IL SETTIMO ANNO: RIUNITI
Alfeo, bevuto tutto l'abbondante seme dell'uomo, poggiò la guancia sul suo petto e sospirò soddisfatto. Jens lo carezzava dolcemente, in attesa.
Il ragazzo, ad un tratto, sollevò il capo e lo guardò con occhi colmi di stupore: "Io leggo il tuo pensiero..." mormorò con reverente timore.
"Non proprio... non stai sentendo quello che penso, ma stai conoscendo i miei ricordi, è un po' diverso..."
"Ma... ma com'è possibile? È un miracolo, questo?"
"Non so se chiamarlo così... al mio paese lo chiameremmo piuttosto magia. Magia bianca."
"Ma la magia non è una cosa cattiva?"
"Non lo credo."
"Tu..." disse all'mprovviso Alfeo spalancando gli occhi in cui aleggiava un misto di incredulità, sorpresa, gioia, ".. tu vorresti portarmi con me..."
"Sì. Ma tu ci verresti?"
"Se tu promettessi di amarmi... sì. In capo al mondo verrei. Se tu potessi amarmi..." si corresse il ragazzo.
"Penso che sia difficile non amarti, per quello che conosco di te..."
"Ma mi conosci ancora poco. Non so se ti piacerei..." cominciò, poi, come se un'improvvisa idea fosse balenata nella sua testa, sotto gli scuri riccioli ribelli, gli chiese: "Se tu... se tu bevessi da me, mi conosceresti completamente, vero?"
"Certamente. Non avresti più alcun segreto per me."
"Allora... allora bevimi, ti prego. E poi decidi se vuoi davvero avermi con te!"
"E se lo volessi?"
"Ti seguirei in capo al mondo, come t'ho già detto."
"Va bene, come vuoi tu." disse con dolcezza Jens sedendosi sul letto.
Il ragazzo gli si inginocchiò davanti protendendo verso di lui il suo bel membro giovane ed eretto. Jens si rese conto che era molto diverso, quel gesto, da quel che poteva parere ad occhi estranei: il ragazzo non gli stava presentando il proprio membro per ricevere piacere, ma gli stava offrendo la propria anima, totalmente. Si metteva completamente nelle sue mani. Jens ne fu commosso.
Con religiosa e reverente cura, iniziò a leccare e succhiare quella carne giovane e calda, dura e sericea, per dargli il massimo del piacere. Frattanto le sue grandi mani posavano sicure e forti sui piccoli glutei asciutti e nervosi del ragazzo, impastandoli con piacere.
Alfeo chiuse gli occhi ed iniziò a gemere sottovoce e, dopo poco, si tese, quasi a bloccare l'esplosione finale, a prolungare quei momenti di gioia, me non resse ed infine si abbandonò all'impellente orgasmo. Jens bevve quasi golosamente il dono del ragazzo. Quando tutto fu finito, lo strinse a sé, lo abbracciò e si stese con lui sul letto in fiduciosa attesa.
Quello che vide, che conobbe, lo incantò. Quel ragazzo era delizioso. Aveva sete di amore, del suo amore. Avrebbe voluto darglisi completamente, essere tuto suo, e solo il timore di essere usato e dimenticato l'aveva trattenuto. Jens lo guardò negli occhi, e lo baciò in bocca, profondamente, teneramente.
Poi, tenendone il viso fra le mani, lo guardò fino nel profondo dell'anima e gli sussurrò, emozionato: "Ti voglio, voglio farti mio... voglio darti tutto il mio amore... voglio essere amato da te... accetti, Alfeo?"
Gli occhi del ragazzo si riempirono di lagrime ma il suo volto sorrise dolcemente: "Sono qui. Sono tuo. Ti amo!" disse, poi, stringendosi a lui, quasi col tono di una preghiera, di un'invocazione che sgorga dal profondo del cuore, gli disse: "Prendimi, fammi tuo, fai che io ti senta dentro me, Jens, ti prego!"
"Sì, mio dolce, eccomi..." mormorò emozionato Jens, emozionato per aver finalmente trovato l'amore.
Alfeo si aprì per accoglierlo e Jens avanzò in lui, lento e solenne come era il momento, e sui due volti spuntò un sorriso radioso, di gioia e di piacere.
"Mi senti, mio bel ragazzo?"
"Oh sì che ti sento... è troppo bello... Sono tuo, amato?"
