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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA CORONA FERREA CAPITOLO 12
LA SCOMPARSA DELLA CORONA

L'USURPATORE

L'inverno era più rigido di tutti quelli che mai avessero avuto in quelle terre. Tormente di neve si succedevano a tormente ed i dodici amici procedevano a fatica verso le terre del loro re.

Nel castello, il re s'aggirava inquieto: nessuno dei cavalieri che aveva inviato alla cerca della corona ferrea era ancora tornato. Arseno, dopo aver lasciato il castello con il bambino non s'era più visto, e quell'inverno, quasi a peggiorare le cose, era il peggiore che mai avesse sperimentato in tutta la sua vita. A poco valeva la vicinanza dei suoi tre figli e della regina ad alleviare la pena che provava dentro al suo cuore.

Re Waltha si chiedeva se avesse fatto bene ad inviare i suoi tre migliori cavalieri alla cerca della corona ferrea... temeva di averli sacrificati ad un suo desiderio e questo rattristava il buon re. Avesse almeno potuto confidarsi con il vecchio Arseno... Il mago gli era sempre stato vicino nei momenti difficili e con la sua saggezza aveva sempre saputo infondergli coraggio e forza.

Giù nella città alta, nella grande e vecchia casa dal tetto di paglia, anche la maga Zedee camminava su e giù, inquieta. In tutti quegli anni di attesa, infinite volte aveva preparato la pozione della magica visione, sperando di individuare i tre cavalieri che sarebbero dovuti tornare con la corona ferrea. Sulla superficie tremolante del liquido verdastro non si formava mai nessuna immagine che le dicesse se i tre avevano trovato la corona, o dove fossero.

Zedee aveva persino temuto che la pozione che usava preprare nel calderone avesse perso la sua efficacia, o che lei potesse aver sbagliato nel preprarla. Era essenziale che, se i tre cavalieri con i loro tre scudieri avessero trovato la corona lei li individuasse per tempo in modo di riuscire a sottrargliela e a darla a suo figlio Atlah, che sarebbe così divenuto il re di quelle terre, ed avrebbe avuto un potere che nulla e nessuno poteva contrastare.

Atlah nel frattempo era al piano superiore, chiuso nella sua stanza con una coppia di giovani mercanti che era riuscito ad ammaliare pochi giorni prima sulla piazza del mercato e, come piaceva a lui, mentre montava con rude veemenza la ragazza, si faceva montare con vigore dal cugino di questa. Atlah non si era ancora stancato né della ragazza diciottenne né del ragazzo ventiquattrenne e se li godeva, giorno dopo giorno, anche più volte al giorno, insaziabile nella sua lussuria. Per fare in modo che i due non si stancassero troppo presto in quelle giostre di sesso, faceva loro bere, ad ogni pasto, una pozione di erbe che ne aumentava la resistenza ed il desiderio sessuale.

Gli piaceva sentire il duro membro del giovane martellargli dentro con violenza, spingendò così ad ogni colpo il suo membro bollente più a fondo nella vagina della ragazza. Li baciava, ora l'uno ora l'altra, con appassionati e profondi lingua in bocca, e artigliava le loro membra, con le unghie adunche, man mano che il godimento aumentava e l'orgasmo si avvicinava. Quando poi lo raggiungeva, ululava il suo piacere quasi come un lupo affamato nelle notti d'inverno e sua madre, al sentirlo sorrideva, fiera per la famelica resistenza del figlio.

Una notte, mentre il figlio dormiva soddisfatto fra i suoi due schiavi sessuali, Zedee peparò per l'ennesima volta nel calderone il suo intruglio e finalmente vide un'immagine formarsi sulla superficie verdastra e fumante: da una grande barca a vela quadra e dalla prora ricurva scendevano dodici giovani uomini a cavallo ed in tre di loro riconobbe i tre cavalieri che attendeva da anni, Harti, Axel e Jens.

Emise una bassa e gorgogliante risata di soddisfazione: se tornavano significava che avevano trovato la corona ferrea! Pronunciò alcune parole magiche e la vide, racchiusa nel cofano di legno, in quello di ferro ed in quello d'oro. Era splendida... e presto sarebbe stata di suo figlio. Atlah avrebbe finalmente regnato su tutte le terre che ora governava re Waltha, e magari anche sui regni circonvicini... e lei avrebbe vissuto da regina!

Aveva da tempo immaginato come fare ad ingannare i cavalieri per impossessarsi della corona prima che fosse nelle mani di Waltha. Conosceva molti incantesimi e li avrebbe usati tutti. Sapeva ormai che non sarebbe mai riuscita ad affascinare quegli uomini così refrattari alle grazie muliebri, no, non era quella la strada. Ma poteva fare in modo di dare ad Atlah le sembianze di Waltha ed a se stessa quelle della regina, andare incontro ai cavalieri prima che giungessero nella capitale e farsi consegnare la corona.

L'unico problema era che il re e la regina non si sarebbero mai allontananti dal castello senza un'adeguata scorta di dame e di cavalieri. Ma anche a questo si poteva forse ovviare. In fretta salì alla camera del figlio e lo svegliò.

"Vestiti, Atlah, in fretta, dobbiamo andare." gli disse con un tono di urgenza.

"Ma mamma! È ancora notte, lasciami in pace."

"No, obbedisci subito, non fare storie. Vedrai che ne vale la pena. Se farai tutto quello che ti dirò, non avrai certamente da pentirtene, anzi..."

"E di questi due, che ne faccio? Ho ancora voglia di godermeli un po'..."

