Chissà perché due che sarebbero genitori perfetti non hanno figli? O, forse, se avessero figli, alla prova dei fatti risulterebbero essere genitori meno perfetti?
Silvia e Carlo hanno quattro anni di differenza, e lui ne ha quattro meno di me. Li ho conosciuti quando erano ancora fidanzati. Prima ho conosciuto lui, una settimana dopo anche lei.
Lui era venuto in discoteca con amici. Mi piaceva molto. Vedendo che non filava nessuna ragazza, pensai che forse era lì per il mio stesso motivo. È il fascino delle discoteche miste che a me sono sempre piaciute più che non le discoteche solamente gay. Non puoi dare nulla per scontato, in una discoteca mista. Devi scoprire tutto, a poco a poco. Che una bella ragazza è un travestito, che un'altra è lesbica, se un bel ragazzo è etero, o bisex o gay... Una specie di enorme caccia al tesoro. E i gay, nelle discoteche miste, non fanno salotto.
Decisi di fare una corte discreta a Carlo, di sondarlo. Gli sorrisi e mi rispose con un sorriso. Più tardi lo salutai e rispose al mio saluto. Allora gli offrii da bere. Accettò e venne con me al bar. Lì c'era un po' meno di frastuono. Sedemmo su un divanetto, uno accanto all'altro e chiacchierammo. Aveva un sorriso molto bello, occhi intelligenti. Mi piaceva sempre più. Come per caso, misi un braccio dietro di lui, sulla spalliera del divanetto, in un semiabbraccio. Lui non ebbe nessuna razione, continuò a sorridermi ed a parlare come prima. Gli dissi che stavo molto bene con lui, che ero contento di averlo conosciuto. Mi rispose che era lo stesso per lui, che sperava che diventassimo amici.
Mi batteva il cuore. Seppi che aveva ventotto anni, che era capoufficio in un'azienda affermata in cui lavorava da nove anni e che aveva davanti una buona carriera. E lo divoravo con gli occhi: i suoi erano belli! Ed i calzoni attillati lasciavano indovinare qualcosa di apprezzabile sotto la patta. Mi parlava di automobili: le ha sempre amate. Parlando mi aveva messo una mano sull'avambraccio della destra che avevo sulla gamba. Fremetti di piacere, di anticipazione. Ero quasi sicuro, ormai.
Quando mi disse che il frastuono della discoteca l'aveva stancato e mi chiese se avevo voglia di uscire, di fare due passi con lui, esultai. Accettai subito. Passeggiammo un po', chiacchierando, e ad un certo punto gli chiesi se doveva rientrare. No, il giorno dopo era domenica, mi disse. Allora, esitante ma pieno di speranza, gli proposi di salire da me a bere una birra. Accettò. Ero eccitato.
Arrivati a casa mia, gli offersi la birra, sedemmo sul mio sofà, gli misi una mano sulla coscia e lui sorrise. Allora gli dissi che mi piaceva molto.
"Anche tu mi piaci," disse.
Allora mi decisi e finalmente gli dissi che mi sarebbe piaciuto tantissimo fare l'amore con lui!
Mi guardò sorpreso, poi, con voce dolce, senza irrigidirsi, senza cambiare atteggiamento, espressione, disse che gli dispiaceva, ma lui non l'aveva mai fatto con un uomo, e non gli andava di provarci... nemmeno con me. Mi sentii una morsa allo stomaco. Gli dissi che lui m'aveva lasciato sperare il contrario. Sembrò confuso, si scusò: non ne aveva intenzione, non l'aveva immaginato, non aveva voluto certamente prendermi in giro.
Avevo la testa in subbuglio, tolsi la mano dalla sua coscia e mi alzai, poi, senza guardarlo, gli chiesi se ora che sapeva preferiva andare via da casa mia.
Lui mi rispose: "Se lo vuoi tu, io vado... ma io rimarrei volentieri; per me non è cambiato nulla."
Mi girai a guardarlo incredulo, ma lui aveva lo stesso sorriso di prima e mi disse che in fondo gli avevo fatto un complimento con la mia proposta. Mi disse di tornare a sedere accnto a lui. Mi disse che se per me andava bene, lui ci teneva ad essere mio amico.
Che la mia sessualità non era affatto un problema: "Sei una persona gradevolissima, sei un giusto," mi disse.
Ero ancora piuttosto sottosopra. Lo ringraziai e sedetti accanto a lui.
Mi pose di nuovo la mano sul braccio e mi disse che non avevo nessun motivo di ringraziarlo, che io gli piacevo davvero molto, anche se in un senso diverso da quello che avevo sperato. Mi disse che lui era fidanzato e che presto si sarebbe sposato. Che avrebbe avuto piacere se avessi potuto conoscere Silvia, la sua ragazza. Che le sarei piaciuto.
Restò con me fino alle quattro di notte. Mi dette l'appuntamento per il sabato seguente in discoteca. Mi salutò con una stretta di mano salda, e mi disse con un sorriso lieve che era felice di avermi conosciuto.
