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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA CORONA FERREA CAPITOLO 10
LA GROTTA MISTERIOSA

LA GROTTA MISTERIOSA

No, la magia del seme era finita. Ciononostante i tre passarono una nottata piena di fuoco, prendendosi l'un l'altro in tutte le possibili combinazioni. Poco prima dell'alba Octavius dovette salutarli e rivestirsi. Ma chiese loro se potevano ripetere un simile incontro...

"Noi due siamo amanti, anche se a volte ci piace avere un terzo con noi... Tu non hai un amante?" gli chiese Altma.

"Un vero amante no, ma un caro amico con cui spesso si scopa. Anche a noi piace avere un terzo... o un quarto... un ragazzo della plebe o un giovane servo... O anche andare assieme al postribolo dei maschi..."

"Esiste un postribolo di maschi?"

"Sì, anche se è segreto... solo persone fidate della nobiltà romana vi possono accedere."

"Ci sono bei ragazzi?"

"I catamiti sono tutti molto belli. E ve ne sono di tutte le razze e colori. E ci sanno fare..."

"Ci piacerebbe poterlo visitare..."

"Non sarà facile, ma... ne parlerò con il mio amico." promise Octavius accomiatandosi.

"Adesso che siamo soli, facciamo l'amore, Bughail..." disse Altma carezzandolo, "questo era solo sesso, bello, ma... A proposito, hai bevuto da lui... allora?"

"Nulla. Credo che sia finito l'incantesimo."

"Beh, ora ne abbiamo meno bisogno. Mi ami, Bughail?"

"Certo che ti amo. E tu?"

"Vuoi che te lo dimostri?"

"Sì, certo..." E fecero l'amore con languida passione e calma, tenerezza e vigore finché la stanza fu inondata di sole. La notte in bianco non pesava loro, che anzi si sentivano pieni di energia.

I servi, quando rifecero le camere dopo aver portato la colazione, furono stupiti, ma non poi troppo, di trovare sei letti intatti e sei piuttosto sconvolti.

I dodici amici, dopo aver confabulato e saputo che il potere del loro sperma era ormai scomparso, decisero di iniziare la loro ricerca. Alfeo e Jens decisero di andare a parlare con gli scribi del Grande Sacerdote.

Pareva che nessuno sapesse dare indicazioni, ma ad un certo punto un vecchio scriba di origine greca, usando questa lingua, disse al giovane ex-seminarista: "Dicono che ai sogni non bisogna dare retta, eppure a volte... Tu conosci i misteri dei numeri?"

"Un poco, padre..."

"Voi siete dodici, no? Sai che cosa cela il numero dodici?"

"Mah... dodici i mesi, dodici gli apostoli, dodici le ore del giorno..."

"Sì, sì... Prima di venire a sapere del vostro arrivo ho fatto un sogno... Ho sognato un'alba e c'erano dodici mani, sei sinistre e sei destre, ed ogni coppia di mani reggeva un frammento di una pelle di capra per un totale di sei frammenti; poi ho sognato una seconda alba e c'erano dodici campanelle, unite a tre a tre da quattro anelli e da ogni anello pendeva una chiave per un totale di quattro chiavi; ho sognato una terza alba e c'erano dodici ruote, unite a quattro a quattro in tre carri ed ogni carro portava in una diversa direzione; quindi nel mio sogno ho visto la quarta alba e una porta con dodici cardini, e sei aprivano da una parte e sei da un'altra; ho visto infine la quinta alba e nel cielo già chiaro brillavano dodici stelle e tutte assieme formavano un'unica costellazione che scendeva all'orizzonte verso nord... ed il sogno è finito. Dodici è uno dei numeri più straordinari, infatti si divide per due, per tre, per quattro e per sei, oltre che per uno e per se stesso. E voi siete dodici ed in cinque giorni voi lascerete questa terra..."

"Con la corona ferrea?"

"Non ne dubito. La quarta alba sarà il prossimo venerdì... e la corona di ferro fu sempre trovata, in passato, nel giorno di venerdì."

"Ma che significano la pelle e le chiavi ed i carri e la doppia porta?"

"Ah... questo non te lo saprei dire. Ma voi, certamente, capirete di che si tratta, al momento opportuno."

"E oggi sarebbe la prima alba?"

"Così mi pare."

"Siamo sei coppie... sei paia di mani... dobbiamo trovare sei pezzi di pelle?"

"Non necessariamente... ma forse sì, chi sa? I sogni a volte parlano per metafora, a volte mostrano le cose come sono, non è facile capirlo prima..."

"Allora..." iniziò a dire Alfeo.

Ma il vecchio lo interruppe precipitosamente: "Devo andare, ora... non ho altro da dirti. Buona cerca, cavalieri." disse e, fatto un breve inchino, si allontanò per il corridoio dello Scriptorium.

"Che facciamo?" chiese Jens pensieroso.

"Non so. Giriamo per la città e... qualcosa accadrà." disse Alfeo sorridendo all'uomo che amava.

Lasciarono il palazzo e presero a girare per l'antica città che aveva già ben millecinquecento anni di storia. Senza meta, guardandosi attorno ammirati e stupiti, quando il sole era all'apice della sua corsa, passarono davanti ad una taberna da cui veniva un invitante profumo di cibi cotti.

"Ho un languorino..." disse Alfeo al suo uomo guardandolo in una muta proposta.

"Sì, andiamo a mangiare qualcosa." rispose Jens prendendolo per un gomito e guidandolo dentro la taberna.

Sedettero ad un tavolo e subito un giovane chiese loro che cosa desiderassero mangiare e bere.

"Non conosciamo la vostra cucina, portaci tu qualcosa di buono." rispose Jens.

Il giovane sorrise ed annuì.

Mangiarono prima un piatto di opson greco a base di cipolle, olive e carne, poi un piatto di fave e piselli cotti con un po' di lardo, una porzione di formaggio cotto alla brace, quindi datteri ripieni di noci, pinoli, pepe macinato e fritti nel miele. Il tutto innaffiato con un buon vinello rosso. Mangiarono di gusto.

