LA VIA DEL RITORNO
I dodici amici ed amanti cavalcarono verso nord per giorni e per notti, sostando ora presso castelli di signorotti feudali, ora presso monasteri ed a volte anche in locande. Ovunque passassero erano ammirati per la loro bellezza, la composita eleganza dei loro abiti, le loro armi lucenti, la loro gagliardia.
Avevano deciso, per evitare brutte sorprese, di non raccontare a nessuno il fatto che stessero trasportando la Corona Ferrea per consegnarla al loro re, ma si fecero passare per cavalieri erranti che, con i loro scudieri, dopo aver fatto un pellegrinaggio a Roma, stavano tornando al loro paese su nel lontano nord.
Spesso le damigelle nei castelli facevano loro la corte, ma essi, non potendo rivelare che erano in realtà sei coppie di amanti, dicevano che avevano fatto un voto per cui, fino al loro ritorno alla corte del loro re, non potevano concedersi i piaceri del sesso. Così le donzelle, sentita la loro spiegazione e vista la loro fedeltà al voto fatto, si dovevano presto rassegnare a non poter ottenere quanto sognavano da quei giovani così belli ed attraenti.
Il mite inverno stava volgendo al termine e già la primavera si annunciava festosa nei suoi delicati colori che annunciavano la ripresa della vita. Giunsero un giorno sulle rive di un grande lago che si stendeva a nord fra le montagne e videro che sulle sue rive sorgeva un poderoso castello.
Mentre si avvicinavano ad esso, un gruppo di soldati a cavallo guidati da uno che recava un vessillo, sbarrò loro la strada.
"Chi siete e che cercate, forestieri?" chiese quello che recava il vessillo.
Axel rispose: "Siamo sei cavalieri del re Waltha di Niderhulig, un regno fra i monti dell'estremo nord, con i loro sei scudieri. Siamo di ritorno da un pio pellegrinaggio a Roma e stiamo tornando verso le terre del nostro re. A chi appartengono queste terre e quel castello?"
"Il Signore di queste terre è il duca Beran-gair, figlio minore di re Wido, sovrano di tutte le terre che si stendono fra i monti ed il mare a nord ed a sud del grande fiume Heridanus. E quello è il castello del duca, che ci ha inviato per chiedervi chi siete e che cercate."
Alex disse: "Chi siamo, te l'abbiamo appena detto. Che cerchiamo: il nostro viaggio è ancora molto lungo, abbiamo appena compiuto forse un quinto di tutto il nostro cammino, chiediamo perciò ospitalità per qualche gorno per poterci riposare e rigenerare prima di affrontare il resto del cammino."
"Se da Roma a qui avete compiuto solo un quinto del costro cammino, il regno di cui parlavi prima è veramente molto lontano!"
"La strada verso casa sembra sempre breve, per chi vi torna." rispose Axel con un sorriso.
"Seguitemi, dunque. Incontrerete il duca ed a lui chiederete ospitalità..."
"Credete che ci ospiterà volentieri?" chiese allora Jens.
"Il duca Beran-gair è sempre stato molto ospitale con i viaggiatori che vengono da lontano. Gli piace ascoltare le loro storie, le loro gesta.
Così, scortati dai soldati a cavallo del duca, giunsero al portale del castello. Passato il ponte levatoio si trovarono nel primo cortile dove, su una serie di sette scalini semicircolari, si apriva una grande porta decorata che menava alle residenza ducale. Sulla soglia c'era un uomo con una corona in capo, che indossava un manto blu ed una tunica bianca decorata di losanghe gialle, piuttosto corpulento, con una corta barba riccia e capelli ricci e lunghi fin sulle spalle, dello stesso rosso ramato della barba.
Il soldato con il vessillo salì rapidamente le scale e sottovoce disse qualcosa all'uomo sulla porta. Questi annuì sorridendo. Il soldato allora scese di nuovo le scale e con un gesto, invitò i dodici amici a seguirlo.
"Il duca è lieto di offrirvi la sua ospitalità per tutti i giorni in cui vorrete riposare nel suo castello. Vi prego quindi di lasciare qui le vostre armi ed i vostri bagagli e di venire con me."
Alfeo disse: "Grazie, ma devo prendere le bisaccie di quel cavallo e portarle con noi, se non vi dispiace." Ed andò a togliere al cavallo le due bisacce con la corona e con le scatole dei quattro oggetti che portavano con loro dalla cerca.
Salirono la scala e si trovarono in un luminoso ambiente dove trovarono il duca con la moglie ed i suoi tre figli e due figlie. Si salutarono ed i dodici amici si presentarono.
Il duca disse: "Io sono il duca Berangair e questa è la mia sposa Dagaberth, Il mio primo figlio Aldemar, il secondo Agilulf, poi la mia grande, Ermengair, la seconda Ghertrudh ed infine il più piccolo, Leudibrand. Siate i benvenuti nella nostra dimora."
La duchessa avanzò verso di loro con un sorriso sulle labbra ed offrì sei piccoli pani, una caraffa di vino ed una ciotola di sale in segno di benvenuto. Harti li prese a nome di tutti e ringraziò.
