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una storia originale di Andrej Koymasky


pin RICARDO CAPITOLO 3
MIA SORELLA

Clara non è curiosa. Ma se le racconto di me si vede che è contenta. Non chiede mai nulla, ma le piace ascoltare. Sa ascoltare. È aperta, a differenza di nostro fratello. Da piccola mi asfissiava un po' con tutti i suoi perché. Ora non più, ma è evidente che dentro di sé quella domanda continua ad essere presente, a riverberare. Vuole capire. E sa capire.

La prima volta che le dissi di me fu ventisette anni fa. Lei ne aveva appena sedici. È una storia particolare.

Filava con un ragazzo di venti anni, mio coetaneo. Si chiamava Giorgio. Lei ne era cotta. Era un ragazzo di ottima famiglia, elegante, fantastico nell'organizzare feste, amato ed ammirato da tutti. Studiava chimica all'università. Si erano conosciuti ad una festa. Me lo decantò in tutte le salse, era evidente che aveva avuto il classico colpo di fulmine, la sua prima cotta seria. E pareva che anche lui fosse interessato a lei, almeno a sentirla.

Clara in quel periodo sembrava camminare ad una spanna da terra, tanto era felice. Ero contento per lei, era bello vederla così piena di gioia di vivere. Giorgio era così bello, intelligente, spiritoso, affascinante, colto... Giorgio così attento, premuroso, gentile, tenero, forte... Ah, Giorgio, Giorgio...

Finalmente lo conoscemmo. Era estate, eravamo al mare a Rimini. Lui arrivò mentre eravamo in spiaggia. Lo vidi io prima degli altri, ma non sapevo che fosse Giorgio. Pensai che era un gran bel ragazzo, molto sensuale nel suo attillatissimo slippino color lilla, azzurro e bianco a grandi strisce diagonali. Era chiaro che doveva fare palestra, i suoi muscoli erano perfetti: pur non gonfi, erano ben disegnati. Era evidentemente conscio della propria bellezza, passava fra gli sguardi ammirati della gente in spiaggia con la studiata sicurezza e disinvoltura di un indossatore in una sfilata di moda.

Lo guardavo e pensavo che era davvero un gran bel pezzo di ragazzo, un bonazzo, e che mi sarebbe piaciuto averlo nel mio letto, ed ammiravo il rigonfio dei suoi slip messo in risalto dalle righe di colore che curvavano deliziosamente, quando sentii Clara lanciare un gridolino e dire eccitata, con una voce colma di amore: "C'è Giorgio!" e gli corse incontro.

Lui le sorrise, si abbracciarono, lì ad un paio di metri dal nostro ombrellone, un po' più a lungo di quanto avrebbero fatto due amici ed un po' meno di quello che avrebbero fatto due amanti. Poi Clara, raggiante, lo condusse per mano fino al nostro ombrellone e ce lo presentò. Giorgio ci salutò con molta classe, cortesia. Nostra madre gli disse di accomodarsi. Sedette con noi. E, notai, lui parve aver perso tutta la sua sicurezza anche se il sorriso da rotocalco a colori era rimasto incollato sulle sue belle labbra. Stampato sul suo volto perfetto. Stampato, appunto, ma non più vivo.

Parlava a monosillabi ed i suoi occhi, anche se cercava di non darlo a vedere, ci studiavano. Cortese, affabile... ma ebbi la sensazione che stesse posando, che mostrasse una sicurezza che non aveva. A nostro fratello Sergio era antipatico, lo sentii. Papà lo trattava con gentile distacco, mamma con affabilità, Clara gli pendeva dalle labbra. Io lo studiavo a mia volta.

Non so perché, non avrei saputo dirlo allora e tanto meno saprei dirlo oggi, ma sentii che Giorgio era gay. Ne ero quasi sicuro. Ma allora perché faceva il filo alla mia sorellina? Almeno a sentire lei, perché quel giorno, in spiaggia, non si sbilanciò mai.

Rispondeva con vera abilità alle astute domande di nostra madre che lo stava discretamente sondando. Era una schermaglia giocata sul filo di parole, sorrisi, frasi non terminate. Mamma voleva sapere, lui non voleva dire. Il tutto con molta affabilità, savoir faire. Pareva che fra lui e mia madre si fosse creata un'atmosfera salottiera.