Quando pagarono, il giovane disse loro: "Se prima di riprendere la strada volete riposare un poco... le stanze a quest'ora sono quasi tutte libere... vi accompagno?"

Jens stava per declinare l'invito, ma lo sguardo particolare con cui il giovane aveva fatto la sua offerta, gli fece cambiare idea. "Sì, grazie... Ma quanto ci costerà?"

"Oh, è compreso nel prezzo... venite..."

Seguirono il giovane su per un'angusta scala, percorsero un corridoio semibuio e fresco, finché questi aprì una porta e fece loro cenno di entrare: era una stanza piccola, con un letto quadrato in centro e torno torno appena lo spazio per passare. Una finestrella stretta ed alta chiusa da una sottile lastra di alabastro lasciava entrare un fascio di tenue luce. Alle pareti erano appese otto lucerne ad olio, ora spente. Non c'era altro, nella stanza. Entrarono ed il giovane entrò con loro e chiuse accuratamente la porta, facendovi scorrere il paletto.

Quindi, sorridendo, disse: "Lasciate che vi aiuti a mettervi comodi..." e prima di ottenere risposta, sciolse la fibbia del mantello di Jens e glielo sfilò, ripiegandolo accuratamente. Alfeo si tolse il mantello, ma il giovane disse premuroso: "No, permetti che lo faccia io..."

Alternando fra i due, a poco a poco il giovane li denudò e mentre toglieva loro di dosso i panni, ne sfiorava i corpi con le dita esperte, in lievi carezze sempre più erotiche. Quando furono nudi erano entrambi completamente eccitati.

Il giovane sorrise: "Non ho mai visto corpi così splendidi, cavalieri... è un onore per me potervi servire. Siete così diversi eppure, a guardare i vostri corpi, potreste essere fratelli..." disse carezzando con entrambe le mani i due membri fieramente eretti. Poi, con un gesto rapido, slacciò la propria tunica e se la fece scivolare di dosso, restando nudo fra di loro: "Prendete liberamente il vostro piacere... il mio corpo è vostro..." disse con voce bassa ed eccitata.

I due lo strinsero fra di loro, iniziando a carezzarlo e sfregandogli contro le proprie erezioni. Il giovane aveva un corpo liscio e caldo, più che desiderabile. Alfeo lo baciò in bocca ed il giovane rispose con un mormorio di piacere.

Jens li guidò sul grande letto. Alfeo si inginocchiò ed il giovane si mise a quattro zampe davanti a lui chinandosi fra le sue gambe e prese a leccargli con estrema perizia il sacco dei testicoli ed il palo fieramente eretto e fremente. Jens si inginocchiò dietro al giovane e con un dito lo saggiò fra le natiche fino ad individuarne il foro e lo sentì già scivoloso di unguenti e palpitante. Vi appoggiò la punta del proprio membro ed iniziò a spingere: scivolò dentro lentamente, senza difficoltà e lo sentì caldo e stretto accoglierlo con fremiti di piacere.

Frattanto anche Alfeo aveva fatto scivolare tutta la propria lancia di soda carne nella bocca del compiacente giovane che, quando si sentì completamente penetrato dalle due estremità, iniziò a far ondeggiare avanti e dietro il proprio corpo bilanciandosi su mani e ginocchia, sì che quando un membro lo penetrava a fondo, l'altro usciva parzialmente da lui e viceversa. Jens e Alfeo si guardarono sorridenti, si chinarono sul giovane abbracciandosi, si baciarono giocando appassionatamente con le loro lingue, mentre il giovane fra di loro li portava lentamente ma sicuramente verso le alte vette del godimento.

Il giovane titillava ad arte con la lingua il membro di Alfeo immerso nella sua bocca, faceva palpitare i muscoli interni al suo sfintere attorno a quello di Jens, donando ai due crescenti ondate di piacere: indubbiamente ci sapeva fare. I due erano quasi dimentichi del giovane, era come se ognuno fosse dentro l'altro nello stesso momento. Il giovane riuscì a portarli all'orgasmo contemporaneamente.

I tre crollarono quasi sul letto, sui loro fianchi. Il giovane si districò e scivolò via, mentre i due facevano aderire strettamente i loro corpi, scese dal letto e si rimise la tunica.

"Sei stato favoloso..." gli disse Jens girandosi verso di lui.

"Sono lieto di avervi saputo compiacere. Ecco... se qualche volta voleste tornare qui... tenete questa..." disse porgendo loro una sottile tavoletta di legno. Poi aggiunse: "Io devo andare a lavorare. Se volete riposare un po', potete restare liberamente. Vi ringrazio, è stato molto bello poter stare con voi, cavalieri." e, fatto un inchino, uscì dalla stanza.

Jens guardò la tavoletta: da un lato vi era dipinta l'insegna della taberna, in piccolo, e dall'altro vi erano solo alcune linee e simboli che non parevano avere nessun significato.

"Che sia il primo... pezzo di pelle?" chiese incerto Alfeo dopo averlo guardato a sua volta.

"Non so... aspettiamo di incontrare gli altri... Abbiamo ancora alcune ore prima del tramonto, che ne dici di girare ancora un po' per la città?"

"Sì, va bene."

I due si rivestirono ed uscirono dalla taberna, salutati dal padrone e dal giovane che ora stava servendo tre altri avventori.

"Dici che farà sesso anche con quei tre?" chiese divertito Alfeo quando furono in strada.

"Non so, può darsi... Mi era sembrato un po' caro il cibo, ma se è compreso il servizio di quel bel ragazzo, il prezzo diventa persino a buon mercato!" commentò Jens ridacchiando e rigirando la tavoletta fra le mani.

Il resto della giornata trascorse senza particolari incontri, ammirando i ricchi palazzi dei nobili e le grandi costruzioni per il culto. Era davvero una città grande ed antica, aveva un suo fascino particolare.

