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una storia originale di Andrej Koymasky


pin RICARDO di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 2 giugno 2002
CAPITOLO 1
OGGI

Uscito dal bagno mi fermo davanti allo specchio e mi guardo: per la mia età, non sono male.

Non ho mai pensato di essere bello, ma neppure brutto. Solo in questi giorni, riguardando le mie vecchie foto, ne ho vista una di quando avevo venti anni ed ho pensato che allora ero proprio un gran bel ragazzo. Ma a quel tempo, come ora, pensavo di non essere né bello né brutto. Un tipo comune, come si suol dire.

Mi guardo i peli che iniziano ad ingrigire; il declino è ormai iniziato, mi dico. Non è un problema. È naturale. Anche sul dorso delle mani, sulla pelle, cominciano ad affiorare alcune lievi macchie color cappuccino. E i capelli si stanno diradando un po'... Ma il mio corpo è ancora asciutto, non ho un filo di pancetta, la pelle è elastica. Anche fra le gambe non sono male, dopo tutto: non super-fornito ma niente di cui vergognarmi, in paragone con altri uomini. Forse anche un po' sopra alla media.

Chissà perché, chi più chi meno, diamo tanta importanza alle dimensioni? Non è una cosa del tutto sciocca? Lo so, eppure a volte ci casco anch'io.

Il mio sguardo lascia per un attimo l'analisi del mio corpo, si sposta di una frazione ma abbastanza per vedere riflesso nello specchio, alle mie spalle, Ricardo. Con una sola "c".

Lui sì che è bello! Indossa i suoi ventuno anni con la disinvoltura tipica della sua età, indossa la sua bellezza con altrettanta disinvoltura, e questo è più raro. Quando gli dico che è bello, lui risponde: "ma va!" ed è sincero, non è una posa. Non si rende conto di essere bellissimo. Come fa?

Ne sono completamente cotto, dopo due anni. Anzi, da tre, ma sono due che conviviamo. Tre anni fa: mi pare ieri. Aveva diciotto anni, aveva occhi da cucciolo smarrito ma aveva già un corpo da puledro: snello, nervoso, elegante, sodo e liscio... un puledro di razza. Da perderci la testa. E infatti io l'ho persa. Per mia fortuna è un ragazzo profondamente buono, perché potrebbe fare di me tutto quello che vuole, lui.

Sono solo due anni che viviamo assieme eppure sembra che siamo assieme da sempre. Ricordo perfettamente il primo giorno in cui lo vidi, la prima notte in cui facemmo l'amore, il giorno in cui venne ad abitare con me... ieri eppure un eone fa. È vero che l'amore annulla il tempo. E perciò forse anche la differenza di età.

Mah, se lui non fosse stato anche buono forse non me ne sarei innamorato fino a questo punto, Chissà! Dicono che il primo amore non si scorda mai, ed in parte è vero. Dicono che l'ultimo amore sembra sempre il più bello, e questo lo credo meno vero. Ma l'amore fra me e Ricardo è speciale, davvero non avevo mai sperimentato nulla di così intenso e dolce. Il nostro amore è bello. Ricardo è bello.

È bello, sì. Aspettando che finissi la doccia si è addormentato, languidamente steso, nudo sul letto, il corpo scoperto.

Mi giro verso di lui, mi accosto al letto ed esito: non vorrei svegliarlo, voglio riempirmi gli occhi ed il cuore della sua visione. Saranno gli occhi dell'amore ma ogni volta che posso contemplarlo, il suo corpo mi pare perfetto. La natura è stata generosa con lui, sia fisicamente che come personalità: gli ha dato molti doni.

A volte mi chiedo: "Ma potrà durare? Ho più del doppio della sua età..." A lui non posso più dire di questo mio interrogativo: dice che ne abbiamo parlato anche troppo, si arrabbia.

"Certo che durerà se non ti stanchi tu di me," dice deciso.

"Ma che cosa ci trovi tu in uno come me?" gli chiedevo io all'inizio.

E lui ritorceva: "E tu in me, allora?"

Non ce lo chiediamo più, non voglio farlo arrabbiare. Ma è bellissimo anche quando è arrabbiato. Quando è arrabbiato con me, il suo volto si colora di sdegno, cruccio, stizza eppure i suoi occhi esprimono ugualmente amore e sembra che dicano imploranti, quasi con sofferenza: "Perché ci arrabbiamo, proprio io e tu che ci amiamo tanto?"

Capita molto di rado, comunque: sembra felice di stare con me. Io lo sono. Perciò stiamo tranquilli, direbbe lui. Il mio Ricardo con una sola "c".

Mi accosto a lui, esito, ma alla fine mi chino a baciarlo sulle labbra, lieve, finché apre gli occhi e mi perdo nel suo sorriso.

Mi tira a sé e mi sussurra felice: "Il mio uomo."

Mi sento sciogliere per l'emozione e dentro di me gli grido: "Ti amo!" Ma glielo sussurro appena.

Mi fa salire sopra di sé, mi abbraccia forte, e mi dice dolce: "Se smetti di amarmi, io muoio."

"Temi che possa accadere?" gli chiedo in un sussurro mentre lo accarezzo.

"No..." dice lui con occhi radiosi.

"Allora perché mi hai detto che moriresti?" insisto io baciandolo.

"Perché è vero, mi sono accorto che non riesco più a fare a meno di te."

"Quando te ne sei accorto?" gli chiedo.

"Ogni volta che fai l'amore a me, che faccio l'amore a te..."

Lui non dice "con" ma "a". E non è che non parli ancora perfettamente l'italiano, queste due preposizioni si usano nello stesso modo in portoghese: per lui è così, non "con" ma "a". "Con", mi ha spiegato quando tentai di correggerlo, indica due vicini. "A" invece indica una cosa sola.

"Una cosa sola?" gli chiesi senza capire.

"Io non ho studiato, ma so che è così," mi disse lui con un sorriso.

Così facciamo l'amore "l'uno all'altro", io e Ricardo.

"Sei bello," dice lui.

Lo accetto, so di esserlo ai suoi occhi e mi fa piacere. Mi basta esserlo per lui.

"Sono tuo," gli dico pieno di gioia incontenibile.

"Lo so, anch'io; tutto tuo, solo tuo," mormora e mi bacia.

Smettiamo di parlare, ci perdiamo l'uno nell'altro, felicemente, mentre la pendola in soggiorno batte le tre di notte.



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