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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA CORONA FERREA CAPITOLO 8
QUINTO E SESTO ANNO

IL QUINTO ANNO: HARTI E NIKOLAOS

Harti non sapeva di non essere molto lontano da Kimon, dopo tanti anni, ma le loro vie non erano ancora destinate a ricongiungersi. Il cavaliere era passato di avventura in avventura, ora belle, ora faticose, ma ne era uscito ogni volta con maggiore esperienza e determinazione.

Ormai uomo fatto, a trentadue anni, nel pieno delle forze, si sentiva più vivo che mai. Era un uomo affascinante e non gli era difficile conquistare un partner, sì che anche sul piano sessuale era passato di avventura in avventura. Ma ancora viaggiava solo, con altri due cavalli carichi di bottino, di doni e di cose varie che aveva accumulato durante il suo viaggio. S'era coperto di gloria e di sangue, ma si era anche goduto la migliore gioventù delle terre che traversava.

Ora era entrato nel regno di un grande e potente re: i suoi più bassi funzionari erano vestiti meglio di re Wlatha! E pareva che alla corte di questo re, che chiamavano imperatore, vi fosse anche un potente prete... Eppure quella non era ancora, lo capiva, la terra del Grande Prete, era infatti la terra dell'Imperatore. Decise comunque di recarsi alla capitale: forse qui avrebbe scoperto se e dove era la terra che cercava, la corona che cercava.

Stava cavalcando lentamente nel pomeriggio calmo e sereno, caldo e luminoso, e si godeva il panorama di verdi monti e freschi corsi d'acqua. Pareva una terra antica, e per miglia e miglia tutti adoravano un unico dio, ed in ogni villaggio, anche piccolo, c'era una casa del dio di quel paese, bianca, con un prete vestito di nero. Gli avevano parlato di quel dio, non è che lo convincesse molto. Quel dio che, dicevano, parlava di amore, ma poi fissava infinite regole minuziose, rendendo impossibile all'uomo seguirle, così che l'uomo, per forza, finiva per scontentarlo... Assurdo e assurdamente complicato. Anche perché i primi a non seguire le regole che predicavano erano proprio i sacerdoti di quel dio...

Ad un tratto, aggirata una roccia, si trovò al limitare di un accampamento di soldati: erano centinaia, se non migliaia. Si fermò. Erano tutti vestiti uguali, a parte alcuni che dovevano essere i loro capi... Avevano tende, vessilli, insegne... Pensò che fosse prudente tornare indietro e cambiare strada, ma era stato avvistato e si trovò circondato da una ventina di cavalieri.

Il loro capo gli chiese: "Chi sei, straniero? Da dove vieni e dove vai? Perché viaggi armato?"

"Mi chiamo Harti, sono un cavaliere di re Waltha di Niederhulig, un regno del lontano nord, sto andando alla capitale per incontrare Sua Beatitudine, il prete."

"Non lo sai che non si può viaggiare armati nell'Impero se non si è un nobile o un soldato imperiale? O se non si ha un salvacondotto imperiale?"

"No, questo non lo sapevo. E come si fa ad avere il salvacondotto?"

"Cedi le armi immediatamente o saremo costretti ad ucciderti. E comunque dovremo confiscare tutti i tuoi beni..." disse duro il capo.

Harti avrebbe potuto resistere e ne avrebbe portati alla tomba parecchi, ma erano troppi ed altri si stavano avvicinando, sì che alla fine l'avrebbero sopraffatto. Pensò che fosse più prudente una onorevole resa. Frugò nei suoi ultimi ricordi e...

"C'è un nobile fra voi?" chiese lasciando cadere a terra le sue armi, per far vedere che non si opponeva alla richiesta.

"Non sei tu che devi fare domande, forestiero!" gli rispose il capo duro.

Ma uno dei cavalieri avanzò e gli chiese: "Come mai parli così bene la nostra lingua?"

Il fatto che gli avesse rivolto la domanda incurante del capo gli fece capire che, nonostante fosse vestito come gli altri, doveva avere una certa autorità. Che fosse il figlio di un nobile? Pareva un ragazzo di diciotto anni, a giudicare dal volto, anche se il corpo pareva più maturo, sotto le vesti militari.

Harti pensò che valeva la pena di rischiare: "Mi metto sotto la tua protezione, nobile signore. Disponi di me e della mia roba a tuo piacimento!"

L'altro sorrise e dal volto irato del capo intuì di averci visto giusto.

"Crispinus, questo cavaliere si è messo sotto la protezione della mia famiglia, perciò è mio ospite. Che non gli sia torto un capello!" disse il ragazzo con tono d'autorità.

Il capo annuì secco, ma nessuno si mosse: "Come vuoi, Nikolaos Crisosteos... spero che tu sappia quello che stai facendo, accordandogli la tua protezione."

"Certo, Crispinus. Sono un uomo, ormai." disse fiero il ragazzo.

Il capo dissimulò appena una lieve smorfia di sdegno a quelle parole. Poi odinò ad un fante lì vicino: "Raccogli le armi dello straniero e legale su un suo cavallo da soma. E voi," disse ad alcuni cavalieri, "scortate Nikolaos e il suo ospite alla sua tenda!" Quindi, spronato il cavallo, tornò al campo.

