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una storia originale di Andrej Koymasky


pin RICARDO CAPITOLO 12
ROBERTA, MARCELLO E DONATO

A volte la vita è proprio curiosa. Come nel caso di me e Marcello. Ci si conosce da quasi la metà della nostra vita, pur essendoci trovati e persi di vista diverse volte.

Ci siamo conosciuti durante la naja e si è scoperto di essere non solo della stessa città ma di abitare a tre isolati di distanza. Come me, lui aveva preferito fare naja prima dell'università in modo di non pensarci più. E non gli andava di fare l'AUC, preferiva il CAR. Molto carino, molto simpatico, mi sentii subito attratto da lui. Ma lui parlava solo di ragazze e presto fu evidente che non erano solo chiacchiere.

Quando non aveva la ragazza, ma spesso anche in quelle occasioni, si andava assieme a mangiare, a ballare, a passeggio, a divertirci. Una volta che misero le giostre, ci divertimmo come due ragazzini a provare tutti i baracconi compreso il tunnel delle streghe e il labirinto di specchi, l'autoscontro e la centrifuga, il tiro a segno e la pesca miracolosa... Ridevamo come matti ed io sentii di desiderarlo terribilmente.

Con altri commilitoni avevano affittato una stanzetta con un letto dove portare le ragazze che riuscivano a conquistare e si passavano la chiave in caserma, un giorno a testa.

Usciti dal luna-park, un po' brilli, lui mi disse: "Non ho voglia di tornare in caserma. Tanto abbiamo la ventiquattro. Andiamo a dormire nella stanza?"

"Hai la chiave?"

"Sì, tanto gli altri dovevano restare in caserma."

"Ma allora speravi di trovarti una ragazza," gli dissi.

"Quando l'ho presa, sì; ma è andata bene anche così, non mi sono mai divertito tanto come oggi con te."

Salimmo, ci spogliammo restando in mutande, faceva caldo, e ci sdraiammo a letto. Io ero eccitato da matti e cercai di non faglielo vedere, perciò gli girai la schiena.

Dopo poco lui mi aderisce da dietro e sento che è eccitato, che ce l'ha duro: "Cazzo, senti che voglia m'è venuta... non potremmo farlo per una volta fra noi, anche se siamo maschi?" mi sussurrò ad un orecchio sfregandomi l'eccitazione contro il sedere.

"L'hai già fatto?" gli chiesi io teso ed emozionato.

"No, tu saresti il primo; e tu l'hai già fatto?"

"Io sì," sussurrai.

"E allora..." disse lui mordicchiandomi un'orecchio e facendo scivolare una mano fra le mie gambe mi palpò, poi mi disse: "Anche a te tira, hai voglia anche tu..."

"Sì," gli dissi finalmente girandomi.

Mi abbracciò e mi baciò. Mi sfilò le mutande e se le sfilò e mi feci in quattro per dargli piacere ma anche lui per darlo a me. Mi prese da davanti e mentre mi pompava dentro sorrideva, ma quando tentai di prenderlo mi disse dolce: "Lì non mi va, ma..." ma mi fece venire con la bocca.

Dopo, esalando un sospiro, mi disse: "Ne avevamo proprio bisogno, vero? Sei bravo tu, hai avuto tanti maschi?"

"Solo maschi, io sono gay," gli dissi allora.

Lui mi sorrise: "Dici davvero?"

"Davvero."

"Io penso di essere bisex, visto che mi è piaciuto moltissimo anche con te. Potremmo continuare a farlo io e te, almeno finché siamo a naja, se ti va."

"Certo che mi va, Marcello."

"Anche se non me lo faccio mettere?"

"Anche."

"Ottimo, allora io e te, d'accordo?"

E smise di cercare le ragazze, cioè come prima ci andavamo a ballare, a cena, ma in quella stanza andammo sempre solo io e lui, senza che nessuno dei compagni di naja sospettasse mai nulla. Era tenero, affezionato con me, Marcello. Con lui non era solo scopare, sfogarsi, perché lui mi dava anche calore, tenerezza, amicizia. Così io mi innamorai di lui e allora glielo dissi. Eravamo a letto, avevamo appena fatto l'amore.

