Una festa in costume per carnevale. Mi aveva telefonato Stefano invitandomi a casa sua per il martedì grasso: ci sarebbero stati tutti gli amici e qualche novità. Novità, detto da Stefano, significava sicuramente qualche bel ragazzo gay ed estremamente disponibile scovato chissà dove, se lo conoscevo bene. Non marchette, comunque.
Le feste in casa sua sono sempre un po' barocche ma piacevoli. Casa sua è un po' barocca ma piacevole. Lui stesso è un po' barocco ma piacevole. Se non altro ha un buon senso dell'umorismo e nonostante sia decisamente ricco, non ne fa sfoggio, non lo fa pesare ed è abbastanza generoso, anche se non prodigo, con gli amici.
Vive in un appartamento che occupa la metà del primo piano di un palazzo fine ottocento, in centro, con colonne sui cinque piani delle due facciate ad angolo e mascheroni al centro di ogni arco. Nel suo appartamento ci sono dodici stanze, oltre ai servizi: cinque camere da letto, tre salotti, salone, sala da pranzo, soggiorno, studio e biblioteca collegati da un ampio corridoio a T decorato da una fila di archi a telescopio, per un totale di circa seicento metri quadri. I servizi comprendono: cucina, dispensa, guardaroba stireria, quattro gabinetti, due locali doccia e tre bagni. E ci vive da solo, o col suo amante di turno.
Adesso ci vive con Dario, un gigolot di ventitré anni, simpatico. Gli tengono in ordine l'appartamento due filippini e un italiano che fa anche da cuoco, tutti e tre rigorosamente gay e fra i ventidue ed i ventotto anni, che ha scovato mettendo inserzioni su varie riviste gay italiane ed estere. Uno dei due filippini infatti viene dalla Germania e l'altro dalla Francia.
Dario prima faceva il barista al Club Mediterané di Ibiza e, per portarselo a letto bastava fargli regali costosi. Ora sta con Stefano da quattro anni. Stefano, ospite del Club, aveva studiato il ragazzo allora diciannovenne, per diverse sere e frattanto aveva fatto fare discrete indagini su di lui. Aveva osservato il suo giro di ricchi clienti privati.
Alla fine, prima di tornare in Italia, dopo averci fatto l'amore, gli aveva fatto un discorsetto: "Tu al bar guadagni circa un milione al mese che non è molto e vivi in un buchetto a Milano. Dai tuoi... ammiratori diciamo che puoi ricavare l'equivalente di un altro paio di milioni al mese. Che non è come avere due milioni in contanti. Se accetti di diventare il mio boy, io ti passo vitto e alloggio più due milioni al mese per le tue minute spese, più un libretto vincolato in cui andranno altri due milioni al mese. I soldi del libretto vincolato saranno tuoi o quando ti do il benservito oppure ogni dieci anni, nel qual caso significa 240 milioni più interessi. Che ne dici?"
Dario disse: "Sarebbe perfetto, se aggiungessi il vestiario e se riducessi il vincolo a cinque anni."
Stefano gli disse: "D'accordo per i cinque anni ma non per i vestiti: se voglio che indossi qualcosa di particolare, quel vestito te lo pago io, ma i tuoi sfizi devono rientrare nei due milioni."
Bene. Dario si licenziò e venne via con Stefano.
Comunque, dicevo, Stefano mi invitò alla festa in costume. Accettai e cominciai a pensare da che vestirmi. Alla fine optai per un costume da ricco borghese della metà dell'800.
Decisi di andare dalla Camilla, che gestisce una sartoria teatrale. La Camilla in realtà si chiama Fausto, ha cinquanta anni, è una zia tremenda e paga teppistelli da strada per farsi fottere: più sono truzzi più li trova arrapanti. Prima di portarli da lui gli da un diecimila per verificare se la loro attrezzatura intima è di suo gradimento. Non li porta mai né a casa né in bottega, ha quello che chiama "il mio fouttoir": un monolocale di venticinque metri quadri con le pareti a specchio ed un enorme letto esattamente in centro, faretti e, all'insaputa dei suoi maschiotti, una telecamera nascosta con cui li riprende mentre lo fottono: dice che è la sua assicurazione sulla vita e contro tentativi di ricatto.
