Era il periodo in cui stava nascendo la mia relazione con Ricardo, ma ancora non ci eravamo detti di amarci, ancora non era venuto ad abitare da me. Cioè due anni fa. Avevo ancora l'impressione che per Ricardo io rappresentassi solo una piacevole parentesi ogni tanto, sentivo di essere troppo vecchio per lui, lo vedevo piuttosto di rado, così a volte andavo al parco per cercare un'avventuretta per lenire la solitudine ed il desiderio.
A parte quel periodo non ero affatto un abitué del parco, non mi era mai piaciuto andare a battere, ma per qualche mese, circa una volta alla settimana, avevo cominciato ad andarci, gratificato, almeno parzialmente, da quelle facili avventure per lo più anonime.
Ero arrivato al parco e mi ci inoltrai lentamente guardandomi attentamente attorno per individuare un'ombra in cerca come me, un'anima in pena che volesse, per pochi minuti o poche ore, condividere con me il proprio desiderio. Quel parco mi piaceva anche perché avevo sentito dire che a differenza di altri posti non c'erano marchette. Incrociai un paio di tizi che non mi interessavano e a cui sembravo non interessare. Mi addentrai di più nel parco.
Quasi al centro c'è un laghetto e, accanto a questo, una specie di rotonda nascosta fra alberi e siepi con un chiosco che di giorno e nella buona stagione vende caffè e bibite e la rotonda diventa una specie di piacevole e fresco dehors. Di notte diventa invece un comodo luogo d'incontro, con lo spiazzo appena illuminato da un unico lampione centrale, in cui incrociare gli altri cacciatori o prede e battere, ed i suoi folti cespugli semibui in cui addentrarsi.
Era deserto. Forse era un po' troppo presto, pensai, e guardai l'orologio: le undici. Pensai di fare un altro giro per il parco e di tornarci più tardi, quando nel piazzale entrò qualcuno. Dalla silhouette e dall'andatura faceva pensare a qualcuno di giovane. Attesi. Veniva verso di me. Mi passò davanti e lo guardai: era parecchio attraente. Doveva avere sui vent'anni, l'aria un po' da bulletto di periferia ma più di chi vuole far credere di essere un duro che di chi lo è veramente. Jeans molto attillati e generosamente gonfi sotto la patta. Mi lanciò un'occhiata seria e passò oltre. Forse non ero il suo tipo, pensai con un po' di rammarico. Ma quello, fatti pochi passi, si fermò non lontano dai cespugli, girato verso me, e mi guardava.
Allora gli andai vicino e gli dissi: "Ciao"
"Ciao," fa lui.
"Aspetti qualcuno?" gli chiedo.
"No, non proprio..." e mi guarda, mi guarda. Serio.
Allora gli chiedo: "Ti andrebbe di... di fare qualcosa con me?"
"Cosa?" chiede lui.
"A me piace un po' di tutto, a parte il sadomaso, e a te?"
"Lo pigli in bocca?" chiede quello.
Di solito nessuno dice così, penso, ma annuisco.
"Vieni." dice lui e si addentra fra i cespugli.
Sembra che nessun posto gli vada bene: io mi sarei fermato già un quattro o cinque volte. Evidentemente cerca un punto più appartato, forse non gli va di essere visto, spiato, penso. Lo seguo.
"Qui," dice lui e si ferma.
Si apre i calzoni, se lo tira fuori: "Dai, fammi godere," dice sempre serio.
Mi chino e lo accontento sperando che si scaldi un po', forse è solo timido. Ho appena cominciato a succhiarglielo quando sento un fruscio. Guardo e vedo un altro ragazzotto, con giacca di pelle nera, che si avvicina con un sorriso da schiaffi sulla faccia.
"È solo un mio amico, continua. Vuole divertirsi un po' anche lui," dice il ragazzo che avevo seguito prendendomi la testa e cercando di costringermi a ricominciare.
Proprio quel gesto prepotente che mi riporta indietro di anni mi dà fastidio, mi alzo e dico: "Sono venuto per te, non per lui," e faccio per allontanarmi.
Ma quello mi prende per un braccio e il compare che è arrivato vicino, per l'altro e mi dice: "Dove credi di andare, frocio di merda, eh?"
Sto per reagire violentemente quando arrivano altri tre ragazzi, che evidentemente erano nascosti lì da prima, e quello dal giaccone nero tira fuori un coltello e me lo punta alla gola.