"Mio figlio Leudibrand vi condurrà alle vostre stanze, miei nobili ospiti, dove i servi stanno portando i vostri bagagli, poi vi attendiamo nel salone." disse il duca.
Il duca uscì con la famiglia da una porta, mentre il figlio minore guidava i dodici amici su per uno scalone di pietra. Giunti al primo piano passarono in un ballatoio di legno che circondava un cortile con una fontanella in centro e da qui in un corridoio che aveva quattro porte a sinistra e quattro a destra. Ogni porta dava in due stanze, una con un tavolo e due sedie, l'altra con un grande letto al fondo del quale era il lettino per lo scudiero. Ogni coppia si sistemò in una stanza, portando dentro i bagagli che erano stati deposti nel corridoio.
Nikolaus si accorse che Leudibrand li guardava con malcelato interesse e lesse nei suoi occhi un chiaro desiderio, velato però di tristezza. Quando il ragazzo lo aiutò a portare dentro i suoi bagagli, e furono soli nella stanza, Nikolaus lo guardò sorridendo.
"Il tuo nome è Leudibrand, non è vero?" gli chiese.
"Sì, cavaliere, ma tutti mi chiamano Leudi..."
"Io non sono che uno scudiero, lo scudiero del cavaliere Harti, che è il più anziano fra di noi. Anche tu sei un cavaliere, immagino."
"Sì, da un solo anno..."
"Lo immaginavo: sei molto bello e credo anche forte ed ardito... Chissà quante damigelle ti faranno gli occhi dolci..."
"Grazie... No, nessuna damigella ha ancora trovato un posto nel mio cuore... Ma anche voi siete tutti molto belli, forti e, credo, arditi... molto più di me... anche voi scudieri, se non lo diceste, potreste passare per cavalieri..."
"Anche tu hai uno scudiero?"
"Sì, certo, è un ragazzo di origini romane, si chiama Mucius. Ha cinque anni meno di me e mi è molto affezionato."
"Anche noi siamo molto affezionati ai nostri cavalieri..." disse Nikolaus, "Per loro siamo tutti pronti a fare qualsiasi cosa li compiaccia... davvero qualsiasi cosa, mi comprendi?"
"Sì, certo. Anche il mio Mucius è sempre pronto ai miei comandi, solerte, sollecito, e pieno di attenzioni. È bello poter contare su uno scudiero come lui... o come voi, penso."
"E dimmi, Leudi, questo ragazzo, Mucius, è anche pronto a lenire i tuoi momenti di solitudine?" chiese Nikolaus con un sorrisetto malizioso.
"Lo sarebbe, se entrambi non temessimo le ire di mio padre. Il duca non ammette che fra di noi vi sia troppa familiarità, perciò dobbiamo stare molto attenti a non dimostrare mai, di fronte ad altri, ciò che realmente proviamo nei nostri cuori l'uno per l'altro..."
"Ma nel segreto della vostra stanza, potete dedicarvi l'uno all'altro liberamente, non è vero? Harti ed io, una volta soli e chiusa la porta, oppure quando siamo solamente con gli altri amici che viaggiano con noi, non abbiamo più di questi problemi..."
"Nessuno di voi è sposato?"
"Nessuno lo è e nessuno di noi si sposerà: abbiamo fatto voto di non posare mai né il nostro sguardo né le nostre membra su di una donzella... e di dedicarci per tutta la vita esclusivamente gli uni agli altri..."
"Mio padre invece ha deciso che mi dovrò sposare... non subito ma presto... anche troppo presto... Per questo Mucius ed io ci sentiamo assai tristi..."
"Sì, avevo notato la tua tristezza ed adesso ne comprendo il motivo. Ti auguro che voi due possiate trovare una soluzione per poter restare assieme..."
"Grazie, ma ho ben poche speranze..." rispose mestamene il giovane uomo e, salutatolo se ne andò.
Durante la cena con la famiglia del duca ed i suoi uomini più importanti, i dodici amici ebbero modo di vedere Mucius, di cui Nikolaus aveva parlato loro: era davvero uno splendido ragazzo, dal corpo forte e ben sviluppato, di gentile aspetto e di modi cortesi. Finita la ricca ed abbondante cena, dopo aver passato un po' di tempo tutti assieme in amabili conversari, ognuno si ritirò nelle proprie stanze.
Anche Kimon e Floriano erano nella loro camera. Lo scudiero dopo essersi spogliati tutti e due, s'era affacciato alla finestra ed ammirava la luna che si specchiava nelle acque tranquille del lago, appoggiato con le braccia al davanzale. Kimon guardandolo s'era sentito accendere da un prepotente deisderio per il ragazzo che amava. Si inginocchiò dietro di lui e prese acarezzargli le piccole, sode natiche ed a stuzzicargli sapintemente con la lingua il roseo bocciolo nascosto.
"Ah... Kimon... prendimi, ti prego..." mugolò lo scudiero in preda ad un crescente desiderio, tremando quasi nella dolce attesa.
Kimon allora si alzò in piedi, lo prese per la vita e gli puntò contro il bel palo eretto e duro, caldo e fremente. Floriano spinse indietro ad incontrare la vigorosa spinta del suo amante. Il forte membro si aprì la via e scivolò nel dolce canale dell'amore, penetrandolo fino in fondo in un'unica determinata spinta.