Infatti una volta un teppista ci ha provato, a sentire la Camilla. Quando l'ha ricattato, la Camilla ha portato il teppista nel suo fouttoir, ha acceso la TV ed ha fatto partire il video. Capisci, gli ha detto, per pagarti dovrò venderlo al giro dei locali a luci rosse e ai pornoshop. Oddio, potresti anche diventare famoso... il tizio ha cambiato subito idea.
Bene, andai nella sua bottega.
"Cariiiissimo!" mi salutò salendo di tono mentre allungava la i.
Sa che mi dà fastidio se mi parla al femminile come fa di solito e cerca di evitarlo.
"Ti trovo sempre in splendida forma: ma che hai fatto, un patto con Mefistofele? Ti fai fottere da lui per ogni anno che ti toglie, tesoro? Diiio, che piacere rivederti. Ma come mai vieni a trovare la vecchia zia?"
Gli dissi della festa e della mia idea.
"Sì, ha invitato anche me la gioielliera! Ho proprio quello che fa per te, tesoro! Vieni, vieni con me; farò di te un perfetto gentleman del secolo scorso."
Mi guidò nella "penderie" cioè quattro enormi stanze nel retro, sui quattro lati di un cortiletto, piene di armadi messi in file parallele e pieni di costumi divisi per epoca e per luogo. Innanzitutto mi trovò giacchetta e calzoni con le uose, color carta di zucchero con sottili filettature di cordoncino verde pisello. Poi un gilet di broccatello a fiori su fondo verde pastello, una immacolata camicia con jabot. Non riuscì a trovare scarpe della mia misura ma mi disse di comprare scarpe nere a punta e ad elastico, lucide e liscie: ci avrebbe applicato lui le fibbie argentate.
"Vuoi anche la biancheria intima in stile, cheri?"
"No, grazie," gli dissi ridendo, "non credo di dovermi spogliare."
"Non si sa mai, tesoro mio, non si sa mai; ma come credi tu; tanto, se ti spogliassi, credo che l'altro sarebbe solo impaziente di vedere quello che c'è sotto, non starebbe certo ad ammirare la biancheria intima: sono così rozzi questi uomini! Oh, scusa caro, ma tu sei un'eccezione!"
Mi tirò fuori un mantello a ruota, doppio, color marrone scuro; un cappello a cilindro color cammello con fascia marrone come il mantello.
"E adesso gli accessori, vieni dolcezza. Una canna da passeggio, un monocolo con catenella, un orologio da panciotto con catena in similoro, un anello con sigillo e la mascherina nera di pelle. Ma ora devi indossare l'abito perché veda dove è da riprendere. Mica ti dispiace spogliarti davanti alla zia, no? Sai che non metto mai le mani addosso alle mie amiche... né ai miei amici," si corresse subito.
Risi e mi spogliai, indossai quegli abiti.
"Quasi perfetti, hai un corpo splendido, nessuno direbbe che sei un trentenne, tesoro!"
"Ma io ho quarantaquattro anni, lo sai!" gli dissi.
"Non lo dire! al massimo ti si possono dare trentasei anni... con le attenuanti generiche!" gorgheggiò.
"Adulatore!" gli dissi mentre segnava dove riprendere gli abiti.
"A proposito, cheri, con questo costume si devono mettere in giusto risalto i tesori nascosti e a giudicare dal tuo slippino ce n'è di roba da mettere in evidenza. Però, capisci, dovrei... mica ti dispiace se ti do una palpatina, vero? Niente di personale, capisci, dovere professionale..." e prima che rispondessi me lo stava palpando.
Ero un po' infastidito, aveva ben poco di professionale il suo modo di palparmi. Stavo per dirgli che poteva bastare quando smise.