Sergio decise che lui andava a farsi una nuotata. Un modo non troppo scortese, non troppo evidente per dire: "Mi sto rompendo, questo tizio non mi interessa, non mi va. Godetevelo voi." Ma io lo capii subito, conoscevo piuttosto bene i comportamenti di Sergio.

Dopo una mezzoretta Giorgio si scusò: i suoi compagni di corso con cui era venuto al mare lo stavano aspettando. Dette appuntamento a Clara per quella sera, per andare a ballare assieme in discoteca. Clara, dopo aver avuto un cenno di assenso da papà, accettò gongolante. Lui salutò e ci lasciò.

Clara era eccitata. Mamma era moderatamente soddisfatta: quando Giorgio si fu allontanato emise comunque un verdetto favorevole. Clara annuiva felice come un cuccioletto. Papà grugnì una specie di assenso ma s'immerse nella lettura del giornale. Mi chiesi se fosse geloso di Giorgio che rischiava di portargli via la sua figliola diletta.

Quella sera decisi di andare a ballare anch'io nella stessa discoteca. In realtà volevo studiare quel Giorgio. Infatti ballai molto poco, ma riuscii ad osservarlo in modo discreto, per tutta la serata. Era davvero affascinante; non esagero se dico che quasi mezza sala gravitava attorno a lui. Pareva che conoscesse tutti e fosse conosciuto da tutti. Con Clara era carino, attento, premuroso... ma niente di più. Pensai che pareva di più un fratello che il suo ragazzo. Anche io volevo molto bene a Clara e sarei stato carino, attento, premuroso con lei se si fosse andati da qualche parte assieme. Proprio nello stesso modo.

Non c'era niente di concreto, non guardava in modo particolare i molti bei ragazzi presenti in sala, non aveva atteggiamenti minimamente effeminati, non... eppure ero sempre più convinto che il bel Giorgio fosse gay. Mi misi in testa di scoprirlo. Io potevo scoprirlo.

Cominciai a girargli attorno anche io. A sorridergli, a scambiare battute, a fargli complimenti, a fargli sentire che mi era simpatico. Ad ascoltarlo con evidente interesse: gli piaceva essere al centro delle attenzioni. Niente di più, avevo tempo: quel pomeriggio, sotto l'ombrellone, aveva detto che si sarebbe trattenuto per tutto un mese.

Credo di non aver mai fatto una corte, discreta ma serrata, a qualcuno come la feci a Giorgio. Comunque, nel giro di due settimane sembravamo culo e camicia, inseparabili.

Finalmente una sera che eravamo nella sua camera d'albergo e mi faceva vedere le foto di vecchie case, che gli piaceva scattare, inquadrature piuttosto belle, io sotto il tavolo gli appoggiai una mano sulla coscia nuda, eravamo in calzoncini corti, senza muoverla. Lo sentii fremere appena. Mi guardò negli occhi, gli sorrisi. Mossi appena le dita in una specie di carezza, fremette di nuovo. Non disse nulla, non fece nulla, sembrava in attesa. Sempre guardandolo fisso negli occhi e sorridendogli, iniziai a muovere la mano su su e le mie dita si infilarono sotto la tela della gamba dei suoi calzoncini.

Non arrivai alla mia meta, non ce ne fu bisogno: lui che aveva un braccio poggiato sulla mia spalla, mosse appena la mano e attraverso il mio T shirt mi sfregò un capezzolo.

Mi chiese con voce roca: "Mi vuoi?"

"Sì," gli dissi io trionfante.

Chiuse gli occhi e schiuse la labbra e capii che aspettava un bacio. Lo abbracciai e lo baciai, un bacio profondo, esigente. Giocammo a lungo con le nostre lingue, e lui era tutto un fremito. Mi eccitai.

Ci alzammo ancora uniti, ci spostammo verso il suo letto, ci spogliammo in silenzio, veloci e quando gli fui sopra, lui mormorò una sola parola: "Prendimi."

Cosa che feci molto volentieri.

Alla fine, ancora tremante per il piacere, mi disse: "Dio, non pensavo che anche tu fossi gay."

Bene, ero arrivato al capolinea, aveva ammeso quello che avevo sospettato. "Anche tu", aveva detto.

Perciò gli chiesi: "Perché allora fai il filo a mia sorella?"

Lui arrossì un poco e mi disse: "Per copertura."