"Sì, sei tutto mio, ed io sono tuo."
"Sì... è divino, non può essere peccato. Ora mi sento completo... ora mi sento uomo anche se sono ancora un ragazzo, ora mi sento in pace con la vita e con il mondo."
"Ti amo, Alfeo." disse Jens muovendoglisi dentro con dolce trasporto.
Passarono la notte assieme, continuando a fare l'amore, mai sazi. Anche Jens lo volle in sé. Gli anni che li separavano avevano cessato di esistere, si sentivano davvero una cosa sola. Gli odori balsamici che dal giardino penetravano nella finestra aperta, consacrarono la loro unione. I primi raggi del sole li trovò che si baciavano ebbri di gioia.
"Rivestiamoci, amato. Ti porto via di qui. No... quella veste nera mettila nella mia sacca, indossa questa tunica, piuttosto. Per gli dei, quanto sei bello, Alfeo!"
"Tu sei bello... mio sposo!" rispose radioso il ragazzo stringendosi a lui. "Andiamo. Usciamo dalla porta del giardino, così nessuno mi farà domande..." suggerì il giovane novizio.
Giunsero senza ostacoli al porto. Jens chiese ad alcuni marinai finché trovò chi li trasportasse fino al continente. In piedi sul pianale della grande barca, i capelli scompigliati da una lieve brezza, i due, tenendosi per mano, osservarono la nuova terra avvicinarsi.
Scesi a Scilla e pagato il barcaiolo, salirono a cavallo e risalirono verso nord. "È bello saper tutto l'uno dell'altro, vero Jens? Tutto, proprio tutto..."
"Sì, è molto bello. Penso che nessuna coppia mai abbia potuto provare una simile ebrezza. Tu sei me e io sono te, davvero!"
Percorsero la strada tranquillamente, fermandosi spesso per godere il panorama e la reciproca vicinanza, per riposarsi, per nutrire il corpo dissetandosi o mangiando e per nutrire l'anima facendo l'amore. Dopo alcuni giorni, giunsero a Mileto.
Ad un tratto Alfeo esclamò, rivolto ad un uomo: "Ma tu sei Axel!"
Questi si girò e lo guardò con aria interrogativa: "Quando ci siamo conosciuti? Non mi ricordo di te..."
Alfeo sorrise: "Non ci siamo mai incontrati, ma io ti conosco: io sono l'amante e scudiero di Jens, ti ho trovato nei suoi ricordi..."
Axel s'illuminò: "Jens? Dov'è ora?"
"Qui vicino. Vieni, ti conduco da lui, sarà felice di rivederti."
"Sì, anche io... la maledizione è dunque terminata... dovremmo ritrovare anche gli altri... Ah, questo è Tantas, il mio... scudiero ed amico."
Alfeo e Tantas si guardarono e si sorrisero. Tantas era ora un giovanotto di venticinque anni, s'era fatto molto bello ed assomigliava come fisico ad Axel, pur conservando le sue fattezze orientali. Il ragazzo li guidò fino da Jens ed osservò compiaciuto la scena del loro incontro.
"Sono belli, vero?" disse a Tantas.
"Sì, sono belli. Siamo stati fortunati ad incontrarli. Jens è il tuo amante?"
"Sì, e Axel il tuo, no?"
"Non proprio: nel suo cuore rimane Derk... mi vuole molto bene, devo dirlo, ma il suo unico amore è il suo Derk... dovresti saperlo anche tu."
"Già, è vero, lo so. Dunque, non è cambiato..."
"No."
"E ti dispiace?"
"No, affatto. Mi basta la sua amicizia, ed essere stato con lui fino ad oggi. Ed è stato bello anche farci l'amore. Ho sempre saputo che sarebbe finita il giorno in cui si sarebbe congiunto col suo Derk."
"È buffo, no? Noi conosciamo tutti loro sei anche se loro non ci conoscono."
"Sì. Non trovi che Axel e il tuo Jens si somiglino?"
"Certo, sono stati i primi a bere l'uno dall'altro. Anche tu assomigli ad Axel, perciò anche io, a poco a poco assomiglierò sempre più a Jens... ed agli altri."
"Siamo tutti come fratelli."
"Sì, lo siamo davvero." concluse Alfeo.