"Sì... fammi sentire quanto ti piace prendermi..." sussurrò il ragazzo dimenando ad arte il bacino per dare più piacere al giovane cavaliere e per sentire meglio quel poderoso arnese che l'aveva appena invaso, conquistato.
Kimon iniziò a dare vigorosi colpi di reni in un va e vieni forte e virile, mentre, chinato sul bel corpo dell'amante, con entrambe le mani ne carezzava tutto il corpo fresco e forte. Floriano girò indietro il capo, Kimon vi avvicinò il suo e, dopo aver giocato un po' con le loro lingue, si unirono in un appassionato bacio, mentre Kimon continuava ad agitarglisi dentro con vigoroso piacere.
Nella contigua ala del castello, in un'altra stanza, Leudi e Mucius erano uniti nella stessa posizione, anche loro alla finestra, e stavano facendo appassionatamente l'amore. Leudi martellava con amorevole passione nel suo bellissimo Mucius che gemeva in preda al piacere che il suo innamorato gli stava procurando con quella virile eppur tenera penetrazione.
Ma quella notte il duca non riusciva a dormire, perciò si alzò dal suo letto, uscì dalla sua stanza e prese a passeggiare, nervosamente e di cattivo umore, per il corridoio degli appartamenti ducali. Giunto al fondo, aprì la finestra e si affacciò per prendere un po' d'aria fresca e, dalla finestra vicina, quella della camera del figlio minore, udì provenire i gemiti e le frasi d'amore che gli ignari Leudi e Mucius si stavano scambiando. Capì subito che cosa stesse accadendo nella stanza del figlio e, furibondo, vi si precipitò, sorprendendo così i due giovani completamente nudi ed in pieno amplesso.
Presto tutto il castello fu svegliato dalle grida irate del duca. Questi, tornato nella sua stanza, prese la sua spada deciso a punire con la morte il giovane scudiero e tornò nella stanza di leudi. Frattanto i due amanti si erano sommariamente rivestiti.
Le grida dell'uomo avevano attratto l'attenzione dei dodici amici che, infilata in fretta una tunicella, si precipitarono a vedere che cosa stesse accadendo. Quando giunsero nella stanza di Leudi, da dove provenivano le grida, questa era affollata da tutta la famiglia del duca.
Videro Mucius a terra e Leudi accanto a lui inginocchiato, che diceva: "... e prima di uccidere il mio Mucius, dovrai uccidere me, padre!"
Il duca, la spada sollevata e pronta a menare un gran fendente, rispose: "E perché no? Meglio eliminare il sangue marcio dalla mia famiglia!"
La duchessa era aggrappata al braccio del marito e piangeva cercando di fermarlo e di farlo calmare. I dodici amici immediatamente, facendosi largo, si interposero fra la sfortunata coppia ed il furibondo duca.
Altma parlò per tutti: "Duca Berangair! Fermati! Non compiere un gesto di cui poi ti dovresti pentire!" disse ad alta voce.
"Pentirmi io? Mai mi sono pentito di aver compiuto il mio dovere! Questo mio figlio indegno ha insozzato la mia casa ed il mio nome abbandonandosi a pratiche abominevoli con il suo scudiero. Devo lavare questa onta con il loro sangue!" ruggì il duca per nulla ammansito.
"Forse, duca, è proprio la mano del fato che guidò fino al tuo castello i nostri passi." disse allora Altma. "Per impedirti di compiere un atto che ricadrebbe su te e la tua famiglia con conseguenze funeste. Calma la tua ira e torna a più miti consigli."
"La mia ira sarà placata solo quando avrò punito questi due scellerati!"
Altma allora ricordò un sogno che aveva fatto pochi giorni prima di giungere al castello e che allora non aveva compreso. Allora mandò in fretta Bughail a prendere nelle loro stanze la scatola di legno in cui conservavano la lunga cintura di seta rossa e verde ricamata in oro che avevano avuto da Marcus a Roma.
Quando Bughail gliela diede, Altma la tese fra le mani: "Ecco, duca, ora ti proverò se la tua spada deve o non deve recidere queste due vite. Mena un fendente al centro di questa cintura: se la tua spada la taglierà, le loro vite saranno nelle tue mani, ma se non riuscirà a tagliare la cintura, le loro vite saranno nelle mie mani. Accetti questa prova?"
La duchessa gemette, il duca fece un ghigno e disse: "Accetto sì! La mia spada è la più affilata e la più forte di tutto il regno, ha tagliato in due corazze poderose, aste robuste e spiccato non poche teste dal loro busto... Tienila bel tesa, e lontana da te, non vorrei spargere anche il tuo sangue."
"Non temere, duca, come io non temo!" rispose Altma.
Il duca scostò rudemente la moglie, sollevò nuovamente la pesante spada con entrambe le mani e menò un terribile fendente al centro della cintura. Un oohh di meraviglia si levò da tutti quando la spada, colpita la sottile cintura di seta, rimbalzò in dietro senza tagliarla.
"Che magia è mai questa? Di che materia è fatta, quella cintura?" chiese allora il duca, accigliato, con un tono di voce più controllato.
