È stato il primo a lasciarci. Quando lo conobbi aveva ventiquattro anni, cinque meno di me. La stessa età che ha ora Valerio, l'amante che ha lasciato dopo dieci anni di vita in comune. No, mi sbaglio, Valerio ora ha ventisei anni, infatti quando si sono conosciuti ne aveva sedici, non quattordici.
Edoardo faceva il verduriere, aveva il negozio che ora manda avanti Valerio. Lo conobbi proprio nel suo negozio. Stava a metà strada fra casa mia e la fermata dell'autobus, così, quando tornavo a casa mi fermavo spesso a comprare frutta e verduta: la merce era bella ed i prezzi davvero onesti. E il peso sempre abbondante. Edoardo lavorava nel negozio con il padre e la madre. Era curioso che due genitori come i suoi, il padre decisamente bruttino e la madre grassoccia e insulsa, avessero messo al mondo un ragazzo tanto bello.
No, dire che Dado fosse bello non è del tutto esatto: era estremamente gradevole. Faceva piacere guardarlo. Non era il tipo che guardi e pensi: mamma mia che bonazzo! Però non ti saresti mai stancato di guardarlo. Anche poco prima di morire, nonostante il suo fisico fosse distrutto dalla malattia, il suo volto conservava una qualità speciale, era gradevole da guardare.
Io avevo appena trovato lavoro come ascensorista e così avevo potuto lasciare di nuovo casa dei miei e rifarmi una casa mia. Appunto non lontana dal negozio dei genitori di Dado. Era figlio unico. Quando andavo a fare acquisti, speravo spempre che fosse lui a servirmi. Mi piaceva la sua voce, il modo di muoversi, il suo sorriso tranquillo.
Ecco, sì, Dado era un tipo tranquillo. Anche quando scoprì che aveva il virus rimase tranquillo.
Solo quando seppe che anche Valerio l'aveva lo vidi turbato, per Valerio: "È così giovane, lui!" mi disse.
Lui aveva trentasette anni, Valerio ventuno. Non si chiese mai se avesse dato lui il virus a Valerio o viceversa. Anche se lui era un tipo fedele, a differenza di Valerio che a volte si concedeva qualche scappatella. Anche se diceva di aver sempre preso le sue precauzioni.
A Dado non pesavano le scappatelle di Valerio: "È così giovane," seguitava a dire. "E poi mi vuole bene."
Sì, è vero, Valerio ha voluto molto bene a Dado e Dado a lui, nonostante tutto. Dado accettava Valerio come era. Quando erano diventati amanti Valerio aveva solo sedici anni, anche se ne dimostrava almeno tre o quattro di più. Infatti all'inizio aveva detto a Dado di avere vent'anni: come ventenne dimostrava di meno, ma non certo sedici anni. Gli confessò la verità solo quando divenne maggiorenne e poté andare a vivere con lui.
Conoscevo Dado da un anno quando i suoi decisero di lasciargli il negozio e di tornare al paese d'origine. A venticinque anni perciò iniziò a gestire il negozio da solo. Due o tre volte prese qualche commesso, ma duravano poco, il lavoro era pesante. Doveva andare alle sei ai mercati generali a comprare la merce e riempire il camion, tornare e scaricare tutto, sistemare il negozio ed essere pronto per l'apertura alle otto. Poi chiudeva fra l'una e le tre e di nuovo apriva fino alle otto di sera. Allora bisognava risistemare la merce, caricare sul camion le cassette vuote, fare la lista per l'indomani. Non sempre dopo si aveva la forza di andare a divertirsi. Così i commessi, chi dopo un mese, chi dopo sette, otto mesi, davano forfait.
Si parlava di questo, una mattina in cui non ero andato al lavoro perché avevano chiuso gli uffici per qualcosa che non ricordo. Non c'erano clienti così m'ero fermato, come altre volte, a scambiare due chiacchiere con lui.
Io gli ho chiesto: "Come mai prendi solo sempre commessi maschi?"
Lui mi guardò in modo strano. Io non avevo fatto la domanda con secondi fini: semplicemente pensavo che una commessa potese fare piacere ad alcune clienti: fra donne pare che si trovino meglio.