Mi arrabbiai, di una rabbia calma, o meglio trattenuta. "Ma lei è cotta di te, come puoi giocare coi sentimenti di una persona solo per copertura? Sei un bastardo."

Mi rivestii e gli dissi che o spariva dalla vita di mia sorella o gli facevo saltare ogni copertura a costo di scoprire anche me. Capì che non scherzavo. La sera stessa disse a Clara che non si sarebbero più rivisti e che lui ripartiva il giorno dopo. Per Clara crollò il cielo. Ne ebbe un dispiacere enorme, ci stava male e mi dispiaceva ma pensavo: meglio ora che dopo.

La sera Clara non disse niente ma capii che Giorgio aveva fatto quanto gli avevo chiesto. Il giorno dopo Clara, che non voleva rinunciare a lui, andò ad aspettarlo alla stazione e gli chiese spiegazioni. Lui balbettò scuse che non la convinsero.

Così, alla fine, quando il treno stava iniziando a muoversi, le disse dal finestrino: "L'ho promeso a tuo fratello, devo farlo."

Clara venne a cercarmi e mi disse che doveva parlarmi: aveva gli occhi rossi ed era furibonda.

"È colpa tua se se n'è andato, colpa tua!"

Dovetti dirle che l'avevo fatto per lei, perché avevo scoperto che Giorgio era gay, che la usava solo come copertura e che perciò gli avevo ingiunto di lasciarla. Non mi credette, mi disse che era una palla mostruosa, che mi aveva dato di volta il cervello, che ero cattivo, cattivo, cattivo!

E così, per convincerla, capii che dovevo dirle di me, dirle che anche io ero gay, e che Giorgio s'era fatto prendere da me, m'aveva chiesto proprio lui di prenderlo. Clara sgranò gli occhi ma capii che finalmente mi aveva creduto.

Mi prese una mano come in una carezza e mi sussurrò: "Tu sei gay?" Giorgio era dimenticato: ero diventato io il centro dei suoi pensieri, della sua attenzione, io, il fratello più amato. "Lo sanno gli altri? papà, mamma, Sergio?"

"No, sei l'unica a saperlo, ora; credo che gli altri non capirebbero."

"E se non capissi neanche io?" mi chiese con un filo di voce.

"Dovevo correre il rischio, te lo dovevo," le dissi.

Mi abbracciò stretto stretto, mi dette un bacio su una guancia, poi mi chiese: "Ma tu... ti pesa?"

"No, a parte il dover vivere due vite parallele, non poter dire a tutti come avevi fatto tu: ho conosciuto un ragazzo splendido."

Ripensò a Giorgio: "M'ero sbagliata," mormorò un po' triste.

"Magari è anche un ragazzo splendido, solo che non doveva illuderti, usarti," le dissi.

"Già," disse e lo dimenticò di nuovo.

Capivo che voleva sapere, così le raccontai come avevo scoperto di essere gay, quello che provavo, che sentivo.

Avevo quattordici anni, facevo la quarta ginnasio. Ero infatuato di un compagno che spesso vedevo in palestra, uno di seconda liceo che era il campione regionale inter-scolastico di ginnastica a corpo libero. Non mi ero ancora reso conto di essere gay, credevo che fosse semplicemente una sconfinata ammirazione, lui era il mio eroe, come un po' tutti gli adolescenti ne hanno uno. Lui pareva non sapere neppure che io esistessi: era logico, pensavo, lui un campione, io uno dei tanti.

Rubai dalla bacheca scolastica una sua foto in cui era in calzoncini e maglietta e stava facendo un esercizio. La portai a casa emozionato, la tirai fuori e la ammirai: era bellissimo. Carezzai la foto, la baciai. Aveva un'espressione intensa, era tutto concentrato nel suo esercizio. Sognai di poter diventare suo amico... Sognai ad occhi aperti: lui che vinceva e che dal podio della premiazione mi cercava con gli occhi e mi sorrideva. Avevo visto come sorrideva ai suoi amici, era incantevole. Volevo quel sorriso per me.

Cominciai a cercare di farmi notare da lui, ma tutto pareva inutile, io ero uno dei tanti ginnasiali che lo ammiravano, niente di più. Ero geloso dei suoi sorrisi. Ero geloso dei suoi amici, dei suoi compagni di classe. Quando si finiva assieme l'ora di educazione fisica, le volte in cui lui non si fermava in palestra più a lungo degli altri col professore per fare allenamenti extra, facevo in modo di entrare nel locale docce assieme a lui, facevo in modo di trovarmi accanto a lui; e fra i vapori della stanza, lo ammiravo di sottecchi. Dio quanto mi pareva bello!