"È solamente seta d'oriente tessuta, duca. E non vi è alcuna magia, e te lo dimostrerò. Puoi prestarmi un solo momento la tua spada?" chiese Altma.
Il duca gli porse la spada. Altma piegò in metà la lunga cintura facendo un cappio, vi infilò la spada e con un gesto lieve, tagliò la cintura in due.
"Ora, duca, le vite di Leudi e Mucius sono nelle mie mani, non più nelle tue, l'hai promesso."
Il duca riprese la sua spada, poi volle toccare i due pezzi della bella cintura: "Non c'è alcun trucco... che magia è mai questa?"
"Non è magia, ma venendo qui, in sogno, vidi che così sarebbe stato." disse Altma.
"Io ho una sola parola. Risparmierò la vita di questi due infami e li affido a te. Ma Leudibrand non è più mio figlio ed ordino che entrambi escano per sempre dai miei territori!"
"Ti ringrazio, duca. Domani lasceremo il tuo castello, dato che ora sappiamo che il solo scopo della nostra venuta era salvare queste due vite, ed i due giovani verranno con noi."
Così, il giorno seguente i dodici rimontarono a cavallo e, presi con sé Leudi e Mucius, lasciarono il castello. Costeggiarono il lago salendo verso i monti. Quando furono fuori dalle terre del duca, giunti ad un bivio, Altma porse ai due amanti i due pezzi della cintura.
"Ecco, qui le nostre strade si dividono. Prendete, sono ancora lunghi abbastanza perché ognuno di voi ne indossi una metà. Ora vi dobbiamo lasciare. Andate tranquilli... dal mio sogno so anche che, superato un primo breve periodo di difficoltà, troverete una sistemazione che vi permetterà di vivere agiatamente assieme e di condividere senza pericoli il vostro amore."
"Perché non ci lasciate venire con voi, nobili signori? Vi dobbiamo la vita, saremmo onorati di diventare i vostri servitori fedeli." disse Leudibrand e Mucius annuì vigorosamente.
"No, non è questo che ho visto nel mio sogno e noi dodici dobbiamo proseguire il nostro cammino da soli. Ci sarebbe piaciuto avervi come amici e compagni, ma non è questo che il destino ha preparato per noi. Andate in pace, amici miei, ed amatevi con tutto il cuore."
"Addio, allora, Altma, addio a tutti, amici. Non vi dimenticheremo mai e cingeremo sempre queste cinture, in ricordo di voi e dell'aiuto che ci avete dato. Pregheremo per voi perché dio vi assista lungo la strada del vostro ritorno e, poi, anche per tutta la vostra vita."
Così si separarono. Passate le alte montagne, traversata una grandissima foresta fitta e scura, in estate giunsero in vista di una città fortificata che sorgeva su una bassa collina di arenaria, lungo l'antica via che univa il fiume Rhein al fiume Donau. Non vi era un castello, ma le mura erano intervallate da forti torri sì che da lontano pareva la corona di un imperatore. Era infatti la città di Noremberc, dove l'imperatore sassone si recava spesso per riposare.
I dodici entrarono in città fra due ali di gente che li guardava ammirata e stupita. Giunti in una piazza con una fontana, soldati con le insegne imperiali li fermarono ed il loro comandante chiese loro chi fossero e che cosa cercassero.
Tantas, che apriva il corteo, rispose: "Siamo pellegrini di ritorno da Roma e stiamo andando a nord, tornando alla corte del nostro re, Waltha di Niderhulig. Cerchiamo una locanda dove riposarci prima di riprendere il nostro viaggio."
Il comandante rispose: "Dovete prima ottenere il permesso del nostro burgravio. Questa città appartiene all'Imperatore e solo il suo burgravio vi può autorizzare a fermarvi fra le sue mura."
"Bene, dove possimo incontrarlo per chiedergli il suo permesso?"
"Eccolo che viene..." rispose il soldato.
Videro infatti venire un uomo a cavallo, scortato da altri soldati a piedi, tutti armati di lunghe alabarde. L'uomo era di mezza età, ed era ancora possente, indossava una tunica celeste bordata di pelliccia bianca e coperta da un manto verde con aquile in oro ricamate sopra. In capo aveva una corona rotonda con otto punte, ciascuna recante sopra una perla.
"Benvenuti, cavalieri, nella città imperiale di Noremberc. Vi attendevo ed ho già fatto preprare alcune stanze per voi nella casa comitale. Vi prego di accettare la mia ospitalità, in nome del mio sovrano che qui rappresento."
"Ci attendevi? Come potevi sapere della nostra venuta?" chiese Tantas stupito.
"Un vecchio monaco, un sant'uomo, è venuto ieri a vedermi e mi ha annunciato che aveva avuto una visione: aveva visto dodici cavalieri provenienti da Roma che si sarebbero fermati nella nostra città. Mi ha anche detto che trasportate una sacra reliquia..."
"Così è, nobile burgravio."
"Venite dunque con me, siate miei ospiti e riposate per il lungo viaggio e, più tardi, fatemi la cortesia di mostrarmi questa preziosa reliquia."