Festeggiarono tutti e quattro assieme. Riposatisi nella stessa locanda in cui s'erano fermati Axel e Tantas, i quattro ripresero la strada. Sapevano che prima o poi avrebbero trovato tutti gli altri. E così avvenne.
Giunti ad Amantea, trovarono Kimon con il suo Floriano che erano appena sbarcati da una nave bizantina. I due erano vestiti con abiti uguali, quasi a sottolineare la loro reciproca appartenenza. Solo i tratti somatici li distingueva, per il resto potevano passare per due gemelli, e anche l'età, venticinque anni Kimon e venti Floriano, non pareva divergere, sembrando il primo più giovane ed il secondo più maturo.
A Maratea ritrovarono Altma con Bughail. Anche loro, rispettivamente di ventisei e ventidue anni, parevano gemelli. Ed era evidente che si amavano profondamente. Ognuno raccontò la propria storia agli altri, poiché, quasi per un tacito accordo, ognuno preferiva far l'amore solo col proprio compagno. Jens credette doveroso scusarsi con Altma perché si era innamorato di Alfeo, ma il giovane, allegro, gli rispose che tutto era perfetto, perché lui, a sua volta era pazzamente innamorato del suo bel contadino.
Tantas sembrava diventare via via più taciturno, ma Axel, una sera, davanti a tutti, gli disse: "lo sai, io amo da sempre il mio Derk e sento che anche lui mi ama ancora. Ma, ti giuro, tu resterai per me il più importante dei miei amici, dopo quello che abbiamo condiviso assieme. Non essere triste, perciò."
Tantas fece un mesto sorriso: "Ti ringrazio, ma... non è per te che sono triste, dovresti saperlo..."
"Sì, temi di non trovare un amante: dopo quanto abbiamo passato e condiviso, temi di non accontentarti di qualcuno di diverso... Eppure io sento che troverai, nel compagno del mio Derk, il compagno perfetto per te. Chiunque esso sia. Se io ho scelto te, e se Derk ha scelto chi ha scelto, vuol dire che sarete adatti l'uno all'altro. Abbi fiducia, Tantas. Qualcuno, non importa con quale nome ognuno di noi lo chiama, sta vegliando su di noi, su tutti noi dodici. Ormai siamo legati per la vita. Lo sai."
"Sì, perdonami..."
"Un amico non deve mai chiedere perdono ad un amico, specialmente quando l'amicizia è profonda come la nostra."
Giunsero a Salerno. Qui, trovata una locanda, decisero di fermarsi per qualche giorno. Visitarono la bella ed antica città. Un signore locale, incuriosito da quel gruppetto di otto uomini così eterogeneo per le vesti e le fattezze eppure così simile per l'aspetto fisico e la luce dei loro occhi, li invitò a pranzo e li intrattenne. Dopo il pranzo li colmò di doni di valore, poi li invitò ad andare al porto per attendere la nave che avrebbe riportato a casa il figlio maggiore che tornava dalla corte imperiale. In realtà il figlio aveva voluto anche visitare il Nord Africa e la nave giungeva perciò dal porto di Tunisi.
Videro la nave moresca attraccare. Scese il figlio del nobile e, poco dopo, con sorpresa e gioia dell'ottetto, ne scesero anche Harti e Nikolaos. Harti, il più vecchio di tutti, aveva ora trentaquattro anni e Nikos ne aveva diciannove. Si fecero festa ed il nobile li invitò nuovamente per la cena. Harti e Kimon chiarirono le loro scelte come già avevano fatto Jens ed Altma parecchi giorni prima, senza alcun problema. Alfeo, Tantas, Floriano, Bughail e Nikos, legarono fra loro perfettamente.
Il nobile li volle tutti suoi ospiti ed organizzò feste, cacce e spettacoli in loro onore. La fama della loro impresa si sparse per la città e tutta la nobiltà volle incontrarli e colmarli di doni. Ma infine decisero di proseguire il loro viaggio. Era ormai inizio inverno. Salutarono il loro squisito ospite e partitono in carovana.
Giunsero a Neapolis. Qui Flaviano si ammalò, così decisero tutti di fermarsi in attesa che il giovane guarisse. Chiamarono i migliori medici greci e lo fecero curare, assistendolo amorevolmente a turno, anche se Kimon non voleva staccarsi dal suo capezzale. Passarono a Neapolis tutto l'inverno. Avevano affittatto una casa che condividevano fraternamente.