Passai a riprendere tutto cinque giorni dopo, cioè il lunedì. Ero soddisfatto. Martedì, uscito dal lavoro, corsi a casa. Doccia, accurata rasatura. Un velo di profumo muschiato. Pochissimo gel, tanto per creare un'onda ai capelli che ricordasse lo stile ottocento, basette posticce fornitemi dalla Camilla. Indossai l'abito e mi guardai allo specchio. Elegante! Ed i miei "tesori nascosti" in "giusto risalto". Se tutto andava bene, avrei anche potuto rimorchiare qualche "novità". Misi mantello e cilindro, la mascherina in tasca ed andai.
Mi venne ad aprire Dario. Aveva un costume coloratissimo da paggio del '300, con calzamaglia attillata, giustacuore, maniche a sbuffo. I suoi tesori non erano affatto nascosti, anzi! Era a dir poco provocante. Nelle varie stanze c'erano già alcuni amici: Stefano, il padrone di casa, vestito da Oliver Cromwell, Aldo da Re Sole, Pietro da Cardinal Mazzarino, Marco da Corsaro Rosso e la Camilla da Fata Turchina.
I tre servi di Stefano, vestiti da lacchè del '700 con tanto di parrucche bianche, passavano con i vassoi.
Le "novità" erano quattro bei fusti vestiti da paggio arabo, ussaro, pellerossa e Zorro, bellocci e provocanti. Certamente pagati da Stefano per rallegrare la serata e gli ospiti. Il Re Sole si stava filando Zorro e la Fata Turchina il pellerossa.
"Dove li hai trovati?" chiesi a Stefano ammiccando verso i ragazzotti.
"Mah, dunque, il pellerossa è un idraulico, l'arabo un universitario, l'ussaro un disoccupato e Zorro..."
"Ma non sono marchette."
"Certo che no!" mi disse quasi scandalizzato. "Li ho trovati tutti e quattro in sauna: gli ho proposto una serata in cui avrebbero dovuto darsi da fare per rallegrare i miei amici, in cambio di un sostanzioso regalo: centomila fisse e cento per ogni amico che se li porta in camera da letto. Hanno accettato subito, puoi immaginarti. E faranno del tutto per farsi scopare da tutti voi... o per scoparvi."
Arrivarono Mario e Renzo, vestiti rispettivamente da sultano e da samurai. Poi Dado e Valerio nei costumi di Batman e Robin. La serata si stava animando. Dario filava l'ussaro e Stefano filava Marco. Io chiacchieravo col paggio arabo, un ragazzo ventenne napoletano con un corpetto di lamè aperto su un bel petto glabro e calzoni a sbuffo di velo che lasciavano intravedere un cappuccio dorato ben gonfio e gambe solide e pelosette. Il ragazzo, mentre mi carezzava provocante, mi disse di essere studente del terzo a magistero.
Poi arrivarono Sandro, vestito da Leonardo da Vinci, il suo Antonio vestito da chef ed un loro amico vestito da marinaio: Ricardo. Era un mulatto, bello. No, più che bello, bellissimo. Emanava un fascino particolare. Tutta la serata cominciò a gravitare attorno a lui: in particolare Stefano, Aldo, Dario, Renzo, Mario, la Camilla e anche Marco parevano non avere occhi che per lui. Fu come una gara per accaparrarselo, per affascinarlo.
Ricardo pareva frastornato, divertito, intimidito da quella corte sfacciata. Io, che me ne ero sentito fortemente attratto, pur continuando a guardarlo perché era veramente un piacere, mi tenni fuori dalla tenzone. Un po' perché pensavo di non poter competere, un po' perché pensavo che gli amici lo stessero già asfissiando abbastanza. Ma Ricardo era bello da sogno.
Oliver Cromwell si portò il bel marinaio a vedere la casa e per un po' scomparvero dalla circolazione. Il mio paggio arabo mi propose di andare nella stanza che gli aveva assegnato Stefano. Lo seguii più che volentieri, ci chiudemmo dentro e per una mezzoretta abbondante, fra le sue braccia, dimenticai la festa. Ci sapeva fare. Non so se fosse solo per le centomila che gli fruttavo ma mi dava l'impressione che io gli piacessi davvero. Fa piacere pensare di piacere.