Lui mi carezzò e mi disse: "Mi dispiace, io ti voglio tanto bene, ma... vedi, io voglio sposarmi, avere figli, una famiglia. Non potrei mettermi con te quando finirà la naja, mi dispiace davvero. Tu mi piaci molto, ma credo che possiamo essere solo amici, dopo."

Gli dissi che lo capivo, che non doveva preoccuparsi e mi rassegnai. E mi godei l'anno che passammo assieme. Terminata la naja e congedati, io mi sono iscritto ad elettronica e lui medicina e ci si è persi di vista.

Avevo 26 anni, lavoravo da due anni. Un giorno, appena uscito dal lavoro, mi sentii chiamare. Mi girai e riconobbi Marcello che mi veniva incontro sorridendo. Mi disse che si era appena laureato, che contava di aprire lo studio da medico e di sposarsi con una ragazza di ventidue anni di nome Roberta. Mi chiese di me, se avessi un ragazzo, cosa facessi. Chiacchierammo e mi invitò a cenare con lui in pizzeria. Mi chiese l'indirizzo per potermi invitare al suo matrimonio.

Ad un certo punto gli chiesi se avesse avuto altre esperienze con i maschi.

"No, niente più maschi, tu sei stato il primo e l'ultimo."

"Allora io sono stato un... errore di gioventù?" gli chiesi sorridendo.

"No, un errore no, te l'assicuro; tu mi piacevi davvero molto, ero contento di stare con te e... penso che potrei star bene anche con altri maschi. A volte ce ne sono che mi attirano. Ma ti ricordi che mentre stavo con te non andavo più con le ragazze, no? Quando sto con una persona mi pare impossibile andare con altre. E dopo te ho avuto due ragazze, ed ora Roberta, perciò... tutto qui."

Andai al suo matrimonio: Roberta era molto graziosa, fu una bella cerimonia e Marcello era felice. Roberta era una donna spiccia, moderna, piuttosto simpatica ed i due erano molto affiatati; era un piacere vederli assieme. Per un po' ci frequentammo, ma poi ci perdemmo di vista di nuovo, praticamente quando io mi licenziai dal mio primo lavoro.

Avevo trentadue anni. La ditta in cui avevo trovato il nuovo lavoro mi mandò per riparare un ascensore in un palazzo del centro. Su e giù per le scale, controlla tutti i piani, i comandi, le porte e, dopo diverse volte che facevo le scale, al secondo piano noto un campanello con una targa d'ottone: "Dottor Marcello Balducci, medico generico, riceve..."

È lui, il mio Marcello. Sono contento, l'avevo cercato una volta ma al vecchio indirizzo non figurava più e non avevano saputo dirmi nulla. Se l'avessi cercato l'avrei trovato, se non altro nella guida del telefono: m'ero ripromesso più volte di farlo ma avevo lasciato trascorrere il tempo. Ora ero contento di averlo ritrovato. Suonai, mi aprì un'infermiera. Attesi, lo vidi. Mi riconobbe subito e fu stupito di vedermi con una tuta indosso. Gli raccontai di me, del perché di quella tuta.

Mi invitò a cena a casa sua, abitava in quello stesso piano. Finito il lavoro ci andai. Aveva due figli, Donato di quattro anni e Federico di due, deliziosi. Quando c'eravamo visti in studio m'aveva detto che Renata sapeva che ero gay ma non sapeva di noi due e mi pregò di non dirle nulla. Lo rassicurai. Quando, a tavola dopo aver messo a letto i due piccoli, Marcello mi chiese se avevo un ragazzo, gli parlai tranquillamente di Dado, con cui stavo da un anno.

"Oh, ma potevamo invitare anche lui!" disse Roberta.

Sorrisi: "Stasera non c'è, perciò ho accettato l'invito di Marcello; comunque grazie, sei molto gentile ad averlo detto."

"Ma io l'ho detto sul serio, una coppia la si invita sempre assieme," disse Roberta.

Marcello disse: "Sarà per la prossima volta."