"Ti ringrazio, Nikolaos..." disse Harti.

"Sono solo incuriosito da te, straniero. Seguimi. Per ora hai la protezione della mia famiglia, se ti comporti bene, non corri rischi." disse e, girato il cavallo, si avviò verso il campo.

Quando Harti si mosse per seguirlo, vide che otto cavalieri gli si affiancavano, quattro per parte: non sapeva se fose un ospite o un prigioniero, ma almeno, per ora, non gli avevano fatto nulla né tolte le sue cose. Giunti davanti ad una tenda uguale a cento altre, Nikolaos scese da cavallo, diede ordine ad un ragazzetto di legarlo alla palizzata assieme ai tre di Harti. Anche questi scese e il nobile gli fece cenno di seguirlo dentro la tenda. All'esterno era una severa tenda militare uguale a tutte le altre, ma all'interno era lussuosa. Nikolaos gli fece cenno di sedere su un cuscino, si sfilò l'armatura e gli sedette davanti.

Batté due volte le mani ed il ragazzetto entrò: "Portaci del vino... e qualche dolce."

"Sì, mio signore!" disse il ragazzetto con un inchino e corse via.

"Allora, come hai detto che ti chiami?"

"Harti."

"E il tuo nome di famiglia?"

"Nella mia terra non usiamo nomi di famiglia."

"Un barbaro del nord, dunque... interessante. Sembri molto forte..."

"Penso di esserlo. Ma dimmi, tutti i soldati dell'imperatore vivono in questo lusso ed hanno un servitore personale?" chiese lievemente meravigliato il cavaliere.

"No... ma io sono il figlio minore del consigliere imperiale Cosmas Crisosteos, così, anche se devo fare il soldato semplice, ho i miei privilegi. E comunque stiamo tornando alla capitale e il mio periodo nell'esercito sta volgendo al termine. Ma mettiti a tuo agio, la giornata è calda, togliti di dosso quella pesante armatura.."

"Grazie." rispose Harti e, sfibbiatosi il pettorale, se lo tolse.

"Sei sudato... Ti faccio preparare un bagno dal mio schiavo..." disse il ragazzo.

"Te ne sarei grato." rispose Harti.

"Per essere un barbaro, parli molto bene la nostra lingua e conosci le buone maniere. Come mai?"

"Ho viaggiato molto, manco dal mio paese da cinque anni ormai. E... posso imparare rapidamente, se ne ho l'occasione..." disse Harti pensando che da quel ragazzo avrebbe "imparato" più che volentieri.

Tornò il ragazzino con un'anfora, due coppe ed un cestello colmo di dolciumi. Doveva avere sui quattordici anni, pensò, Harti, aveva un'aria sveglia, intelligente ed efficiente.

"Prepara il bagno, poi prepara anche un comodo giaciglio per il mio ospite. Ed anche la cena per due. Ah, e tu, da oggi, dormi fuori, davanti alla porta della tenda: tanto il tempo è buono."

"Come comandate, mio signore!" rispose il ragazzino e di nuovo sfrecciò via.

"Ci vorrà un po' per il bagno... Vuoi che nel frattempo Gaius ti faccia un massaggio?"

"Gaius è quel tuo schiavetto?"

"No, lui è Apollon. Gaius è un giovane soldato. Sa fare massaggi miracolosi, ha mani d'oro. È di famiglia povera, lui, così, per qualche moneta, mi fa diversi servigi. Sì, è molto disponibile... Sai, qui nell'esercito non abbiamo donne, ma Gaius sa fare in modo che non se ne senta la mancanza, te lo assicuro!"

"Capisco..." disse con un sorrisetto Harti.

"Hai una moglie, figli, nella tua terra?" gli chiese il giovane nobile d'un tratto.

"No, non ne avevo."

"E come..."

"Avevo uno scudiero... anche lui non mi faceva sentire la mancanza delle donne..."

"Già, quindi... faccio chiamare Gaius, perché ci faccia rilassare tutti e due."

"E tu, sei sposato?"

"Io? Sì, lo sono, anche se in realtà... ci hanno fatti sposare quando io avevo tredici anni e lei undici. Ora lei si è fatta donna, ma è ancora vergine, almeno penso!" disse ridacchiando il ragazzo. "Essere l'ultimo di otto figli maschi, sia pure di una persona importante, non promette un futuro particolarmente interessante. Mia moglie è la figlia unica di un ricco mercante, perciò io dovrei diventare un mercante... la cosa non mi affascina affatto, a dire il vero. Ma almeno non mi mancheranno i soldi... Il mio fratello maggiore succederà a mio padre, il secondo diventerà un importante funzionario imperiale, il terzo un funzionario minore, il quarto un monaco, il quinto un prete, il sesto ha sposato una ragazza nobile, il settimo la figlia di un armatore... io, l'ultima ruota del carro, quella brutta ranocchia di cui ti ho parlato. Già le donne non mi sono mai piaciute, con quella poi... sarebbe meglio un onorevole suicidio!" disse ridendo.

