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una storia originale di Andrej Koymasky


pin RICARDO CAPITOLO 6
MIO FRATELLO

Sergio ha cinquantadue anni. È sposato da ventinove anni con Tana che ne ha quarantatré. L'aveva messa incinta che lei aveva solo quattordici anni e l'aveva dovuta sposare. Era nata mia nipote Marta. Tana è una donna in gamba, mio fratello è stato fortunato. Poi nacque Gemma, poi, ultimo, Piercarlo o Piccì. Tana è coetanea di mia sorella, erano compagne di classe. Io avevo diciotto anni quando accadde il fatto. Fu un dramma quando Sergio confessò a casa quello che aveva combinato.

Mio padre gli chiese urlando se non sapeva che esiste il preservativo, o "l'impermeabile" come lo chiamava lui.

Mia madre gli disse che era una vergogna aver approfittato così di una ragazzina ingenua: "... e poi ha l'età di tua sorella!"

Si sposarono ma i genitori di Tana imposero che la figlia vivesse con loro fino ai diciotto anni. Non andò cosi. Proprio dopo l'estate in cui io conobbi Giorgio al mare, in settembre, Tana scappò da casa sua con Marta in braccio e si presentò a casa nostra: voleva vivere con suo marito. Mia madre le dette ragione. La famiglia di Tana fece il diavolo a quattro ma la legge era dalla parte di Sergio e Tana. Stettero un anno in casa con noi, poi Sergio, con l'aiuto di mio padre, trovò un appartamentino e quando nacque Gemma, concepita in casa nostra, poterono andare a vivere assieme.

Piercarlo invece nacque sei anni dopo Gemma, infatti ora mio nipote ha ventuno anni.

Sergio non è male, come uomo. È serio, lavoratore, onesto. Solo ha idee piuttosto ristrette. Disprezza gli zingari, gli arabi, i gay, i drogati, i comunisti ed i preti. Non li odia, non li discrimina, dice lui, basta che non gli ronzino intorno.

Logicamente perciò, al contrario di mia sorella, lui non sa che io sia gay. O, se lo può pensare, non se ne è mai parlato. Ma credo proprio che non lo sappia, altrimenti non me lo manderebbe a dire. Me lo immagino: "Ti voglio bene, sei sempre mio fratello, ma non ti far più vedere. Se hai bisogno ti darò sempre una mano, ma stammi alla larga." Proprio come ha fatto con il figlio.

Non è affatto cattivo, quando qualcuno dice che gli arabi bisognerebbe ammazzarli tutti, lui si arrabbia: "Sono uomini come noi. Ma restino a casa loro. Sono benvenuti come turisti."

Sergio ha un bar: non nega mai un bicchiere d'acqua ad un arabo e se ordina qualcosa a pagamento lo tratta come qualsiasi altro cliente. Con gli zingari è un po' più selettivo. Ma solo perché sono sporchi, dice lui.

"Se vogliono vivere da nomadi, non vengano in Italia."

Quando io gli ho chiesto dove dovrebbero andare se nessuno li vuole, lui ha risposto: "E allora smettano di fare i nomadi, si trovino un lavoro onesto, si lavino, non diano fastidio chiedendo l'elemosina o rubando. Guarda i filippini, nessuno dice niente, no? Ma quelli sono lavoratori, sono onesti, sono puliti."

Non lo smuovi, qualunque ragionamento tu possa fare. È un uomo dalle salde convinzioni, sbagliate o giuste che siano. Per lui sono giuste, logicamente. Solo che non le mette mai in dubbio, non ci pensa neppure. È un campione della tautologia, uno del tipo: i casi sono due, o ho ragione io o hai torto tu. Quando gliel'ho fatto notare si è arrabbiato.

Tana ci sa fare. Credo che non abbiano mai litigato. È intelligente, mia cognata, sa perfettamente quali sono i difetti ed i limiti di Sergio ma, giustamente, non ne parla. Qualche volta che mi sono sfogato con lei per qualche mio attrito con Sergio, l'unico suo commento accorato è stato: "ma è buono". Ha ragione. Non le ho mai più detto niente. O quasi.