"Quando avremo fatto quello per cui ora ci dobbiamo muovere... avremo a nostra completa disposizione tutti i maschi e tutte le femmine che vorrai, senza neppure bisogno di fare incantesimi per averli."

"Tutti? Senza incantesimi?" chiese il giovane uomo con occhi brillanti di libidine.

"Certo, te lo assicuro. Ora fai andare via questi due e preprati, dovremo camminare tutta la notte. Copriti bene, fuori fa molto freddo, la neve è alta."

Atlah, un po' a malincuore, mandò via i due e si imbacuccò ben bene. Frattanto la madre aveva preprato in una sacca tutti gli ingredienti che le servivano per compiere l'incantesimo che le avrebbe permesso di ingannare i cavalieri.

Uscirono nella notte buia e fredda, riparandosi alla meno peggio dal vento gelido e tagliente che soffiava fra le case con sinistri ululii. Scesi alla porta di valle, Zedee fece un incantesimo alle guardie che subito aprirono la pustierla per lasciarli uscire.

Presero la via che, costeggiando il fiume Hulig, scendeva verso il lago. Camminarono per tutta la notte e poco dopo l'alba giunsero in un piccolo villaggio ancora addormentato.

"Mamma, mi vuoi dire dove cavolo stiamo andando e a fare che?" chiese il giovane Atlah immusonito.

"Atlah, figlio mio, ho in serbo una sorpresa per te... Prima però devi aiutarmi a fare un incantesimo. Vai a raccogliere della legna, dobbiamo fare un fuoco."

"Uno dei tuoi soliti incantesimi? Per fare che?"

"Vedrai, vedrai..."

Accesero il fuoco, poi Zedee prese la sua sacca e vi gettò sopra alcune erbe, radici e preparati speciali che aveva portato con sé. Presto si levò un fumo acre e viola che iniziò a spandersi per il villaggio. Atlah guardava sua madre con aria annoiata.

"Aria mefitica, respiro di strega, tutti i dormienti a me tu lega. Vecchi e bambini fai ancor dormire ma donne e uomini mi devon obbedire. Falli destare e venir qui fuori, perché ci rendano i dovuti onori. Tutti trasforma in cavalieri e dame per conquistare questo reame..." declamò la donna tracciando con entrambe le mani misteriosi segni nell'aria.

Atlah guardava con un'espressione a metà fra l'annoiato e l'incuriosito. Le porte delle povere case del villaggio iniziarono ad aprirsi e ne vennero fuori uomini e donne che si avvicinarono come se fossero fantocci pivi di volontà e si disposero attorno al fuoco.

Allora Zedee gettò un'altra manciata di polveri ed erbe sul fuoco e ne scaturì un fumo giallo. Man mano che la nube avvolgeva la gente, questa perdeva l'aria umile e dimessa, si rizzava assumento un aspetto fiero ed un portamento nobile ed i loro abiti cominciarono a cambiare forma e colore sì che in breve parevano tutti veramente essere dame e cavalieri del re e della regina.

Zedee gettò un'ultima manciata dei suoi intrugli sul fuoco e ne scaturì una nube rossa: "Respira questo fumo, Atlah... respira a fondo!" gli ingiunse la donna, chinandosi anche lei a respirarlo.

Ed ecco che Altah assunse le sembianze e gli abiti del re e Zedee quelli della regina sua moglie.

"Beh," disse Atlah divertito, "a che pro questa mascherata? Adesso sembriamo il re e la regina, abbiamo anche una parvenza di corte, ma non il potere, so che quello non sei in grado di darmelo..."

"Non io, figlio mio. Ma presto tu potrei prenderlo nelle tue mani, letteralmente..." disse Zedee trionfante e spiegò finalmente al figlio la storia della corona ferrea e che cosa dovevano fare.

"Quella corona mi darà veramente il potere di un re?" chiese il giovane uomo con un sogghigno.

"Sicuro!"

"E potrò avere tutto quello che vorrò, senza nessun limite?"

"Così è!"

"Tutti i maschi e le femmine che vorrò nel mio letto, tutto l'oro e l'argento che desidero nelle mie casse, cibo e bevande a volontà sulla mia mensa?"

"Esattamente."

"Ti adoro, madre mia! Finalmente avrò una vita degna di essere vissuta!" esclamò il giovane eccitato.

"Ricorda, Atlah, che d'ora in poi tu dovrai dire di essere Waltha ed io la tua consorte..."

"E dovrei anche scoparti, madre mia?" chiese il giovane ridendo divertito.

"No... basterà fingere finché avrai la corona nelle tue mani. Poi torneremo ad avere il nostro aspetto e nulla ci potrà più ostacolare. Ora dobbiamo solo attendere che i cavalieri passino da qui per andare alla capitale e fare come ti ho spiegato."

Frattanto i dodici amici stavano salendo lungo la via che costeggiava il fiume Hulig, diretti alla capitale, lieti e tranquilli. Presto il loro re, che era un uomo buono e saggio, coraggioso e forte, avrebbe cinto la sacra corona ed avrebbe regnato facendo trionfare giustizia e saggezza, ed esercitando il retto potere e la sapienza. Erano tutti consci che, grazie alla loro impresa, si sarebbe parlato del buon re per i secoli dei secoli.

Quando giunsero in vista del villaggio dove Zedee li attendeva, Kimon per primo vide che, alle porte del villaggio, c'erano molte persone ferme sula strada, come se attendessero proprio loro. Avvicinandosi i dodici amici riconobbero il re e la regina attorniati dalla loro corte.

"Non è strano, Harti, che ci siano venuti incontro con la corte?" chiese Jens.