Li guidò fino ad un'altra piazza dove, su un lato, sorgeva una casa in mattoni dall'aspetto nobile e solenne. Tramite un'ampia scala esterna salirono al primo piano, entrarono in un salone dalle pareti ricoperte di drappi e da qui il burgravio li guidò in tre ampie stanze contigue, ciascuna con quattro alti letti in legno scolpito già preparati, due più grandi su un lato e due più modesti sul lato opposto. Ogni stanza, di fronte alla porta, aveva un finestra che dava sulla piazza. In ogni stanza c'era un servo in attesa, ritto davanti alla finestra.
"Vi lascio, per ora, perché vi distendiate per riposare. I servi della casa vi assisteranno per ogni necessità possiate avere..."
Si sistemarono, poi dissero ai servi di lasciarli soli, perché non avevano più bisogno di loro.
Kossur allora disse: "Non so perché, ma non mi fido di quell'uomo, del burgravio... avrà anche ricevuto la visita di quel santo monaco, come dice lui, ma la sua curiosità di vedere la corona, mi insospettisce."
"Lui non ha parlato di corona ma solo di santa reliquia..." fece notare Tantas.
"Sì, ma l'unica reliquia che abbiamo con noi è la lamina di ferro che tiene unite le sei placche della corona..." rispose Kossur.
"Possiamo fargli vedere la coppa d'argento, che comunque è molto antica e dirgli che è quella la reliquia che stiamo portando al nostro re..."
"Che reliquia dovrebbe essere?" chiese Axel.
"Possiamo dire che è il calice con cui Simeon Petrus, il primo apostolo, celebrava la liturgia del Signore..." suggerì Alfeo.
"Non mi va molto di mentire in questo modo." ribatté Jens.
Harti allora disse: "Il nostro primo dovere è portare la corona sana e salva al nostro re e se per fare questo dobbiamo dire una bugia, lo faremo. È solo una questione di saggezza, amici miei."
Gli altri si dissero d'accordo.
Così fecero. Quando il burgravio li invitò a raccontargli le loro gesta ed avventure, e fece in modo di portare il discorso sulla "reliquia" che trasportavano, gli parlarono della coppa d'argento. Il burgravio chiese di vederla, così gliela mostrarono. L'uomo la ammirò lungamente ed i dodici amici poterono notare un lampo di cupidigia nei suoi occhi, anche se il burgravio la rese loro senza dire nulla.
Andarono poi tutti a dormire. Quando furono nella loro stanza, Axel e Derk, pieni di desiderio l'uno per l'altro, iniziarono a spogliarsi a vicenda, a baciarsi e carezzarsi per tutto il corpo, mentre i loro scudieri, Tantas e Kossur, si prepravano per andare a dormire.
Poi Axel si inginocchiò davanti al suo amante, che si appoggiò all'alta sponda del letto e prese a leccare e succhiare con devoto piacere il bel membro ritto e duro di Derk, che chiuse gli occhi in preda al piacere, mentre carezzava il capo e le spalle di Axel.
Tantas e Kossur erano già stesi nei loro letti e li guaravano con piacere. Poi Kossur si scoprì e guardò con un'espressione di muto invito verso il letto di Tantas. Questi gli sorrise, scese dal proprio letto e salì su quello dell'altro ragazzo.
"Sono belli i nostri cavalieri mentre fanno l'amore, vero?" chiese Kossur in un bisbiglio.
"Anche noi due siamo belli, quando facciamo l'amore..." replicò Tantas.
Kossur, steso sulla schiena con l'amante sopra di lui, allargò e solevò le gambe e le fece poggiare sulle spalle del suo amante, offrendosi così a lui. Tantas gli sorrise e dopo averlo baciato e carezzato ad arte, lo infilò con la sua poderosa lancia di carne. Kossur mugolò sottovoce in preda al piacere.
Derk ed Axel, che nel frattempo erano anche saliti su un letto, si girarono a guardarli e Derk bisbigliò: "Sono belli i nostri scudieri mentre fanno l'amore, vero?"
"Anche noi due siamo belli, quando facciamo l'amore..." replicò Axel senza essere conscio che avevano ripetuto esattamente le stesse parole che poco prima si erano scambiati i loro scudieri.
Si fermarono per tre giorni nella casa comitale, ospiti del burgravio, poi finalmente si accomiatarono e ripresero il loro viaggio. Alla prima sosta, Jens volle controllare il loro prezioso carico. Come avevano temuto, la coppa d'argento era scomparsa dalla sua scatola di legno, ma fortunatamente la corona era ancora al suo posto.
"Avevi ragione, Harti, abbiamo fatto bene a mentire al burgravio: è riuscito a sottrarci la coppa d'argento..." disse Jens.
Quello che non sapevano era che, non appena il burgravio, riempita la coppa di vino, l'aveva bevuto, era stramazzato a terra morto e la coppa era scomparsa.
"Sì. Mi chiedo a che cosa ci serviranno ora il piatto di rame ed il pugnale di acciaio... evidentemente hanno un nesso stretto con questo nostro viaggio di ritorno..." rispose Harti pensieroso.
"Sì, lo penso anche io... quei quattro oggetti sono state le chiavi per farci trovare la grotta misterosa, ed ora sembra che siano le chiavi per permetterci di riportare la corona al nostro re..." commentò Nikolaus.