È anche generoso, Sergio. Quando io mi licenziai, vent'anni fa, mi dette una mano finché non trovai un altro lavoro. Per quasi due anni. Lui e mio padre. E Clara. E non è che i soldi gli avanzassero: in quel periodo i suoi figli erano tutti e tre piccoli, Piccì non aveva due anni. Ma mi aiutò. Senza che io gli avessi chiesto nulla.

Qualche volta Sergio è noioso: si lamenta di tutto e di tutti. Specialmente delle tasse e dei nostri politici, anche se su questo non posso dargli torto. È iscritto al partito liberale e va spesso alla sede del partito anche se non è veramente un attivista. Ma a sentire lui non c'è una persona onesta al mondo, o comunque sono troppo poche, si contano sulle punte delle dita. I suoi lavoranti non hanno voglia di lavorare, non lo fanno né con passione né con intelligenza. Se non stai con quattro occhi aperti cercano tutti di fregarti... e così via.

Perciò a volte abbiamo discussioni un po' tese. Gli voglio bene e per questo mi fa incazzare quando fa certi ragionamenti. Con lui, comunque, non c'è mai stata molta confidenza, affiatamento. Nonostante abbiamo solo cinque anni di differenza. Da bambini non mi trattava male, ma si sentiva troppo più grande di me per mettermi a parte del suo mondo. Non ha mai giocato con me. Non mi ha mai aiutato a fare i compiti. Non mi ha mai consolato quando mi facevo male. Però non mi ha nemmeno mai rubato i giocattoli né trattato da moccioso.

Ha sempre odiato che suo figlio fosse chiamato Piccì: "Pare la sigla del partito comunista!" tuonava. Adesso che il partito comunista non esiste più forse si sarebbe calmato, ma il problema non esiste più, visto che Piccì non vive più con lui ma con me.

Quando scoppiò la questione di Piccì la sua reazione fu complessa: "Non potevo aspettarmi altro da te! se non ti avessi fatto io direi che non hanno saputo drizzarti, ma invece purtroppo anche da ceppi buoni nascono vitigni malati!" tuonò.

Era fuori di sé. Tana fece fatica a calmarlo, povera donna.

Riguardo al fatto che confessasse tutto, disse che era il minimo che il figlio potesse fare: "E se ti mettono in galera spero che buttino via la chiave!" disse gelido, ma so che non lo pensava veramente.

Quanto poi alle minacce al suo bar, si fece una grossa risata: non aveva paura di quattro bulli di periferia. Non era una posa, non aveva paura davvero.

Quando avevo sedici anni una volta mi sorprese mentre mi stavo masturbando. Io mi sentii sprofondare. Lui non mi sgridò, non sorrise. Mi disse secco di andare a farlo al cesso e di chiudermi dentro. Mi disse che ero un incosciente a farlo in camera così. Se papà o mamma fossero entrati invece di lui... disse lasciando la frase in sospeso ma con tono di minaccia.

Si sentiva molto "fratello maggiore" lui. Ha smesso con quell'atteggiamento solo quando anche io ho cominciato a lavorare. Ma anche durante l'università mi trattò sempre da ragazzino: lui non aveva voluto studiare oltre le superiori. Appena diplomato cominciò a lavorare in un bar, gli piaceva. Imparò bene il mestiere finché, a trent'anni, poté aprire il suo bar. Con i clienti ci sa fare.

Quando Marta e Gemma cominciarono a filare con qualche ragazzo, prima l'una poi l'altra, le prese in disparte, disse loro di lui e della madre e disse: "Prima o poi, se già non l'avete fatto, arriverete a volere qualcosa di più intimo con il vostro ragazzo, è naturale; perciò portatevi sempre una confezione di preservativi nella borsetta, cercate di evitare che vi mettano incinta come ho fatto io con mamma; noi uomini siamo incoscienti. E siccome non sta bene che una ragazza vada in farmacia a comprarli, ne ho comprati io per voi: sono in quel cassetto, prendeteli quando volete, ma non dimenticatevi mai di averli con voi, mi raccomando."

Beppe, il marito di Gemma, lavora con lui al bar da quando era ragazzetto e papà è stato contento che i due filassero e poi si siano sposati. Meno contento è di Luigi, il marito di Marta, che è pittore: un perditempo, secondo mio padre. Invece Luigi è piuttosto affermato, guadagna bene. A me piace quasi di più Luigi che Beppe.

Prima del problema di Piccì, e quindi prima che Ricardo venisse a vivere con me, una volta mi telefonò e rispose Sandro.