Uno dei tre nuovi arrivati, che deve essere il capo, mi viene davanti e mi squadra con aria beffarda: "Ehi, frocio! ricchione di merda!" mi dice, poi, rivolto al primo, gli chiede: "Che gli piace a fare a questo?"
L'altro per la prima volta sorride, ma è un sorriso spiacevole: "Tutto, dice, meno il sadomaso."
"Ah, bene, stavolta abbiamo uno che fa di tutto, ragazzi. Bene, no? E noi gli faremo di tutto, vero ragazzi? Ma anche un po' di sadomaso, vero ragazzi?" Poi si gira verso di me e mi dice: "Per cominciare fai godere noi cinque, poi gli altri che stanno di guardia; bene no? Ti faremo uscire la sborra anche dalle orecchie, checca schifosa."
Non dico niente, capisco che cercano solo un pretesto per pestarmi, lo sento. Forse mi pesteranno lo stesso, penso, ma...
Il capo mi dice: "Spogliati, pezzo di merda. Nudo!"
Io non mi muovo.
"Spogliati, o ti facciamo a pezzi i vestiti," dice tirando fuori un coltello a serramanico e facendolo scattare.
Comincio a spogliarmi, lentamente.
"Svelto!" intima il capo. E dopo poco aggiunge: "E nudo, anche le calze via!" e ride.
Non posso fare niente: sono in cinque, armati, oltre ad altri lì intorno...
Quando sono nudo mi fanno mettere alla pecorina, i sassi sotto i palmi delle mani e sotto le ginocchia fanno male. E senza complimenti mi infilano, uno davanti e uno di dietro.
Un terzo si sfila la cinghia e comincia a frustarmi la schiena: "Dai schiavo, falli godere."
Il primo, dietro, viene, si alza ed un altro prende il suo posto.
Il capo dice a quello che ha finito: "Vai a dare il cambio a Nico."
Viene anche quello che me l'ha messo in bocca e il capo, mentre un altro prende il suo posto, gli dice di dare il cambio a... Piccì! Mi dico che chissà quanti Piccì ci sono al mondo, che non è possibile... mentre i due si agitano con violenza in me e continuano a frustarmi sulla schiena con metodo e ferocia.
Poi sento una voce che conosco anche troppo bene gridare: "La polizia! la polizia!"
I miei assalitori si dileguano veloci come fulmini, lasciandomi lì nudo, tremante, indolenzito.
Ma soprattutto sconvolto da tre cose: Piccì, la sua voce e, quando mi sono girato dopo il grido di allarme, un braccio con un braccialetto d'oro che conosco anche troppo bene. Mi accorgo di sanguinare. Sono pesto, indolenzito, amareggiato, disperato: anche Piccì! Quello mi fa più male di tutto. Mi rivesto. Non ho voglia di incontrare la polizia in quelle condizioni. Esco dai cespugli verso la rotonda: deserta. Esco dallo spiazzo, traverso il parco, rientro a casa.
La camicia e la canottiera sono zuppe di sangue. Devo fare una doccia poi cercare in qualche modo si medicarmi. La doccia mi brucerà ma credo che sia necessaria. Il sangue ha macchiato anche i calzoni e le mutande. Sto per entrare sotto la doccia, quando sento suonare alla porta. Piccì! penso subito. Infilo un accappatoio e vado ad aprire, sentendomi contemporaneamente pulsare il sangue alle tempie per la rabbia e stringere lo stomaco per il dolore.
E mi trovo di fronte Ricardo, bello, sorridente, delizioso. Per un attimo mi sento sciogliere e lui fa per entrare chiedendo: "Disturbo?"
"Non ti aspettavo..." dico io combattuto, ma frattanto decido che devo mandarlo via, non voglio che mi veda in quelle condizioni.
Lui guarda il mio accappatoio e dice incerto: "Non sei solo?"
"Esatto," mento io grato che mi abbia fornito la scusa buona per mandarlo via, e frattanto un pensiero mi blocca: ma così rischio di perderlo del tutto e non voglio.
Sto pensando a come girare la cosa quando vedo i suoi occhi spalancarsi, diventare tondi tondi e dice indicando alle mie spalle: "Cos'è quello?"
Mi giro a guardare e vedo il malloppo bianco e rosso di sangue della mia canottiera e della camicia che avevo lasciato davanti alla porta del bagno. E girandomi anche solo di poco Ricardo vede il sangue che sta sporcando l'accappatoio sulla mia schiena.