Viaggiarono per monti e per valli, traversarono fiumi e foreste e l'estate stava rapidamente finendo.
Era ormai iniziato l'autunno, quando giunsero in vista di una piccola città che sorgeva in riva al fiume Weser. La città sembrava tutta un cantiere: attorno squadre di operai stavano ergendo le mura di difesa ed in centro vi era un vastissimo cantiere e dalle mura già costruite ad altezza d'uomo, si vedeva la pianta di una vasta cattedrale. Quando giunsero alla città e chiesero chi fosse il Signore di quell'insediamento e delle circostanti terre, seppero che era il vescovo Clothar, che proveniva dalla Neustria ed era stato mandato lì dal re dei franchi.
Avevano appena saputo questo, quando tre preti li apostrofarono con la consueta domanda che si erano sentiti rivolgere tante volte nelle loro soste. I dodici amici si qualificarono e, come le altre volte, dissero che erano pellegrini provenienti da Roma. Allora uno dei tre preti andò svelto ad avvertire il vescovo. Presto tornò, dicendo loro che il Signore della città li attendeva al palazzo vescovile.
Il vescovo li attendeva nella sala del suo palazzo, seduto su un trono di legno di semplicissima fattura. Era un uomo sui trentacinque anni, nel pieno delle sue forze, abbigliato con una curiosa commistione di abiti religiosi, da guerriero e da nobile. Aveva infatti la spada al fianco, una corona in capo, una grande croce che pendeva da un collare ed il pastorale appoggiato al suo trono. Ai suoi piedi, sulla predella su cui era il tronetto, seduti su due cuscini, c'erano due ragazzi di rara avvenenza, uno sui diciassette, diciotto anni che indossava un abito talare da chierico, l'altro sui venti, ventuno, che aveva ricchi abiti da nobile, alla moda dei franchi.
Clothar dette loro il benvenuto e, dopo che i dodici si furono presentati, presentò loro i due ragazzi seduti ai suoi piedi: "Questi è Karl, il mio primicerio e lui è Hlodowig, il mio paggio. Non mi separo mai da loro, che sia in guerra, in pace, a caccia o in chiesa... Mai! Sono i miei figli e la loro vicinanza mi è di conforto in ogni momento della mia vita."
"Figli, eccellenza?" chiese stupito Alfeo, "Siete dunque sposato?"
Il vescovo rise, poi disse: "No, non sono sposato e non li ho generati io... Eppure... sono miei figli!"
"Secondo lo spirito." assentì Alfeo credendo di capire.
"Secondo lo spirito tutti i fedeli di questa città sono miei figli... Questi due lo sono secondo la carne..."
"Non capisco..." protestò Alfeo confuso."
"Proprio voi non capite? Eppure so che siete sei coppie e che vivete come... sposi."
"Lo sapete? Come potete sapere una tale cosa, se neppure ci conoscete e ci avete appena visti..."
"Cari amici, chi come me ama la compagnia di quelli del proprio sesso, sa riconoscere coloro che condividono le sue preferenze."
Alfeo allora disse: "Ma, monsignore, quando io ero nel monastero, mi dicevano che amare... carnalmente qualcuno del proprio sesso è peccato grave. Eppure voi, un Vescovo..."
Il Vescovo-conte sorrise: "Sì, lo dicono... Ma a mio avviso non può essere peccato ciò che proviene dall'istinto che il creatore ha messo in ciascuno di noi, tanto più se questo istinto non danneggia nessuno..."
"Non danneggia il genere umano, in quanto con questo tipo di amore non avviene la procreazione?"
"Se così fosse," disse il vescovo, "anche la pretesa che ha Roma di imporre il celibato ai suoi sacerdoti danneggia la procreazione e dovrebbe quindi essere peccato."
"Ma gli organi genitali non sono destinati alla procrazione?" insisté Alfeo.
"Certo, sono destinati anche alla procreazione. Ma anche a orinare ed anche a provare piacere. Così come la bocca è destinata a mangiare, respirare, parlare... ed al piacere di vario tipo... Credi, mio caro ragazzo, che non mi sia posto anche io mille volte questi quesiti? La mia risposta è che, almeno su questo punto, la nostra beneamata chiesa sbaglia..."
"E voi, vescovo, amate entrambi questi due ragazzi?" chiese Axel piuttosto stupito. "Io non potrei amare dello stesso amore due diverse persone..."
"Ognuno di noi è diverso, mio bel giovane. Sì, io posso amare questi miei due ragazzi e li amo. Ed anche loro non solo amano me, ma si amano fra di loro come veri fratelli, anche se non come amanti."
"E non sono gelosi l'uno dell'altro?" chiese Derk.
"No, non lo sono. Noi tre viviamo in perfetta armonia. Ma ora, basta a parlare di noi, avrei piacere che mi narraste le vostre gesta..."
I dodici sentirono che potevano fidarsi di quell'uomo sincero e solare, così gli narrarono tutta la loro storia.