Non avevo il coraggio di parlargli, riuscivo solo ad ammirarlo perdutamente. Ed a sognare il giorno in cui mi avrebbe sorriso, in cui mi avrebbe detto: "Ciao amico," con la sua voce già da adulto, tenorile.

Per mesi.

Era inverno, faceva freddo, quando uscii dalla palestra era già buio. Avevo tirato un po' per le lunghe sperando di vederlo alle docce ma lui era rimasto in palestra ed avevo dovuto lavarmi ed uscire. Però sapevo che avrebbero chiuso presto, che sarebbe uscito di lì a poco. Col cuore in gola decisi di aspettarlo. Con una scusa gli avrei parlato. Come? Cosa potevo dirgli? "Ti aspettavo?" No, mi avrebbe chiesto perché e cosa potevo rispondergli. "Per parlarti," ma magari lui non aveva voglia di parlare con me. Potevo dirgli... nessuna delle idee che mi venivano pareva buona. Ma restai lì, incollato, gli occhi fissi sulla porta della palestra. Mi batteva il cuore.

Uscì, mi vide appoggiato all'albero accanto al cancello e mi guardò, sorrise e disse: "Ciao, ancora qui?"

Mi sussultò il cuore in petto. "Sì..." risposi senza sapere che cosa aggiungere.

"Non torni a casa?" chiese lui guardandomi e io mi scioglievo sotto il suo sguardo.

"Sì..." ripetei.

"Da dove passi? io traverso il giardino."

"Anche io," risposi.

"Allora andiamo?"

Toccavo il cielo con un dito: mi aveva parlato, mi aveva invitato a fare un tratto di strada con lui. Mi chiese come mi chiamassi, mi disse che m'aveva notato e io mi sentii euforico. Riuscii a dirgli che lui era il mio eroe.

"Davvero?" chiese lui fermandosi nello stradello che costeggiava il parco giochi a quell'ora deserto.

Sorrideva, per me.

"Alle docce mi guardi sempre," disse lui.

"Sì..."

"Perché?" mi chiese.

"Sei bellissimo," risposi sinceramente.

"Ti piace guardarmi."

"Sì."

"Vieni con me."

Non mi chiesi dove, perché. Lo seguii senza nessuna esitazione, l'avrei seguito in capo al mondo. Ci inoltrammo nel parco giochi, superammo le altalene, la ruota, i cubi di tubolare, fino al labirinto di tubi di cemento. Li aggirammo, si appoggiò con la schiena ad un tubo, posò a terra il borsone da ginnastica davanti ai suoi piedi.

Mi disse: "Ecco, qui non ci possono vedere."

Lo guardai senza capire ed attesi. Si aprì il giaccone imbottito, si calò i calzoni della tuta da ginnastica sulle anche, si tirò fuori l'uccello che per la prima volta vedevo duro: era dritto come un fuso.

"Dai, succhiamelo, fammi godere," mi disse e mi mise le mani sulle spalle spingendomi giù.

Anche se non avevo mai pensato di essere gay, anche se non avevo mai pensato a lui su un piano esplicitamente sessuale, sapevo che cosa fosse un pompino, fra compagni se ne parlava deridendo i finocchi. Voleva che gli facessi un pompino, pensai confusamente mentre m'inginocchiavo sul suo borsone. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui, anche quello che fanno i finocchi, anche se tutti mi avrebbero deriso se si fosse saputo: ma ero pronto, per lui. Aveva scelto me...

Mi prese la testa fra le mani e cominciò a fottermi in bocca. A volte me lo spingeva in gola e mi veniva da vomitare ma mi trattenenvo anche se mi scendevano lacrime per lo sforzo. Ero contento di quello che mi aveva chiesto di fare per lui: stavo dando piacere al mio eroe.

"Cazzo, vengo!" disse lui tenendomi la testa premuta contro il suo pube e singendomelo in gola, "Bevilo, bevilo tutto, tutto!" ordinò e mi si scaricò in bocca.

Cercai di accontentarlo, mi veniva da tossire, lacrime scendevano copiose, ma riuscii ad ingoiare tutto anche se a fatica.