Allora entra deciso in casa e dice: "Cosa è successo? Chi hai in casa? Cosa succede?"
È agitato, allarmato, capisco che non posso più fare niente, che gli devo dire la verità: "Entra Ricardo, non c'è nessuno." gli dico.
Si chiude la porta alle spalle, mi sfiora l'accappatoio e dice: "Ma che cosa sta succedendo? È sangue!"
"Sì, non ti allarmare... niente di irrimediabile." e gli racconto tutto, compreso il mio sospetto-certezza che in quel gruppo di teppisti che adescavano i gay, li violentavano, li pestavano e, ne ero certo, li derubavano, c'era anche il mio nipote preferito.
Ricardo volle lavarmi e medicarmi lui e dovetti lasciarlo fare. Ma gli ero grato. Per il suo aiuto, ma più ancora per la sua presenza. Fu delicatissimo, pareva quasi un infermiere professionista. Mi medicò, poi mi fece sdraiare a letto, sullo stomaco.
Sedette accanto a me e, carezzandomi un braccio, mi chiese con dolcezza: "Che bisogno hai di andarti a cercare avventure, tu? e disavventure?"
"Non lo so," gli risposi incapace di dirgli: perché mi manchi tu!
"Un uomo splendido come te..." ricominciò lui.
"Piantala," gli dissi.
"No che non la pianto, tu dovresti piantarla."
"Sono adulto," ribattei secco per non dirgli: ho bisogno di te!
Lui mi disse: "No che non sei adulto: sono mesi che aspetto che ti decidi a dirmi quello che... che devi dirmi. Tu hai bisogno di me, e stasera me l'hai dimostrato."
"Io bisogno di te?" gli chiesi dicendomi che aveva perfettamente ragione, poi gli domandai: "E tu?"
"E io di te, si capisce; ma io non andavo a cercare altri; quanto sei stupido; io ti amo, possibile che non l'hai capito?"
"Mi ami?" gli chiesi sentendomi incredulo ed esaltato. "No che non l'ho capito, non me l'hai mai dimostrato..." mi lamentai.
"Non volevo pesarti, saltarti addosso... Perché credi che abbia cercato lavoro qui? Per poterti stare più vicino, no? Ho sbagliato, dovevo saltarti addosso, invece, e ti avrei evitato questo. Ma adesso basta. Da stanotte io sto qui con te. Domani telefono al lavoro che stai male, dovremo trovare un medico che ti faccia un certificato. Poi io andrò a prendere la mia roba e..." disse, poi si bloccò, mi guardò e mi chiese: "ma tu sei d'accordo, no?"
Ero più che d'accordo, ero esultante, ma gli dissi: "Che ti metti a fare con me? Sono vecchio per te. Che ti posso dare?"
Lui mi guardò, mi chiese: "Tu non mi ami?"
"Sì..."
"E mi vuoi qui?"
"Sarebbe bello..."
"Sarà bello."
"Grazie."
Ma la faccenda di Piccì mi rodeva, mi tormentava. Il giorno dopo avevo un po' di febbre e Ricardo non volle che mi muovessi. Telefonò a Marcello che venne, mi visitò, mi medicò facendo i complimenti a Ricardo e mi fece un certificato medico: congestione intestinale con febbre, due settimane di mutua.
Marcello fu carino, quando gli spiegai che cosa mi era successo, mi carezzò e mi disse: "Un po' è colpa nostra, di noi etero per bene, che vi costringiamo a cercarvi in quei posti pericolosi..."
Ma il giorno seguente, a sera, decisi di andare a casa di mio fratello. Non sapevo ancora come affrontare Piccì, cosa dirgli, ma ero deciso a farlo. Dovevo solo portarlo fuori casa, non volevo fare una scenata davanti ai suoi. Non tanto e non solo per non svelare la mia omosessualità a mio fratello, quanto perché non ero sicuro di volere che i genitori sapessero del figlio, del bel campione che avevano allevato. In parte incolpavo anche mio fratello e il suo disprezzo per i gay e gli altri. Chissà se Piccì era anche coinvolto negli assalti che da un paio di anni avvenivano nei confronti degli immigrati, specialmente arabi?
Mi aprì Tana. Mi salutò affettuosamente come al solito.
Cercando di fare la faccia allegra, le chiesi: "C'è Piccì?"