Poi chiamò il suo schiavo e gli disse di far venire Gaius. Bevvero il buon vino e spiluzzicarono i dolci.

"Gaius, vedrai, non è particolarmente bello, non e neanche brutto, ma è divino. Quando sei fra le sue mani, dimentichi gli affanni del mondo. E sa succhiare splendidamente, se ti piace..."

"Preferisco entrare per la porta posteriore, io..." disse divertito Harti.

"Sì, anche lì è più che esperto. E... la tua, di porta posteriore?"

"Accessibile, a volte..."

"Ottimo, vedi, io ti ho accolto nella mia tenda, nella speranza che tu mi accogliessi nella tua porta..."

"Senza nessun poroblema, Nikolaos."

"Puoi chiamarmi Nikos, visto che stiamo per diventare piuttosto... intimi." disse il ragazzo con un sorriso malizioso.

Arrivò Gaius. Come aveva detto il ragazzo, non era bello di volto, anche se il corpo era degno di nota. Salutò con deferenza e si mosse nella tenda con la sicurezza di chi vi è già stato più volte. Da un cofano estrasse un largo panno bianco di lino che stese sui tappeti, poi estrasse una scatola con fiale di vetro colorato e la depose in terra. Quindi si avvicinò al nobile.

"Prima l'ospite, Gaius. E fagli vedere quanto sei in gamba..."

"Con sommo piacere, Nikos..." rispose l'altro.

Harti notò che l'aveva chiamato col nomignolo familiare. Gaius doveva avere sui venticinque anni. Aveva capelli neri, appena ricci, tagliati molto corti, occhi scuri ma brillanti, un naso un po' troppo grande, un bocca un po' troppo larga ma sensuale. Si accostò ad Harti ed iniziò a denudarlo lentamente, metodico, sensuale. Questi si eccitò immediatamente per le lievi e sapienti toccate dell'altro. Vide che Nikos lo stava guardando con evidente interesse.

Gaius gli chiese: "Come ti chiami, cavaliere?"

"Harti."

"Hai un corpo da eroe, da Ercole, Harti. Sarà un vero piacere occuparmi di te. Ecco, puoi stenderti..." poi si accostò a Nikos ed iniziò a spogliarlo: "Dove l'hai trovato, questo tuo ospite delizioso?" gli chiese.

"Hai l'acquolina in bocca, Gaius?"

"Puoi dirlo! Non hai visto che corpo?"

"Eccome se l'ho visto..."

"E che fallo!"

"Sì, credo che lo assaggerai presto, lubrificati bene l'ano se non vuoi gridare come un agnello sgozzato..." ridacchiò il nobile.

Harti ne guardava il corpo rivelarsi sotto i suoi occhi a poco a poco e quello che vedeva gli piaceva. Il membro del ragazzo s'ergeva perpendicolare al corpo, ritto come un fuso: era delle giuste dimensioni per goderlo, pensò compiaciuto Harti. Anche Nikos si stese, a fianco a lui, Gaius fra di loro, si denudò rapidamente. Niente male neppure le sue grazie nascoste. Gaius prese un'ampollina azzurra e ne versò un po' su una mano a coppa. Si strofinò le mani ed un soave odore riempì la tenda. Ne prese ancora e si accostò ad Harti, gli si accoccolò di fianco ed iniziò a massaggiargli petto e spalle: era davvero esperto.

Harti notò che Nikos aveva allungato una mano fra le gambe del massaggiatore e giocava lievemente con i testicoli di Gaius, il cui membro si rizzò lentamente fra le forti cosce. Il cavaliere prese a giocare col prepuzio del massaggiatore, e il membro sobbalzava ogni volta che lui vi passava lieve i polpastrelli o li infilava inquisitore nella piega nascosta di quella pelle...

Il massaggio proseguì sulle spalle, sulle braccia, sui fianchi e Gaius alternava occupandosi ora di lui ora di Nikos. Passò poi ai piedi, alle gambe, alle cosce. Solo evitò i genitali. Quindi li fece girare e li massaggiò sulla schiena e sulle gambe, lasciando per ultimi i glutei.

Nikos gli disse: "Prepara il foro di Harti... gli farò visita..."

Gaius annuì e Harti ne sentì le dita frugargli lo sfintere. Gaius prese un'altra anfora e ne spalmò il contenuto sull'ano e lo penetrò con un dito lubrificando bene anche l'interno. Frattanto Nikos rendeva lo stesso servizio all'ano del soldato. L'eccitazione all'interno della tenda saliva lentamente diventando sempre più acuta. Gaius li fece di nuovo stendere sulla schiena e lubrificò con un altro unguento prima il membro di Harti poi quello di Nikos. Il suo massaggio intimo e le sue carezze, tanto sapevano rilassare i corpi, tanto facevano tendere i membri.

"Harti, se ti senti pronto... dimmi come mi vuoi..."

"Al mio paese usa... stenditi sulla schiena e soleva le gambe contro il petto."

Gaius sorrise ed eseguì prontamente. Aveva davvero un corpo snodato: si fece passare le gambe sotto le proprie ascelle e con le mani si divaricò le natiche. Harti gli si inginocchiò davanti al foro che il soldato gli offriva e stava per penetrarlo

Ma Nikos gli tolse la mano dal membro e gli disse, afferrandolo: "Lascia che ti guidi io in lui... L'hai duro come acciaio temprato... preparati Gaius, un fallo come questo non è cosa di tutti i giorni..."