"Leccamelo adesso, puliscilo bene," mi disse quando fu soddisfatto.

Obbedii. Si rimise a posto, mi rialzai in piedi.

C'era un tono di lieve scherno nella sua voce: "Bene, frocetto, mi sei piaciuto; quando mi tira e non ho una ragazza so come scaricarmi, adesso. L'hai già preso in culo?"

"No..." risposi disturbato dal suo tono, deluso.

"Allora magari te lo sfondo io!" disse allegro e mi salutò andandosene: "Ciao, frocetto, alla prossima volta."

Tornai a casa lentamente, piangendo per la delusione: mi disprezzava per quello che avevo fatto, anche se era lui ad avermelo chiesto, anche se l'avevo fatto solo per lui. Arrivato a casa mamma vide che ero sconvolto: avevo sperato di riuscire a dissimularlo ma evidentemente mi si leggeva in faccia. Dissi che avevo mal di stomaco. Mi misi a letto senza cenare: non ne avevo davvero voglia. Ripensavo a quello che era successo.

Era uno stronzo: avrebbe potuto avere da me tutto quello che voleva, in un altro modo. Gliel'avrei succhiato, me lo sarei lasciato mettere in culo, qualsiasi cosa se solo avesse capito... avesse capito che l'amavo! Fu la prima volta che pensai a quella parola. Ma era così, me ne ero innamorato ma lui aveva ucciso il mio amore. Era proprio uno stronzo.

"Cristo, che gran testa di cazzo!" disse Clara e mi prese la mano e me la carezzò quasi dovesse consolarmi per qualcosa che mi fosse accaduta quel giorno e non otto anni prima.

Continuai a raccontarle.

Lo evitai. Ma una sera, mentre traversavo il giardino tornando velocemente verso casa, lui arrivò di corsa e mi raggiunse proprio all'altezza del parco giochi. Mi prese per un braccio ma io gli dissi di lasciarmi.

"Mi tira, vieni a succhiarmelo, dai, e dopo t'inculo!"

"No!" dico io.

Allora lui sarcastico: "Ma che ti piglia, frocetto, lo so che ti piace; ti è piaciuto, no? Parevi un vitello da latte, come me lo succhiavi!"

"Dovevo staccartelo con un morso, bastardo!" gli dico io furibondo.

Lui ride: "Ma dai, vieni, non fare lo scemo! ce l'ho già duro e ho voglia di fotterti, di ficcartelo in culo!" dice lui cercando di sospingermi nel parco giochi.

Mi divincolo, gli do una spinta, lui cerca di immobilizzarmi, gli volo addosso e comincio a pestarlo. Non so chi m'ha dato la forza: io mingherlino, lui grande e grosso. Ma mi sentivo Sansone e i filistei, Ercole e i titani, Davide e Golia! Cadde a terra e continuai a pestarlo e nessuno di noi due emetteva un suono. Poi mi fermai ansante.

Lui allora si rialzò spazzolandosi via la polvere dalla tuta con le mani e mi guardò, se non con timore, con rispetto, e disse a mezza voce, quasi a scusarsi: "Pensavo che eri frocio, tu, che lo volevi in culo."

"Sarò anche frocio, non lo so, ma tu sei un bastardo e preferirei essere tre volte frocio che bastardo la metà di quanto sei tu. Il mio eroe! Quant'ero ingenuo, Sei solo una massa di carne puzzolente senza cuore né cervello. Mi fai pietà."

"Ma dai..." disse lui incerto.

"Ma va a fa'n culo! ti tira? succhiatelo da solo, bastardo! e non provarti mai più a darmi del frocio o ti spacco tutti i denti, e anche il culo! E se anche io lo fossi, nessuno ti da il diritto di sputarmi addosso, chiaro? con te non voglio avere niente da spartire, puzzi troppo!" gli dissi e lo lasciai lì come un baccalà.

Non mi infastidì più, anzi, avevo l'impressione che dopo quella sera mi guardasse con un certo rispetto.

Ma quell'esperienza m'aveva aperto gli occhi su una cosa importante: m'ero innamorato di un ragazzo, di uno del mio sesso e ci avrei anche fatto l'amore; e l'idea di fare l'amore con un maschio mi piaceva, mi eccitava. Capii, insomma che ero per davvero frocio. E mi dissi che andava bene.