"Ma no, dopo una così lunga attesa, Arseno avrà detto al nostro re che stavamo tornando con la corona e ci avrà voluto onorare venendoci incontro, invece di attenderci su nel suo castello..." rispose Harti.

"E come mai sono a piedi? Dove sono i loro cavalli?" chiese Axel.

"Saranno dietro le case, i paesani ne staranno avendo cura..." rispose Harti tranquillo.

Giunti davanti a quello che credevano essere Waltha, i dodici scesero da cavallo e si inginocchiarono sulla strada.

"Nostro buon re, ti salutiamo! Siamo lieti di poterti finalmente rivedere, dopo così lunghi anni!" disse Harti.

Zedee, lievemente accigliata, chiese: "Ma eravate partiti in sei... come mai tornate in dodici?"

"Questi altri sei sono compagni che abbiamo trovato lungo la strada e che si sono uniti a noi nella cerca della corona ferrea. Hanno condiviso con noi traversie, pericoli ed avventure ed ora chiedono di essere ammessi al servizio del re..." rispose Harti.

"La corona, dov'è la corona?" chiese Atlah impaziente.

Derk fu un po' sorpreso per quel tono, ma presa la sacca dal cavallo ne estrasse il cofano di legno e lo depose ai piedi di quello che credeva essere il suo re.

"Aprilo!" ordinò Atlah.

Derk tolse il coperchio di legno, ne estrasse il cofano di ferro e lo posò a terra, poi ne aprì il coperchio e ne estrasse il cofano d'oro che pure aprì.

Zedee era trionfante, i suoi occhi brillarono: "Mio buon marito," disse con voce melliflua al figlio, sapendo che solo lui poteva toccare impunemente la corona, "prendi la corona e mettila sul tuo capo!"

Atlah si chinò con un sorriso, prese la corona fra le sue mani, si rizzò e, lentamente, la pose sul proprio capo.

"Ecco, è fatto. Ora io sono il re più potente della terra!" esclamò soddisfatto.

"Sì, figlio mio!" disse Zedee scoppiando a ridere e quando vide le espressioni sorprese dei dodici amici, che erano ancora inginocchiati sulla strada, aggiunse: "Poveri sciocchi omuncoli! Restate pure inginocchiati nella polvere e giurate obbedienza al vostro nuovo re, mio figlio Atlah!"

Fece un gesto con le mani e gli abitanti del villaggio stramazzarono a terra privi di senso, i loro abiti tornarono ad essere poveri stracci rattoppati e la maga con suo figlio ripresero il loro vero aspetto.

I dodici si alzarono in piedi, ponendo mano alle loro spade, ma Zedee li fermò con un gesto: "Fermi, idioti! Nulla potete ormai contro Atlah! Giurategli obbedienza, per il vostro bene."

"Come è possibile che abbia cinto la corona senza morire!" esclamò Harti esterrefatto. "Solo un figlio di re la può cingere impunemente."

Zedee sghignazzò: "Ma il mio Atlah è figlio di re, suo padre infatti è il padre di Waltha. Ed ora finalmente il ruolo di mio figlio rarà riconosciuto, Atlah sarà il vostro nuovo re!"

"Mai! Preferiamo la morte, piuttosto che tradire il nostro re, l'unico re, Waltha." gridò Axel sguainando la sua spada.

"Madre, li faccio morire?" chiese Atlah divertito e per nulla intimorito.

"Non è necessario. Soffriranno di più meditando da vivi e da liberi sulla loro impotenza. Hanno voluto umiliarmi, ora sarà loro la più completa umiliazione, quando vedranno il loro Waltha, sua moglie ed i loro figli servirci come i più bassi fra i servi."

"Il nostro re non si piegherà mai a questo!" esclamò Jens sguainando a sua volta la spada.

Anche gli altri amici avevano sguainato le loro spade, e tutti assieme si aventarono sulla maga e suo figlio. Ma quando giunsero ad un passo da loro, si immobilizzarono: una forza potente e misteriosa impediva loro di andare avanti, di usare le loro spade contro i due.

Atlah rise e chiese: "Madre, che ne facciamo di questi bambocci? Io quasi quasi me li porterei a letto, uno dopo l'altro... non sono niente male, dopo tutto."

"No, figlio mio. Sarà più divertente ordinare loro di scortarci fino al castello: pensa quanto soffriranno nel vedersi impotenti ad aiutare il loro Waltha, nel vederlo umiliato e non poter fare nulla. Dovranno restare con noi ed assistere a tutto quanto faremo, senza poter muovere un solo dito... Non ti pare molto meglio che sottometterli alle tue voglie? Non hai bisogno di loro, hai tutto il regno nelle tue mani, per divertirti..."

"Hai ragione, madre. Allora, vi ordino di darci i due più belli dei vostri cavalli e di scortarci fino al castello!" disse Atlah con tono altero.

I dodici amici non poterono far altro che obbedire, nonostante fossero furenti di rabbia. Così il corteo si diresse verso la capitale. Essendo ormai giorno, le porte della città erano aperte. Traversarono la città bassa, poi la città alta ed infine entrarono nella spianata del castello.

Atlah smontò da cavallo e disse al maggiordomo che era uscito per vedere chi fosse arrivato: "Guidami da Waltha, subito!"

L'uomo non poté opporsi a quell'ordine e guidò tutti fino al salone del castello. Qui frattanto era sceso Waltha, che aveva visto giungere il corteo e credeva di aver riconosciuto in alcuni di quegli uomini i sei cavalieri che aveva mandato in cerca della corona ferrea.