Quando tornammo fra gli altri Ricardo stava parlando con Aldo, Marco e Renzo. Il bel marinaio mi lanciò un'occhiata. Dario stava baciando e palpando il pellerossa con cui era semisdraiato in un divanetto, Stefano e l'ussaro non si vedevano. Andai a parlare con Dado e Valerio. Ma non perdevo d'occhio Ricardo.
Dado se ne accorse: "Ha fatto breccia, eh?" mi disse accennando con gli occhi verso lo splendido mulatto.
"Dio, lo rapirei, tanto mi piace," gli dissi, "ma non credo proprio di avere speranze, con tanta concorrenza."
Valerio sorrise: "Se non ti dai da fare, non ne hai di sicuro."
La Camilla ora stava corteggiando Ricardo ed ebbi la lieve impressione che il ragazzo ne fosse infastidito. Chi lo soccorse fu Aldo, che si interpose fra l'attempata Fata Turchina e il bel marinaio con regale indifferenza alle occhiatacce della Camilla. Sorrisi.
"Secondo voi, chi se lo accaparrerà?" chiese Batman.
"Se l'è già accaparrato Stefano, mi pare: se l'è portato in camera, no?" dissi io sentendo un'irragionevole punta di gelosia.
"No, erano già fuori dopo solo cinque minuti," disse Robin.
Ne gioii. "Secondo me la spunterà Aldo," dissi allora.
"No, io credo che se lo porterà via Renzo," disse Valerio.
Dado sorrise: "Macché, Mario ha più probabilità, a meno che ti decidi tu."
"Io? Ma dai, io e Stefano siamo i più vecchi ed i meno belli. Ma Stefano almeno è ricco. Mario è il più bello, Renzo il più abile e Aldo il più affascinante. Non mi ci metto neppure," dissi sorridendo ai miei amici.
"Tu ti sottovaluti," mi disse Valerio gentile.
Per tutta la serata quasi non ebbi contatti con Ricardo, non ci parlammo: mi accontentavo di ammirarlo e sognarlo. Mi chiesi se il fascino che esercitava su me, e su quasi tutti, fosse dovuto al fatto che era un mulatto. Il gusto dell'esotico? Che fosse dovuto al suo corpo che s'indovinava perfetto, sotto il costume? Al suo sorriso schivo, dolce, un po' sperso? Ai suoi occhi intelligenti, brillanti? Alle labbra sensuali che, quando sorrideva rivelavano una chiostra di denti perfetti? Alla sua voce calda e bassa che faceva fremere?
Approfittando del fatto che Sandro era solo, lo avvicinai e gli chiesi notizie di Ricardo.
"Ti piace, eh?" mi disse malizioso.
"E a chi non piace?" gli dissi di rimando.
Sandro mi spiegò: era arrivato in Italia per i mondiali di calcio, con i supporters della squadra del Brasile: la Lega Calcio Brasiliana aveva offerto parecchi biglietti andata e ritorno, a un terzo del prezzo, a ragazzi di meno di vent'anni. A Ricardo non interessava il calcio, ma voleva venire in Italia.
Lavorando come un disperato, aveva messo da parte i soldi necessari ed aveva preso un biglietto. Avutolo era andato alla compagnia aerea e l'aveva commutato in un biglietto di sola andata, ricevendo indietro praticamente tutti i suoi soldi. Arrivato in Italia con quattro amici che avevano avuto la sua stessa idea, vendette i biglietti delle partite a bagarinaggio ottenendo così parecchi altri soldi.
Trovarono tutti e cinque un lavoro in nero ed avevano trovato anche un alloggetto in affitto in cui dormivano tutti nella stessa stanza e s'erano fermati.
Mi disse Sandro che i quattro connazionali di Ricardo non erano gay né sospettavano di lui. Loro l'avevano conosciuto una sera che erano andati a battere in macchina. Sandro ed Antonio a volte si cercano un ragazzo per fare l'amore in tre. L'avevano portato a casa, ci avevano fatto l'amore poi Ricardo s'era fermato a dormire con loro, perché il giorno dopo era domenica. Avevano passato la domenica assieme ed erano diventati amici.