C'erano i primi sentori di primavera, e Floriano, convalescente, aveva cominciato a fare brevi passeggiate fuori casa. Tutti e dieci erano andati al mercato per vendere alcuni dei loro beni e comprare il necessario per riprendere il viaggio, quando scoppiò un tafferuglio. Incuriosito, Nikos volle andare a vedere. Un nobile, per un qualche suo motivo, aveva attaccato briga con due stranieri, e armati al suo comando, li avevano circondati. I due si difendevano gagliardamente. Nikos, ad un tratto riconobbe uno dei due: era Derk! Chiamò gli altri e tutti andarono a dar manforte al loro compagno finalmente ritrovato. Gli armati si diedero alla fuga e, a quel punto, anche il nobile.
I dieci si affollarono attorno a Derk, che presentò loro Kossur, il ragazzino diventato ormai diciottenne. Poi Axel e Derk si abbracciarono e si baciarono lungamente, coperti agli sguardi dei passanti dal muro dei corpi dei loro amici.
"Quanto mi sei mancato, Axel!" sospirò Derk.
"Sì, anche tu!" Non avevano bisogno di dichiararsi il loro immutato amore: tutto il loro corpo lo stava esprimendo in modo inequivocabile.
"Torniamo in casa." propose Harti e tutti si avviarono in lieta brigata.
Tantas era rimasto indietro, affiancandosi a Kossur.
"Noi due non ci conosciamo ancora, eppure abbiamo molto in comune..." disse con un filo di speranza nella voce Tantas al ragazzo di sette anni più giovane di lui.
Kossur annuì: "Abbiamo amato i due amanti... ed ora siamo soli." disse senza tristezza.
"Potremmo..." iniziò Tantas ma si fermò incerto guardando l'altro negli occhi.
"Sì, possiamo..." rispose Kossur con dolcezza.
"In me c'è qualcosa dell'Axel che hai conosciuto e amato, in te c'è qualcosa del Derk che ho conosciuto ed amato senza speranza... forse può funzionare."
"Lo spero..." rispose con un filo di voce il fiero giovane, sentendosi quasi un bambino.
Kossur allungò una mano e prese quella di Tantas.
Questi la strinse grato: già iniziava a sentirsi meno solo. "Sei molto bello, Kossur."
"Anche tu, Tantas. I tuoi occhi sono fieri ma dolci."
"I tuoi sono puri e pieni di passione."
"Vorrei provare il sapore delle tue labbra..." mormorò il ragazzo.
"A casa, tra poco... Ti desidero, Kossur."
"Anche io... credo che impareremo ad amarci."
"Non sarà affatto difficile..." rispose Tantas e si strinsero con calore e vigore la mano.
LA TERRA DEL GRANDE PRETE
Giunti in casa, mentre tutti fersteggiavano, Tantas guidò Kossur in una stanzetta appartata. Gli amici se ne accorsero e sorrisero contenti.
"Tantas... davvero vuoi..."
"Ormai facciamo parte di loro, indissolubilmente. E se loro hanno scelto noi, è destino che noi si diventi una coppia. Dobbiamo solo imparare a conoscerci, ad apprezzarci, ad amarci..."
"Ma tu... mi desideri?"
"Sì, ti desidero, mio dolce Kossur. E tu?"
"Appena il mio sguardo ha incontrato il tuo mi sono sentito affascinato da te. Posso spogliarti?"
"E io te." rispose il giovane con un sorriso.
Kossur sentì un brivido di piacere percorrerlo a quello sguardo. Ed un più forte brivido di piacere quando le mani dell'altro si posarono sul suo corpo. Presto furono nudi, l'uno di fronte all'altro e si ammirarono a vicenda e i loro membri sorsero ad incontrarsi, creando come un ponte di emozioni fra i loro corpi.
"Vieni..." mormorò Tantas tirandolo a sé verso il letto.
"Sì..." sospirò il ragazzo fremendo.
"Chissà se la magia del seme funziona ancora, ora che si sono ritrovati tutti?" chiese il giovanotto più a sé stesso che all'altro.
"Non ci resta che provare..." mormorò Kossur girandosi in modo di unirsi in un sessantanove.
Pensò che quel membro, pur così diverso da quello di Derk, era bellissimo, desiderabile. Se anche la magia non avesse funzionato, voleva donare all'altro il meglio di se stesso, voleva suscitare in lui il più alto piacere che il suo corpo fosse capace di donare.