Mi guardò in modo strano e mi disse: "Per due motivi, il primo che vorrei che mi aiutassero ai mercati generali e una donna non gliela farebbe, e secondo, che a me piacciono i maschi, non sopporto le femmine."
Questa volta lo guardai io in modo strano e mi chiesi se volesse dire quello che avevo pensato.
Lui capì cosa stessi pensando e disse con un sorriso: "Sì, sono gay."
"E me lo dici così?" gli dissi.
"Beh," disse lui, "se sei una persona intelligente non cambia niente, se cambia qualcosa, non lo sei. I miei amici li voglio aperti, non con la testa fasciata."
"Mi consideri un amico?" gli chiesi.
"Vorrei esserlo, perciò te l'ho detto."
Mi venne la ridarella.
Lui sorrise e mi chiese: "Mi spieghi che c'è di buffo?"
"È che sono gay io pure!" gli dissi, "e rido per allegria."
Diventammo amici. E se prima mi piaceva, ora mi piaceva sempre più. Aveva ventisei anni e io trentuno quando una sera mi disse che aveva voglia di me e mi chiese se aspettavo che chiudesse per andare a casa sua. Accettai più che volentieri direi quasi con entusiasmo.
Aveva un appartamentino bello, originale. Quando i suoi gli avevano lasciato negozio e casa, essendone proprietario, fece abbattere tutti i muri fra le stanze, lasciando solo il bagno e sostituendo il muro della cucina con una parete di cristalli di cui uno scorrevole a mo' di porta. Aveva così ricavato un ambiente unico di forma irregolare, suddiviso in zone da bassi mobili e librerie che davano vagamente l'impressione di un angolo di un negozio di mobili. Ma era molto gradevole. Il letto era sotto una finestra, da una parte aveva una parete a da due lati armadi alti sui due metri, che facevano da tramezza. Era un letto matrimoniale senza testiere, e nel sottofinestra c'era un lungo ripiano con cassettini che faceva da comodino.
Cominciammo a fare l'amore sotto la doccia: il suo corpo era sorprendentemente piacevole, gli abiti che indossava non mi avevano lasciato prevedere un corpo così ben fatto. A letto Dado era tranquillo, come sempre, ma non per questo meno caldo ed eccitante. Facemmo l'amore a lungo, con calma e essendo entrambi senza nessun tabù ci trovammo molto bene assieme. Aveva tenuto una luce diffusa e musica lieve di sottofondo. Baciava in modo delizioso. E non solo quello. Rimasi a dormire con lui.
Per un anno ci vedemmo piuttosto spesso, il sabato andavamo a ballare assieme. Sempre più spesso dormivo da lui anche se doveva alzarsi alle cinque. Mi lasciava a letto ed andavo al lavoro direttamente da casa sua, così portai da lui un po' delle mie cose. E dopo un anno, decidemmo di metterci assieme.
Non laciai il mio appartamento, un po' per i miei, un po' perché se avessi portato da lui tutta la mia roba il suo appartamento sarebbe diventato un magazzino e d'altra parte non mi andava di disfarmene. Ma praticamente andavo a casa mia molto di rado, più che altro per vedere se c'era posta, per dare aria o per prendere qualcosa che mi serviva.
Non ci giurammo mai eterno amore. Eravamo due amici che stavano molto, molto bene assieme. E a cui piaceva molto fare l'amore assieme. Eppure in quei tre anni fummo fedeli l'uno all'altro.
Poi lui, un sabato sera, tornati dalla discoteca, dopo aver fatto l'amore, mi disse che un ragazzo che avevamo conosciuto in discoteca lo aveva colpito moltissimo, che sentiva di desiderarlo e non sapeva come fare. Me ne ero reso conto. Gli dissi che non eravamo sposasti, che era libero di fare quello che desiderava. Che io potevo tornare a casa mia.
"Non è giusto, però," mi disse lui; "mi invaghisco di uno e ti dico sloggia; no, non è giusto."
Gli dissi che non era lui a farmi sloggiare. Che se si era innamorato di quel ragazzo era normale che io mi facessi da parte. Perché gli volevo bene. Pianse. Era la prima volta che lo vedevo piangere.