"Lo so, lo vedo..." rispose il soldato con un sospiro di desiderio.

Harti si sentì sospingere nel foro palpitante, e fra la spinta dei propri lombi e delle mani di Nikos, scivolò dentro a Gaius in un'unica veloce mossa.

"Per dio, Gaius! L'hai preso tutto in un solo colpo!" disse ammirato Nikos.

"Sì, mi sento pieno, finalmente!" mormorò il soldato e mosse i muscoli del caldo foro come se stesse mungendo Harti: era una sensazione strana, nuova, piacevolissima.

Harti non sospettava che una cosa simile fosse possibile.

"Stai fermo, ora, Harti. Ti infilo io, poi tu ti muovi avanti e dietro così impali e sei impalato al tempo stesso..." suggerì Nikos.

Lo sentì entrare in sé, farsi largo, sistemarsi nel caldo canale, immergersi con sole tre spinte: Harti aveva stretto l'ano per rendere più lenta e piacevole la penetrazione. Quando sentì che Nikos gli era completamente dentro, iniziò a muoversi avanti e dietro: era piacevole penetrare e sentirsi penetrati al tempo stesso: gli altri due stavano quasi immobili, Gaius fletteva solo i muscoli interni e Nikos ondeggiava lievemente il bacino e queste due piccole azioni aumentavano incredibilemente il suo piacere.

Gaius iniziò a masturbarsi, ma Harti lo fermò: "No, aspetta, di quello voglio occuparmi io, dopo..."

Gaius gli sorrise ed annuì. Nikos gli sfregava i capezzoli sodi e gli leccava il solco nella schiena, sotto il collo. Harti pizzicò i capezzoli di Gaius e scese a baciarlo in bocca, sì che ora lo fotteva in culo col suo palo ed in bocca con la lingua. Gaius mugolava in preda al piacere. Ora Nikos impastava i testicoli pesanti e colmi di Harti con sapienti palpeggi.

Harti sentì l'orgasmo incombere ed accelerò il ritmo dando colpi forti e veloci. Ora anche Nikos alle sue spalle lo prendeva con vigore. Gaius mugolò più forte. Harti iniziò ad eiaculare e presto sentì che anche il giovane alle sue spalle aveva raggiunto il climax. Ora gemevano tutti e tre in preda al piacere in una sinfonia di suoni, sussultando, torcendosi, fremendo. E di colpo scese il silenzio rotto solo da tre respiri affannati.

Nikos batté le mani, mentre i loro corpi si scioglievano, si staccavano. Lo schiavetto accorse.

"È pronto il bagno?"

"Sì, mio signore."

"Bene, ripulisci il fallo del mio ospite e il mio, poi occupati della cena. Per tre, non per due."

"Certo, mio signore." rispose il ragazzino e, accoccolatosi fra le forti cosce del cavaliere, prese a lappargli il membro che si stava ammorbidendo, pulendolo accuratamente.

Frattanto Harti aveva preso fra le labbra il palo ancora duro del soldato e gli stava facendo raggiungere il settimo cielo. Nikos li guardava sorridendo divertito. Lo schiavetto ora si occupava del membro del nobile. Il corpo supino di Gaius si tese, s'inarcò, tremò e versò il suo contributo direttamente in gola dello straniero che ingoiò rapidamente quel tiepido liquore.

"Oh, Harti...." sospirò infine, "Mi fai impazzire tu, con quella bocca! La sai usare da vero maestro..."

"E tu il tuo culo, soldato!" rispose soddisfatto Harti.

Il ragazzino si alzò ad un cenno del padrone e corse via.

"Fai sesso anche col tuo schiavetto?" chiese Harti a Nikos.

"No, a me piacciono gli uomini maturi. Diciamo che a volte partecipa, ma, che tu ci creda o no, il suo culetto è ancora intatto. Per ora sta imparando a lavorare di bocca. Fra una decina d'anni sarà pronto anche ad essere sverginato: gli ho ordinato di non farsi toccare da nessuno lì, e neanche da solo, deve mantenersi vergine per me."

"Ce l'hai da molto tempo?"

"L'ho vinto ai dadi due anni fa. Da un mio ex spasimante che l'aveva appena comprato al mercato arabo di Alessandria. Credo che sia un iberico, il ragazzino. Quando l'ho preso era spaventato, piangeva in continuazione. Io lo tratto bene, si è affezionato a me, e io a lui, in un certo senso."

Harti sentì che i ricordi del soldato affioravano in lui, ma si disse che li avrebbe analizzati più tardi. Gaius si rivestì e rimise tutto a posto. Nikos gli dette alcune monete ed il soldato uscì.

"Il bagno è pronto, Apollon ti laverà, ci sa fare, l'ho istruito bene, affidati a lui." disse Nikos indossando una leggera tunicella sul bel corpo nudo.