Infatti riprendemmo a frequentarci e così conobbero Dado. Non so perché ma Dado, che stava perfettamente a suo agio quando andavamo da Carlo e Silvia, con Marcello e Roberta era sempre un po' imbarazzato.

Gli chiesi perché e lui disse che era soprattutto Roberta a metterlo in imbarazzo: "Non so, ma mi pare una donna fredda, calcolatrice."

Fui un po' stupito da quel giudizio, non avevo avuto quell'impressione.

"Vedi, Silvia e Carlo ci invitano perché siamo amici, ci accettano perché ci stimano; Roberta ci invita perché siamo gay, pare che ci accetti, ma lo fa solo per sentirsi moderna, ma in fondo non ci stima, ci compatisce; Marcello è diverso, è come Carlo, per certi aspetti," mi disse Dado.

Non mi sentivo di dargli ragione, ma neppure completamente torto, ero perplesso. Sapendo che Dado era buono, intelligente e sensibile, pur non essendone convinto mi dicevo che poteva anche avere ragione. E gradualmente riuscii a vedere quello che lui aveva visto. E capii che Roberta ci compiangeva anche perché io ai suoi occhi ero un ingegnere fallito e Dado, in fondo, solo un verduriere. Così cominciammo a diradare le visite e ci perdemmo di nuovo di vista a poco a poco.

Sei anni dopo, ora stavo con Sandro, la vita ci mise di nuovo in contatto. Questa volta il tramite involontario fu Clara. Suo figlio Renzo, che aveva undici anni, aveva avuto una febbre da cavallo ed il loro medico era irreperibile.

Mi telefonò preoccupata, le dissi di cercare il sostituto ma lei disse che preferiva un medico conosciuto, uno di fiducia: "Non conosci nessuno tu?"

Pensai subito a Marcello, così gli telefonai per chiedergli se poteva andare a casa di mio nipote. Disse che ci andava volentieri, ma mi fece promettere di farmi vivo. Andai da lui se non altro per ringraziarlo, Clara infatti m'aveva detto che non aveva voluto essere pagato, così gli portai una confezione di vini pregiati. Si arrabbiò, disse che non dovevo farlo, ma fu contento di rivedermi.

Seppi allora che aveva divorziato da Roberta perché lei s'era messa con un certo Filippo, un ventiseienne, cioè di otto anni più giovane di lei. Marcello aveva voluto tenere i figli, Donato che aveva ora dieci anni e Federico di due in meno. Roberta non aveva fatto problemi. Erano rimasti in buoni rapporti, Marcello si era rassegnato.

Mi chiese di me, gli dissi che Dado mi aveva lasciato e che ora stavo con Sandro. Gli chiesi se lui si fosse fatto un'altra donna.

Mi disse con un sorriso: "No, né donna né uomo, per ora; per i bambini: non voglio che abbiano un estranea o un estraneo per casa; per questo d'altronde ho voluto tenerli io e non lasciarli a Roberta."

Aveva preso una governante per fare le pulizie di casa, far da mangiare ed aiutarlo a guardare i bambini: una veneta cinquantenne, paciosa ma energica ed efficiente, bruttina e in carne, ma simpatica.

"L'ho presa attempata e poco piacente per non avere tentazioni," ci disse ridacchiando.

"Ma non hai bisogno qualche volta di... un po' di sesso?" gli chiesi un giorno.

"Beh... a volte, ma non mi va di avere avventure e comunque mi sono calmato. E c'è sempre il buon, vecchio e collaudato metodo del cinque più uno," disse sventolando la mano.

Mi fece promettere che questa volta avrei mantenuto i contatti, glielo promisi volentieri. Non ci si vedeva spesso come con Carlo e Silvia ma si può dire che non passasse mese senza che si facesse un weekend con Sandro, lui ed i suoi due figli, o che si andasse a cena da lui un paio di volte passando piacevolissime serate. Donato era un diavoletto simpaticissimo, curioso, dal carattere forte. Federico quasi l'opposto, riflessivo, dolce, tranquillo. Sia a Sandro che a me i due regazzetti piacevano moltissimo.