"No, quello arriva per cena, mangia e scappa, lo sai; ti fermi a cena con noi?"
"No, grazie. Volevo invitarlo a cena fuori..."
"Ah, tu hai sempre stravisto per lui, eh? Sono contenta, spero che ci venga, da ieri è strano, ho paura che abbia combinato qualcosa."
"Ah sì?" dissi e per la prima volta non tentai di minimizzare, l'avevo fatto anche troppo in passato, ora me ne rendevo conto, "E perché?" le chiesi.
"Non lo so, è nervoso: se suonano alla porta sussulta e guarda come se... come se... come se avesse paura che sia la polizia!" disse veramente preoccupata.
"Bene, cercherò di capire, anche se non so se ci riuscirò," le promisi.
Poi le dissi: "Vado ad aspettarlo in camera sua. Quando arriva non dirgli che ci sono io, voglio fargli una sorpresa."
Tana mi sorrise: "D'accordo," mi disse.
Entrai in camera di Piccì. E per la prima volta mi misi a frugare fra le sue cose. Niente di particolare, il solito disordine di un ragazzo. Una confezione di preservativi nascosta in una scatola di cioccolatini. Poi una scatola di metallo.
L'aprii. Tre orologi di marca, due portafogli costosi quasi nuovi, un portasigarette d'argento, quattro anelli d'oro... Misi tutto in tasca, richiusi la scatola e la rimisi a posto, vuota. Poi andai al muro, staccai il poster con la svastica, lo piegai in quattro, in sedici e lo misi anche in tasca. Proseguii. Trovai un coltello a serramanico, identico a quello che m'era stato puntato alla gola due notti prima. Misi in tasca anche quello. E lo sentii entrare in casa.
Gridò: "Ciao."
Quando entrò nella sua stanza ero seduto sul suo letto, non mi avrebbe visto appena aperta la porta. Infatti la chiuse, si girò ed impallidì: se avevo ancora bisogno di una prova me l'aveva data.
"Ciao, Piccì. Sono venuto per parlarti. Ho detto a tua madre che volevo invitarti a cena fuori. Vieni."
Non glielo chiesi, glielo ordinai. Rimase immobile, mi guardava fisso, pareva una statua di cera. Mi alzai e mi avviai verso la porta.
"Vieni!" gli ingiunsi di nuovo passandogli accanto.
"Sì," disse con voce quasi impercettibile.
"Noi andiamo, Tana!" gridai dal corridoio.
Dalla cucina lei gridò: "Va bene, buon divertimento!"
"Sì, ci divertiremo stasera, grazie," risposi io con piacere perverso.
Arrivati in strada lui mi disse: "Dove andiamo?"
"A casa mia."
Infatti avevo pregato Ricardo di andare al cinema per lasciarmi solo con mio nipote.
"Va bene," disse Piccì.
Non avevo la moto perciò presi un taxi, avevo fretta. Non parlammo per tutto il percorso. Lui si guardava le mani.
"Allora?" gli chiesi quando fummo seduti nel soggiorno.
Non mi guardò, non mi rispose.
"Allora?" chiesi di nuovo con un tono un po' più alto.
Niente.
"Allora!" gridai quasi battendo un pugno sul tavolo.
Sobbalzò e mi guardò quasi spaventato.
Poi vidi il braccialetto: "Toglitelo!" gli dissi indicandolo.
Se lo tolse e lo posò sul tavolo. Lo lasciai lì. La mia rabbia esplose, lo presi per la camicia e cominciai a schiaffeggiarlo.
"Ti dispiace che non sia venuto il tuo turno, eh? Cosa preferivi, mettermelo in bocca o in culo? Eh? Vuoi provarci adesso? Ma adesso non hai il coltello, vero?" gli dissi lasciandolo e, tiratolo fuori dalla tasca lo feci scattare. Piercarlo rabbrividì ma non si mosse. "Con questo e in tanti siete tutti bravi, eh? Ti senti forte? ti senti fiero? potente? maschio? Cosa ti senti? Ma non sei venuto tu a tirarmi in trappola, eh? Hai mandato un compare, perché sei un vigliacco! Sei un porco e un vigliacco!"
"Non volevo... non sapevo che tu... che avevano preso te. Davvero. Quando t'ho riconosciuto... dio sarei morto zio, te lo giuro! Per quello ho gridato che c'era la polizia, non volevo che ti facessero male!" disse e cominciò a singhiozzare.