Dopo il bagno cenarono. Gaius era tornato, e chiacchierarono tranquillamente tutti e tre assieme. Harti aveva scoperto che Gaius era invaghito di Nikos, ma si era arreso ad essergli solo amico ed a servirlo. Dalla memoria di Gaius aveva tratto parecchie indicazioni interessanti, anche su Nikos. Il giovane nobile era sessualmente parecchio attivo, e gli piaceva fare di tutto: prendere, essere preso, succhiare, essere succhiato. Gaius sapeva che, oltre a lui, a volte Nikos si divertiva con altri soldati, tra cui il figlio minore di un altro nobile che apparteneva ad un'altra centuria

Gaius, da bambino, aveva pensato di diventare prete ed era entrato in un monastero, ma poi, sorpreso a fare sesso con un altro studente, era stato cacciato, così si era arruolato. Il sogno del soldato era mettere da parte un gruzzoletto, comprarsi un terreno ed un paio di schiavi che lavorassero per lui e che gli tenessero compagnia a letto, e ritirarsi a vita privata. Coltivare verdure e venderle al mercato. Un sogno piccolo, semplice. Gaius era una persona semplice.

Terminata la cena, Gaius li salutò e se ne andò.

"Sarai stanco, è tempo di andare a riposare. Vieni, il tuo giaciglio è qui dietro, accanto al mio..." gli disse Nikos.

Harti, grazie al massaggio ed al bagno, non si sentiva stanco, ma annuì. Si tolsero le tuniche e si stesero. Il ragazzo soffiò sulla lucerna e la spense.

"Raccontami di te, Harti, voglio sapere altre cose della tua vita avventurosa... la mia è così monotona..." disse il ragazzo.

Harti iniziò a raccontare di buona voglia. Dopo poco sentì il respiro pesante del compagno. "Dormi?" gli chiese sottovoce. Nessuna risposta. Anche Harti si accinse a dormire.

Quando si svegliò la luce del giorno filtrava nella tenda. Si sollevò su un gomito e guardò verso Nikos: questi stava steso supino, le gambe divarivate e, in mezzo, lo schiavetto chino su di lui che gli succhiava il membro.

"Oh, ben svegliato, amico. Vuoi anche tu il suo servizio mattutino quando ha finito con me?"

"No, grazie Nikos... anzi... perché non lo mandi via e non lasci che provi io ad occuparmi del tuo fallo?"

"Ne hai voglia? Diceva Gaius che sei un maestro..."

"Sì, mi piace."

"Vai, Apollon, prepara la colazione." lo schiavetto andò via.

Harti ne prese il posto immediatamente. Mentre lo succhiava ad arte, si chiese; chissà se Nikos può essere la persona giusta per diventare il mio amante? Mi piace molto, per ora... Mi manca un compagno fisso... Presto lo saprò, ma poi bisogna vedere se lui...


IL SESTO ANNO: JENS E ALFEO

Jens aveva avuto un amante-scudiero, l'aveva trovato poche settimane dopo aver perso di vista il suo Altma. Era il figlio di un cavaliere di un regno in cui parlavano una lingua simile alla sua. Era stato il ragazzo a chiedergli di prenderlo con sé, affascinato dall'avventura. Avevano vagato assieme per quattro anni. Al ragazzo piaceva addormentarsi col membro di Jens ancora dentro di lui: era stata un'esperienza nuova per il cavaliere, ma gli era piaciuta.

Poi, un giorno, durante una bufera di neve sulle montagne, il cavallo di Troy, lo scudiero, era scivolato in un crepaccio e bestia e ragazzo erano scomparsi sotto un'imponente slavina causata dalla loro caduta. Jens aveva pianto a lungo la perdita di Troy. Poi aveva proseguito il lungo viaggio da solo.

Ora aveva trent'anni. Era imbarcato col suo cavallo su una nave che dalla costa faceva vela per un'isola chiamata "Tre angoli", Trinacria nella lingua locale. Aveva pagato il viaggio fino al porto di Messana, da dove la nave sarebbe tornata indietro.

Ora stava nella stiva con quel marinaio ventenne che gli aveva fatto gli occhi dolci fin dal momento dell'imbarco: il giovane stava appoggiato alla paratia e lui gli stantuffava dentro con vigore. Lì di fianco un altro marinaio si stava masturbando lentamente aspettando il suo turno di prendere il suo giovane compagno. I due erano amanti, ma al più anziano piaceva veder fottere il suo amico, perciò gli lasciava avere tutte le avventure che voleva. Il ragazzo era molto carino e molto sensuale, Jens lo stava prendendo di gusto.

Vide gli occhi del più anziano, che doveva essere più o meno trentacinquenne, brillare di libidine mentre si accoccolava tra la paratia ed il proprio amante per succhiargli il "pesce" come lo chiamavano quei marinai. Ne sentì il rumore del risucchio, accompagnato dal ritmico, lieve rumore dei suoi testicoli che sbattevano contro la carne del giovane ad ogni affondo; questi emise come un gorgoglio e fece palpitare l'ano in preda al piacere.

Quando Jens si scaricò nel giovane poi si sfilò da lui, l'altro marinaio si alzò e ne prese il posto. Allora Jens si accoccolò a terminare quello che l'altro aveva iniziato: il membro del giovane gli vibrò in gola mentre lo leccava e succhiava al tempo stesso.