Non volle che me ne andassi: mi disse che se avevo pazienza voleva pensarci bene. D'accordo. Ma era sempre più innamorato di quel ragazzo. Così alla fine gli dissi che tornavo a casa mia. Senza traumi, senza drammi, senza rancori. Portai via le mie cose, ripresi a dormire a casa mia. Ma ci si vedeva ugualmente ogni giorno quando passavo davanti al suo negozio.
Si mise con quel ragazzo. Per un anno lo vidi felice. Poi lo vidi sereno, poi strano. Lo conoscevo abbastanza. Riuscii a farlo confidare: il suo ragazzo, aveva scoperto, faceva marchette. Era stato a letto con parecchi dei nostri amici, per soldi. Lui gli voleva bene, voleva farlo smettere: che bisogno aveva di fare marchette quando lui non gli avrebbe fatto mancare nulla? L'altro gli rispose che a lui piaceva fare marchette, che lo gratificava: pagavano pur di averlo nel loro letto! E lo pagavano profumatamente, era una marchetta di lusso.
La cosa si trascinò per alcuni mesi, ma alla fine lo convinsi a rompere con quel ragazzo: gli stava facendo perdere la serenità, non ne valeva la pena. Ci misi qualche settimana di lavaggio del cervello, ma lo convinsi. E il ragazzo finalmente se ne andò. Cercai di divagarlo, ci riuscii abbastanza bene. Sul suo gradevole volto tornò il sorriso.
Poi, quando aveva trentadue anni, arrivò nel suo negozio un ragazzo di venti anni, così aveva detto, che cercava lavoro. Era Valerio. Dado era appena stato mollato dall'ennesimo commesso e ne aveva bisogno. Il ragazzo pareva serio e forte. Gli spiegò che il lavoro era duro, gli disse quanto era disposto a pagarlo e alla fine concordarono di fare un paio di mesi di prova.
Dado gli disse che comunque, anche se l'avesse assunto, l'avrebbe messo in regola solo dopo almeno un anno: era stufo di fare tutte le pratiche di assunzione ogni pochi mesi: voleva essere sicuro che resistesse.
Così Valerio iniziò a lavorare con Dado. Era un buon lavoratore, svelto, preciso, intelligente. Dado ne sembrava contento, Anche a me fece una buona impressione. Ci sapeva fare anche con i clienti, specialmente con le casalinghe: si ricordava se volevano pomodori sodi o morbidi, se preferivano i carciofi col gambo lungo o senza gambo. E le clienti erano contente e quando Valerio le invogliava a comprare, compravano più di quello che avevano previsto, soddisfatte.
Valerio lavorava con Dado da due mesi quando una sera Dado gli chiese se poteva fermarsi per fare le pulizie generali: gli avrebbe pagato un taxi per tornare a casa. Il ragazzo accettò. Ma fecero più tardi del previsto.
Quando finalmente uscirono dal negozio Valerio gli disse: "Domattina alle cinque e mezzo devo esesre pronto per venire ai mercati generali e adesso è tardi. Se vado a casa mi resta poco per dormire. Potrei fermarmi da te?"
Dado gli disse: "Volentieri. Se ti va di dormire sul sofà, perché ho un solo letto."
Andarono a casa di Dado.
Quando Valerio vide il letto matrimoniale disse: "Ma c'è abbastanza posto per due."
Dado era piuttosto attratto dal ragazzo, perciò temeva nello stare a letto assieme di non sapersi controllare, e gli disse: "Ma io la notte scalcio, non riusciresti a dormire."
Valerio rise e disse: "Ho il sonno pesante, non ti preoccupare."
Andarono a letto assieme. Fecero una doccia, prima il ragazzo poi Dado che lo vide nudo e pensò che era più che mai desiderabile e che avrebbe dovuto fare un vero esercizio di autodisciplina per non cedere alla tentazione: ma non voleva perdere un aiuto che si stava rivelando prezioso. Quando lui arrivò a letto il ragazzo era già sotto le coperte. Avevano indosso solo le mutande, tutti e due.