"Chi è quello?" mi chiese Sergio.

"Un amico, perché?"

"E risponde lui al telefono a casa tua?"

"È mio ospite, dorme in soggiorno," mentii io.

"E come mai? non ha i soldi per pagarsi casa? Non lavora?"

"No, semplicemente così dividiamo le spese," dissi.

"Ah, beh sì, allora ti conviene," concluse Sergio ammansito dalla mia spiegazione.

Ero con loro quando si era sposata Gemma con Beppe. Al pranzo di nozze c'era un cugino di Beppe, belloccio ed elegante, un ragazzo piuttosto effeminato, faceva pensare proprio che fosse gay.

Mio fratello ad un certo punto disse: "Ma guarda quello! Gli invertiti bisognerebbe castrarli tutti!"

"Perché?" chiesi io disturbato da quella sua uscita.

Lui rispose: "Perché sono malati e perché almeno non corromperebbero i bambini."

"Sergio, per prima cosa non confondere i gay con i pedofili che ce ne sono parecchi anche fra i cosiddetti normali. Per seconda cosa, quello che quel ragazzo può fare o non fare a letto, a te che te ne frega?"

Beppe, che aveva sentito intervenne: "Chi? Roby? quello sarebbe gay? Non ti far ingannare dalle apparenze, quello è un vero dongiovanni, papà."

Io ridacchiai e Sergio mi disse: "Beh, che hai da ridere?"

"Niente: avresti castrato uno come te," gli sussurrai.

"Io non sono un dongiovanni, non ho mai messo un corno a Tana," tagliò corto lui accigliato.

Probabilmente è vero, non lo so e non mi interessa. Comunque colsi l'occhiata che mi aveva lanciato Clara quando aveva sentito l'uscita di Sergio e, dopo, lei mi fece l'occhiolino. Non credo che fosse per dire che Sergio aveva avuto qualche avventura, penso che sia per lo scambio di battute appena avuto con mio fratello.

A me Sergio è sempre sembrato più bello di me. Non l'ho mai invidiato se non per questo. Vedevo come lo guardavano le ragazze e anche qualche ragazzo, a volte.

Io non mi ero mai sentito guardato così. A parte da Ricardo.

Quando morì papà, credo che chi ne soffrì più di tutti fu proprio Sergio: ammirava molto papà e gli somigliava parecchio, come carattere, anche se fisicamente ha preso più da mamma. Dopo si prese in casa lui mamma, finché mancò anche lei. Mamma e Tana andavano molto d'accordo, non erano affatto la classica suocera e nuora. Sergio sembrava felice di avere in casa medre e moglie e che andassero d'amore e d'accordo.

Quando è nato Piercarlo, il figlio di mio fratello, io avevo ventisei anni. Mi chiesero di fargli da padrino di battesimo. Per non regalargli la solita catenina d'oro che poi finisce dimenticata in qualche cassetto, presi un braccialetto d'oro a catena, massiccio, che avevo ricevuto per regalo da mio zio per la mia maggiore età e che non avevo mai usato, lo portai da Stefano chiedendogli di rimetterlo a nuovo, trovargli un astuccio più moderno e di inciderci sulla placchetta il nome di mio nipote e sul rovescio la data della sua nascita.

Chiesi a mio fratello e mia cognata di tenerlo da parte e di darlo a Piercarlo quando fosse stato abbastanza grande per apprezzarlo e non perderlo. Glielo regalarono quando compì quindici anni e la sua gioia mi ripagò abbondantemente di quella lunga attesa.

Fin da piccolo Piercarlo fu il mio nipote preferito. Amo anche gli altri, ma per lui, forse perché è il mio primo nipote maschio, forse proprio perché l'avevo tenuto a battesimo, ho sempre avuto un debole. E lui per me.

Giocavamo per ore e Tana a volte diceva: "Ma non stancare così lo zio, o non viene più a giocare con te."

Allora Piercarlo mi guardava allarmato, ma io gli facevo l'occhiolino e allora lui si apriva di nuovo in un sorriso fiducioso.

Quando Piercarlo, o Piccì, come lo chiamavo io, fece le medie, iniziarono i suoi primi problemi a scuola. Pur avendo un'intelligenza normale, non gli andava molto di studiare. Non che fosse pigro, ma evidentemente i suoi insegnanti, probabilmente già dalle elementari, non avevano saputo fargli piacere lo studio.