Si fermarono nella residenza di Clothar per alcuni giorni poi, riposati e rifocillati, decisero di riprendere il loro cammino. Il vescovo volle donare a ciascuno di loro un fermaglio con i dodici diversi segni zodiacali. Allora Jens, ricordando il piatto di rame, propose agli altri di regalarlo al vescovo. Non tutti ne erano convinti, ma quando lo presero in mano videro che su questo, invece di essere raffigurati tre cervi, come tutti ricordavano bene, vi erano raffigurati ora tre giovani uomini che si tenevano per mano, ed allora tutti gli amici furono concordi di regalarlo al vescovo, che lo gradì moltissimo.
Ripresero la via verso nord. Giunti sulla riva del mare, trovarono dopo alcuni giorni una nave normanna che li portò fino all'isola di Sjael. Giunti qui, si accinsero a traversarla con i loro cavalli. Cominciava a fare freddo ed il tempo era sempre più rigido e grigio. Erano su un'altura e già si vedeva l'ultimo tratto di mare da traversare per raggiungere la terra ferma al cui interno si trovava il regno del loro re Waltha, quando incontrarono un folto gruppo di cavalieri normanni che si fermò davanti a loro.
Quello che pareva il loro condottiero li aprostrofò: "Che fate qui nelle mie terre?" chiese l'uomo dalle lunghe trecce bionde.
"Signore, stiamo tornando alle terre del nostro re e traversiamo queste terre in pace. Stiamo andando in riva al mare nella speranza di trovare una nave che ci porti all'opposta sponda." rispose Alfeo in tono rispettoso.
"Che trasportate sui vostri cavalli?"
"Le nostre armi, le nostre vesti, un po' di cibo e otri di birra per dissetarci lungo il cammino."
"Trasportate anche oro?" chiese il poderoso uomo in tono altero.
"Ben poco, signore, poiché siamo alla fine del nostro viaggio." rispose Harti.
"Chiunque passa sulle mie terre senza essere stato invitato, mi deve pagare pedaggio. Se avete con voi poco oro, lo pagherete lavorando per me, mi sembrate tutti giovani e robusti. Sto giusto costruendo una piazzaforte sul fiume, difesa da una robusta palizzata ed un terrapieno e dodici baccia in più è proprio quello che mi ci vuole..." disse il capo squadrandoli ad uno ad uno.
"Saremo lieti di aiutarti, se tu ci ospiterai..." suggerì Harti.
"Sì... vi ospiterò... e voi lavorerete per me per il ciclo di una luna." sentenziò il normanno.
Scortati, o per meglio dire sorvegliati, dal manipolo di normanni, scesero verso il fiume e videro che alla sua foce era tutto un cantiere. Notarono che i guerrieri sorvegliavano decine di uomini che lavoravano duramente e che davano l'idea di essere servi o addirittura schiavi.
Ma quello che non avevano ancora intuito era che il capo di quella banda di guerrieri, che si chiamava Knud, aveva messo gli occhi su Tantas ed aveva deciso di prenderselo come proprio schiavo da letto. Avendo il forte guerriero intuito che i dodici erano molto uniti fra loro, pensò di ricorrere ad uno stattagemma. Li invitò tutti, prima di aiutare nei lavori, a condividere con lui ed i suoi uomini, la sua mensa. Non visto, dette ordine ai servi di mettere una potente droga nei cibi dei suoi ospiti.
Così, dopo aver mangiato tutti assieme in allegria, i dodici amici furono presi da una forte sonnolenza e uno dopo l'altro crollarono addormentati sul tavolo. Allora Knud li fece legare strettamente e fece portare Tantas nella sua tenda.
Spogliatolo, si spogliò a sua volta, gli occhi accesi di libidine, e si stese sul giaciglio iniziando a carezzare il giovane scudiero, eccitato all'idea di poterne profittare a suo piacimento.
Gli era già sopra, e stava sfregando il suo duro membro sulla pelle morbida e vellutata di Tantas, mentre lo rigirava per poterlo finalmente penetrare, quando Kossur, che aveva mangiato meno degli altri, si svegliò e si rese conto di quanto stava accadendo. Il ragazzo capì che a nulla sarebbe valso tentare di svegliare i compagni, poiché erano tutti legati ed immobilizzati, le loro armi ed i bagagli ammnticchiati in un angolo della vasta tenda, ed allora pensò che se avesse avuto a portata di mano un coltello o un pugnale, avrebbe potuto tentare di liberarsi per correre in soccorso del suo amante.
Kossur non aveva pensato un solo attimo che Knut, così grosso e possente, avrebbe avuto facilmente ragione di lui, l'unica cosa che sentiva, con urgenza, era che doveva fare qualcosa per salvare il suo amante da quello stupro che stava per compieresi. Si guardò attorno ma vide che tutte le loro armi erano fuori dalla sua portata. Poi ricordò il pugnale d'acciaio che avevano trovato a Roma e desiderò ardentemente di poterlo avere con sé.
Accadde allora un fatto mirabile: la sacca in cui esso era contenuto, nella sua custodia di legno, sembrò vibrare, la scatola ne scivolò fuori e cadendo a terra senza rumore, il coperchio si aprì. Kossur vide il luccichio della forte lama d'acciaio e desiderò poterla usare per liberarsi. Il pugnale sembrò brillare più intensamente, poi si librò a mezz'aria, volò lentamente accanto a Kossur e ne tagliò le corde che lo imprigionavano.