A sera, tornati al palazzo che li ospitava e ritrovatisi, scopersero che ogni coppia aveva avuto un particolare incontro, ogni incontro diverso dal loro ma sempre culminante con una parentesi di sesso, ed ognuno alla fine aveva ricevuto in ricordo un oggetto. Li posero su un tavolo: oltre alla tavoletta di Jens e Alfeo, c'era un medaglione di bronzo, un quadrato di pergamena, una lastrina di alabastro, un piccolo panno ricamato ed un coccio smaltato. Ognuno da una parte aveva diverse decorazioni ma dall'altra aveva righe e simboli. Li avvicinarono dal rovescio cercando di capire se e quale fosse l'ordine, finché Nikolaos trovò che in una certa posizione formavano una specie di disegno, qualcosa di simile ad una mappa. E gli strani simboli si allineavano formando come righe di srittura, ma con caratteri che nessuno di loro riusciva a riconoscere. Alfeo prese un foglio ed uno stilo e copiò accuratamente quello strano grafico e quelle linee di sconosciuti caratteri.

"Domattina, mi sa, faremo bene ad andare di nuovo allo scriptorium a chiedere se qualcuno sa leggere questi segni e sa riconoscere questa mappa." disse Jens.

"Sì, ma ora andiamo a dormire, ormai fa buio." disse Axel prendendo per mano Derk e guidandolo verso la loro stanza.

Gli altri li imitarono prontamente, pieni di desiderio nonostante tutti avessero avuto un'avventura sessuale nel pomeriggio.

Il giorno dopo allo scriptorium nessuno fu in grado di leggere i caratteri misteriosi, ma la mappa, spiegarono, era la traccia delle antiche strade romane nei dintorni della città.

Alfeo disse agli altri del sogno del vecchio scriba: "... quindi oggi dovremmo andare in giro in gruppi di tre, credo e forse le chiavi sono proprio qualcosa che ci permetterà di leggere questa scrittura, infatti quando c'è una scrittura segreta vi è sempre una chiave di lettura..."

Si divisero in quattro gruppi di tre e scesero in città. Kimon con Floriano e Bughail avevano deciso di costeggiare il fiume: non sapevano che cosa cercare, ma pensavano che qualcosa sarebbe accaduto. Una qualche forza misteriosa pareva guidare i loro passi, da quando si erano ritrovati. Trovarono un vecchio ponte e lo traversarono trovandosi così fuori città.

"Non credi che sia meglio tornare dentro le mura?" chiese Floriano.

"Sì, costeggiamo il fiume da questa parte e al prossimo ponte ritraversiamo." rispose Kimon.

La giornata era calda ma mite e si stava bene. Camminavano lentamente gustando la dolcezza di quella primavera.

Ad un tratto udirono come un pianto, poi alcune grida. Provenivano da dietro una capanna. L'aggirarono e videro un uomo ed un ragazzo: questi era legato ad un albero, la schiena nuda, e l'uomo lo stava frustando con un fascio di giunchi.

"Ehilà, che ha fatto questo ragazzo per essere punito così severamente?" chiese Bughail le ciglia aggrottate ripensando a quando lui era un servo della gleba ed era frustato per un nonnulla.

"Che ha fatto? È un piccolo ladro e bugiardo, questo bastardo."

"No, non è vero!" gridò il ragazzo girandosi verso gli inattesi passanti. Floriano notò che era molto bello.

"Come non è vero? Ti ho visto uscire furtivamente dalla villa del nobile Sabelli, sì, e guardate cavalieri, aveva questa cintura, che non è certo roba nostra!"

"Me l'ha regalata Dominus Mercutius!"

"Sì, l'avrebbe regalata a te, bastardino! proprio a te!" disse l'uomo facendo il gesto di ricominciare a frustare il ragazzo.

Bughail lo fermò afferrandogli il polso.

L'uomo lo guardò stupito.

"È tuo figlio?" gli chiese Bughail.

"Mio figlio? No, l'ha partorito mia moglie, ma non col mio contributo, quella svergognata. È solo un bastardo mangiapane a ufo! Almeno lavorasse! Dovrei ammazzarlo, dovrei..."

Frattanto Floriano stava guardando la cintura con interesse: "Uomo, dacci questa cintura e questo ragazzo, ed andremo noi a parlare col nobile Sabelli..." propose poi aggiunse: "E se ha rubato, lo puniremo noi come merita."

"Voi, nobili cavalieri... conoscete il nobile Sabelli..." non era una domanda ma quasi un'affermazione, così nessuno dei tre rispose. L'uomo prese il silenzio per una conferma. "Va bene, ma se ho ragione io... tu non ti azzardare a tornarmi vicino o ti scortico vivo, capito!" disse l'uomo sciogliendo il ragazzo e sospingendolo verso i tre.

Questi cercò di ricoprirsi la schiena con uno straccio di casacca che era a terra, mentre Floriano rigirava nelle mani la cintura: era una striscia di seta tessuta a nodi, con una strana decorazione rossa e verde che gli ricordava i segni della loro mappa, alternata ad alcune lettere dell'alfabeto ricamate in oro. Bughail aveva messo un braccio sulla spalla del ragazzo ed i quattro si allontanarono.

"Davvero, non sono un ladro, signori..." disse lamentevole il ragazzo asciugandosi una lagrima dal bel viso.

"E come hai avuto questa cintura? Perché dici che ti è stata regalata?"

"Perché Dominus Mercutius me l'ha regalata, davvero."

"Ah sì? E come mai? Saresti suo amico?" chiese Kimon.

Il ragazzo fece un sogghigno di scherno: "Amico? Io di... noooo!"

"E allora?"

"Ecco... Io non posso parlarne, o il Dominus mi uccide..."

"Ehi, addirittura!" disse Kimon con un risolino incredulo.

"Te l'ha data in pagamento di un servizio?" gli chiese Bughail accoccolandoglisi davanti e prendendolo per i gomiti, mentre lo guardava con un sorriso amichevole dritto negli occhi.

"Una specie..."

"Di me puoi fidarti, ragazzo...." insisté Bughail dandogli una lieve carezza su una guancia.

"Ma non posso..." si lamentò il ragazzo.

"Come ti chiami?"