Ricardo e gli altri quattro avevano trovato lavoro in una fabbrica di bilance per negozi, in un paese a cinquanta chilometri e la mattina molto presto dovevano andare alla stazione dove il proprietario, che abitava in città, passava a prenderli con un furgoncino e li portava al lavoro. Lavoravano dieci, dodici ore al giorno dal lunedì al venerdì e sei ore il sabato, per un totale di poco meno di settanta ore a settimana e per una paga di un milione e mezzo al mese. Vivendo in cinque in un appartamento di una sola camera da letto, poteva mettere da parte un po' di soldi, comunque faceva molte economie. Il costume glielo avevano procurato lui ed Antonio.
Mentre mi raccontava queste cose s'era unito a noi Antonio.
"Parlate di Ricardo? che forza quel ragazzo, anche a letto! Sai che ha cominciato quando aveva quattordici anni? Ha un sacco di esperienza e è evidente. Gli piace divertirsi e dice che per un bel po' di anni non vuole legarsi a nessuno. Non gli piace andare a battere, ma è qui da un anno e non ha ancora amici. Così lo portiamo sempre con noi."
"Solo un anno? ma parla italiano discretamente: l'ha studiato?" chiesi.
"Studiato? no, Ricardo ha solo la quinta elementare. Semplicemente ha una facilità di imparare stupefacente; quel ragazzo è dotato," disse Sandro.
"Sì, è proprio dotato!" disse ridacchiando Antonio.
Sandro sorrise: "Sì, anche in quel senso," commentò.
Le quattro novità erano scomparse con quattro ospiti. Ora con Ricardo c'erano Stefano e Dario. Dario aveva una mano sotto la maglietta a righe del bel marinaio e gli carezzava il petto e il ventre, mentre Stefano teneva abbracciato Dario e gli carezzava la patta gonfia, ma parlava con Ricardo che rideva. La maglietta di Ricardo s'era un po' sollevata e ne vedevo l'ombelico, il ventre liscio e sodo, la vita stretta che si allargava sul torso ben modellato. Quando la mano di Dario tentò di infilarsi oltre la cintura delle brache da marinaio, sotto i panni, Ricardo gli mise una mano sul polso e la tolse, senza fare gesti bruschi, tranquillo ma deciso.
La Camilla stava filando uno dei due camerieri filippini incurante delle occhiatacce di Stefano.
Allora questi lasciò Dario ed andò dalla Camilla: "Sai bene che i miei camerieri non sono terreno di caccia, cara!" gli disse con voce affilata come una lama.
"Oh dio, Oliviera, sorella mia, scambiavo solo due parole con la tua cameriera privata, mica te la sciupo, no?" rispose la Camilla con la voce in falsetto.
"Ti conosco, fata porcina, scommetto che ogni due parole ci infilavi in mezzo uno 'scopami'," replicò ironico ma non divertito Stefano.
"Ma via, Oliviera, cara, le fatine non scopano!"
"Giusto, si fanno scopare," disse Dario ad alta voce dal divano.
"Tu, tesoro, non puoi proprio fare prediche a me, riguardo al farsi scopare! Io almeno non sono mai stata una mantenuta!" rispose Camilla col veleno nella voce.
"Certo, tu se non paghi non buschi!" rispose ridendo Dario.
"Quando avrai la mia età, con te non verranno nemmeno se paghi fortune, nemmeno se piangi in cinese, fanciulla!"
"Per arrivare alla tua età mi mancano ancora più di ottanta anni, cammella."
"Creperai prima, viperetta cornuta!"
"Lo spero, lo spero proprio, piuttosto che ridurmi come te!"
"Tu Darietta cara, quando apri bocca dovresti metterci un cazzo, invece di parlare!"
"E tu, camomilla, dovresti darti una calmata!"
Ricardo assisteva a quel battibecco quasi con occhi sgranati. Non c'era abituato, evidentemente.