Marcello era diventato un medico famoso e ricercato, aveva comprato tutto il piano ed ampliato lo studio, assunto altri due infemieri, due filippini diplomati Luis e Maria Serrano, fratello e sorella rispettivamente di ventiquattro e ventitré anni. Ne era molto contento: erano competenti, seri, molto gentili con i clienti, efficienti e spesso gli davano una mano, oltre alla governante, a guardare i figli, che sembravano preferire i due giovani e simpatici filippini all'attempata donna.

Mi raccontò che i due giovani erano i figli maggiori di una famiglia povera e numerosa. I genitori, facendo grossi sacrifici, li avevano fatti diplomare infermieri. Avevano lavorato, Luis per tre anni e Maria per due in un ospedale a Manila, poi, su consiglio di un cugino erano venuti in Italia. Avevano lavorato per un anno come camerieri, in nero, finché li aveva assunti regolarmente lui. Vivevano molto modestamente perché mandavano soldi alla famiglia.

Era evidente che i due giovani erano simpatici a Marcello e che aveva una grande stima per tutti e due, specialmente per Luis. Maria era minuta, graziosa, aveva uno sguardo vispo e un'espressione sempre sorridente. Luis era ben fatto, a tratti avresti detto che era insignificante, a tratti piacente, aveva uno sguardo dolce e tranquillo, intelligente. Parlavano l'italiano discretamente, un po' meglio Luis di Maria. Disse Marcello che i due, tornati a casa, studiavano ogni sera.

Abitavano in una vecchia casa in cui c'erano praticamente solo immigrati arabi, filippini, cinesi, in una stanzetta con angolo cottura che dava sul ballatoio, il cesso in comune con i vicini, senza bagno: andavano perciò ai bagni pubblici. Così Marcello disse loro di usare la doccia di uno dei due bagni dello studio per lavarsi dopo la chiusura. I due lo ringraziarono felici.

Poche settimane prima che io venissi assalito dai teppisti, una sera, Marcello mi telefonò chiedendomi se poteva passare a trovarmi. In quegli anni era venuto in casa mia molto di rado, comunque non era la prima volta. Gli dissi che lo aspettavo con piacere. Arrivò. Notai subito che dietro il suo viso sorridente celava un'espressione preoccupata.

Mi disse che quella mattina, mentre lui era in studio ed i figli a scuola, la governante aveva deciso di pulire a fondo la stanza di Donato: ogni settimana faceva una stanza seguendo un suo ordine preciso. Quel giorno, teoricamente, avrebbe dovuto pulire la biblioteca, ma lui, uscendo le aveva detto di non farlo perché aveva sue carte sparse che non aveva potuto mettere in ordine. Così la donna gli aveva detto che avrebbe fatto la camera del figlio maggiore.

Togliendo tutti i libri dallo scaffale di Donato per spolverarlo, su in alto erano venute fuori, nascoste dietro i volumi, alcune riviste pornografiche gay. La donna, agitatissima, era andata in studio a chiamarlo. Appena aveva avuto un momento libero Marcello era andato, aveva guardato le riviste, aveva notato che il figlio aveva cerchiato di rosso alcune inserzioni del tipo: giovane ventenne cerca liceale per ore liete, scrivere fermo posta... Allora aveva detto alla donna di rimettere tutto esattamente come l'aveva trovato e di andare a pulire la stanza di Federico. E di non dire niente a Donato: avrebbe deciso lui quando e come parlare col figlio.

Ed ora voleva il mio consiglio.

"La cosa ti turba molto?" gli chiesi.

"No, non la cosa in sé. Il fatto che non me ne abbia mai parlato e il timore che possa avere problemi. Sai, l'AIDS, ricatti, brutte esperienze. Se Donato è gay, va bene, però vorrei che potesse vivere la sua sessualità con serenità, che si confidasse con me, vorrei poterlo consigliare e guidare come farei se fosse attratto dalle ragazze. Ho sempre cercato di dargli una sana educazione sessuale ma, chissà perché, sempre presumendo che un giorno avrebbe voluto provarci con una ragazzina, si sarebbe preso una cotta per una compagna o qualcosa del genere."