"Marcus..."

"Quanti anni hai?"

"Sedici..."

"Te ne davo di meno. Sai che sei un bel ragazzo?"

"È l'unica cosa che ho..." disse a mezza voce il ragazzo.

"Quindi lo sai. E un bel ragazzo, a volte, può ricevere regali... per la sua bellezza."

"Sì..." ammise incerto Marcus.

"E al Sabelli piacciono i bei ragazzi..." aggiunse Bughail sorridendogli complice.

Marcus spalancò gli occhi: "Come fate a saperlo? Mi ha detto che non lo sa nessuno che a suo figlio... Mi ha fatto giurare di non dirlo..."

"Ma noi lo sappiamo." disse Floriano sorridendo per l'abilità di Bughail nel far scoprire il ragazzo.

Il ragazzo li guardò, poi disse, come illuminandosi: "Ah, ma allora anche a voi piacciono i ragazzi, è così, vero? Per questo lo sapete..."

"Sì... Ma a te piace stare nel letto con un uomo?" chiese Kimon.

"Beh... qualche volta è bello... qualche volta no, dipende..."

"Senti, se ti diamo una moneta d'oro, ci dai questa cintura?" chiese Floriano.

"Una moneta d'oro? Per questa cintura? Altroché... e se volete portarmi a letto, io ci vengo volentieri, con voi tre... So succhiarlo bene, e il mio culetto è ancora stretto... E poi voi tre mi piacete..."

"Noi siamo ospiti in un palazzo in città, dove non ti possiamo portare. Ma ci piacerebbe fare qualcosa con te..." disse Bughail carezzando il ragazzo sotto la casacca e sentendo che era già eccitato.

"Ci sarebbe un posto... La vecchia Giustina per una moneta di rame ci fa usare la sua capanna... non è sporca... Oh, signore, se continua a toccarmi così... mi fa venire..." disse poi sottovoce a Bughail che, sorridendo, smise di carezzarlo fra le gambe.

Il ragazzo era scatenato: anche se lo faceva per rimediare qualcosa, quasi per mestiere, era evidente che gli piaceva molto.

Alla fine, quando li ebbe soddisfatti pienamente tutti e tre, chiese: "Portatemi via con voi! Non voglio tornare da quell'uomo! Vi prego!"

"Non possiamo, però vorremmo aiutarti... Senti, io sono amico del nobile Colonna, Octavius, che certamente sarebbe interessato a conoscerti e forse lui può aiutarti... Non ti prometto nulla, ma... vieni con noi, per ora." gli disse Bughail.

"Oh, grazie, grazie cavaliere!" disse il ragazzetto abbracciandolo e baciandolo con foga.

Tornati a palazzo, mentre il ragazzo aspettava fuori, Bughail andò a parlare con Octavius.

Questi guardò dalla finestra: "Sembra un bel ragazzetto... va bene, mi occuperò di lui e se a letto è in gamba come dici, potrò prenderlo a servizio da me, come... cameriere personale!" disse il giovane nobile con un sorriso compiaciuto.

Gli altri tre gruppi avevano trovato un pugnale, un piatto di rame ed una coppa d'argento, tutti con su incisi segni e lettere: assieme alla cintura, riuscirono a ricostruire tutto l'alfabeto ed a leggere la scritta. La scritta diceva che si dovevano trovare tre chiavi per accedere alla grotta misteriosa e ne davano anche l'ubicazione. Ma non diceva nulla sul come e dove trovare le chiavi.

"Non mi preoccuperei," disse Alfeo, "abbiamo trovato tutto questo semplicemente vagando per la città, e tutto è avvenuto come nel sogno. Domani ci divideremo in tre gruppi di quattro e sono certo che ogni gruppo troverà una chiave."

Tutti gli altri concordarono. Erano eccitati, sentendo che la loro avventura stava volgendo al termine.

La mattina seguente, dopo che Octavius ebbe ringraziato Bughail per "il bello e fantastico ragazzo" che aveva preso con sé, si divisero. Harti, Nikolaos, Tantas e Kossur si avviarono verso est. Traversarono la città, si fermarono a pranzare in un'osteria, poi proseguirono a casaccio. Era già metà pomeriggio e nulla pareva accadere.

Un uomo vestito con una certa eleganza un po' vistosa, li accostò: "Signori cavalieri, dalla vostra foggia si direbbe che siate forestieri..."

"Sì... veniamo da lontano..." rispose titubante Tantas.

"Oh... e sarete stanchi. Perché non venite a riposarvi qui vicino... Abbiamo giusto aperto un nuovo tepidarium, con giovani serve efficienti nel massaggio e... assai disponibili..."

"No, grazie..." disse Harti.

"Oh, via, non costa molto e ne vale la pena, abbiamo anche servi molto belli, se li preferite, alla Chiave di Bronzo..."

Harti, sentito il nome, chiese subito interessato: "La Chiave di Bronzo? Come mai avete scelto questo nome per il vostro tepidarium?"

"Perché, Signore, facendo i lavori abbiamo trovato nel locale una cassetta sepolta molto tempo prima da chissà chi e chissà quando, piena di chiavi di bronzo, tutte identiche... Così, ai nostri migliori clienti, ne regaleremo una per ogni dieci volte che usano i nostri servizi..."

"Interessante. E quanto chiedete, per l'assistenza di un servo?"

"Ah, i nobili cavalieri preferiscono i servi? Bene, ogni servo, una volta, una moneta di rame... non è caro, è un prezzo speciale, visto che abbiamo aperto solo oggi..."

"E quanti servi avete?"

"Ne abbiamo solo quattordici, per il momento, ma sono tutti belli, puliti e sani, comunque..."

"Mi hai convinto. Veniamo!" disse Harti.

L'uomo s'illuminò: "Non ve ne pentirete, nobili cavalieri. Potete scegliere i quattro servi migliori e..."

"Ne vogliamo dieci. E la chiave ricordo!" disse Harti e gli altri tre sorrisero.

"Oh... ah... come desiderate, certo... Da questa parte, prego..."