Spense la luce e gli diede la buonanotte: avevano entrambi bisogno di dormire, disse. Ma dopo poco una mano del ragazzo gli sfiorò un fianco. Pensò che fosse un gesto casuale ma si eccitò e trattenne il respiro. La mano gli si posò sul petto e glielo carezzò. Dado quasi tremava. La mano di Valerio scese al ventre.
Dado allora chiese sottovoce: "Hai voglia?"
"Sì... ma tu?"
"Da morire... vieni qui..."
Il ragazzo si sfilò le mutande al buio e si addossò a Dado che sentì che era pienamente eccitato.
Il ragazzo gli succhiò un capezzolo e gli disse: "Ti desidero dal primo giorno che sono venuto a lavorare da te."
"E hai capito che ti desidero anch'io?" gli chiese Dado emozionato.
"Sì," gli disse Valerio sfilandogli le mutande e carezzandolo intimamente, "prendimi!"
Quando vidi Dado il giorno dopo capii subito che era capitato qualcosa di bello.
Mi prese per un braccio dicendomi: "Vieni, ti offro un caffè." e mi disse di Valerio.
Il ragazzo si fermò a vivere con Dado, perché tanto abitava da uno zio, poiché i suoi abitavano in un paesino di montagna, che per lui non aveva affetto ma che lo tollerava soltanto, e che sarebbe stato felice di liberarsi di lui. Il fatto che Valerio facesse l'amore con Dado non aveva cambiato affatto il suo impegno al lavoro, anzi, sembrava persino più efficiente di prima.
E presto fu evidente che i due erano innamorati.
Dado gli disse che voleva metterlo in regola, ma Valerio rispose che preferiva aspettare l'anno come avevano detto all'inizio: "Non mescoliamo lavoro e amicizia," gli disse con un sorriso.
Il fatto era che gli aveva mentito sulla sua età, che non era ancora maggiorenne e che non voleva che Dado lo scoprisse. Diceva Dado che non l'aveva mai sospettato: anche fisicamente pareva davvero un ventenne. Anche l'uccello, mi confidò poi, era da uomo adulto, non certo da ragazzino!
Passato un anno, Valerio riuscì, dicendo sempre di sì e rimandando di mese in mese, a far passare il secondo anno finché finalmente compì diciotto anni. C'ero anche io quando lo confessò: per il suo compleanno Dado aveva fatto una festicciola in casa e mi aveva invitato per mangiare la torta assime durante l'intervallo di pranzo. Io avevo chiesto al lavoro un'ora di più per il pranzo ed ero andato. Avevo portato anche un regalo per Valerio.
Dado accese le ventidue candeline sulla torta e la portò a tavola: "Soffia!" disse con un ampio sorriso a Valerio.
Questi lo guardò, mi guardò e sentii che era leggermente teso. Pensai che fosse emozionato. Valerio prese quattro candeline dalla torta, le tolse e le spense.
Poi disse: "Ecco, adesso sono giuste."
"Che fai, ti cali l'età?" gli chiese divertito Dado.
"No, oggi compio diciotto anni, ti ho detto una bugia, perdonami." disse Valerio e guardava Dado così serio, così teso, in attesa di una reazione che io capii subito che non scherzava.
Non Dado. "Va bene, allora anche io ho trent'anni," gli disse allegro, "ti ho mentito anche io."
"Valerio," gli suggerii, "fagli vedere la tua carta d'identità."
Allora Dado capì che non era uno scherzo e mi chiese: "Ma tu lo sapevi?"
"No, ma ho capito che sta parlando sul serio."
"Perché?" chiese Dado al ragazzo.
"Forse mi avresti preso in negozio anche se avevo sedici anni, ma mi avresti preso come tuo ragazzo?"
"No, forse no, ammise Dado."
"Tu non ti saresti mai messo con un minorenne, no?"
"No, certo."
"Perciò dovevo dirti una bugia, perché io volevo stare con te, essere tuo. Spero che non sei troppo arrabbiato con me, ora..."
Dado lo guardò e pian piano s'aprì in un sorriso, lo abbracciò, lo baciò e disse: "No, ti amo troppo. Soffia sulle candeline, ora. Ma devi farmi una promessa."