Per la prima volta cominciai a desiderare esplicitamente di avere sesso con un maschio, ma ne ero intimorito. Le chiacchiere con i compagni m'avevano fatto capire quanto fosse radicato il disprezzo per quelli come me. E anche l'atteggiamento del mio ex-eroe.

Tu puoi filare con una ragazza, con successo o no, non importa, gli amici possono anche bonariamente prenderti in giro se ti va male, ti invidiano se ti va bene. Ma se provi a filare un ragazzo, sei bollato, evitato, disprezzato, cancellato, perseguitato. E a me non andava, io volevo essere accettato dai compagni. Nessuno può vivere da solo. Si ha sempre bisogno di essere accettati, specialmente a quell'età. E perciò dovevo tenere accuratamente nascosti i miei desideri. E li tenni nascosti per quasi tre anni.

"Non potevi neanche parlarne con qualcuno, vero?" mi chiese Clara comprensiva, poi aggiunse: "Io, se mi prendo una cotta, o se ho una delusione posso parlarne con chiunque, le compagne, te, un po' anche con mamma, papà. Tu no, vero? È ingiusto. Ma adesso... adesso puoi parlarne con me, se hai un ragazzo che ti piace, no?"

La abbracciai.

Le chiesi: "Mi hai perdonato, allora?"

"Ti sono grata; ma almeno, lo stronzo, sapeva fare l'amore bene?" mi chiese maliziosetta.

"Mah, è stata solo una scopata veloce, non lo so; e non mi interessa; volevo solo fargli confessare di esserlo e dopo averlo fatto con me non poteva certamente negarlo; l'ho fatto per te, credimi, anche se è un bel ragazzo."

"Siamo fortunati, io e te, con gli uomini, vero?" mi disse Clara con mesta ironia ma poi mi fece un sorriso così dolce che mi fece bene al cuore.

Ci eravamo sempre voluti bene io e Clara, ma ora sentivo che eravamo più uniti che mai.

Allora le chiesi: "Hai mai fatto l'amore, tu?"

Non s'aspettava la domanda, mi guardò per un attimo sorpresa, poi sorrise di nuovo e disse: "A te lo posso dire. Sì, solo una volta, l'anno scorso, col fratello di Cristina, Max. Alla festa del compleanno di Cristina, a casa sua."

"È stato bello?" le chiesi.

"Abbastanza; mi ci ha portato un po' per volta, gli avevo detto che ero vergine; me l'ha fatto desiderare e è stato attento; ma dopo non io ho voluto più farlo."

"Perché?" le chiesi.

"Non lo so; forse perché mi ci aveva portato solo... come dire... ha saputo svegliare il mio corpo, ma non la mia anima, capisci? Per lui era stato solo un gioco, un bel gioco. Comunque aveva saputo fami perdere la testa e quando ci ha provato non avevo assolutamente voglia di dirgli di no, te lo confesso."

"Beh, anche la prima volta che ho fatto io l'amore completo era una cosa solo fisica, con uno sconosciuto per di più; però m'è piaciuto," le dissi.

"Anche a me era piaciuto farlo con Max, ma volevo di più. E con Giorgio m'ero illusa di averlo trovato, perché lui quasi non mi toccava, a differenza di Max pareva interessato a me, non solo di farmi calare le mutandine, capisci... ma tu non volevi di più?" mi chiese.

"No, non quella volta per lo meno."

"Ah no? e perché?" chiese lei.

"Perché da tre anni volevo farlo, ne avevo bisogno; per capire me stesso, capisci? Ma non sapevo con chi e come e dove... niente; mi pareva quasi che a parte me non ci fosse un altro gay fra tutti quelli che conoscevo, fra quelli che vedevo. Avevo diciassette anni. Ti ricordi quando andai a Bologna in autostop per quel concerto?"

"No, non mi ricordo, avevo solo tredici anni, io," disse Clara.