Si unirono quasi contemporaneamente ed iniziarono il misterioso viaggio assieme. Si erano appena conosciuti eppure non si sentivano sconosciuti. Aspiravano l'uno l'odore dell'altro, avidi di conoscersi, di compiacersi. Facevano a gara nel darsi piacere. Non potevano ancora chiamarlo amore, ma... quella che avevano imboccato era chiaramente la strada maestra che porta all'amore, ed entrambi ne erano coscienti e felici. Si succhiarono, si leccarono, si titillarono fino a sentire che l'altro era al settimo cielo. Ognuno preoccupato di dare, ognuno grato di ricevere. Avevano avuto ottimi maestri, erano stati ottimi allievi.
E finalmente si dissetarono l'uno alla sorgente di vita dell'altro, in lunghe sorsate, apprezzando per la prima volta l'uno il sapore dell'altro. Getto dopo getto, flusso dopo flusso, goccia dopo goccia.
Quando infine si staccarono, quasi riluttanti, Kossur si girò e Tantas lo prese fra le braccia, si strinsero, si baciarono, appagati, felici. Si carezzarono, si baciarono ancora, mentre i loro corpi si rilassavano a apoco a poco.
E ad un tratto Tantas lo strinse più forte a sé e gli disse con voce commossa: "Oh, povero mio Kossur, che infanzia infelice hai avuto!"
"Ma sono felice ora: quanto sei bello, Tantas... Ora che ti conosco mi sembri anche più bello..."
"Ha funzionato!" disse il giovane rendendosi improvvisamente conto di quel che era successo.
"Sì, e credo che tu sia la persona che ho sempre sognato."
"Più di Derk?" chiese quasi stupito Tantas, stupito ma pieno di speranza.
"Sembra impossibile anche a me, ma... molto più di Derk, il che è tutto dire."
"Ti adoro, mio dolce Kossur! Anche tu sembri fatto su misura per me. Non ho mai provato tanta gioia in vita mia come in questo momento... davvero, tu eri destinato a me ed io a te. E la vita, il destino, gli dei... ci hanno fatto finalmente trovare. La mia vita è tua, Kossur. Puoi fare di me tutto ciò che vuoi."
"E tua è la mia, Tantas, ti appartengo anima, corpo, mente, spirito e cuore."
"Vuoi dire che mi ami?"
"Certo, perché sento il tuo amore. Non lo senti tu il mio?"
"Certo... ma vorrei anche sentire il tuo corpo nel mio."
"Ed io il tuo. Dici che gli altri si stupiranno nel non vederci girare per casa?"
"No, credo che più a lungo mancheremo alla compagnia, più saranno felici per noi... Kossur, prendimi ora, entra in me, ti prego, poi sarò io a darti il mio dono."
"Con piacere, mio bellissimo uomo..."
Tantas fece passare le sue gambe sulle spalle del ragazzo e gli si offrì con un sorriso pieno di passione. Kossur si spinse in lui, sentendosi desiderato, voluto, atteso. Sì, era indubbiamente quello il suo uomo: stava finalmente tornando a casa, nella casa di gioia e piacere che gli apparteneva, per cui era stato concepito diciotto anni prima.
"Eccomi, amato, sono da te..." sospirò quando si fu completamente immerso nel dolce tunnel dell'amore.
Ed iniziò la sua danza di gioia e di passione, accompagnato e incitato dal bel giovanotto. Si strinsero, si baciarono, si carezzarono dimentichi di tutto e di tutti: nell'intero universo solo loro esistevano, solo il loro nascente amore splendeva. Tantas si rese conto che per tutta la vita aveva anelato a quell'amante forte nella sua dolcezza, tenero nella sua passione. Kossur lo faceva sentire prezioso, aveva il potere di calmare le sue ansie più nascoste, di farlo sentire vivo e sereno come mai s'era sentito.
Quando infine Kossur ebbe donato al suo amante tutta la sua giovane energia in lunghe appassionate spinte, si staccò da lui, si mise sulla schiena e, quasi con urgenza, la voce rotta dalla commozione, lo pregò di prenderlo. Tantas si erse su di lui, bello come un semidio, ed entrò nel suo santuario. Il ragazzo sentì il forte membro scivolare in lui e riempirlo e capì che per tutta la vita aveva atteso solo quel momento.