Così Altah e Waltha si incontrarono nel salone.

"Ehi, Waltha, mio caro fratellastro, è arrivato il giorno in cui la giustizia è ristabilita."

"Chi sei tu? E come puoi cingere impunemente la corona ferrea?" chiese Waltha stupito, poi guardò i suoi cavalieri: "Dovevate consegnare a me quella corona..." disse più stupito che in tono di accusa.

"Sire, lui ci ha ingannati, si è presentato a noi dopo aver assunto il tuo aspetto. E purtroppo lui è anche figlio di tuo padre, ha perciò potuto cingere la corona con le proprie mani, senza morire, prima di riassumere il suo aspetto. Troppo tardi, così ci siamo resi conto del suo inganno." disse Harti con tono afflitto.

"Sì, Waltha, lui è mio figlio Altah, figlio di tuo padre e perciò di sangue reale. Ed ora è lui il re di tutte queste terre, il tuo re. Inchinati a lui!" disse Zedee raggiante.

"Mai! Se lui è figlio di mio padre, è un figlio bastardo, e secondo le nostre leggi avrebbe dovuto essere uscciso prima ancora di nascere!" disse Waltha.

"Oh, sì, e invece tu ora ti inchinerai a me e mi servirai. Quanto a quella legge, io, in quanto nuovo re, la abrogo: i figli bastardi dovranno ereditare tutti i beni del padre ed i figli legittimi dovanno servirli, d'ora in poi! Quanto a te, Waltha, ora ti togli immediatamente quegli abiti preziosi e li dai a me, mentre tu indosserai questi miei abiti vili. Obbedisci!"

Re Waltha, nonostante fosse furente e fremente di sdegno, si trovò costretto a fare quanto Altah gli aveva ordinato. Si tolse la bella spada tempestata di gemme e gli eleganti abiti che indossava ed indossò gli abiti che nel frattempo Altha si era tolto.

"No... sei ancora troppo ben vestito, così... Vai subito nelle stalle e scambia quegli abiti con quelli dello stalliere peggio vestito! E tu, ex regina, conduci mia madre nelle tue stanze e falle scegliere gli abiti più belli... Quanto ai tuoi tre figli... saranno i miei servi personali... dopo tutto sono miei nipoti, no? Quanti anni avete, ragazzi?"

Il più grande, Sverger, rispose: "Io ho diciassette anni, mio fratello Torgils ne ha quindici e il più piccolo, Kjell ne ha tredici..."

"E scommetto che siete tutti e tre ancora vergini, non è vero?"

"Certamente lo siamo!" rispose Sverger con fierezza.

"Ma non lo restereta a lungo, ve lo garantisco io!" rispose Altah ghignando.

"Altah, non oserai profanare la loro purezza! Sono ancora bambini..." insorse Axel scandalizzato.

"Oserò, certo che oserò. Ma non ti preoccupare, a me non piacciono troppo piccoli, perciò per ora mi divertirò solo con Sverger per un paio di anni o tre... poi sverginerò Torgils... e due o tre anni dopo mi occuperò anche del bel culetto del piccolo Kjell... come vedi sono un re saggio e ragionevole, no?" disse Altha e si mise a sghignazzare. Poi aggiunse: "E vi dirò di più... voi dodici sarete i testimoni delle mie deflorazioni di quei tre piccoli, vi voglio tutti attorno al mio letto, ogni volta che mi prenderò la loro preziosa verginità!"

I dodici insorsero, ma sapevano che, pur contro la loro volontà avrebbero dovuto obbedire anche a quell'ultimo orribile ordine.

Poi Altah andò a sedere sul trono ed ordinò che tutti i nobili, i capi, i cavalieri del regno andassero a prostrarsi ai suoi piedi in segno di obbedienza, e che portassero a corte tutti i loro figli e figlie più giovani perché lui potesse portarseli a letto quando più ne avava desiderio.

Quindi ordinò che tutti i sudditi versassero alla corona un terzo di tutti i loro guadagni. Chi si rifiutava doveva essere frustato sulla pubblica piazza, fosse un contadino, un artigiano o un nobile...

Quando venne la sera, Zedee abbigliata come una regina, disse al figlio: "Allora, Altah, sei contento del regalo che tua madre ti ha fatto? Vedi che le mie promesse, a cui tu non volevi credere, stanno tutte diventando realtà?"

"Sì, madre mia, devo ammettere che hai ragione. Ma ora devo togliermi dal capo questa corona, non credevo fosse tanto pesante..."

"Stai attento, figlio mio, quando darai ordini senza avere la corona in capo, i tuoi ordini potranno anche non essere obbediti..."

"La terrò a portata di mano, madre mia, non temere. Ma è veramente assai pesante. E comunque non posso certo dormire con la corona in capo..."

"Quando te la togli, però, chiudi bene tutte le porte della stanza in cui sei, affinché nessuno ti possa nuocere o portartela via..."

"Ma solo chi ha sangue di re a può toccare, non è così?"

"Certo, ma ricorda sempre che in questo castello Waltha ed i suoi tre figli la potrebbero toccare. Se se ne impadronissero saremmo persi, non dimenticarlo mai!"

"Starò attento... E questa notte, quando inculerò il caro cuginetto Sverger, la terrò in capo! Ora vai, madre mia, ho voglia di divertirmi un po'..." disse ridendo Atlah.

Quindi convocò i dodici amici nella sua camera da letto ed ordinò loro di andare a prendere Sverger, di portarlo lì da lui, di denudarlo e di farlo salire sul suo letto.