Fu una vera orgia, i giovani, a parte tre che da quel lato valevano poco, erano bravi e fare sesso nella stanza inondata di vapore era piacevole. Fatto un buon massaggio finale con unguenti muschiati, presa una chiave, i quattro tornarono a palazzo. Anche gli altri due gruppi avevano, in condizioni diverse, avuto in dono altre due chiavi, una di argento ed una coperta di foglia d'oro. Soddisfatti, si prepararono all'ultimo giorno prima di poter accedere alla grotta misteriosa.

Il mattino seguente si divisero in due gruppi di sei e si avviarono al punto segnato sulla mappa: il sogno parlava di una porta con due battenti: evidentemente ogni gruppo avrebbe dovuto spingere un battente, pensavano, quindi andarono tutti assieme, pur suddivisi in due gruppi.

Il punto segnato dalla mappa era subito fuori le mura: lungo l'antica strada romana sorgevano diverse antiche tombe ed era fiancheggiata dalle arcate di un acquedotto. Nel punto segnato c'era una costruzione sbilenca, un tempo forse bella: restavano vestigia di marmi, però screpolati dal tempo e dalle piante che erano cresciute negli interstizi. Verso la strada vi era una porta con un timpano triangolare. La porta pareva di legno massiccio. Provarono a spingerla ma non si mosse, neanche unendo tutte le loro forze, e non vi era traccia di buchi di serrature, quindi le loro tre chiavi non erano per questa porta. Girarono tutto attorno alla costruzione ma pareva che non ci fossero altri accessi né tracce di finestre. Tornati davanti all'unica porta, si chiesero che fare. Stavano discutendo, quando videro arrivare una vecchia canuta, vestita di stracci, che camminava appoggiandosi ad un bastone.

"Oh, benvenuti, signori. Vorreste entrare nella catacomba, vero?"

"Catacomba? Questo è l'ingresso ad una catacomba?" chiese interessato Alfeo.

"Già, proprio così. Io saprei come farvi entrare, ma... La seconda porta, quella, nessuno è ancora riuscito ad aprirla. Neppure con i picconi."

"Vi è una seconda porta dentro?"

"Sì, giù nelle profondità. E poi... sapete che rischiate di morire? È pieno di ossa laggiù, di gente che ha tentato, prima di voi, inutilmente."

"Come fai a sapere queste cose, vecchia?" chiese Nikolaus.

"Eh, giovane, nei lunghi anni della mia vita ne ho visti tanti entrare... pochi uscire... e quando sono scesa, non c'era più nulla da fare, quelli che non erano usciti sui loro piedi erano tutti morti."

"Vogliamo provare ugualmente." disse Harti.

"Avete le lampade? Laggiù è buio... e fa anche freddo..."

"No, non ne abbiamo."

"Sarebbe meglio prenderne, ed anche un orcio d'olio e stoppini... e magari cibo, se vi servirà... Venite, posso procurarvi tutto io, se proprio siete decisi a correre il vostro rischio..."

Seguirono la vecchia fino ad una casupola. Su un tavolo videro dodici lucerne, un rotolo di stoppini, due pietre focaie, un orcio d'olio. Accanto al tavolo alcune ceste colme di cibo.

"Ma... tu sapevi che saremmo arrivati?" chiese incuriosito e stupito Altma.

"In un certo senso... A volte sento che devo preparare queste cose, allora le vado a comprare, poi vado alla catacomba e trovo gente..."

"Quanto hai speso? Quanto ti dobbiamo pagare?"

"Oh, quello che la vostra generosità vi suggerisce..." disse la vecchia come se la cosa non avesse importanza.

Kimon, che teneva il denaro, le porse alcune monete. La vecchia, con aria distratta, gli fece cenno di metterle in una cassettina accanto ad una finestra. Kimon vi andò e le infilò attraverso una fessura: fu stupito nel non sentirle tintinnare. Incuriosito sollevò la cassettina e la scosse: era leggera e nessun suono ne provenne. Vi infilò altre due monete e provò di nuovo: come prima...

"Questa tua cassettina..." iniziò perplesso.

"Su, prendete la vostra roba ed andiamo!" disse la vecchia con inaspettato vigore uscendo dalla casupola.

Tornati accanto alla antica costruzione, la vecchia vi si inerpicò sopra lesta come uno scoiattolo, facendo stupire i dodici giovani uomini. Sulla sommità scostò alcuni cespugli ed indicò un foro perfettamente rotondo.

"Ecco, calatevi di lì: vedrete che c'è una serie di appigli. Scendete, troverete tre gallerie. Percorrene una, e se trovate l'incrocio giusto, vi troverete davanti alla porta di ferro che nessuno è riuscito ad aprire."

"Come possiamo capire quale è la galleria giusta e quale l'incrocio?"

"Dovete provare..."

"E la porta?"

"Le ossa dei morti vi diranno che è quella. Le altre non hanno ossa davanti..."

"Non vieni con noi?"

"No, io posso solo scendere quando me lo dice il sogno, se voglio tornare su viva. Andate..."

Accese le lucerne, legatisi i cesti alle spalle, iniziarono a scendere prudentemente. Si trovarono in un'ampia stanza regolare, dietro la porta bloccata. sugli altri tre lati vi erano tre archi che conducevano in tre gallerie in pendenza, che s'inoltravano sotto terra.

"Quale prendiamo?" chiese Kossur e la sua voce rimbombò in mille echi lontani.

"Questa di sinistra." disse Altma con fare sicuro, poi spiegò: "Quando la vecchia ha detto di prenderne una, quasi involontariamente ed impercettibilmente, la sua mano ha fatto un cenno verso sinistra."

"Proviamo." disse Harti.

La galleria era scavata nel tufo e scendeva ripida, curvando verso sinistra. Giunsero al primo incrocio.

"Andiamo dritti." propose Tantas.

Era un vero e proprio labirinto. L'aria era fredda ed umida ed uno strano odore la permeava. Lungo i corridoi vi erano antiche tombe, alcune con marmi e sculture, altre semplici e piccole, tutte scavate nel tufo. Camminarono a lungo, finché decisero di fermarsi per mangiare qualcosa. Poi ripresero ad esplorare.