"Certo."
"Non mi dirai mai più una bugia, neanche piccola così!" disse avvivinando pollice ed indice indicando uno spazio di meno di un centimetro.
"Mi hai perdonato?"
"Tu prometti..."
"Prometto!"
"Bene. Buon compleanno, amore."
E Valerio non disse mai neanche la più piccola bugia. Un paio di anni dopo Dado era dovuto andare al paese perché il padre era moribondo. Pensava di chiudere il negozio ma Valerio disse che poteva benissimo mandarlo avanti da solo: da un anno aveva preso la patente infatti e la mattina poteva andare con il leoncino ai mercati generali. Dado dovette rimanere al capezzale del padre per tre settimane, poi ci fu il funerale, così tornò a casa un mese dopo. Si erano potuti sentire solo per telefono in quel periodo.
Quando tornò, Valerio, la sera a letto prima di cominciare a fare l'amore, gli disse: "Sono andato a ballare."
"Hai fatto bene, amore."
"No che non ho fatto bene."
"Perché?"
"Ecco io..." e gli confessò che aveva fatto l'amore con un ragazzo che aveva conosciuto in discoteca.
Un americano di passaggio suo coetaneo. Gli disse che gli dispiaceva tanto, che non avrebbe mai pensato di essere così debole. Dado lo perdonò e per dimostrarglielo ci fece l'amore. Valerio dopo gli disse che lo amava davero e che non l'avrebbe lasciato mai.
"Non ti chiedo tanto," gli rispose Dado. "Mai e sempre sono due parole grosse."
"Allora spero di non lasciarti mai, va meglio così?" gli chiese il ragazzo.
Sì, erano proprio una gran bella coppia. Anche se Valerio ci ricadde alcune volte: non veramente spesso. Nei dieci anni che stettero assieme sarà capitato tre o quattro volte. Considerando che la prima volta è stata quattro anni dopo che vivevano assieme, e che smise cinque anni fa, tre o quattro volte in un paio d'anni.
Dado mi diceva tutto: siamo rimasti sempre molto amici io e lui. Lui, Carlo, Silvia e mia sorella Clara sono le quattro persone con cui c'è sempre stato un rapporto di completa confidenza. Beh, logicamente Ricardo ed ora a poco a poco anche Piccì. Quando Dado mi raccontava delle scappatelle di Valerio lo faceva con un sorriso indulgente, e lo scusava sempre.
Poi, cinque anni fa Dado andò a fare un esame per qualcosa di banale, non ricordo neppure quale fosse il motivo, talmente era poco serio. E scoprì di essere sieropositivo. Fui io il primo a saperlo. Mi telefonò al lavoro, non l'aveva mai fatto prima. Fu una fortuna che non fossi in giro per servizio. Mi chiese quando poteva vedermi.
Il tono della voce era normale e gli dissi: "Stasera, quando torno a casa passo da te."
"No, ci sarà anche Valerio. Ho bisogno di parlarti prima."
Il fatto che mi avesse telefonato al lavoro, che volesse parlarmi prima di vedere Valerio mi fecero intuire che doveva essere accaduto qualcosa di grave.
"Vuoi che chieda un permesso e che ci vediamo subito?" gli chiesi.
"Se non ti dispiace," rispose lui lieve e, nonostante il suo tono tranquillo capii di aver intuito giusto.
Non ebbi difficoltà ad ottenere mezza giornata di permesso: non lo chiedevo mai.
Dado mi aspettava ai giardini di fianco al teatro. Anche il posto era inconsueto. Ci trovammo. Mi portò a sedere su una panchina.
"Sono sieropositivo, HIV, morirò di AIDS, mi disse tranquillo."
Lo guardai incredulo: "Ma dai! sei sicuro?"
"Sì, anche se vogliono fare una seconda analisi. Devo smettere di fare l'amore con Valerio. Devo convincerlo ad andarsene, non voglio infettarlo."
C'era dolore nelle sue parole, anche se apparentemente il tono era sereno.
"Prima devi esserne sicuro, e poi... è una decisione che deve prendere lui, se mai, non tu," gli dissi. Avevo una gran voglia di piangere, ma cercavo di controllarmi. "Da quando?" gli chiesi.