Usciti dalla stanza, Harti chiese agli altri: "Come possiamo fare per impedire un simile obbrobrio? Come possiamo salvare Sverger dal suo terribile fato?"

"Ci fosse almeno Arseno, qui a castello... ma ho saputo che se ne andò poco dopo la nostra partenza e che non tornò mai più..." disse tristemente Jens.

"Potremmo dirgli di nascondersi, poi dire ad Altah che non l'abbiamo trovato..." suggerì Kimon.

"Sarebbe inutile... gli basterebbe ordinarci di trovarlo e di portarglielo... e noi non ci potremmo opporre..." disse tristemente Derk.

Frattanto Sverger era arrivato ed aveva sentito la discussione, allora disse: "Non crucciatevi, quell'uomo può violentare il mio corpo, ma non il mio spirito. Purtroppo non ci possiamo opporre alla sua mente malata. Mio padre però mi ha spiegato che più cose cattive, perverse, ingiuste farà, più la corona che vi ha sottratto sarà pesante sul suo capo e se non si ravvede in tempo, la corona ferrea lo farà morire."

"Non credo proprio che si ravvederà mai..." commentò tristemente Axel.

"Bene, perciò presto morirà e così ci libereremo finalmente di lui." disse allora Sverger con una serenità che colpì i dodici amici. Poi il ragazzo aggiunse: "Suvvia, fatevi animo, portatemi da lui. Io sono pronto, perché so che il mio sacrificio non sarà inutile!"

I dodici amici, col cuore colmo di tristezza, scortarono il giovane principe nella camera in cui era Atlah. Quando entrarono, il figlio della maga ordinò: "Bravi, adesso spogliatelo nudo e mettetelo qui sul letto."

Sverger fece un gesto ai dodici affinché non si muovessero ed iniziò a denudarsi da solo, guardando dritto in volto Atlah con uno sguardo fermo e pieno di dignità, poi, una volta nudo salì sul letto.

Atlah rise: "Ah, cuginetto Sverger, vedo che non aspetti altro che assaggiare il mio cazzo nel tuo culetto vergine! Ma prima devi succhiarmelo un po', per farlo diventare anche più duro... E voi, dovete guardare, dovete guardare attentamente come mi diverto con lui, è un ordine!"

I dodici amici avrebbero preferito morire, sprofondare, ma non potevano far altro che obbedire. Più di uno fra loro aveva le lacrime agli occhi.

Atlah si denudò, facendo sempre bene attenzione a mantenere la corona ferrea sul capo, quindi salì sul letto in ginocchio e puntò il suo membro già duro verso il cugino. Sverger si chinò e prese a soddisfarlo con la bocca. Atlah gli afferrò il capo e cominciò a fotterlo in bocca, spingendoglielo ogni volta più a fondo che poteva, ridendo ogni volta che il ragazzo aveva un conato di vomito per quell'intrusione violenta.

Poi Atlah fece girare il ragazzo, lo fece mettere a quattro zampe e con violenza tentò di penetrarlo. Dopo parecchi tentativi, ogni volta più violenti, infine riuscì a vincere la naturale resistenza del foro inviolato e con un urlo di trionfo gli affondò dentro. Prese allora a martellarlo con furia selvaggia, grugnendo come un animale, insultando il cugino con frasi oscene, tenendolo fermo per la vita ad ogni forsennato colpo con cui lo impalava.

Sverger aveva chiuso gli occhi e silenziose lacrime cominciarono a scorrergli sulle gote, ma non profferì alcun suono. I dodici amici erano disgustati e sconvolti e nonostante tentassero con tutte le proprie forze di avventarsi su quel letto per far cessare tanto scempio, erano incapaci di muoversi. Né riuscivano a girare altrove il proprio sguardo, o a chiudere gli occhi. Dovettero perciò assistere a quello stupro, del tutto impotenti.

Atlah si divertiva, e faceva del tutto per ritardare il proprio orgasmo, per godere il più a lungo possibile quella selvaggia cavalcata ed umiliare così il cugino.

"Ti piace, Sverger? Guardate, guardatelo, voi, siate testimoni di come quello che avrebbe dovuto essere l'erede di un regno non sia altro che una puttanella a mia completa disposizione! Voleva il bastone di comando e invece si deve prendere il mio bastone nel culo, non è divertente?"

Ma, mentre continuava, la corona sul suo capo diventava via via più pesante, così che ad un certo punto Atlah dovette smettere e portò le mani alla corona per cercare di togliersela dal capo. Ma vide che i dodici amici seguivano con espressione attenta ogni sua mossa e capì che, se si fosse tolto la corona, avrebbe rischiato di rimanere in loro balia. Perciò abbasso di nuovo le mani, allontanò da sé il cugino con una spinta, sfilandosi dal suo buco dolorante.

Gridò, adirato: "Andate via! Via tutti da qui dentro! Via!"

I dodici amici presero gli abiti del principe, lo aiutarono a rivestirsi e lo scortarono fuori. Appena uscito sentirono il paletto della porta della camera da letto scorrere.

"Sverger... siamo così addolorati..." gli disse Harti.

"Non io, miei nobili amici. Solo, vi prego, per non rattristare mio padre e mia madre più di quello che già sono, non dite loro quello a cui avete dovuto assistere."

"Certo, te lo giuriamo!" rispose Jens per tutti.

