quando esiste? Non te lo saprei dire, per quanto ne so è così da... da sempre. Per questo l'oste si è comportato due volte male. Non tutti sono così incivili, nella nostra terra. Ma si sa, gli osti appartengono alla classe dei mercanti, sono poco più che schiavi, non si può pretendere che siano raffinati. E il fatto di essere uomini liberi e non schiavi, a volte li rende arroganti."
"Tu vieni da lontano?" gli chiese allora Masu.
"No, La mia residenza è nel villaggio qui vicino. L'ho appena lasciata, perché ho deciso di viaggiare, voglio conoscere il mondo. Vedi, essendo il terzo figlio di mio padre, il Signore di Vemer'e', il villaggio da cui provengo, non potrò mai prendere il suo posto, perciò... preferisco viaggiare, scoprire cose nuove, tentare la fortuna altrove."
"E dove intendi andare, quando lascerai questa locanda?"
"Lo deciderò domattina, strada facendo. Seguirò il vento... come una foglia o un uccello. E tu? Mi ha incuriosito il fatto che tu sia così lontano dalla tua terra e non abbia con te neppure qualche moneta per pagarti una stanza... sei stato per caso derubato?"
"No... non esattamente..." gli disse Masu, e gli raccontò la propria storia.
Gli raccontò tutto, perché quell'uomo, di un paio d'anni più vecchio di lui, gli ispirava simpatia e fiducia. Man mano che il racconto proseguiva, il nobile annuiva, faceva brevi commenti, a volte sorrideva, a volte scuoteva il capo.
L'oste portò il cibo e una brocca di buon vino di bacche. Masu e Toma mangiarono di buon appetito e bevvero il vino, leggero e fruttato. La sera stava scendendo rapidamente. Dopo aver mangiato, Toma invitò Masu a fare due passi, prima di ritirarsi a dormire. Uscirono. La piccola isola su cui sorgeva la locanda era collegata con un vecchio ponte di legno ad un altro isolotto su cui sorgeva un'antica torre di pietra.
"Questa era stata costruita dal mio trisavolo, nei tempi in cui i corsari infestavano queste isole. Ora è abbandonata, non serve più. Ma dalla sua sommità si vede un bel panorama. Fin da piccolo io vengo qui, quando ho voglia di stare un po' solo. Ti va di salire?"
"Sì, certo. Ma tu non mi sembri un tipo solitario..." gli disse Masu mentre imboccavano la stretta scala a chiocciola che, intagliata nella pietra della parete della torre, saliva nel buio verso la sommità.
"No, non sono affatto un tipo solitario, hai ragione. Ma in certi momenti anche un buon compagnone come me ha bisogno di stare da solo, per rimettere ordine nei propri pensieri, nelle proprie emozioni. Oppure per far calmare le proprie passioni. Vedi, per quel che mi conosco, io sto molto bene sia in compagnia che da solo... cioè in compagnia di me stesso."
"Già, in compagnia di se stessi... una bella espressione. Per noi guerrieri invece, il massimo della solitudine è stare assieme ad un compagno, ad un altro guerriero."
"Sì, immagino che sia come tu dici. Per questo mandarti in esilio è stato... crudele. Condannarti a stare solo... La tua Shiti è proprio una strega, anzi una puttana!"
Masu lo guardò un po' stupito, un po' divertito: "Si dice che se c'è una classe solidale siate proprio voi Signori..." notò mentre arrivavano sulla sommità della torre.
"È come dici tu... forse per questo io non sono mai stato considerato un buon To, neanche dai membri della mia famiglia. Ma, vedi, fin da piccolo ho sempre cercato di ragionare con la mia testa, e non con una testa di... classe. Dopo tutto, se sono un To, non è per merito mio... né per colpa mia: sono nato nella classe dei To, è tutto. Per voi guerrieri è diverso, voi So, da ragazzi, scegliete di essere So... Forse anche per questo siete così fortemente solidali fra di voi."
"Non ho mai considerato questo aspetto. Ma credo che tu possa aver ragione."
"Vedi quelle luci laggiù?" chiese Toma cambiando discorso.
"Sì, cosa sono?"
"Barche di pescatori. Con la luce attirano i pesci e con le reti al traino li catturano. A volte ho desiderato essere un pescatore. Anche fra pescatori c'è una certa solidarietà, necessaria per sopravvivere, per quelli che vivono in mare. Gli artigiani, ed ancor più i mercanti, invece, hanno poca solidarietà, perché sono spesso in competizione fra di loro."
"E gli schiavi?" gli chiese allora Masu, incuriosito dalla visione del mondo che Toma aveva.
"Gli schiavi? Ognuno pensa a sé, per sopravvivere. Ed a compiacere il padrone, per vivere. Un po' come i genitori del ragazzino che hai salvato. Chi non ha nulla, tende a pensare solo a sé stesso. Ma anche chi ha tutto, come noi nobili. Sono belle quelle luci sull'acqua, vero?"
"Sì... sono come stelle nel mare."
"Bella immagine. Degna di un cantore. La prima volta che ho desiderato lasciare la mia terra e viaggiare, è stata proprio quando ho ascoltato le storie narrate da un cantore cieco."
"Non ho mai incontrato un cantore cieco..."
"Sono i migliori, perché non potendo usare gli occhi del volto, devono vedere con gli occhi dell'anima, con gli occhi del cuore. Sai, i cantori ciechi, a differenza degli altri, sono un gruppo molto chiuso, che si tramandano le antiche tradizioni, gli antichi segreti uno con l'altro. E si dice che posseggano la magia in grado superiore a tutti gli altri cantori. Sia come sia, certamente vedono cose che occhi normali non sanno vedere."
"E... hai mai consciuto, incontrato una maschera?"
Toma sorrise: "Potrei essere io una maschera, o magari potresti esserlo tu..." gli disse quasi sottovoce.
"No, tu non lo sei, o questo mio rubino diventerebbe caldo..."
"Avevo sentito parlare della lacrima di Kaoka, ma la tua è la prima che vedo... Dicono che ne abbia versate 4096... cioè otto volte otto per otto volte otto... Otto, il numero magico per eccellenza... forse per questo noi uomini abbiamo dieci dita, perché la magia non ci appartiene. Due volte cinque, un pari ed un dispari, un po' di bene ed un po' di male come è nel nostro cuore."
"Te ne intendi anche di antroposofia e di teosofia?"
"Non proprio. Ma mi è sempre piaciuto leggere tutto quanto potevo avere sotto mano, ed ascoltare tutti quelli che avevano qualcosa di nuovo da dirmi... poi riflettervi su."
"Ma dimmi, Tu Toma, se avessi potuto scegliere, che cosa vorresti essere? In che classe vorresti essere nato?"
"Avrei voluto essere... Tu Toma-Bekere, né più né meno. E tu, Su Masu?"
"Io ho scelto di essere un So, quindi..."
"Bene, questo significa che entrambi, nonostante il mio desiderio di viaggiare e la tua condanna a viaggiare, siamo contenti di quanto siamo... non è poco."
"Entrambi apparteniamo alle due classi superiori, con tutti i vantaggi e privilegi che questo comporta..." gli fece notare Masu.
"Anche se a te li hanno tolti ed io li voglio abbandonare..."
"È più facile perdere o lasciare quello che si ha che non ottenere o acquisire quanto non si ha..."
"È vero, e anche questo è un privilegio, dopo tutto... beh, che ne dici se rientriamo?"
"Come desideri..."