Tre giorni dopo trovai nella mia buca delle lettere un suo biglietto in cui mi ripeteva che era molto lieto di avermi incontrato, che aveva passato una bellissima serata con me e che contava di vedermi il sabato seguente.
Beh, ero deluso, ma al tempo stesso contento. Anche io sarei stato contento di poter avere un amico come Carlo. Anche perché sapevo che ora potevo parlare con lui anche senza indossare una maschera. Infatti, dopo quel... chiarimento, quella notte ci eravamo scambiati le nostre confidenze. Il suo primo amore a diciassette anni, la mia prima esperienza subita a quattordici, cercata a diciassette. Il fatto che avevo lasciato il mio primo lavoro per liberarmi da una situazione difficile.
Volle che gli raccontassi. Gli spiegai che a ventiquattro anni, appena laureato, ero stato assunto in un laboratorio di ricerche elettroniche. Il lavoro mi piaceva molto. Il direttore, un ingegnere di trentasei anni, un bell'uomo, era molto in gamba sul piano tecnico. S'era laureato nella mia stessa università dodici anni prima, a pieni voti con dignità di stampa. Aveva fatto carriera in fretta. Il direttore pareva apprezzare molto il mio lavoro, non mi lesinava lodi e consigli. Ero contento.
Lavoravo lì da tre anni. Un giorno, all'ora di chiusura, mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che gli piacevo molto, e che stava pensando di affidarmi una progetto importante, primo passo per farmi diventare capoufficio, e magari anche suo vice, un giorno non troppo lontano. Ero lusingato, felice. Frattanto erano usciti tutti e la segretaria gli aveva chiesto per interfonico se avrebbe chiuso lui. Le disse di tirarsi dietro la porta. Poi mi disse di accomodarmi nel divanetto del suo ufficio, per bere qualcosa con lui e parlare con calma dei suoi progetti su di me. Aprì un mobiletto, mi offrì un whisky, sedette accanto a me.
Mi mise un braccio sulle spalle in quello che intrepretai come un gesto amichevole, ma si girò verso di me e, stringendomi, tentò di baciarmi. Ero talmente sorpreso che scattai in piedi. Non è che non mi piacesse, semplicemente non me l'aspettavo. Lui si alzò e mi disse deciso di sedermi: se volevo fare carriera dovevo andare a letto con lui. Così, papale papale.
Se avesse messo la cosa sotto un altro aspetto, se mi avesse detto che gli piacevo troppo, se non l'avesse posta come condizione, probabilmente avrei anche potuto accettare, ma così mi sentii ribollire il sangue. Gli risposi che non ero una puttana, che non ero in vendita al migliore offerente. Lui cercò di abbracciarmi di nuovo e sentii che era eccitato. Gli sfuggii ed andai verso la porta.
Lui mi bloccò e mi disse con un sorriso sardonico: "So che sei gay anche tu, hai scopato con un mio amico proprio pochi giorni fa. È stato lui a dirmi di te, quando gli hai detto dove lavori. E mi ha detto che fotti bene. Perciò fallo con me ed avrai la carriera assicurata."
Gli dissi di lasciarmi andare, che anche se ero gay si levasse dalla testa di portarmi a letto.
Lui mi palpò fra le gambe e disse di non fare il prezioso, che mi voleva, subito, lì. Lo respinsi con violenza e gli dissi di nuovo di lasciarmi andare e tentai di aprire la porta: non m'ero accorto ma l'aveva chiusa a chiave. E non c'era più nessuno. Mi girai verso di lui con aria bellicosa e gli chiesi se voleva fare a pugni. Lui mi si addossò di nuovo e mi palpò di nuovo fra le gambe con un sorriso sicuro. Gli diedi una spinta e lo feci cadere a terra in centro alla stanza. Gli dissi che o apriva subito la porta o chimavo la polizia col telefono e mi avviai verso la sua scrivania.
Si alzò in piedi riassettandosi la giacca e mi disse di non fare lo stupido: "O ti spogli o tu qui finirai a lavare i cessi," mi disse.
Alzai la cornetta del telefono deciso a fare il 112.
Mi lasciò andare. Il giorno dopo non andai al lavoro: gli feci recapitare una lettera in cui davo le dimissioni in tronco e lo diffidavo dal non pagarmi l'ultimo mese di lavoro.
E rimasi senza lavoro.
Quando spiegai, dovetti farlo, ai miei il motivo di quella che poteva sembrare una pazzia, i miei mi furono solidali. Specialmente Clara, che era l'unica a sapere che sono gay. Ma anche Sergio.
Carlo, quando gli raccontai questo fatto, mi disse che non avrebbe mai pensato che le molestie sessuali potessero essere dirette anche nei confronti di un uomo, ma che gli pareva logico, ora che gliel'avevo raccontato. E che avevo fatto bene a reagire in quel modo. Poi disse con un sorriso che però pensava che forse un altro impiegato, magari anche etero, pur di far carriera si sarebbe piegato alle voglie del direttore. E che perciò mi stimava ancora di più.