Tana gli diceva: "Sei negato, sei negato..." e così peggiorava la situazione.

"Sono negato, zio," mi ripeteva il ragazzino con aria desolata.

In quel periodo io vivevo con Sandro. Quando ero libero e Sandro aveva qualche impegno, andavo a casa di Sergio per studiare con Piccì.

"Giochiamo, zio?" mi chiedeva pieno di speranza

"Certo, se prima studi e te lo meriti."

"Ma io sono negato, zio!"

"E io non ci credo. Cos'è un fallo laterale?" gli chiedevo e lui, pronto, rispondeva. "Come si calcola la classifica di serie A e la media inglese?" e lui lo diceva alla perfezione. "Vedi? Se hai capito queste cose e le sai e le ricordi, puoi anche imparare le cose di scuola."

Lui, colto in fallo, abbozzava un sorriso e diceva a mezza voce: "Ma il calcio è divertente, la scuola no..."

Però poi studiava con me. E alla fine dell'anno riusciva a rimediare la promozione. Sergio gli faceva un regalo e lui mi diceva sottovoce: "Ma almeno la metà sarebbe tuo!"

Io gli rispondevo: "Certo, quella metà è il mio regalo per la promozione," e gli facevo l'occhietto.

Verso i sedici anni, quando lasciò la scuola e si mise a lavorare, Piercarlo cambiò: con me era sempre carino, ma diventò chiuso, un po' musone ed iniziò a passare sempre più tempo fuori casa con gli amici. E sempre meno con me.

"Sta crescendo, Tana, si sta staccando dalle sottane di mammà, è naturale," dicevo io a mia cognata per tranquillizzarla.

Ma in realtà ero leggermente preoccupato anche io. Capivo però che non dovevo stargli addosso, lo faceva già anche troppo sua madre.

Nella sua stanza cominciarono a comparire i posters dei Sex Pistols, dei Devils, slogan come Out Law e così via. Normale in un ragazzino della sua età, ma avevo l'impressione che stesse tentando di affermare qualcosa di preciso. Aveva diciassette anni e mezzo quando vidi in camera sua una svastica nazista.

"Cos'è quella?" gli chiesi.

"Una svastica, no?" rispose ironico.

"Sì, ma cosa significa per te?" gli chiesi accigliato.

"Niente," rispose facendo spallucce come per troncare quel discorso.

"No, niente non è, o non l'avresti messa fra i tuoi posters. Che cosa rappresenta Piccì?" insistei io.

"Ma insomma ti fai i cazzi tuoi?" mi rispose alterato.

Non mi aveva mai parlato così e lo guardai a bocca aperta. Lui guardava la punta delle sue scarpe ma aveva un'aria incazzata.

"Bene," gli dissi, "se la metti così..." ed uscii dalla sua stanza.

Dopo quella volta ci si scambiava poco più di un saluto quando capitava di incontrarci a casa sua. Avevo nostalgia del Piccì ragazzino che si illuminava ogni volta che mi vedeva, ma... stava crescendo, mi dicevo. E mi rassegnai ad essere diventato per lui un po' meno di un estraneo.

Una nuova cosa preoccupava Tana: Piccì pareva avere più soldi di quelli che avrebbe dovuto. Dove li trovava?

"Lui dice che li vince giocando a carte con gli amici," mi disse la madre, "ma, a parte che non mi piace che giochi a soldi, possibile che vinca sempre?"

"Sono tanti i soldi?" le chiesi.

"Non lo so, non tantissimi, ma troppi... E arriva una volta con un accendino d'oro, una volta con un orologio... sempre vinti al gioco, dice lui..."

"Mah, potrebbe anche darsi," le dico, ma non ci credo nemmeno io.

Così decido, nonostante tutto, di affrontare di nuovo Piccì.

"Non mi credi?" dice lui tranquillo, troppo tranquillo, "se non ci credi, fai una partita a poker con me e un paio di amici. Però, visto che non ci credi, il piatto lo facciamo partire da centomila. Se perdo hai ragione tu, probabilmente sono un ladro. Se vinco, ti faccio rimangiare i tuoi sospetti stronzi, perché ti spoglio."

Sembra troppo sicuro di sé. Lascio perdere.


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