Ma non mi impietosì. Anzi, ero più furibondo di prima.
Mi tolsi la giacca e la camicia e gli feci guardare le schiena tutta fasciata e andai a prendere la canottiera e la camicia macchiate di sangue e gliele tirai addosso: "Non volevi che mi facessero male eh? e questo? e questo?" gridai.
"Non sapevo che eri tu..."
"E cosa cambia, bastardo! cosa cambia? Fosse stato un altro potevate incularlo, pestarlo a sangue, derubarlo? Cosa cambia se ero io o un altro? Cosa cambia, stronzo! Dovrei ringraziarti perché hai detto che c'era la polizia? Se mi vedevi prima dicevi: lui no, è mio zio, freghiamone un altro? Lui lasciamo che lo freghi un'altra banda di stronzi! Ti disprezzo Piccì, ti disprezzo. Non ti odio, no, non te lo meriti neanche."
Singhiozzava, singhiozzava.
Tirai fuori la roba che avevo preso nella sua scatola: "E questi sono i trofei di caccia, eh? Quanti ne hai inculati poi derubati tu? Quanti? Quanti?"
Non rispondeva e di nuovo mi prese la furia, lo strattonai, lo picchiai gridando dieci, venti volte "quanti?" finché lo lasciai e cadde in terra. Scosso dai singhiozzi.
Mugolò: "Perdonami zio, perdonami!"
"Perdonarti? credi di cavartela così a buon mercato? Eh, no! No, no, no!"
"Puniscimi, qualsiasi cosa... ma perdonami..." singhiozzava.
"No!" rispondevo furioso.
Si tolse la camicia, la maglietta, si sfilò la cintura e me la porse: "Picchiami, finché vuoi, picchiami!"
"E poi?" gli chiesi sarcastico, "E poi? Che faccio poi? Ti inculo? Ti sborro in bocca? Eh?"
"Tutto quello che vuoi, zio, ma perdonami!"
Lo guardai e mi sentii sbollire la rabbia, improvvisa come era venuta. Mi fece pietà, lo commiserai. Lo presi per un braccio e lo rimisi sulla sedia. Il suo corpo era scosso dai singhiozzi. Sedetti e lasciai cadere a terra la sua cintura.
"Che possiamo fare, ormai?" gli dissi sconsolato, "Ormai il male è fatto. Anche se ti pestassi a sangue, ormai il male è fatto. Quanti ne avete pestati così?"
"Non lo so..."
"Non lo sai. Hai perso il conto? Dio quanto mi fai schifo, Piccì!"
"No..." gemette lui.
"Sì, Piccì, sì, schifo. Ti credi tanto migliore di noi froci, a pestarci? Dopo averci inculato e prima di derubarci?"
"No..." ripeté scuotendo la testa, senza avere il coraggio di guardarmi.
"Dio santo: dovrei denunciarti, mandarvi tutti in galera!"
"Tutto quello che vuoi, ma perdonami!" ripeté lui.
"Ma perché? Perché? Perché?" gli chiesi io sentendomi il cuore straziato per l'enormità di quello che faceva, probabilmente da anni.
"Perché... perché... perché il frocio sono io, zio! Io, capisci, io!"
Lo guardai sorpreso: "Tu, Piccì? no, non capisco."
"Avevo diciassette anni, è stato due anni fa. Stavo con gli amici. Il fratello del nostro capo, un ragazzo di sedici, mi piaceva. Ci ho provato e quello mi dice di mollarla e poi lo dice al fratello. Mi hanno preso, mi hanno immobilizzato e mi hanno detto: sei frocio tu? No, ho detto io. Allora provacelo... È cominciata così, zio..."
"E tu, per non farti pestare, hai pestato gente che non c'entrava niente. Bel vigliacco!" gli dissi, "Questo non ti giustifica proprio per niente, non lo capisci?"
"Sì, lo capisco."
"Sei sicuro di essere gay?" gli chiesi allora.
"Sì."
"Da quando?"
"Da tre anni."
"Sei mai stato con un uomo?"
"A parte... mai."
"E con donne?" chiesi ricordandomi dei preservativi.
"Sì, coi compagni. Dopo... dopo si va tutti a puttane."
"E tu?"
"Anche io. Se non lo faccio è come dire che sono frocio."
"Ma ti piace?"
"No."
"E inculare le vostre vittime?"
"No."