Quando finalmente tutti e tre furono appagati, il marinaio anziano gli disse: "Grazie, straniero, hai saputo far andar su di giri il mio amichetto, l'hai scaldato ben bene: non me lo sono mai goduto tanto, gli hai fatto davvero perdere la testa."

"Sono io a dovervi ringraziare, il tuo ragazzo è davvero un delizioso maschio in calore."

"Sì, gli piace il pesce, è un vero marinaio..." ridacchiò il marinaio dando una pacca al giovane amico che si stava rivestendo.

Risalirono sul ponte. "Manca poco a Messana, dovremmo arrivarci entro sera." disse il giovane e a Jens sembrò di avvertire una nota di rammarico nella voce di questi.

"A terra ci aspetta il mio amico oste, non ti preoccupare." gli disse l'altro facendogli l'occhietto.

Giunti a Messana, Jens chiese dove avrebbe potuto passare la notte in attesa di una nave per Roma: aveva infatti saputo che lì c'era il "Pontefice", cioè il "Sommo Sacerdote" che era anche re di quelle terre. Una nave per Roma oppure anche per Reggio da cui avrebbe potuto proseguire a cavallo.

L'oste amico dei due marinai gli rispose: "Puoi andare al monastero, lì hanno sempre stanze vuote ed accolgono volentieri i pellegrini. Sei cristiano tu, no?"

"Certo," mentì Jens che comunque ne conosceva i riti grazie alle sue "bevute" come le chiamava.

"Ah, allora non c'è davvero nessun problema. Ti accoglieranno. No, te l'ho chiesto perché non hai una croce su te..."

"L'avevo," mentì di nuovo Jens, "Ma l'ho persa..."

"Un pellegrino di Terra Santa me ne ha regalate alcune da appendere al collo. Diceva che sono fatte del legno dell'Orto degli Olivi. Se vuoi te ne regalo una."

"Ti ringrazio davvero..." rispose Jens.

Seguendo le indicazioni dell'oste, giunse al monastero che era a nord della città, in riva al mare su alcune rocce. Bussò, fu accolto senza problemi.

Il monaco chiamò un novizio: "Alfeo, accompagna il cavaliere Johane (così s'era presentato storpiando un po' il proprio nome, in modo che paresse un nome cristiano) nella stanza di san Sergio e resta a sua disposizione per servirlo."

"Sì papas!" rispose il ragazzo.

Doveva avere sui sedici anni. Era snello ed alto, buffo nella sua palandrana nera che lo copriva fino ai polsi ed alle caviglie, i piedi calzavano sandali, in capo aveva un copricapo nero, cilindrico, che lo faceva parere più alto e più magro. Aveva una carnagione olivastra, occhi e capelli scuri. La palandrana rendeva impossibile capire come fosse la sua corporatura. Gli occhi erano vispi, attenti.

"Da dove vieni, pellegrino?" gli chiese mentre lo guidava per un labirinto di scale e corridoi.

"Da molto, molto lontano. E tu?"

"Io?" chiese il ragazzo lievemente sorpreso per la domanda, "Io sono di qui, dei dintorni."

"E studi per diventare prete?"

"Monaco, non prete."

"Da tanto?"

"Da sei anni... avevo dieci anni."

"E ti piace?"

"Sì... la mia famiglia era povera... qui almeno mangio bene. Ecco, questa è la tua stanza, pellegrino. "

"Mi chiamo Johane, ma gli amici mi chiamano Jens..."

"A noi non è permesso avere confidenza con gli ospiti... Jens." terminò con uno sguardo maliziosetto e divertito, poi aggiunse: "Ma qui non ci sente nessuno."

"Hai tanti amici, qui dentro?"

"Amici? No, solo compagni. Le amicizie sono proibite."

"Proibite? E perché?"

"Possono portare al peccato."

"Quale peccato?" chiese Jens: conosceva lo strano concetto di peccato di quella gente, ma non riusciva ad immaginare che cosa c'entrasse con l'amicizia.

"Il peccato della carne... del sesso... dicono che noi giovani siamo troppo caldi, il demonio ci insidia..."

"Ah! E tu sei... caldo? Il demonio ti insidia?" chiese sorridendo Jens mentre si sistemava nella cameretta.

"Sì, sono molto caldo, ma non mi insidia il demonio."

"Ah no?"

"No, mi insidiano persone di carne e d'ossa."

"Cioè?" insisté Jens abbassando la voce in tono cospiratorio e divertito.

"Non dovrei dirlo a te, ad uno sconosciuto, ma... qui dentro ci sono parecchi che mi fanno scaldare il sangue o a cui lo faccio scaldare io... compreso qualche papas." aggiunse ridacchiando.

"Interessante. E allora, che cosa succede?"

"Che dopo mi devo confessare." ridacchiò per nulla imbarazzato il ragazzo.

Jens disse guardandolo negli occhi: "Sì, tu puoi far davvero scaldare il sangue ad un uomo."

"Anche a te, Jens?"

"Sì, anche a me..." rispose questi allungando le braccia e tirandolo a sé.