"Non si può sapere; da almeno sei mesi o non se ne sarebbero accorti, ma forse da anni, chi sa."
"Ma come puoi averlo preso, da chi?"
"E chi lo sa, visto che non si sa da quando. E poi, che importa? Chi me l'ha passato certamente non lo sapeva."
"Puè essere stato Valerio... le sue avventure..." dissi io.
"Può essere come no. Piuttosto, sono terrorizzato dall'idea di avegliela passata..."
"Se non t'importa che te la possa avere passata lui, non dovrebbe importare neppure se è nell'altro senso," gli dissi.
"Eh no! Io lo amo. Non vorrei avregli fatto del male, neppure involontariamente, non lo capisci?"
"Sì, lo capisco. Ho detto una cosa stupida, vero?" gli dissi e sentivo un nodo alla gola e non sapevo se sarei riuscito a non piangere.
No, non Dado! Il dolce Dado, buono come il pane! Perché la vita era così ingiusta?
"Non vorrei averla attaccata a te, mi disse."
"Non credo, quando eravamo assieme l'Aids ancora non c'era."
"No, sciocco: ancora non si sapeva che ci fosse; controllati, per favore. E devo vedere se posso rintracciare quelli con cui ho fatto l'amore. Per fortuna sono pochi, ma non so se riuscirò..."
Parlammo a lungo. Mi disse che voleva intestare tutto a Valerio.
"Ma se ti lasciasse?" gli chiesi.
"Non cambia nulla, anzi vorrei che mi lasciasse; lui non ha niente, nessuno e la mia roba a chi andrebbe? lui se la merita, se non altro; è giovane, ha tutta la vita davanti."
"Se non è anche lui..." iniziai e mi morsi la lingua.
Dado sorrise e ripeté: "Comunque."
"Ma se ti ammalassi, ti farebbe comodo avere un po' di soldi per curarti."
"Le cure sono gratis, ha detto il dottore; e i soldi servono per vivere, non per morire."
"Non è detto che muori."
"Prima o poi non capita a tutti?" mi disse Dado.
"Sì, ma..."
"Ma niente; potrei morire prima di qualcosa altro, chi lo sa? la morte... no, non mi fa paura, almeno per ora; quando arriverà, non lo so se mi farà paura."
Lo accompagnai fino al negozio e gli dissi che lo aspettavo al bar. Passò un'ora circa. Poi venne.
"Come l'ha presa?"
"Abbiamo pianto; ma non vuole lasciarmi, assolutamente, e vuole continuare a fare l'amore con me, ma io non posso."
"Se prendete precauzioni..." azzardai io.
"No, non si può mai essere sicuri: se si rompe il preservativo... no, non posso, anche se sarà difficile; mi sa che dovrò litigare con lui, stanotte; comunque domattina andrà a fare le analisi; e poi dice che vuole comprare un libro sull'AIDS per sapere come si deve fare a... conviverci."
Dado mi chiese se mi andava di parlare con Valerio per convincerlo ad andarsene, o per lo meno a rinunciare a fare l'amore con lui. Gli dissi di sì, ma che lì al bar sarebbe stato difficile parlare. "Andate a casa nostra, allora," disse Dado.
Facemmo così. Valerio fu irremovibile su tutti e due i punti e quando insistetti che almeno non doveva fare l'amore con Dado, lui disse, guardandomi deciso: "Spero di essere sieropositivo anche io! almeno possiamo fare l'amore come prima."
"Dado preferirebbe di no, perché se sei sieropositivo anche tu potebbe pensare di avertela passata lui."
"O io a lui, no?" mi disse Valerio.
"Il rimorso non serve a niente e a nessuno," gli dissi.
"Appunto," concluse lui, "spero di essere sieropositivo; con tutto il cuore; perché io lo amo, anche se non ho saputo esergli fedele."
"Lo so, e lo sa anche lui," gli dissi.
La sua preghiera fu esaudita: risultò sieropositivo anche lui e lui ne fu felice. Invece Dado pianse. Non aveva pianto per sé, pianse per Valerio. Ma continuarono a fare l'amore: li aiutava tutti e due ad affrontare la vita... o la morte.