"E allora, perché lo fai?"
"Non posso più tirarmi indietro, ormai," disse disperato.
"Come non puoi? Quando esci di qui, allora, continuerai?"
"No, no... ma..."
"E allora che intenzioni hai?"
"Non lo so."
"Se non prendevano me, avresti continuato!" dissi amareggiato.
"Non lo so... volevo smettere, te lo giuro, ma non ne avevo la forza."
"E adesso?"
"Adesso... ho paura di non averla ancora."
"E allora?"
"Aiutami, zio!"
"Non avresti dovuto chiedermi aiuto tre anni fa? o due anni fa? Non è un po' tardi, adesso?"
"Zio, ti prego..."
Mi sembrò di rivedere il Piccì ragazzino, sentii una tenerezza infinita e provai l'impulso di abbracciarlo, di coccolarlo, ma non lo feci.
"Zio..." gemette lui e per la prima volta sollevò il capo e mi guardò negli occhi e vi lessi una disperazione profonda che mi fece provare dolore.
"Cazzo, ma ti rendi conto di quello che hai fatto?"
"Adesso sì..."
"Solo perché avete preso me?"
"Anche prima, un po', ma... ma mi giustificavo, cercavo di giustificarmi."
"Dice tua madre che ha avuto l'impressione che ieri tu aspettassi la polizia."
"No, aspettavo te. Sapevo che saresti venuto. Speravo che saresti venuto."
"Perché non sei venuto tu? Anche io, l'altro ieri notte, ti ho aspettato: ma magari tu sei andato a puttane con i tuoi amici per festeggiare, no?"
"No, sono tornato a casa. Non ho dormito..."
"Neanche io ho dormito, Piccì."
"Non li voglio più vedere, non lo voglio più fare..."
"Sta a te, gli dissi."
"Ma tre sono compagni di lavoro, uno è un vicino di casa, come faccio?"
"Piccì, vuoi una buona volta crescere, diventare uomo? Prenditi le tue responsabilità, se vuoi davvero che io possa perdonarti, stimarti di nuovo."
"Capisco."
"Cambia vita, Piccì, finché sei in tempo!"
"Ci provo, zio."
"No! no ci provo; devi cambiare, cazzo!" gli dissi deciso.
"Non so se gliela faccio."
"Allora non farti più vedere, finché non sei deciso a cambiare. Tu m'hai violentato, Piccì, anche se non m'hai sfiorato. Vorrei perdonarti, ma dipende solo da te."
Tornò a casa. Misi il suo coltello, il braccialetto d'oro, il poster, la refurtiva in una scatola aspettando l'evolversi della questione. Speravo davvero che trovasse la forza di tirarsene fuori: se la violenza che avevo subito fosse servita almeno per quello, ne sarebbe valsa la pena.
Ricardo tornò a casa. Gli raccontai tutto.
"Se ne tirerà fuori amore, vedrai," mi disse sicuro.
A letto non facemmo l'amore, ero troppo distrutto. Ma mi carezzò finché mi addormentai fra le sue braccia. Passarono quattro giorni in cui stavo male, non tanto per la schiena quanto per Piccì, perché gli volevo troppo bene. Poi, Ricardo era appena uscito per andare al lavoro, mi arrivò una telefonata: era Tana.
"Piercarlo stanotte è stato assalito da una banda di teppisti, l'hanno pestato a sangue, gli hanno rubato tutto, gli hanno fatto a pezzi gli abiti... adesso è in ospedale! Ma in che mondo viviamo!" mi disse.
"Li ha denunciati?" chiesi.
"Dice che non sa chi sono, ma per forza ha fatto la denuncia, arrivato in ospedale. Sergio non può lasciare il bar, io ti chiamo dall'ospedale."
Mi feci dire dove l'avevano ricoverato e volai in ospedale.
Tana era in corridoio: "Le infermiere lo stanno medicando, mi hanno mandato fuori perché non la smettevo di piangere. Povero Piercarlo, come me l'hanno ridotto!"
Quando potemmo entrare fui impressionato: era tutto un cerotto, una benda, un occhio anche bendato e quel poco di pelle che si vedeva era bluastro. L'unico occhio aperto mi guardò e sapevo che mi stava ancora chiedendo perdono.
"Tana, ora posso stare io qui. Torna a casa, fai da mangiare a Sergio, io posso restare qui anche tutta la giornata."
"Sì, grazie. Poi vengo a fare la notte..."