Nei giorni seguenti Atlah fece tutto quanto era in suo potere per umilare Waltha, la regina ed i più importanti dignitari di corte... e la sua corona diventava di volta in volta più pesante. Ma questo, anziché convincerlo di cessare con i suoi gochi perversi, lo rendeva via via più furioso. Zedee nel frattempo si divertiva a suo modo, soprattutto confiscando beni, portandosi a letto uomini sposati sotto gli occhi delle loro mogli, e quando il figlio si lamentava per il peso crescente della corona, gli rispondeva annoiata di smetterla di lamentarsi sempre e di godersi quanto poteva avere senza che nessuno potesse opporsi.

Ma Atlah era furioso, ancor più che per il problema della corona, per lo sguardo fiero e di sfida che non riusciva a togliere dagli occhi di Waltha e della sua famiglia.

Allora, deciso a domare una volta per tutte Waltha, lo convocò in presenza di tutta la corte, e gli ordinò di sodomizzare lì nella sala, davanti alla sua famiglia ed alla sua corte, prima la regina, poi tutti e tre i figli ed infine di sgozzarli.

Waltha avvampò e disse che piuttosto preferiva morire.

Atlha rise divertito: "Lo sai che non puoi opporti ai miei ordini! Tu ora lo farai, e non morirai, perché dovrai soffrire per tutta la tua vita. Basta quindi con queste chiacchiere, fai immediatamente quanto ti ordino!"

Altma insorse: "Non puoi ordinare una cosa tanto mostruosa! Fermati, Atlha, o te ne pentirai!"

Il figlio della maga, seduto sul trono, scoppiò a ridere: "Bene, Atma, visto che sei così sensibile, sarai proprio tu a tenere ferma la moglie di Waltha mentre lui le strapperà di dosso gli stracci, mentre la inculerà e poi mentre la sgozzerà. Vai, è un ordine!"

Altma cercò di resistere, ma suo malgrado dovette muoversi, andare accanto alla regina ed afferrarla per le braccia.

Piangendo le disse: "Mia signora, perdonami, non è la mia volontà a fare questo. vorrei morire..."

La regina gli sorrise mestamente: "Lo sappiamo tutti. Il male si è impadronito di questo regno, ma non ancora del tuo cuore."

Altma allora gridò: "Ti maledico, Atlah, ti maledico! Possa tu morire fra i peggiori tormenti ed il tuo nome essere esecrato per tutte le generazioni!"

Atlah scoppiò a ridere e disse: "Waltha, strappa di dosso a quella puttana di tua moglie gli abiti, ora! Poi fottila come la cagna che è!"

Waltha tentò di resistere a quell'ordine, era pallido per lo sforzo di non muoversi dal suo posto, ma una forza superiore alla sua volontà lo costrinse a muoversi. Giunto di fronte alla regina, tentò un'ultima resistenza disperata, ma senza successo.

Mentre sollevava le mani per prendere gli abiti della moglie e stracciarli, Waltha le disse: "Mia regina, sai che ti amo! Il mio amore per te non avrà mai fine, qualunque cosa accada!"

Atlah scoppiò di nuovo a ridere: "Amore! Amore! Quanto sei patetico, Waltha. L'amore non esiste, ma solo il potere ed ora il potere è nelle mie ma..."

Non poté finire la sua frase. La corona ferrea divenne improvvisamente pesante, sempre più pesante. Atlah vi portò le mani urlando, tentando di togliersela dal capo. Barcollò, cadde dal trono sul pavimento, torcendosi e gridando ma la corona non cadeva dal suo capo. Ora Atlah si contorceva a terra. Tutte le lucerne si spensero come per un soffio potente ma che nessuno poté sentire. La terra tremò e dalle sue viscere venne un gemito agghiacciante e profondo.

Zedee corse verso il figlio urlando a sua volta come una pazza, e cercò di togliere la corona dal capo del figlio, ma appena la toccò dalla corona scaturì come un fulmine, un boato assordante riempì la sala e la donna cadde a terra fulminata. Poi anche Atlah, con un ultimo straziante grido, morì, gli occhi e la bocca spalancati.

Allora la corona ferrea, in un lampo abbagliante che aceccò tutti gli astanti, scomparì.

Per un istante tutti rimasero immobili, come pietrificati, tremanti. Poi Waltha abbracciò la moglie, chiamò i figli e tutti e cinque si abbracciarono piangendo.

I dodici amici si abbracciarono fra di loro, in festa, come tutti i presenti nel salone.

Waltha allora parlò: "L'incubo è finito, miei valorosi amici, siamo di nuovo liberi, finalmente. Il male ha ucciso se stesso!"

Quindi dette ordine di preprare sulla spianata del castello un'alta pira per far bruciare i due cadaveri. Le ceneri furono gettate poi in una profonda buca e ricoperte di terra. Sopra vi fu sparso abbondante sale, poi acqua di fonte, in modo che nulla vi potesse crescere. Il luogo fu poi circondato da un cerchio di pietre bianche e fu chiamato "la tomba del male".

Tutti vi passavano sempre a rispettosa distanza, pieni di timore.


LA RESTAURAZIONE

Waltha per prima cosa rese ai suoi sudditi tutti i beni che Zedee e suo figlio avevano esatto a loro vantaggio e cercò di rimediare con saggezza e giustizia al male che i due avevano compiuto.

Poi chiamò i dodici amici al suo cospetto.

Harti si inginocchiò davanti al suo re: "Waltha, abbiamo fatto del nostro meglio per portarti la corona ferrea come tu ci avevi ordinato. Ma ci siamo lasciati ingannare da quei due, come i più ingenui fra i bambini. Ci potrai mai perdonare?"

Waltha sorrise: "No, sono io che vi devo chiedere perdono. Voi avete obbedito ai miei ordini, perdendo gli anni migliori della vostra giovinezza per un mio desiderio. Avrei voluto essere un re saggio, giusto, buono, ed ho solo procurato dolore ai miei sudditi ed a voi. Sono davvero io che vi devo chiedere perdono."