La Camilla se ne accorse e, con un risolino acuto, disse: "Smettiamola, cara, stiamo scioccando il nostro bel marinaio; rinfoderiamo le unghie... per ora."
Poi, con aria pomposa andò a parlare con Pietro ed Aldo ignorando ostentatamente tutti gli altri.
Guardai l'orologio: era già mezzanotte. Allora annunciai che rientravo.
"Oh, Cenerentola ci lascia!" disse con un gridolino la Camilla, "ma non lasciare la tua scarpetta di cristallo o qualcuno la scambia per una vasca da bagno," mi disse alludendo al quarantasei che porto.
Risi. Stavo salutando Pietro quando Ricardo mi venne davanti e disse, aprendomi il mantello e guardandomi: "Sai che sei molto elegante?"
Erano le prime parole non di convenevoli che mi diceva.
"Grazie..." mormorai lievemente emozionato.
"E con questa cappa si deve stare caldi: posso sentire?" chiese.
Stavo per aprire la fibbia per porgergli il mantello ma lui mi venne contro richiudendo la cappa alle sue spalle, il suo corpo aderì al mio e mi si sfregò addosso per un secondo. Abbastanza per sentire che ero eccitato e per farmi sentire che lo era anche lui, poi uscì dal mio mantello.
Mi girai per salutare Dado e Valerio quando Ricardo mi sussurrò: "Hai la moto, vero?"
"Sì..."
"Mi daresti un passaggio fino a casa? ti dispiace?"
"No, volentieri," risposi non credendo alla mia fortuna.
D'improvviso la serata, che era stata piacevole, mi sembrò splendida, fantastica, meravigliosa. Anche Ricardo salutò tutti. Uscimmo assieme sotto gli sguardi invidiosi degli amici. Scendemmo lo scalone, arrivammo alla mia moto.
"In moto farà freddo: prendi tu il mio mantello, il tuo costume è troppo leggero," gli dissi sfilandomelo e porgendoglielo.
"No no, non importa, sto dietro, io sento meno freddo."
Insistetti, allora lui mi disse: "È abbastanza enorme, ci copriamo tutti e due!"
"Sì, buona idea, mettilo tu, poi ci copri anche me e me lo tieni chiuso davanti," gli proposi.
Salii, lui salì dietro di me. Mi fece passare le due falde del mantello sopra le spalle e, cingendomi la vita con le braccia, lo afferrò per le falde incrociandole in modo che si sovrapponessero davanti al mio corpo. In questo modo il suo petto aderiva alla mia schiena e mi abbracciava stretto stretto. Mi eccitai terribilemente. Misi in moto e mi avviai verso casa sua. Arrivati, scendemmo.
Mentre si toglieva il mantello mi disse: "Sono stato caldo caldo, grazie al mantello... e a te..."
Io gli chiesi: "Bella serata?"
"Sì, piacevole, anche se mi hanno un po' fatto girare la testa con tutte le loro chiacchiere e..."
"E?" gli chiesi.
"Volevano portarmi a letto quasi tutti."
"Non è bello essere desiderati?" gli chiesi.
"Bello? stanca, piuttosto; erano in troppi."
"Perché sei troppo attraente," gli dissi.
"Pensi?" chiese e, prima che rispondessi, mi disse: "Grazie, buona notte."
Mi abbracciò, mi dette un rapido bacio sulle labbra ed entrò nel portone di casa sua. Rimasi a guardarlo.
Si girò prima di salire la scala, mi sorrise e disse: "Spero di rivederti," e salì.
Stefano in seguito mi disse che Ricardo l'aveva deluso: si lasciava corteggiare ma appena cercavi di concludere, ti sgusciava via con abilità diabolica.
"E quando gli ho proposto di venire a fare il cameriere per me, avrebbe lavorato di meno e guadagnato di più, ha rifiutato; quel ragazzo non sa quello che gli conviene!" commentò un po' seccato.
Dentro di me sorrisi e pensai che invece lo sapeva anche troppo bene.
"Comunque, come hai fatto a portartelo via con te? fa bene l'amore?" mi chiese.