Gli dissi che in fondo, se l'aveva consigliato in quel senso, non era poi molto diverso solo per il fatto che invece di una ragazzina fosse un ragazzo.

"No, è diverso per due motivi: uno, perché la nostra società non è tenera con i gay e due, quelle inserzioni... mi avrebbero preoccupato anche se fossero state di donne; Donato ha solo diciassette anni, dopo tutto. E poi, c'è un'altra cosa che ultimamente mi aveva un po' impensierito... dice che finito il liceo vuole smettere di studiare, trovarsi un lavoro ed andare a vivere per conto suo. Eppure a scuola va bene, non è il ragazzo a cui non piace studiare..."

"Non pensi che sia proprio per poter vivere liberamente la sua sessualità? Se trova un compagno non può portarselo in casa per farci l'amore, perciò..." gli dissi.

"Capisco, sì, ma vorrei che si confidasse con me. Ma se affronto io il problema temo che si chiuda a riccio. Ultimamente mi è sembrato che fosse diventato più chiuso... non vorei che si chiudesse ancora di più, che mi sfuggisse. Così non so che cosa fare," mi disse.

"Perché non cominci parlandogli dell'anno che abbiamo passato assieme io e tu durante la naja?" gli chiesi.

Mi guardò un po' sorpreso, poi disse: "Non credo che riuscirei a dirglielo."

"Perché, te ne vergogni? mica dovresti dirgli esattamente che cosa facevamo a letto, no?" gli dissi un po' stupito per la sua esitazione.

"No, non me ne vergogno affatto, è stato un anno molto bello, lo rifarei. Ma parlare con un figlio della propria sessualità... è difficile."

"Lo immagino, tanto quanto è difficile per un figlio parlarne col padre, anzi, forse di più perché un figlio si sente giudicato," gli dissi.

"Anche un padre teme di essere giudicato dai figli..." commentò lui.

Discutemmo, ma alla fine lo convinsi: "Se vuoi che Donato si apra con te, comincia tu ad aprirti con lui. Anzi, cogli la palla al balzo e fallo con tutti e due, anche Federico comincia ad essere grandicello. Rischi forse di deluderli, anche se non credo, ma così forse li puoi aiutare meglio," gli avevo detto.

Marcello aveva deciso di seguire il mio consiglio. Prima di lasciarmi mi abbracciò. Non l'aveva mai fatto in tutti quegli anni. Mi abbracciò e mi dette un bacio sulla guancia, amichevole, e mi ringraziò.

Gli avevo detto di farmi sapere come sarebbe andata, me lo promise. Ma, contrariamente a quanto mi aspettavo, chi si fece vivo dopo tre giorni non fu Marcello ma Donato. Mi telefonò chiedendomi se poteva fare un salto da me. Ne immaginai il motivo, gli dissi che lo aspettavo. Arrivò, era un po' imbarazzato. Per alcuni minuti parlammo del più e del meno, aspettavo che fosse lui ad affrontare l'argomento.

Infatti, finalmente, mi disse: "Papà mi ha raccontato della vostra amicizia durante la naja."

Sorrisi: "Direi che è stata più di un'amicizia," suggerii.

"Sì, ce l'ha detto ed ha detto che lui ha sempre provato attrazione sia per le donne che per gli uomini," aggiunse studiandomi.

"Io invece solo per gli uomini," gli dissi tranquillo.

"Questo papà non me l'aveva detto; ha detto solo che vi piaceva molto a tutti e due e che è stata una cosa molto bella perché eravate veramente amici..."

"Certo, è così, io e il tuo papà non ci si limitava a scopare, non era uno sfogo, non era solo per divertirci; io ero innamorato di tuo padre."

"E lui di te?" chiese.

"Forse, un po', mi voleva certamente bene, ma lui voleva sposarsi, voleva avere voi, con me non avrebbe certo potuto, perciò fece la sua scelta, tanto più che, a differenza di me, gli piacevano le donne; credo di essere stato l'unico uomo della sua vita."

"Sì, papà ha detto così," disse Donato.

"Ti stupisce molto che papà ve ne abbia parlato?" gli chiesi.

"Un po', ma sono contento che l'abbia fatto."