L'istinto della prateria riaffiorò in Tantas e prese l'amato con gioioso vigore. Tutto il corpo del ragazzo era scosso dalle vigorose spinte e Kossur ne era indicibilmente felice. Il suo membro, che si era appena ammorbidito dopo il godimento intenso che aveva provato, si erse di nuovo fremente e pieno per l'intensità di quella cavalcata selvaggia eppure piena di tenero amore. Sì, Tantas sapeva esattamente di che cosa lui avesse profondamente bisogno: non la rude violenza dei soldati, ma la focosa e virile passione di un amante.
Davvero erano fatti l'uno per l'altro. I loro occhi ridevano felici, le loro bocche si cercavano insaziabili, i loro corpi si stringevano e si sfregavano con crescente passione.
Quando Tantas si lasciò finalmente andare e lo irrorò del suo seme, gli disse, guardandolo dritto negli occhi: "Ti amo, Kossur!"
"Sì, anche io ti amo."
"Io... ricomincerei anche subito, ma... abbiamo tutta la vita davanti. Forse faremmo meglio ad andare a comunicare ai nostri amici la nostra gioia..." disse Tantas staccandosi a malincuore da lui.
"Credo che tu abbia ragione. Andiamo."
Si alzarono dal letto sconvolto dalla loro irruente passione e, nudi, senza preoccuparsi, tenendosi per mano, raggiunsero gli altri che erano radunati nella grande cucina. Quando li videro arrivare, gli amici li accolsero con grandi e gioiose ovazioni.
I due si baciarono davanti a tutti, poi Kossur, chiesto un attimo di silenzio, disse a Derk: "Io credevo di essere stato fortunato ed ero felice perché tu mi avevi liberato dai soldati. Ma non avevo capito che in realtà mi stavi portando da lui... Te ne sarò eternamente grato, Derk, eternamente!"
"Neanche io lo sapevo, ma evidentemente questo era ciò che il fato aveva predisposto. Sono davvero felice per te, mio caro amico."
Allora parlò Tantas: "Axel, ero uno sciocco ad essere triste, quel giorno, e le tue parole erano sagge e vere. Tu, dopo quella battaglia, non solo hai risparmiato la mia vita, ma, prendendomi con te, hai reso possibile questo incontro, e m'hai condotto al vero amore. Mai sconfitta fu più bella e fortunata. Ti sono debitore due volte. Sappi che puoi contare sulla mia vita, completamente."
"Grazie, mio caro Tantas. Tutti noi sappiamo di poter contare incondizionatamente gli uni sugli altri. Se anche l'amore ci riunisce a coppie, noi dodici siamo ormai una cosa sola. Benedetto sia il nostro re per averci mandato in questa impresa."
"Il nostro re, il buon Waltha: non vedo l'ora di conoscerlo, visto che, anche se lui non lo sa, nel mio cuore gli ho giurato fedeltà per ringraziarlo di avere mandato fino a me Harti." disse Nikos.
"Questo è vero per tutti noi." disse Bughail felice.
"Brindiamo al nostro re, Waltha!" propose Floriano.
"Lunga vita, prosperità e salute. Felicità, potenza e gloria a re Waltha!" declamò Alfeo alzando il calice.
Tutti si unirono al brindisi.
Decisero di ripartire. Misero insieme tutti i loro beni, bottini, doni, acquisti e decisero che ognuno avrebbe tenuto l'indispensabile e che avrebbero venduto tutto il resto per viaggiare più spediti e comodi, dividendosi in parti uguali l'oro del provento. Quando finalmente furono pronti, partirono. Era una tiepida mattina di primavera, era appena iniziato il nuovo anno, quando si lasciarono alle spalle la città di Neapolis diretti verso la terra del Grande Prete: Roma.
La gente lungo il cammino si fermava a guardare ammirata quei dodici campioni sfilare lungo l'antica strada romana, un tempo percorsa dalle legioni del tramontato impero. Da loro emanava una forza, una sicurezza, una fierezza che incuteva rispetto, dal più vecchio, Harti, coi suoi trentaquattro anni, al più giovane, Alfeo, con i suoi diciassette anni.
Non pochi signori locali, lungo il percorso, li accolsero nelle loro dimore. Quando giunsero alle porte della Città Eterna, una folta schiera di armati, guidati da un nobile e da un prelato, li attendeva. La loro fama li aveva preceduti.