"Non è necessario, mamma..." bofonchiò Piccì.
Tana uscì, io presi una sedia e sedetti accanto al letto. Gli presi una mano sotto il lenzuolo e mi resi conto che anche la mano era bendata.
"Puoi parlare?" gli chiesi.
"Sì, zio."
"A me puoi dire la verità: cosa è successo?"
Era andato a cercare gli amici e gli aveva detto che lui non sarebbe mai più andato con loro. Gli chiesero perché, gli dissero che non poteva tirarsi indietro se non era un frocio. E allora lui gli disse: "Ma io sono un frocio e non ci sto più al vostro sporco gioco di merda." Allora l'hanno preso, trascinato nel garage di uno di loro, l'hanno violentato tutti e otto per ore, poi pestato a sangue come avevano fatto con gli altri, poi l'avevano portato in strada e lasciato a terra dicendogli che se li denunciava si sarebbero vendicati sulla sua famiglia: "Il bar di tuo padre sarà il primo a saltare in aria," gli dissero. Perciò lui aveva detto di non sapere chi l'aveva assalito. Né che era stato violentato.
"Adesso che l'ho provato, zio, capisco cosa ho fatto, lo capisco davvero. E mi dispiace tanto, e quello che mi hanno fatto andrebbe moltiplicato per tutte le volte che io l'ho fatto agli altri..." disse e pianse.
Lo carezzai.
"Mi perdoni, zio?" implorò.
Come non perdonarlo? Ma, gli dissi, "Tu devi fare ancora una cosa: devi denunciarli. Anche se sarai coinvolto, perché chiaramente loro denunceranno te. Devi dire tutto a tuo padre e poi denunciarli. So che sarà dura, ma penso che devi farlo, bisogna fermarli, farli pagare."
"Sì zio, tutto quello che vuoi. Ma stammi vicino, ti prego."
"Certo, Piccì, ora più che mai. Sei sempre il mio nipote preferito," gli sussurrai commosso.
Pianse, ma questa volta quietamente, di sollievo.
Andai da Stefano per chiedergli un buon avvocato per mio nipote e gli raccontai quello che era successo. Gli dissi che ero disposto a spendere tutti i miei risparmi. Telefonò lui direttamente ad un suo amico avvocato, gay, piuttosto famoso che si disse disposto ad assumere il caso di mio nipote. E, visto il caso e visto che glielo chiedeva Stefano, mi disse che avrei solo dovuto pagare le spese procedurali, lui non avrebbe emesso la parcella.
Sergio e Tana, quando seppero la verità su Piccì, ne furono sconvolti.
Come mi aspettavo, mio fratello Sergio gli disse: "Ti voglio bene, se hai bisogno di me hai solo da farti vivo, ma cercati casa per conto tuo!"
Amore di padre. Tana non riuscì a fargli cambiare idea. Dissi a Piccì di non preoccuparsi: poteva venire ad abitare da me, se il mio amante fosse stato d'accordo. Se no l'avrei aiutato a trovarsi un posto. Ricardo fu immediatamente d'accordo.
Piccì denunciò tutti i suoi compagni, consegnò la refurtiva che io gli avevo trovato. I ragazzi furono tutti condannati, anche perché sia io che altre vittime che lessero la notizia sui giornali, testimoniammo. Ma grazie al suo avvocato Piccì, che era incensurato e che aveva permesso alla giustizia di arrestare tutti i ragazzi, fu l'unico che ebbe la condizionale e non dovette farsi neppure un giorno di carcere, neanche prima del processo perché era in ospedale. L'avvocato usò anche la sua cartella clinica per far pesare la bilancia della giustizia dalla sua parte.
"Me la sono cavata anche troppo bene. Grazie zio," mi disse mio nipote dopo il processo.
Ci sono voluti quasi due mesi perché scomparissero tutti i segni del violento pestaggio a cui era stato sottoposto.
Abbiamo sistemato Piccì in soggiorno con un divano letto. Ha cambiato lavoro perché i compagni lo disprezzavano per quello che aveva fatto. Stiamo bene con Piccì in casa e stiamo pensando che, visto che lavoriamo tutti e tre, potremmo cercarci un appartamento più grande. Piccì e Ricardo sono diventati amiconi. E mio nipote sta timidamente cominciando a vivere la sua sessualità tranquillamente.
Ah, ed ho ridato il braccialetto a Piccì.