"E perché hai voluto parlarne con me?" chiesi ancora.

"Perché sei un amico e perché... perché io sono come te," disse finalmente.

"Ne sei proprio sicuro? E da quando?" gli chiesi.

"Sicuro, sì; e da quando... non è facile dirlo, da sempre, immagino."

"Sì, ma quando te ne sei reso conto e come? hai già avuto rapporti, rapporti completi?" gli chiesi.

"Sì, parecchie volte, anche se non con molti. Con cinque uomini, il primo circa un quattro anni fa. Per un paio di anni sono stato con lui, ci si vedeva un paio di volte alla settimana. Poi, due anni fa il secondo: al cinema un giovanotto mi ha toccato, mi piaceva e quando mi ha chiesto di andare a casa sua ci sono andato e mi è piaciuto parecchio. Lui mi ha fatto scoprire le riviste gay e con quelle ho trovato gli altri tre. Sai, le inserzioni..."

"Può essere pericoloso..." gli dissi.

"Forse, ma non saprei come trovare..." disse Donato.

"Non hai un ragazzo fisso?" gli chiesi.

"No, non ancora, non ci penso, sarebbe difficile, capisci, vivendo in casa."

"Per questo te ne vuoi andare dopo il liceo?"

"Esatto."

"Ma ora che papà sa di te, non credi che tutto sarebbe più semplice restando in casa?

"Non lo so. Credo che lui capirebbe se mi facessi un ragazzo, ma se ogni volta arrivassi con un ragazzo diverso, non so come la prenderebbe. E io per ora non credo che vorrei ancora un ragazzo fisso," disse.

"Se ne parli con tuo padre credo che capirebbe anche questo, no? Anche lui, prima di trovare la persona giusta ne ha passate non poche."

Donato sorrise: "Se parli di mamma... non credo proprio che fosse la persona giusta per papà. Ma ho capito che cosa vuoi dire."

"Tuo padre ha avuto coraggio a dirvi di sé, non credi? anche tu dovresti aprirti con lui, no?"

"Sì, ha avuto coraggio, sono contento che l'abbia fatto e ci proverò, anche se non è facile; ma non è stato facile neanche per lui," disse, poi mi guardò e disse con un sorriso: "Mi fa buffo pensare a te a letto con mio padre che fate l'amore."

"Ah si? e pensare a papà a letto che fa l'amore con tua madre, che effetto ti fa?"

Ci pensò un attimo poi disse: "Buffo, è vero, ma non ci avevo mai pensato. Certo, i figli di solito non pensano mai alle attività sessuali dei genitori, è normale; ma se sono nati..." Sorrise. Poi mi disse: "A papà non potevo chiederlo, ma... mi racconti come è andata fra voi due? E anche come facevate l'amore, se non sono indiscreto."

"Perché vuoi saperlo?"

"Per capire meglio papà... e anche te. Tu sei un amico di famiglia, anche di te non avevo mai pensato, non solo che tu fossi gay, ma neanche che tu facessi sesso... cioè pensavo che avessi le tue storie, certo, ma come, con chi, non ci avevo mai pensato..."

Annuii e gli raccontati tutto.

Alla fine disse: "È stata una bella storia."

"Sì, lo penso anche io e lo pensa anche tuo padre."

Donato, dopo aver parlato con me, decise di aprirsi completamente col padre, di restare in casa, di continuare gli studi. Gli chiesi di come l'avesse presa Federico nello scoprire di avere una padre bisessuale ed un fratello gay.

"Bene, direi, tranquillamente. Ha fatto una battuta: siamo una famiglia equilibrata, a Donato piacciono solo i maschi, a me solo le femmine e a papà tutti e due."

Marcello era sereno: mi disse che in casa tutto andava bene, ora, che tutti e tre si parlavano con tranquillità, che Donato s'era di nuovo aperto, a volte si consigliava con lui. Disse anche che Donato aveva voluto dirlo alla madre e che Roberta aveva reagito non proprio bene: gli aveva detto di curarsi, di andare da uno psicanalista. L'uomo di Roberta, Filippo, le aveva detto di non essere sciocca, che se il figlio era gay, doveva lasciarlo in pace ed accettarlo com'era.