Dado cominciò subito la cura con l'AZT, i suoi T4 erano molto bassi. Per Valerio invece non fu necessario e dopo cinque anni ancora non gliela fanno cominciare. In un primo momento i T4 di Dado aumentarono, poi scesero di nuovo. Passarono ad DDI, poi AZT e DDI, ma pareva una lotta impari.
"Sto bene e mi fa un buffo effetto pensare che dentro di me quelli si moltiplicano a miliardi e cercano di distruggermi. E sono stupidi, perché quando morirò io, muoiono anche tutti loro," mi disse un giorno Dado quando ancora non erano cominciate ad apparire le malattie opportunistiche.
Per tre anni parve in forma. Erano sereni, tutti e due, e più uniti che mai. Valerio non ebbe più avventure. Dado intestò tutto a Valerio e dovetti convincere io il rgazzo ad accettare. Poi due anni fa morì la mamma di Dado.
"Sono contento, almeno non mi vedrà morire, povera mamma," mi disse dopo il funerale.
Poco dopo iniziarono i suoi primi problemi. Dimagrì a vista d'occhio. Per un anno riuscì ad andare in negozio, poi sempre meno. Gli ultimi mesi li passò in ospedale. Valerio aveva preso due ragazzi a bottega per non chiudere e poter stare vicino a Dado: i guadagni se ne andavano quasi tutti.
Dado si stava riducendo al lumicino eppure era sereno: non lo sentii mai arrabbiato con nulla e nessuno, neppure con la vita. Non era fatalismo, rassegnazione, era... serenità vera, profonda.
"Ho vissuto bene, ho avuto molto dalla vita. Ho Valerio accanto, che posso desiderare di più? Stagli vicino, quando me ne vado, soffrirà molto, perché adesso si sta facendo tanto coraggio per me. Non ha più nessuno al mondo, lo sai. Promettimi che gli starai vicino," mi diceva con dolcezza finché fu lucido, nei rari momenti in cui Valerio usciva dalla stanza.
Io passavo quasi interi i miei giorni di riposo in ospedale, anche per dare il cambio a Valerio.
Si spense, imbottito di calmanti per sopportare il dolore. Il suo volto scavato rimase gradevole da guardare anche nel pallore della morte. Lo accompagnammo all'ultima dimora tutti noi suoi amici. Poi Valerio, quando lo accompagnai a casa, mi si abbandonò fra le braccia e pianse.
"Perché io non ho ancora niente e lui è andato via così in fretta?" mi chiedeva e non sapevo cosa dirgli.
Che si può dire di fronte al dolore, alla morte?
Convinsi Valerio a chiudere il negozio per lutto per una settimana e lo feci venire a casa mia.
La notte si dormiva abbracciati e lui mi diceva: "Dio santo, quanto mi manca? Che farò? Che me ne faccio della vita senza di lui? Era tutto per me."
"Anche tu per lui," gli dicevo io. "L'hai reso felice, Valerio. Questo è importante."
Riusciva ad addormentarsi. Ma a volte mi svegliavo sentendolo piangere, in piena notte, silenziosamente. Facevo finta di non accorgermene, di non essermi svegliato: aveva bisogno di sfogarsi, di non controllarsi, anche se con me lo faceva poco.
In quei giorni Ricardo decise di lasciarci soli ed andò via con una scusa dicendo che doveva fare un viaggio ed invece andò a dormire da Carlo e Silvia. Gliene fui grato, apprezzai molto quel gesto. Ricardo ha un cuore d'oro. Ed un profondo rispetto per il dolore degli altri. Anche Piccì voleva andare altrove, ma lo convinsi a rimanere o Valerio avrebbe intuito la bugia di Ricardo e non volevo.
Valerio ha riaperto il negozio, è tornato a vivere nella casa di Dado, in casa sua. Si sta riprendendo, molto molto lentamente. Il lavoro lo aiuta. Dado lo sta aiutando, da lassù, ne sono convinto.
Ricardo o Piccì o io andiamo spesso a fargli compagnia.