"Le ossa!" esclamò Harti che apriva la fila.

Girò a destra e si trovarono in una grotta quasi rotonda, con altre tombe torno torno e, di fronte, una grande porta di bronzo. E per tutta la grotta cumuli di ossa sparse, alcune ancora con abiti che le avvolgevano. Brandelli di cesti, lucerne, mostravano che erano i resti di precedenti esploratori.


CHIAVI PER CAPIRE E PER APRIRE

Sulla porta di bronzo vi era il foro di una serratura. Presa la loro chiave di bronzo ve la infilarono e la girarono dentro. La chiave fece tre giri senza difficoltà ma con un rumore secco di tre scatti. Allora, provando a spingere sei per ogni battente, finalmente la porta si aprì cigolando e stridendo fortemente e lo stridore rimbombava per le grotte ed i corridoi come se mille dannati stessero piangendo e gemendo in coro.

Al di là della porta c'era un'altra stanza, ottagonale, con otto archi in laterizio, in uno vi era la porta da cui erano entrati e gli altri sette conducevano in altrettanti corridoi bui. Ai lati di ogni passaggio vi erano due sarcofagi di bianco marmo tutti scolpiti in bassorilievo ed i dodici cavalieri videro che su ogni coppia di sarcofagi erano rappresentate scene diverse. Solo i due sarcofagi a fianco della grande porta di bronzo erano completamente lisci.

I dodici amici li osservarono attentamente rischiarandoli con le loro lucerne.

Sulla prima coppia di sarcofagi, su quello di sinistra erano scolpite scene di potenti e re della terra che sedevano o camminavano sopra i corpi dei loro sudditi, usandoli come sgabelli o tappeti, noncuranti delle loro sofferenze e del loro dolore. Su quello di destra invece re e straccioni erano seduti alla stessa mensa e mangiavano assieme in gioconda compagnia.

Tantas e Kossur dissero: "Queste immagini ci fanno pensare che contengano un insegnamento: i ricchi, i potenti, i nobili... non devono montare in superbia per quello che hanno ma ricordarsi che tutti gli uomini sono uguali in dignità e meritano uguale rispetto."

Tutti assentirono, e si spostarono ad illuminare ed osservare i sargofagi a lato del vicono passaggio ad un altro corridoio.

Sulla seconda coppia, a sinistra erano scolpite scene di uomini che tenevano stretti sacchi di monete e scrigni, girando le spalle a uomini miseri, malati, moribondi. Su quella di destra c'erano ricchi che davano moenete ai poveri e li curavano e li assistevano con un sorriso.

Altma e Bughail, dopo averli osservati, dissero: "E qui ci insegna a non essere gelosi dei nostri averi, a non tenere i nostri beni solo per noi, ma ad essere generosi con quanto la vita ci ha dato ed a condividerlo con gli altri, evitando di diventare avari."

Sulla terza coppia, a sinistra vi erano scene di uomini e donne che compivano atti sessuali su schiavi legati ed incatenati o che pagavano prostitute e catamiti, mentre su quello di destra vi erano rappresentate coppie teneremante abbracciate che si carezzavano e baciavano serenamente e piene di gioia.

Axel e Derk lietamente dissero: "E qui ci insegna a non usare male del sesso ma a viverlo come somma espressione e manifestazione dell'amore che deve unirci, non vi pare?"

Tutti gli altri assentirono e quasi istintivamente ogni coppia si strinse di più, alcuni prendendosi per mano, altri sorridendosi teneramente mentre si spostavano davanti alla seguente coppia di sarcofagi.

Sulla quarta coppia c'erano persone dai tratti stravolti che inveivano l'una contro l'altra o si picchiavano ferocemente, mentre a destra si sorridevano e si davano l'abbraccio della pace e del perdono.

Harti e Nikolaus dissero allora: "Niente è peggio dell'odio e dell'ira: qui ci si dice che bisogna cercare di vivere in pace, di perdonare le offese e di accettare tutti gli altri come fratelli, cercando quello che unisce e non quello che divide."

Sulla quinta, a sinistra c'era un banchetto in cui tutti si ingozzavano e si ubriacavano e si tiravano pezzi di cibo o si spruzzavano con caraffe di liquore, mentre a destra c'era un pranzo conviviale, in cui tutti mangiavano e bevevano in allegria con moderazione e piacere.

Kimon e Floriano commenarono quelle due scene: "E qui ci si insegna la temperanza nel godere dei cibi e della bevande che la vita ci offre, a non sprecarli, a non esagerare, ma a goderli in modo parco e secondo le nostre necessita, in lieto convivio."

Sulla sesta, a sinistra vi erano persone che spiavano da dietro finestre o tende o alberi, con espressione di concupiscenza altre persone ricche o belle o ben vestite che passavano accanto, e sul sarcofago di destra le stesse persone sembravano invece stare piacevolmente assieme, comunque vestite, ricche o povere, belle o brutte che fossero.

"Qui poi ci si dice di non cedere all'invidia verso chi è più bello, o ricco o saggio o forte di noi, di nuovo ci si dice di ricordare che nonostante i diversi talenti e le diverse fortune, in essenza siamo tutti uguali: nudi e senza nulla in mano si nasce, nudi e e senza nulla in mano si muore..."

Sulla settima, a sinistra erano rappresentate persone indolenti, stese a riposare, addormentate sul loro lavoro, con un'aria annoiata, fra ragnatele ed erbacce alte mentre a destra ognuno era occupato in una lieta attività di lavori di ogni tipo in ambienti lustri o in giardini curati.

"Questo ci insegna ad essere sempre lietamente operosi, a non rimandare al domani ciò che possiamo fare oggi, a non perdere il nostro tempo nell'ozio che nulla produce..." dissero in molti.

"Sì, tutte queste sculture sono piene di ottimi insegnamenti, ma ora, quale di questi sette corridoi dobbiamo prendere per giungere alla nostra meta?" chiese allora Kossur.