Jens allora disse: "No, re Waltha, le tue intenzioni erano buone, anzi, ottime. Tu sei un re buono, saggio e giusto, speravi solo, grazie alla corona, di diventarlo ancora di più."

Disse Axel: "Ma in fondo, nostro amato re, non ne avevi veramente bisogno. Noi sappiamo che senza dover mettere sul tuo capo nessuna corona, sempre più sarai un re giusto, saggio e buono."

Waltha disse: "Siete generosi a dirmi questo. Ma vedete, evidentemente non ero abbastanza saggio, perché ho capito di non averne realmente bisogno. Ma ora lo so: la forza per diventare ancora più giusti, più saggi e più buoni, dobbiamo trovarla nel nostro cuore, nella nostra volontà, nella nostra intelligenza e non in una corona, per quanto antica, per quanto preziosa.

"Ma ora, poiché prima di mandarvi alla cerca della corona ferrea avevo fatto un sogno, e di questo sogno molte cose si sono già avverate, sento che devo anche far avverare quanto resta. Vidi nel buio profondo dodici stelle cadere lentamente attorno a me in tenui scie silenziose, e questo chiaramente è stato il periodo in cui dovevate obbedire malgrado voi stessi all'usurpatore.

"Ma poi vidi che ogni stella illuminava un pezzetto del mio regno che era di nuovo verde, pieno di vita, le città ed i villaggi di nuovo al loro posto, ed anche i monti, ed il fiume... Per questo decido che il mio regno sia diviso in dodici parti ed ognuna di queste parti sarà affidata ad uno di voi, come pari del mio regno. Voi l'amministrerete in mio nome. Ma non vi dovrete abitare, perché vi voglio qui con me, come miei consiglieri ed amici.

"Perciò per prima cosa ordinerò cavalieri i vostri sei amici che avete portato con voi dal vostro viaggio come scudieri, che so che desiderano entrare al mio servizio, come mi hanno servito fedelmente anche prima di incontrarmi. In attesa che si organizzi la cerimonia, non dovrete tornare alle vostre case, ma sarete miei ospiti qui, nel mio castello."

Allora Waltha chiamò un valente costruttore e in gran segreto gli ordinò una nuova costruzione da erigere sullo sperone di roccia che c'era a nord-ovest del castello, unita a questo da una scala coperta. Era una costruzione circolare che al piano basso aveva un corridoio che ne raggiungeva il centro da cui si aprivano sei porte che davano in altrettanti appartamenti composti di quattro stanze ognuno. La scala poi proseguiva, sempre coperta, addossata all'esterno della costruzione, fino al piano superiore e qui vi era una grande sala con dodici finestre ad arco e fra due di queste la porta di accesso.

Nella sala superiore, con un soffitto a volta formato da sei grandi archi intersecantesi al centro formando così quasi una stella, fece sistemare un grande tavolo rotondo che poggiava su un grande ceppo di un antico albero, con attorno tredici scanni perfettamente uguali. Ai lati di ogni finestra vi erano altri due sedili di pietra. Dal centro della sala, appeso alla chiave di volta, vi era un grande lume con trentasei lanterne appese in tre cerchi sovrapposti.

Ogni appartamento del piano basso aveva un grande letto a baldacchino in una stanza, due lettini gemelli nella stanza a lato e nelle stanze interne un tavolo con sedie e scaffali alle pareti in una stanza, su cui dava anche la porta di ingresso, e bauli e scaffali nell'ultima stanza. Al centro fra le quattro stanze c'era un camino circolare per riscaldarle nei mesi più freddi.

Quando la costruzione fu terminata ed anche tutti i bei mobili scolpiti furono pronti, con le tappezzerie alle pareti ed i tappeti di pelliccia a terra, re Waltha radunò tutta la sua corte sulla spianata davanti al castello ed annunciò che avrebbe fatto cavalieri anche Alfeo, Nikolaos, Floriano, Kossur, Bughail e Tantas. Così, dopo la veglia d'armi, li consacrò. Poi annunciò che tutti e dodici sarebbero stati nominati pari del regno e suoi consiglieri, e con una seconda cerimonia impose loro il collare simbolo del loro nuovo grado.

Allora li portò nella nuova costruzione e disse loro di scegliersi un appartamento per ogni coppia.

Poi li condusse al piano superiore, sedettero tutti sugli scanni e Waltha disse: "Questa sarà la sala delle nostre riunioni. Come vedete nessun seggio è superiore agli altri, perché qui dentro tutti dobbiamo essere veramente pari. Ma ora voi dovete scegliervi dodici scudieri. Come voi, devono essere coppie di amanti, come voi non potranno avere né moglie né figli. E quando uno di noi lascerà questo mondo, così come mio figlio prenderà il mio posto, ognuno dei vostri scudieri prenderà il vostro posto e si sceglierà un nuovo scudiero che a sua volta un giorno gli succederà. Siete voi la mia corona di ferro, non me ne servono altre, siete voi che mi aiuterete ad essere giusto, saggio e buono, assistendomi con il vostro consiglio, con la vostra assiestenza."

Harti, essendo il più anziano, parlò a nome di tutti: "Sì, o nostro re ed amico, le nostre vite saranno sempre nelle tue mani e ti serviremo con onore e devozione fino all'ultimo dei nostri giorni. Sceglieremo fra i giovani del regno i più degni a diventare i nostri scudieri ed a succederci un giorno per assistere tuo figlio quando sarà re."