Ma il ragazzo sgaiattolò via ridendo e, sulla porta, gli disse: "Jens?"

"Sì?" chiese il cavaliere lievemente deluso.

"Un passo alla volta, d'accordo? Ancora non so se posso fidarmi di te. Quanto pensi di fermarti qui?"

"Per quanto tempo posso fermarmi?"

"Bah, ci sono ancora molte stanze libere: una settimana, due... forse anche tre."

"Allora... avremo tempo." suggerì Jens.

"Sì, avremo tempo, un passo alla volta." rispose il ragazzo e uscì, tirandosi dietro la porta.

Jens s'era eccitato a quei discorsi, ma più che per le parole, più che per il corpo che non poteva che intuire, per lo sguardo ed il sorriso maliziosetto del ragazzo. E per la sua la voce già maschia, bassa e flautata. Doveva solo dare spago al ragazzo, pensò, e qualcosa sarebbe maturato.

Indossò una tunica alla greca, di buon lino tinto di celeste, con una decorazione bianca ed argento a laticlavio, che gli aveva donato un nobile dopo una folle notte di sesso, una cintura di cuoio damaschinato ed un mantello leggero di seta persiana: era elegante. Poi finì di sistemare le proprie cose. Notò che la pesante porta di legno massiccio non aveva una chiusura, ma lì nel monastero le sue cose erano al sicuro, lo sapeva.

Si chiese quanto sicuro fosse far sesso senza rischiare di essere scoperti; quella strana civiltà viveva i rapporti sessuali di qualsiasi genere come una cosa sbagliata, anche se tutti vi indulgevano abbondantemente in ogni possibile modo. Bastava non farsi scoprire e tutto era permesso. Che strana gente! si disse Jens.

Vide che sotto la finestra c'era un bel giardino e decise di scendere. Si perse per i corridoi, ma infine riuscì nel suo intento. Sedette accanto ad un pozzo, all'ombra di tre piccoli alberi, su un'antico capitello. L'aria era balsamica. Era immerso nei suoi pensieri, quando vide i giovani monaci sfilare in silenzio, a due a due, sotto un piccolo portico. Uno si staccò dalla fila e gli si accostò: era Alfeo.

Giuntogli davanti gli disse sottovoce: "Stiamo andando in cappella per le preghiere di nona. Se vuoi venire... oppure aspettami qui, che poi vengo io, come vuoi. "

"Vengo, volentieri, almeno posso guardarti..." rispose sottovoce Jens.

L'altro arrossì appena ed annuì, quindi tornò rapido nella fila e scomparve dietro una porta. Il cavaliere si alzò e li seguì. Si trovò in una stanza dalle alte pareti coperte di mosaici variopinti, rettangolare. Ad una estemità vi era quello che immaginò dovesse essere l'altare, circondato da alti seggi in legno scolpito in cui erano seduti i giovani monaci. Altra gente era seduta su panche all'altra estremità e Jens andò a sedere in prima fila, cercando con gli occhi Alfeo. Il ragazzo lo stava guardando, ma la sua espressione non mutò. Jens seguì il rito con curiosità, alzandosi, sedendo ed inginocchiandosi imitando gli altri. Il canto, lento e basso, era affascinante. Il ragazzo datogli come assistente lo era anor più... I loro sguardi si incontravano spesso.

Terminato il rito, la gente, in gran parte donne, sfollò da una porta sul fondo. I monaci invece uscirono dalla porta del giardino ed anche Jens, alla fine, li seguì e tornò a sedere accanto al pozzo. Il giardino ora era deserto. Dopo poco però arrivarono alla spicciolata alcuni dei giovani. E finalmente anche Alfeo. Questi non andò subito da lui, ma parlò per un po' con i compagni. Infine gli si avvicinò.

Gli sedette a fianco: "Non hai smesso un solo momento di guardarmi."

"Anche tu, mi guardavi spesso." rispose Jens.

"Sì... non volevo farlo, ma... era più forte di me."

"Perchè non volevi guardarmi?"

"Perché speravo di non peccare anche con te."

"E invece?" chiese il cavaliere in tono malizioso.

"E invece!" rispose il ragazzo abbassando lo sguardo, poi, sollevandolo improvvisamente e fissandolo negli occhi del cavaliere, gli disse: "Perché sei venuto qui?"

"Mi piaceva il giardino, mi annoiavo a restare nella mia stanza."

"No, qui in questo monastero, da me."

"Non sapevo neppure che tu esistessi... ma sono contento di averti incontrato. Quale è il problema?"

"Sei tu... Sembri uscito da tutti i miei sogni, tu. A te non potrei mai resistere, neppure se lo volessi, lo so..." disse con tono triste ed accorato il ragazzo.

"E tu vuoi resistermi?"

"No." disse deciso Alfeo, poi aggiunse: "Anche se dovrei."

"E perché dovresti?"

"Perché è male... dicono."

"Male? e perché?"

"Perché è contro la legge divina."

"Dio ci fa incontrare, ci fa accendere l'uno per l'altro e poi... non ti pare un po' crudele."

"Sì. E se devo peccare... preferirei con te che con un altro."

"Ma dio, non è amore?"

"Sì. Ma senza sesso."