Derk disse: "A mio parere dobbiamo prendere il corridoio che si apre fra i due sarcofagi con scene di sesso e di amore. Infatti, fratelli, non è forse il sesso e l'amore che fino a qui ha guidato i nostri passi?"

Dopo una breve discussione, tutti si dissero d'accordo.

Il corridoio era, come gli altri, pieno di tombe sia a destra e sinistra e spesso si apriva in altri corridoi minori o in piccole grotte quadrate o rotonde, rettangolari o ellittiche anche queste piene di sarcofagi più o meno belli o semplici.

Il corridoio principale scendeva ancora a volte curvando da una parte o dall'altra e l'aria era ancora stranamente fresca e pura nonostante dovessero ormai essere molto sotto la superficie del suolo.

Infine sbucarono in una stanza esagonale, tutta scavata nel tufo. Di fronte alla galleria tramite la quale vi erano giunti, c'era una porta che sembrava fatta d'argento. Sulla porta erano inseriti quattro pannelli, due a destra e due a sinistra, scolpiti a bassorilievo.

A sinistra in alto vi era un giovane uomo con una mano in avanti quasi a dire di attendere e con l'indice dell'altra sulle labbra quasi a dire di tacere. In basso c'era un altro giovane, un re, con gli occhi bendati e con le due mani tese davanti a sé tenute esattamente allo stesso livello: su una era seduto un uomo ricco che teneva un forziere di gioielli in mano e sull'altra un uomo povero, con le mani vuote.

A destra in alto c'era un cavaliere, possente e bello, le gambe leggermente divaricate, che poggiava le mani sull'elsa della grande spada ritta davanti a sé, con la punta a terra. In basso c'era un giovane che versava del vino da una elegante caraffa ad un'altra semplice e graduata come se lo stesse misurando.

"Ecco," disse Alfeo, "queste sculture rappresentano i simboli delle virtù che ogni uomo dovrebbe possedere..."

Tutti annuirono, poi Harti tirò fuori la chiave d'argento e tentò di aprire quella porta. La chiave girò dando due scatti sonori e appena spinse i battenti la porta si aprì con una nota squillante e leggera.

Si trovarono allora in una stanza quadrata, coperta di marmi policromi intarsiati che rappresentavano alberi, fiori e frutti. Sugli altri tre lati si aprivano tre nuovi corridoi. Ogni passaggio era affiancato da due colonne con un trave su cui era un timpano triangolare.

Sul trave di sinistra era scolpita, con i caratteri misteriosi che avevano scoperto, le parole "Credi in me", su quella di centro "Confida in me" e su quella di destra "Ama me".

Nikolaus disse: "Forse dobbiamo prendere quella con su scritto di credere, perché chi crede sarà premiato in eterno..."

"Secondo me, invece, dobbiamo provare con il corridoio su cui è scritto di confidare, perché chi confida otterrà il premio." disse Floriano.

Bughail allora disse: "Non credete che invece chi ama abbia in mano tutto il mondo... quindi anche la corna che noi cerchiamo per amore del nostro re?"

"La vecchia ha detto che se sbaglieremo nel prendere un corridoio, rischiamo di morire quaggiù, di non tornare mai più fuori, e quel che è peggio, di non portare la corona ferrea al nostro re..." fece presente Jens.

"Potremmo dividerci, andare in quattro per ogni corridoio, almeno quattro di noi saranno sicuri di tornare indietro..." propose incerto Tantas.

"No, non credo che sia saggio dividerci. D'altronde abbiamo due possibilità su tre di sbagliare..." fece notare Jens.

"Prima ne avevamo ben sei su sette, ma pare che l'abbiamo azzeccata..." disse Derk.

Allora Axel disse: "Prima abbiamo scelto la via dell'amore e ci abbiamo azzeccato. A mio parere dobbiamo provare di nuovo con l'amore, che dopo tutto è stata, è e sarà la nostra vera forza."

Tutti assentirono. Entrarono perciò nella galleria sul cui ingresso erano scolpite le parole "Ama me". La galleria, questa volta non aveva tombe né a destra né a sinistra e invece di procedere dritta, era tutta curve, scale che salivano e scendevano ed inoltre sembrava diventare sempre più stretta e bassa, sì che dopo un po' dovettero camminare in fila indiana e ricurvi.

Continuarono in silenzio, finché Alfeo, che apriva la fila, lanciò un'esclamazione: "Mio dio! È incredibile!"

"Che c'è? Che hai visto?" chiesero più voci dietro di lui.

"Entriamo, e vedrete..." rispose quasi in un sussurro il giovane.

Si trovarono su una specie di terrazzo scolpito nella roccia, da cui scendeva una scala assai ripida. Il terrazzo dava su una grande sala circolare che sembrava scolpita nel cristallo, illuminata da un foro al centro della cupola che ne costituiva la volta. La luce che entrava dal foro rimbalzava sulle pareti, riflessa in mille raggi con tutti i colori dell'arcobaleno, creando una fantasmagoria di una bellezza da lasciare senza fiato.

Scesero lentamente la scala, guardandosi attorno e trattenendo il respiro. Arrivati sul pavimento della meravigliosa stanza, che sembrava fatto di un mosaico di pietre preziose, videro che in centro vi era un tavolo rotondo, anche questo scolpito nel cristallo, con sopra un tabernacolo di oro fino. La porta del tabernacolo recava inciso un testo le cui lettere erano formate da minuscoli rubini incastonati.

"Qui si conserva la Corona Ferrea, la cui anima è una lamina ottenuta da uno dei chiodi con cui Gesù di Nazaret fu fissato sulla croce. Solo le mani di chi ha sangue di re nelle vene potranno toccare questa corona consacrata. Solo un figlio di re potrà porla sul proprio capo. Se questo figlio di re regnerà con giustizia e saggezza, con retto potere e sapienza, la Corona benedirà le sue opere e le renderà fruttuose. Ma se mancherà anche di una sola di queste virtù, la Corona diventerà un fardello insostenibile. Se si ravvederà tornerà ad essere un peso lieve e fecondo, se persevererà perderà la sua vita terrena e la sua vita eterna e la corona tornerà qui. Chi la trovò una volta, non la troverà più una seconda volta. Così è stato, è e sarà per sempre."