"L'ho solo accompagnato a casa, non abbiamo fatto niente."
"Ma va!? e come mai?"
"Evidentemente mi ha chiesto un passaggio proprio perché aveva capito che non gli sarei saltato addosso."
"Non è il tuo tipo?"
"Certo che lo è."
"Allora non ti capisco: se lo volevi dovevi provarci, no?"
Stefano è un po' troppo convinto che i soldi possano comprare tutto. Non è del tutto colpa sua, è stato allevato così. Quando era al ginnasio, suo padre, che era già orefice come suo nonno, scoprì che il figlio era omosessuale. Dapprima tentò di farlo "cambiare".
Quando capì che era inutile, preoccupato che la cosa non creasse scandali, gli disse: "Se proprio devi farlo, fallo in casa, non esporti, non fare sciocchezze."
Gli chiese se il compagno di classe con cui l'aveva sorpreso in atteggiamenti intimi gli piacesse. Stefano rispose di sì, che Vittorio gli piaceva molto e che da un po' ci faceva sesso abbastanza spesso. Gli chiese chi fosse. Stefano gli disse che era figlio di un tranviere.
Il padre allora "comprò" il ragazzo dalla famiglia. Offerse cioè alla famiglia di assumere il ragazzo come cameriere personale di Stefano. Il ragazzo avrebbe vissuto in casa loro, lui avrebbe dato un mensile al padre ed avrebbe mantenuto agli studi il ragazzo fino all'università.
Il tranviere, avendo da mantenere sette figli e costandogli già notevoli sacrifici mandare il maggiore al liceo, e sentito che il figlio era d'accordo, accettò volentieri, quasi certamente senza immaginare il vero scopo di quell'affare. Così il ragazzo fu messo a dormire con Stefano a cui faceva comunque anche da cameriere e con cui studiò per tutto il liceo.
Gli fece da cameriere anche quando Stefano durante l'università, di nascosto del padre, cominciò a cercarsi altri ragazzi, altre avventure e smise quasi completamente di fare sesso col compagno. Vittorio frattanto s'era fatta una ragazza ma rimase a dormire con Stefano fino alla laurea. A tutti e due conveniva così, perché se Vittorio fosse andato via il padre di Stefano non l'avrebbe più mantenuto agli studi ed avrebbe drizzato le antenne riguardo al figlio. Finché Vittorio dormiva con lui il padre era tranquillo. Qualche volta comunque facevano ancora sesso assieme.
Questo me lo raccontò Stefano in seguito. Quando eravamo compagni di liceo infatti né io né gli altri sospettammo mai che Stefano fosse gay e tanto meno che il nostro compagno Vittorio fosse il suo compagno di letto. Sapevamo che era andato a lavorare a casa di Stefano come cameriere, ma niente di più. E Vittorio pareva interessato alle compagne.
Vittorio a scuola era bravo, Stefano medio, io fra loro due. Anche Stefano non sospettò mai di me. Dopo il liceo ci perdemmo di vista. Chi ci mise di nuovo in contatto fu Pietro che una volta mi invitò ad una festa a casa di un amico: scoprii che era Stefano e per tutti e due fu una sorpresa.
Quando riincontrai Stefano, questi aveva un altro amante, Dario venne dopo. Anche questo, come gli altri e come Dario, se lo era comprato. Se mi ricordo bene si chiamava Giovanni, Gianni. Era d'origini romagnole, di Rimini, dove faceva il bagnino per l'albergo in cui Stefano passava le vacanze. Durante le vacanze fecero l'amore tutti i giorni e Stefano gli faceva regali: vestiti, pranzi, oggetti.
Poi gli propose un contratto simile a quello che fece con Dario e se lo portò a casa. Gianni durò solo tre anni, perché Stefano scoprì che mentre lui era in negozio il suo giovane mantenuto si portava a casa ragazzini minorenni, quattordici, quindicenni, per fotterseli. Si arrabbiò e lo cacciò. Non perché pretendesse fedeltà, ma non voleva avere grane con la legge.