Così i dodici si istallarono negli appartamenti del piano basso. Già quella prima notte, ogni coppia fece l'amore con gioia e passione, con desiderio e tenerezza. Poi ognuno andò nel territorio che il re aveva posto sotto il loro governo, per scegliersi uno scudiero. Non importava che il ragazzo fosse un contadino o un nobile, un artigiano o un mercante: doveva essere forte, leale, generoso, intelligente e amante del proprio sesso. Trovati che ebbero i loro scudieri entro l'anno che si erano concessi, tornarono tutti al castello del re.

Era un giorno di primavera, quando il re, affacciato al balcone con la moglie ed i suoi tre figli, vide avanzare sulla spianata del castello un uomo che indossava una bella tunica ed un alto cappello che lui ben conosceva. Waltha per un attimo pensò che fosse il suo amico Arseno, il vecchio mago di corte. Allora si precipitò giù per le scale per andargli incontro, pieno di gioia.

Ma quando fu davanti al nuovo venuto, si accorse che era un uomo giovane: "Chi sei tu..." gli chiese allora.

Il giovane uomo sorrise: "Re Waltha, sono tornato... io sono il nuovo Arseno... non puoi ricordarti di me, l'ultima volta che mi vedesti ero solo un bambino un po' impaurito..."

"Arseno!?" esclamò il re, "Tu sei il nuovo Arseno, dunque. Il mio buon vecchio amico ha mantenuto la sua parola. Ora tu rimarrai per sempre qui con me, con noi?"

"Certamente."

"Hai saputo quanto è accaduto in questi anni?"

"Sì, ne è giunta l'eco fino a lassù fra i monti."

"Sai anche che non ho potuto avere la corona ferrea... che l'ho solo potuta vedere..."

"Sì, e so anche dell'usurpatore. Ma vedi, mio re, quella corona ti ha comunque portato ottimi risultati, dopo tanta sofferenza..."

"È vero: ho imparato molte cose, grazie a lei."

"Non solo, ma hai trovato dodici validi consiglieri. Dodici come le ore del giorno, come i mesi dell'anno, come le costellazioni del cielo..."

"Ed ora ho di nuovo te, il mio nuovo Arseno... Spero che potremo diventare amici come lo ero con il mio buon vecchio Arseno."

"Così sarà, di certo. Ma ora devo vedere tuo figlio Sverger... dammi la chiave delle mie stanze e mandalo su da me."

Re Waltha andò subito a prendere la chiave ed accompagnò Arseno fin sulla torre dove aveva abitato il vecchio mago. Il giovane mago vi entrò e subito si mise a preparare una pozione.

Dopo poco Sverger bussò alla sua porta: "Mi ha detto mio padre che dovevo venire da te... sei tu il nuovo mago di corte?"

"Sì, principe, il nuovo mago e l'antico ad un tempo, poiché il vecchio Arseno mi ha passato i suoi poteri. Siedi. So che durante il breve regno dell'usurpatore qualcosa di assai spiacevole ti è capitato..."

Il ragazzo arrossì: "Mi avevano giurato che non ne avrebbero parlato con nessuno... anche mio padre ha saputo?"

Arseno sorrise: "No, Svergar, i cavalieri non hanno parlato e nessuno oltre me ne è a conoscenza. Ma per i miei poteri io so che quanto ti è successo ti ha profondamente turbato e che ancora oggi, durante la notte, rivivi in sogno quel terribile momento che ti perseguita come un incubo..."

"È vero..." ammise il ragazzo. "Cerco di non pensarci, di farmene una ragione, ma... So che non è colpa mia, eppure..."

"Ecco, allora bevi questa pozione che ho preprato appositamente per te: questa non cancellerà i tuoi ricordi, ma ti darà la necessaria serenità e guarirà completamente il tuo spirito ed il tuo corpo. Bevi, principe, e guarsci."

Sverger bevve e si sentì subito invadere come da un fuoco interiore, poi lo colse una dolce sonnolenza e si addormentò sulla sedia. Arseno si alzò e gli pose le mani una sul capo ed una sul cuore e recitò alcune formule magiche. Quindi scosse gentilmente il giovane principe svegliandolo.

"Come ti senti, Sverger?"

Il ragazzo lo guardò con occhi luminosi: "Mi sento bene... mi sento di nuovo bene, il mio cuore è libero dall'angoscia, la mia mente dalla vergogna, il mio spirito dal sudiciume..."

"Sì, Sverger. Cerca di mantenerti pulito dentro e fuori ed un giorno sarai anche tu un buon re come lo è ora tuo padre."


UN TRISTE EPILOGO

Così nella terra di Niderhulig tutti vissero in pace ed in armonia per generazioni, sotto il regno di Re Waltha, di re Sverger e dei loro discendenti. Ed i pari del regno, scelti sempre fra gli amanti degli uomini, assistettero i loro re l'uno dopo l'altro per tutte le generazioni.

Ma nel 1208 il cristianissimo re di Svezia giunse con le sue truppe ed i suoi sacerdoti fin nella valle dell'Hulig e dopo strenue battaglie, grazie al suo poderoso esercito, invase tutta la valle espugnando il castello reale di Niderhulig. Il re e la sua famiglia furono presi prigionieri e rinchiusi nelle segrete del castello del nuovo re. I dodici pari del regno, in quanto pagani e "sodomiti" furono tutti giustiziati: le loro teste furono tagliate con la scure nella sala dei tredici scanni.

Arseno, in quanto pagano e accusato di stregoneria, fu arso sul rogo.

Il tutto in nome di Dio e del suo Amore!


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