Axel sussurrò: "Siamo riusciti a trovarla, re Waltha ne sarà felice..."

"Sperando di riuscire a portarla fino a lui. Arseno ci aveva predetto che anche il ritorno sarebbe stato irto di difficoltà..." fece notare Jens.

Harti prese la chiave d'oro e la infilò nella toppa della porta del tabernacolo. Dette un giro e la porta si aprì.

Dentro c'era un cofano di liscio legno chiaro senza decorazioni, circondato da dodici lumini rossi, accesi. Sul vetro di ogni lumino era inciso in oro il nome di uno di loro dodici.

"Ci sono i nostri nomi!" esclamò stupito Bughail.

"Era dunque destino che proprio noi giungessimo fino a qui..." sussurrò Floriano.

Harti cercò di prendere il cofano di legno ma questo non si muoveva dal suo posto: o era troppo pesante o era fissato in qualche modo al fondo del tabernacolo.

Kossur disse: "Proviamo prima a prendere ognuno il lumino con il proprio nome, e vediamo se sarà più facile prendere anche il cofano di legno."

Fecero come Kossur aveva detto, poi Harti provò di nuovo, ma il cofano non si muoveva.

Allora Derk disse: "Scambiamoci i lumini: io prenderò quello di Axel e lui il mio... facciano così anche le altre coppie... Sento che così riusciremo ad asportare anche il cofano."

Allora a due a due si scambiarono i lumini, poi Harti tentò di nuovo e questa volta il cofano venne fuori dal tabernacolo senza alcuna difficoltà. Appoggiatolo sul tavolo davanti al tabernacolo, Harti ne aprì il coperchio: dentro c'era un cofano di ferro, liscio e polito come quello di una spada, con borchie scure che lo tenevano assieme. Harti lo estrasse e lo pose davanti a quello di legno. Ne sollevò il coperchio: dentro c'era un cofano di oro fino, tutto lavorato in preziosa filigrana. Estratto anche questo, con timore reverenziale Harti lo pose davanti a quello di ferro e ne sollevò il coperchio.

Dentro, su un cuscino di seta viola, riposava una corona composta di sei placche d'oro leggermente ricurve decorate con gemme preziose rosse e verdi e con smalti verdi e bianchi di squisita fattura. All'interno una stretta lamina di scuro ferro collegava le otto placche...

"È bellissima..." sussurrò Altma.

"Attento a non toccarla." Disse Nikolaus a Herti.

Herti annuì, poi richiuse il coperchio d'oro, rimise il cofano d'oro in quello di ferro e quest'ultimo in quello di legno.

"Ora possiamo andare." disse Herti prendendo il cofano di legno in mano.

Si girarono verso la scala da cui erano discesi ma non la videro più. Un po' stupiti, si guardarono attorno per trovare una via d'uscita. Allora videro sulla parete di cristallo una porta che si apriva lentamente. Quasi in processione, la oltrepassarono. Erano in un corridoio oscuro, in salita, che solo i loro dodici lumini illuminavano fiocamente ma a sufficienza per procedere senza problemi. Davanti a loro, lontano, videro un arco da cui entrava la luce del giorno.

Camminarono in silenzio, finché lo raggiunsero ed uscirono sul fianco di una bassa collina: di fronte a loro l'agro romano si stendeva sotto un sole caldo e luminoso. Si girarono appena in tempo per vedere una parete di roccia richiudersi silenziosamente. Si stavano chiedendo da che parte avrebbero dovuto dirigersi, quando giunse un pastore che guidava un piccolo gregge di dodici pecore, con un agnelllino sulle sue spalle.

Jens lo salutò e gli chiese: "Da che parte dobbiamo andare per rientrare in città?"

Il pastore disse: "Non serve che rientriate in città. I servi del vostro ospite, il Papa di Roma, vi stanno attendendo con i vostri bagagli ed i vostri cavalli, dietro a quella curva. Buon cammino, cavalieri. Siate intrepidi, forti e saggi e supererete tutte le difficoltà che incontrerete sul vostro cammino."

"Chi sei, tu, pastore, per sapere queste cose?" chiese Derk incuriosito.

Il giovane pastore li guardò negli occhi ad uno ad uno con un indefinibile sorriso: "Sono il primo degli ultimi e l'ultimo dei primi... vi basti questa risposta. Lasciate qui i vostri lumini, nobili cavalieri, ormai non vi serviranno più. Ma non dimenticate di portare con voi la cintura, il pugnale, la coppa ed il piatto: senza quelli, non riuscirete a superare le ultime prove che vi attendono."

Tutti e dodici deposero i loro lumini davanti a quel giovane pastore, sentendo che sarebbe stato inutile porgli altre domande. Quindi, in silenzio, scortando Harti che reggeva il cofano di legno, si avviarono per la strada che era stata loro indicata.

Superata la curva, videro che davvero alcuni servi in livrea li stavano attendendo con i loro dodici cavalli già bardati più altri undici carichi dei loro bagagli. Un dodicesimo cavallo aveva attaccato al basto due bisacce, quella a sinistra contenente alcuni oggetti e quella di destra vuota. Un prete che indossava un'ampia tunica rossa, li salutò con ossequio.

"Tutto è pronto perché possiate partire. Mettete il cofano di legno in questa bisaccia vuota e con la benedizione di Dio, iniziate la via del ritorno."

Harti vide che la bisaccia vuota era della forma e delle dimenzioni esatte per contenere il cofano di legno. Jens andò a guardare nell'altra bisaccia e vide che, riposti in scatole di buon legno, vi erano la cintura di seta, il pugnale di acciaio, il piatto di rame e la coppa d'argento.

I dodici amici allora salirono ciascuno sul suo cavallo e, fatto un cenno di saluto al prete ed ai servi, si avviarono lungo la strada lastricata che dirigeva verso nord.


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