"Beh, non importa. Non so più se era il secondo o il terzo passaggio, ma era all'andata. Si ferma un'auto, la guidava un uomo. Sai che non mi ricordo più come fosse fatto, quanti anni avesse, che auto fosse... niente. Mi ricordo solo che dopo un po' mi ha messo una mano lì e mi ha detto che gli piacevo e che aveva voglia di me. Io, che non ci stavo proprio pensando, mi sentii subito eccitato all'idea che finalmente, quando meno me l'aspettavo, avrei potuto farlo. Si fermò in un paesino, in un piccolo albergo e prese una camera. Mi vergognavo da matti ma ero anche eccitato. È buffo ma ricordo nettamente la camera: aperta la porta a sinistra c'era subito il letto e a destra, dietro la porta e parallelo al letto, un armadio a muro; oltre al letto un tavolinetto e una sedia e di fronte, in una specie di nicchia a muro, un lavandino. In fondo una finestra con una tenda a scacchi bianchi e arancione un po' scolorita, uguale al copriletto. Non sapevo se dovevo dirgli che quella per me era la prima volta o no, ma forse era meglio almeno non si sarebbe aspettato troppo da me, non l'avrei deluso. Quello che avevo dovuto fare tre anni prima infatti non contava. Beh, comunque feci l'amore con quello: non fu proprio esaltante ma fu piacevole, sia lasciarmi prendere che prenderlo..."

"Sì, ti capisco, proprio come per me con Max, non esaltante ma piacevole," disse Clara.

Era bello poter confrontare le nostre esperienze così, semplicemente, alla pari, senza giri di parole. Dopo di allora non avemmo più problemi a parlarci con chiarezza anche delle nostre cose più intime. E quello che era bello era che ognuno di noi aveva piacere di raccontare all'altro ma nessuno di noi due pretendeva che l'altro raccontasse di sé. Ma avveniva. E avviene ancora.

Logicamente l'ho messa anche a parte del problema di Piccì: come m'aspettavo non solo ha capito ma mi è stata vicina più che mai, ed anche a Piccì. Con discrezione come è il suo solito.

Quando le dissi che Ricardo sarebbe venuto ad abitare con me, mi disse: "Stavolta forse è quella buona."

"Lo spero, ma perché pensi che stavolta vada bene? Le altre è andata sempre male, è durata poco," le dissi.

"Gli altri erano meno adatti a te, credo."

"E come fai a dirlo, non li hai conosciuti, non conosci Ricardo."

"Da come ne parli."

"Ma io, essendone innamorato, non posso che parlarne bene, no? e anche degli altri, specialmente di Dado e Sandro."

"No, certo che ne parlavi bene, ma di Ricardo mi stai dicendo cose convincenti, degli altri... non m'avevi mai convinto."

"Non m'avevi mai detto niente, però," le dissi in tono di dolce rimprovero.

"Non sarebbe servito, ne eri infatuato, non mi avresti dato retta; e comunque non avevo elementi per dirti di non mettertici; da quello che so erano due bravi ragazzi, comunque, specialmente Dado."

Volle conoscere Ricardo e, dopo, mi confermò la sua ottima impressione: "Quel ragazzo è colmo di amore, si vede, si sente; è splendido, tienitelo caro, mi disse."

Anche Ricardo è rimasto affascinato da mia sorella ed a poco a poco si sono affezionati. A volte si telefonano per chiacchierare un po' e la cosa mi fa un sacco di piacere. E Ricardo ha capito che Clara ha piacere di sapere di lui anche se non fa mai domande, neppure a me, così a poco a poco ha cominciato a raccontargli di sé.

Le ha raccontato che scrive una volta al mese alla madre che, essendo analfabeta, va dal parroco a farsi leggere le sue lettere e poi gli detta la risposta. Ha fatto vedere anche a lei l'unica foto che ha della sua famiglia: ci sono tutti, è stata scattato in occasione del battesimo del tredicesimo figlio, poco prima che venisse in Italia. Suo padre è bianco, sua madre mulatta ma più scura di lui.

Anche se Clara e Ricardo non hanno mai usato il termine, si trattano proprio da cognati, con affetto. Questo mi fa sentire... in famiglia. È gradevole. Peccato che i parenti non siano tutti così, come dovrebbero essere.

Clara sa anche che Dado è morto di AIDS. Per prima cosa ha detto: "Mi dispiace, poveretto, anche se non l'ho mai conosciuto. Tu gli volevi ancora bene, vero?" mi chiese.

"Beh, certo, anche se ora eravamo solo amici, perché lui aveva Valerio e specialmente ora che ho Ricardo," le dissi.

E solo dopo mi ha chiesto se mi fossi fatto le analisi. Sono stato contento dell'ordine delle sue reazioni. La rassicurai.


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