Al che lei gli aveva risposto un po' velenosa: "Parli così perché non è figlio tuo."

Donato non aveva detto nulla alla madre della bisessualità del padre, perciò ebbe buon gioco a dirle: "Di papà sono il figlio, e lui è medico, queste cose le capisce meglio di te, e lui mi ha accettato, mamma, senza tante storie. E secondo lui non c'è proprio niente da curare."

Pochi mesi fa Donato, che ora ha diciannove anni, è venuto di nuovo a parlarmi: aveva un problema. Si era innamorato di un uomo di nove anni più grande di lui. Anche questo uomo era innamorato di lui, avrebbero voluto provare a mettersi assieme...

"Qual'è il problema? non capisco: parlane a papà come hai sempre fatto, no?" gli dissi io.

"Il fatto è che si tratta di Luis, l'infermiere filippino di papà. Non so come la prenderebbe, papà."

"Ma siete proprio innamorati?"

"Sì, da qualche mese, un po' per volta ci si è innamorati. Ci si è incontrati una volta al bar gay così io ho scoperto di lui e lui di me. E lui mi ha detto che io gli piacevo molto. Luis non è proprio bello, io all'inizio ero un po' incerto, comunque ho provato a farci l'amore. E ho scoperto che è una persona unica, profonda, capace di calore, con cui sto benissimo. Anche a letto, ma non solo. Maria sa di noi due e dice che ha paura che papà si arrabbi e li licenzi tutti e due. Io non credo proprio, ma non vorrei neppure rischiare."

"Luis che ne dice?" gli chiesi.

"Lui dice che invece dobbiamo rischiare, che non possiamo continuare a farlo di nascosto di papà, che se lo licenzia si troverà un altro studio medico, non ha paura. Tu che ne dici?"

"Io dico che dovete parlarne a papà. Prima solo tu, ma poi tutti e due assieme. Luis, per quello che lo conosco, mi pare un brav'uomo e papà lo conosce anche meglio di me."

"Sì; Luis non è solo un brav'uomo, te l'ho detto, è un uomo unico. E siamo veramente innamorati."

"Bene, allora coraggio, Donato."

Marcello la prese molto bene, soprattutto perché stimava molto Luis, e disse loro che se volevano, Luis poteva anche andare a vivere con loro, in camera di Donato: avrebbero solo dovuto cambiare la governante che, da cattolica veneta tradizionalista, avrebbe gridato allo scandalo. D'altronde era ora di mandarla in pensione. Luis propose una sua cugina che, sapendo di lui, non si sarebbe certo scandalizzata. Così da tre mesi Luis vive con loro.

Federico, che ha compiuto diciassette anni, qualche settimana fa ha detto al padre: "Perché non ti cerchi una compagna o un compagno, papà?"

"Ci penserò, adesso che siete grandi," gli ha risposto Marcello.

"C'è qualcuno che ti piace, papà?" gli ha chiesto allora Federico.

"Sì: la tua prof di lettere, ed ho anche cercato di farglielo capire, ma lei mi ha fatto capire che non sono il suo tipo..." disse Marcello.

"Meno male, papà, a me non è che sarebbe piaciuto molto averla come matrigna, te lo garantisco; e altri?" chiese.

Marcello dice che ci pensò un po' poi gli chiese: "Mi giuri di mantenere un segreto?"

"Certo papà, sarò una tomba."

Allora gli disse: "A me piace molto Luis, da sempre. Se non si fosse messo con Donato, credo che prima o poi avrei anche cercato di farglielo capire. Ma ora per me è diventato tabù."

"Oh, povero papà! e non ti pesa averlo per casa, qualche volta anche seminudo?"

"No, Federico, certo che no; non sono così mandrillo. Ma se un giorno invece di una matrigna ti portassi a casa un... patrigno?"

"L'una o l'altro, spero che ci piaciamo a vicenda. Se no, sto diventando grande, ti lascerei casa e me ne andrei per conto mio, non ti preoccupare. Ma sei ancora giovane, credo proprio che dovresti fare in modo di trovarti una compagna... o un compagno."


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