"Il Vescovo di Roma vi attende in Laterano." disse il prelato senza neppure chiedere loro chi fossero.
Gli armigeri li scortarono ed i dodici si resero conto che era una vera e propria scorta di onore. Lungo le vie dell'antica città, il popolo li osservava passare con muto stupore: mai si erano visti cavalieri tanto belli e forti.
Giunti al palazzo del Laterano, alcuni servi si presero cura delle loro cavalcature, altri servi li accompagnarono nelle loro stanze. Un intero corridoio era stato destinato loro e guardie d'onore sostavano fuori della porta del corridoio, sì che all'interno avevano piena libertà ed intimità. Servi avevano preparato un bagno caldo e profumato. Altri servi, dopo il bagno, portarono loro vesti speciali, poi cibi e bevande. Quando furono rifocillati e riposati, furono finalmente ammessi alla presenza del Papa di Roma.
Dopo i convenevoli di rito, il Papa disse loro: "So che siete giunti di lontano per cercare la corona di ferro e portarla al vostro re. La corona fu portata via ottantaquattro anni fa, ma secondo gli esegeti delle profezie, tornerà qui il prossimo Giovedì Santo... E, sempre le profezie, dicono che sarà di nuovo trovata il giorno dopo di Pasqua, ma che tornerà qui fra quattro anni... Ogni volta che torna, non so se lo sapete, significa che il re che l'ha cinta o il suo successore è morto... perché indegno. Volete ugualmente portarla al vostro re?"
Parlò Harti per tutti: "Noi sappiamo per certo che il nostro re è buono e giusto e degno. O la profezia è sbagliata, o la causa è un'altra. Noi non temiamo per il nostro re. Dicci, ti preghiamo, dove è custodita la corona perché possiamo prenderla e portarla al nostro re."
"La fiducia che riponete nel vostro re fa onore sia a lui che a voi. Ma io non so dove sia: Roma è piena di grotte misteriose e sconosciute. Se dovete essere voi a prenderla, non dubito che la troverete. Comunque dovete cercarla da soli, io non vi posso aiutare. Ma certo non vi ostacolerò."
"Ti ringraziamo, Papa di Roma, per la tua accoglienza e per queste parole. Il giorno che hai detto, verremo ad accomiatarci da te, portando con noi la corona. Benedetto sii, Papa di Roma."
"La benedizione di Dio sia su voi dodici... Siete dodici come gli apostoli, dodici come i mesi dell'anno, dodici come le ore del giorno e della notte... Andate in pace."
Quello, era stato loro spiegato, era il commiato ufficiale. Si inchinarono e tornarono ai propri alloggiamenti. Dopo cena, decisero come iniziare l'ultima parte della loro cerca. Quindi si ritirarono nelle loro stanze, logicamente utilizzandone solo sei...
Altma e Bughail si spogliarono in fretta, pieni di desiderio e si stesero sul grande e soffice letto.
Dopo un po' che si baciavano e si carezzavano nei lunghi preliminari che entrambi amavano, Altma disse: "Bugha... hai notato come ci guardava la guardia d'onore all'ultima porta?"
L'amante ridacchiò: "Sì. Ci spogliava letteralmente con gli occhi... E anche io, a dire il vero: è proprio un gran bel ragazzo."
"Sì, anche a me piace. Ti andrebbe di fare l'amore a tre?"
"Lo sai che non mi tiro mai indietro io, Altma."
"Allora mettiti qualcosa addosso e vai a parlargli e vedi se riesci a portarlo qui..." suggerì Altma eccitato all'idea.
A Bughail brillarono gli occhi e sceso dal letto infilò una tunicella. Presa una delle lucerne, scivolò lesto per il corridoio ed aprì la porta che dava nell'anticamera del loro quartiere. Lì c'era la guardia, che subito si rizzò impettita.
Bughail lo guardò da capo a piedi poi gli chiese: "Come ti chiami?"
L'altro, un po' stupito per quella domanda, rispose però in tono asciutto: "Sono Octavius Columna."
"Quanti anni hai?"
"Ventiquattro, cavaliere."
"Ah. Hai un gran bel corpo, per essere così giovane."
"Mai quanto te, nobile cavaliere..."
Bughail sorrise, poi gli chiese: "Devi restare qui per tutta la notte?"
"Sì... avrò il cambio all'alba."