La settimana seguente conobbi Silvia in discoteca: era molto graziosa, spigliata, spiritosa e simpatica... nonostante fosse una professoressa di matematica. Non che io abbia niente contro i professori di matematica, ma tutti quelli che ho conosciuto sia uomini che, specialmente, donne sono persone molto poco piacevoli. Silvia invece era deliziosa. Legammo subito ed era evidente che Carlo ne era lieto. Io e Silvia ballammo anche: è una delle poche donne con cui ho ballato con piacere, oltre che con Clara da giovani.
Quando, in un momento in cui lei non ci ascoltava, dissi scherzoso a Carlo che non sapevo se mi avrebbe lasciato ballare con Carla fra le braccia se non avesse saputo che ero gay, lui mi dette dello stronzo e mi disse che si fidava di me. E non perché ero gay.
"Con te," mi disse, "verrei anche a letto, perché so che non mi creeresti problemi. Chiaro?"
Chiaro.
Ci si vedeva piuttosto spesso e diventammo amici.
Una volta che ero solo con Silvia, sicuro che Carlo le avesse detto di me, le dissi: "Quello che mi piace molto in lui è che, anche se ho provato a portarmelo a letto, mi ha detto di no ma non è cambiato niente fra noi."
Silvia mi guardò sorpresa, poi mi chiese: "Ma sei bisex, tu?"
"No, con te mica ci ho mai provato, no? Io sono gay. Non te l'aveva detto Carlo?" le chiesi sorpreso a mia volta.
"No."
"Strano," dissi io.
"No, perché? che tu sia gay o no non è rilevante, non ci riguarda cosa fai a letto e con chi, finché non siamo uno di noi due; logico che non me l'abbia detto; tu sei tu e basta."
Io allora le dissi: "Sì, ma con lui ci ho provato."
"Naturale," disse lei, "se ti piace..."
"Sì, mi piace."
"Anche a me, ti capisco," rispose lei sorridendomi con un'aria complice che mi fece molto piacere, e aggiunse: "ma per tua sfortuna e mia fortuna, sono arrivata prima io!"
La nostra amicizia si rafforzò ulteriormente.
Con Carlo e Silvia ho potuto parlare dei miei amori, dei miei problemi, sicuro di trovare amici pronti ad ascoltarmi, a consigliarmi, a consolarmi, senza atteggiarsi a giudici. Amici veri, insomma.
Mi capitò anche di dormire nello stesso letto con Carlo, una volta che eravamo andati assieme a sua sorella e sua moglie a Venezia per una mostra. Non eravamo riusciti a trovare una matrimoniale e due singole, ma solo due matrimoniali e anche altrove non c'erano stanze libere.
Silvia allora disse: "Noi donne in una stanza e voi uomini nell'altra, non ci sono problemi."
Fu la prima volta che vidi Carlo nudo quando uscì dalla doccia. Peccato che fosse etero, sposato e fedele...
A letto chiacchierammo un po'.
Quando decidemmo di dormire, lui mi disse: "E non stare tutto da una parte del letto per paura di toccarmi e che penso male. Dormi tranquillo, non farti problemi."
Anche di questo gli sono grato: di aver capito. Infatti quella era proprio la mia intenzione, se non me l'avesse detto. E dormii tranquillo, benissimo, sentendo il calore del suo corpo accanto al mio con infinito piacere.
Mi eccitai, mentre mi adormentavo, ma non tanto da crearmi un problema. Un'eccitazione dolce, tranquilla. E un senso di languido desiderio.
Carlo quando sposò Silvia volle che fossi io uno dei due testimoni per lui, l'altro era suo cugino.
Sì, è davvero un peccato che non abbiano avuto figli pur desiderandoli tutti e due. Due persone così equilibrate, aperte, intelligenti e buone, sarebbero stati genitori ideali. Anche Ricardo la pensa come me.
Mi ha detto Silvia che Ricardo le ha chiesto se lo aiuta a studiare un po' di matematica.
"Ti interessa?" le ha chiesto lei.
"No, ma lui è un ingegnere e io sono quasi analfabeta... Cioè so leggere e scrivere e anche fare conti semplici, però... Mi insegni?"
"Volentieri, sei un ragazzo intelligente, non sarà difficile."
Quando Silvia me lo raccontò, dissi a Ricardo che era sciocco a crearsi problemi sul nostro livello di istruzione: "E poi," gli dissi, "a me a che è servito studiare? Ho una laurea e faccio l'ascensorista, per cui bastava anche la quinta elementare. Il diploma serve a poco."
Ricardo ha annuito e mi ha detto: "A me non interessa un diploma, ma è bello sapere più cose, no? e mi piace quello che mi sta spiegando Silvia, non credevo che la matematica fosse così affascinante. Silvia è un'ottima insegnante."
Quando avevo detto a Carlo di essermi innamorato di Ricardo e che era venuto ad abitare con me, mi abbracciò stretto e mi disse: "Congratulazioni!"
Pochi giorni dopo ricevetti a casa un pacco con un elegante servizio da caffè per due, un tête à tête firmato Taipio Virkkala. Assieme c'era un biglietto: "Visto che non potete fare la festa di nozze, almeno il regalo ci vuole; con affetto Silvia e Carlo."
Lo usiamo tutte le mattine per fare colazione.