Mentre Kossur si alzava in piedi, vide che il pugnale stava volando a liberare tutti i suoi compagni. Allora silenziosamente si spostò a prendere le sue armi. Uno dopo l'altro gli altri furono liberati e si svegliarono, rendendosi conto di quanto stava accadendo.
Knut, completamente infiammato dal suo desiderio di godere del bel Tantas, non si accorse di nulla. Lo stava mettendo in posizione per poterlo finalmente penetrare e sfogare così su di lui le sue voglie, quando improvvisa una voce lo fece immobilizzare. Attorno a lui vide allora gli undici amici di Tantas, svegli e con le armi in mano.
"Lascia immediatamente quel ragazzo!" ordinò Kimon con voce minacciosa.
Knut fece per prendere la propria spada che era accanto a lui assieme ai suoi abiti, ma Derk vi pose sopra un piede.
"Ti conviene lasciare subito Tantas e rivestirti, se non vuoi che poniamo fine alla tua vita!" gli disse Axel.
"Che vorreste fare, voi sciocchi stranieri? Basta che io alzi la voce e decine dei miei guerrieri si precipiteranno qui dentro tagliandovi a pezzettini! Deponete le armi, vi conviene." disse con un tono sicuro di sé ed un ghigno divertito.
Kossur allora ripensò al pugnale magico e mentalmente gli chiese di aiutarli. Il pugnale si librò in aria e volò verso la gola di Knut, fermandosi appena l'ebbe sfiorata. Knut, più che dalla minaccia del pugnale, fu spaventato dal fatto che aveva visto chiaramente come questo agisse quasi fosse dotato di volontà propria. Cercò con la mano di toglierlo dalla sua gola ma per quanti sforzi facesse, non vi riusciva. Allora impallidì e guardògli undici con occhi sbarrati.
"Che magia è mai questa?" chiese con voce roca.
"Noi siamo stati mandati in missione dal nostro re per uno scopo sacro e tu hai violato la sacralità dell'ospitalità e quella delle nostre persone, tentando di violentare il nostro amico. Non tentare perciò di opporti: lasciaci andare con onore e nulla ti accadrà..."
Nonostante tutto Knut non era ancora disposto a cedere, perciò lanciò un richiamo. Subito i suoi uomini si precipitarono nella tenda, le armi in pugno. Ma, prima ancora che gli undici amici di Tantas li affrontassero con le loro armi, il pugnale si librò nell'aria e con una serie di incredibili volteggi, disarmò in un attimo tutti i guerrieri normanni, che, impauriti da quel prodigio, scapparono a gambe levate. Poi il pugnale tornò alla gola di Knut.
L'uomo ora era letteralmente terrorizzato e la sua erezione era scomparsa: "Va bene, va bene, prendete il vostro amico ed andatevene subito dalla mia terra. Non voglio avere nulla a che fare con voi, siete degli stregoni, non degli esseri umani!"
"No, siamo solo sei cavalieri e sei scudieri, non degli stregoni. Ora ce ne andremo, ma tu devi trovare per noi una nave che ci porti da qui a Lund." disse Harti.
"Tutto quel che volete, purché abbandoniate subito le mie terre!"
"Rivestiti e vai a dare i necessari ordini. Inoltre ci farai dare del cibo e delle bevande per terminare il nostro viaggio. E la città che stai facendo costruire, per ricordare questo evento, la chiamerai Havn."
"Havn? Perché Havn?" chiese Knut mentre si rivestiva, il volto scuro per lo smacco subito.
"Nella nostra lingua significa pugnale, per ricordarti che esiste una forza superiore a quella delle armi, del corpo o dell'inganno."
Kossur rivestì Tantas che finalmente si svegliò e che non si era accorto di nulla. Kossur lo baciò e gli raccontò quanto era successo.
Knut, con il pugnale che lo seguiva in ogni suo spostamento con grande stupore di tutti i suoi uomini, dette i necessari ordini. Fu subito allestita una grande barca ad una vela su cui presero posto i dodici amici con tutti i loro cavalli e le scorte di cibo, quindi la grande barca salpò verso est e navigò fino a raggiungere la riva opposta del braccio di mare.
Il pugnale, una volta che i dodici amici furono in salvo, cadde in terra ai piedi di Knut. L'uomo lo prese in mano, studiandolo a lungo, restò un po' indeciso se gettarlo in mare o tenerlo, poi lo infilò alla sua cintura, ma appena ve lo ebbe messo, con suo grandissimo stupore, il pugnale si librò nuovamente nell'aria e con un sibilo andò a piantarsi con forza, fino al manico, nel tronco di un grande albero che sorgeva lì vicino. A nulla valsero gli sforzi di Knut e dei suoi uomini per estrarlo. Alla fine desistettero e chiamarono quell'albero "il posto del pugnale".
Frattanto i dodici, risaliti sui loro cavalli, presero la strada verso nord in cerca del fiume Hulig, per poterlo poi risalire fino al regno di re Waltha. Lungo la strada tutti quelli che incrociavano si fermavano a guardarli, sia perché erano dodici bellissimi giovani, sia per le loro vesti ricche ed eleganti, di foggia straniera, quali mai si erano viste in quelle terre.