"Ti stancherai a stare sempre ritto qui accanto a questa porta." gli disse accostandoglisi.
"Vi sono abituato, è il mio servizio."
"Ma perché non vieni a stenderti un po'... a riposare?" gli chiese posandogli una mano sulla mano che teneva l'elsa della spada, e carezzandola lieve.
Il romano lo guardò dritto negli occhi e disse a bassa voce: "Lo farei più che volentieri, ma non posso lasciare il mio posto..."
"Ma là dietro quella porta ci sono altre due guardie, e più oltre altre quattro... Ed è notte, chi vuoi che venga?"
"Ma se per caso si scoprisse..." disse tentennante il giovane i cui occhi si stavano accendendo di desiderio ora che la mano di Bughail, scivolando via dalla mano, era scesa a premere, leggera ma ardita, fra le gambe dell'altro.
"Diremo che io mi sentivo male ed avevo chiesto il tuo aiuto... vieni..."
"Ma..." disse l'altro in un ultimo, debole tentativo di resistergli.
"Non ti piaccio, forse?" chiese provocante Bughail stringendoglisi ora contro e traendolo a sé con un braccio attorno alla vita.
Le loro erezioni fremettero l'una contro l'altra. "Sì... da morire..." sussurrò Octavius sentendosi la testa in fiamme, e le loro bocche si unirono come assetate.
Quando si staccarono il romano tremava a capo a piedi.
"Vieni..." ripeté Bughail.
"Sì..." fremette l'altro con occhi accesi di libidine.
Bughail riprese la lucerna e lo guidò silenziosamente fino alla sua stanza. Quando Octavius entrò vide Altma nudo sul letto, le gambe divaricate, il membro eretto ed emise come un singhiozzo.
"Benvenuto..." gli disse sorridendo Altma.
Bughail gli stava slacciando la cintura che reggeva la spada. Il giovane romano iniziò a spogliarsi in silenzio, velocemente, gli occhi fissi sul poderoso e bel corpo dell'altro. Bughail si sfilò lesto la tunicella e, nudo anche lui, aiutò Octavius a liberarsi degli ultimi abiti: il membro del romano era già turgido e si ergeva su verso l'ombelico lasciando scoperto e visibile il sacchetto ripieno di due sode uova.
Senza bisogno di essere invitato, il bel romano si accostò al letto, s'inginocchiò fra le gambe di Altma e prese a leccarne e succhiarne con golosità il membro. Bughail, alle sue spalle, gli frugò nel bel culetto, cercando con la lingua il foro nascosto. Octavius sollevò il bacino ed allargò le ginocchia per dargli pieno accesso. La lingua di Bughail scovò l'ano palpitante e, mentre con le mani fra le cosce del romano, gli palpava i testicoli e gli afferrava il membro, la sua lingua iniziò a premere ed a penetrare nello sfintere evidentemente non nuovo a simili intrusioni. Octavius mugolò succhiando il bel membro di Altma con maggiore impegno mentre le sue mani spaziavano per il corpo del cavaliere.
Bughail pensò di aver insalivato a sufficienza quel buchetto voglioso e, addossatosi al bel romano, gli sussurrò "Quale vuoi qui dietro, il mio o il suo?"
"Tutti e due..." mormorò eccitatissimo l'altro.
"Allora comincio io, così ti preparo a prendere quello di Altma, che è più grosso..." disse Bughail ed iniziò a premere.
"Ahhh... più forte, forte! Fottimi dai!" gemette il romano.
Bughail dette un gran colpo, facendolo cadere addosso ad Altma e cadendogli sopra, e tutto il suo membro fu inghiottito dal caldo canale. Altma lo abbracciò e lo baciò, fottendogli la bocca con la lingua. Octavius era in delirio.
"Ti faremo passare una notte indimenticabile, ragazzo!" gli disse Altma quando fu il suo turno di penetrarlo.
"Oh sì..." gemette il romano sentendosi al settimo cielo ed accogliendo la massiccia erezione dell'altro nel tunnel già reso scivoloso dall'abbondante carico di seme depositatovi poco prima da Bughail.
Questi, stesosi davanti al bel romano, ne succhiava con gran piacere la canna pronta ad esplodere, mentre Altma ne cavalcava di gusto il culetto sodo e da lungo tempo non più vergine. Bughail aspettava con curiosità l'orgasmo del romano: chissà se la magia del seme funzionava ancora?