"Ma ci ha creati lui così, col sesso." insisté Jens riesumando nella propria memoria ciò che durante il viaggio aveva imparato di quella contradditoria religione.

"Il papas mi fotteva, pochi giorni fa, dicendo: è peccato, questo è peccato!" ridacchiò il ragazzo.

"E a te piaceva?"

"Preferisco... C'era un compagno più grande, che adesso è in un altro monastero... Lui mi amava... e mi diceva che doveva dirmelo con tutto il corpo... e era bello. Fottere... farsi fottere... è bello certo, ma... con lui era diverso." mormorò il ragazzo con voce piena di nostalgia. "E..." aggiunse incerto, "tu... il tuo sguardo... assomiglia al suo. Non mi guardi con... libidine tu, ma con... con tenerezza."

"E tu sei assetato di amore, ragazzo." gli disse Jens dolce.

"Sì. Ma so che non lo troverò mai."

"E perché?"

"Perché devo diventare monaco e farlo di nascosto e... e vergognarmi di quello che provo e... Conosco la passione... ho appena assagiato l'amore... ma non ha potuto durare, capisci..."

Rimasero in silenzio per un po', poi il ragazzo aggiunse: "Perché amare può essere peccato? Non lo capisco."

"Neppure io Alfeo. Nella mia terra... abbiamo tanti dei, non uno solo, ma nessuno dice cose così strane. Nella mia terra due uomini possono amarsi alla luce del sole."

"Dov'è la tua terra?" chiese il ragazzo.

"Molto lontana, su a nord."

"Già, molto lontana..." ripeté il ragazzo scuotendo il capo. "Sai?" aggiunse, "A parte Georghios, non ho mai potuto parlare con nessuno così, di queste cose. Ti fermerai due, tre settimane?"

"Con piacere, Alfeo."

"Grazie. Vieni, ti faccio visitare tutto il monastero, poi andiamo a cena."

"Assieme?"

"Io con i novizi, tu con i pellegrini."

"E poi?" insisté Jens.

"E poi, Jens... quando tutti dormono, se ci riesco, verrò da te."

"Spero che tu riesca. Non ne vedo l'ora."

"Anche io. Tu non hai acceso un fuoco dentro di me, ma un incendio."

"Ti prenderei qui..."

"Ci mancherebbe altro, ma... mi piacerebbe che fosse possibile."

Tacquero di nuovo.

Poi Alfeo soggiunse: "Non so se stanotte... forse non sarò ancora pronto per te..."

"Un passo alla volta, amico." disse Jens.

"Sì, ti prego... io cercherò di venire, ma tu promettimi..."

"Che cosa?"

"Che non approfitterai della mia debolezza."

"Te lo prometto, parola di cavaliere."

"Andiamo: il nostro monastero è molto antico, ed è interessante. Fu costruito trecento anni fa, nell'anno 1297 dalla fondazione di Roma..." iniziò il ragazzo conducendo l'uomo a visitare la costruzione.

Jens, steso sul suo lettino nell'angusta cella del monastero, guardava le ombre danzanti suscitate sul muro dalla lucerna e ripensava ad Alfeo. Quel ragazzo lo stava stregando. Era arrivato, quella notte. S'era steso accanto a lui ed avevano parlato a lungo, poi l'aveva salutato ed era tornato alla propria celletta.

Durante il giorno seguente l'aveva visto più volte. Poi di nuovo la seconda notte e la terza. La terza notte per la prima volta, s'erano abbracciati, ma senza fare nulla. A Jens costava sacrificio, ma voleva rispettare l'anima tormentata del ragazzo. Un passo alla volta, come diceva Alfeo. La notte precedente l'aveva baciato ed il ragazzo s'era sciolto sotto di lui, ed aveva pianto.

"Perché piangi, ragazzo?" gli aveva chiesto.

"Perché mi sto innamorando di te."

"E..."

"E te ne andrai. Vorrei darmi a te, ma ne ho paura: non voglio soffrire per un'altra separazione, eppure..."

Jens avrebbe voluto proporgli di andar via con lui, ma prima, lo sapeva, avrebbe dovuto aver sesso col ragazzo, per essere sicuro, "berlo" per conoscerlo. Stava ripensando a questo e pareva un dilemma insormontabile. Era già passata una settimana, il tempo cominciava a stringere. Era anche stupito perché a lui di solito piacevano ragazzi più maturi, ma Alfeo, ai suoi occhi era sempre più speciale, sempre più desiderabile.

Sentì la porta aprirsi e lo vide entrare. Gli sorrise sedendo sul letto e gli tese le braccia in un muto invito.

Alfeo chiuse accuratamente la porta e gli si accostò ma non salì sul letto: "Papas Gherolamos ha scoperto che vengo da te."

"E?" chiese allarmato Jens.

"Ha detto... ha detto che forse farei meglio a chiedere la dispensa dai voti e ad andar via dal monastero..."

"E tu?"

"Gli ho detto che ci penserò. Lui dice che o così o rinuncio al peccato."

"Vuoi chiedere la dispensa?"

"E che faccio? Dove vado? La mia vita è un vicolo cieco. Non ho imparato un mestiere, niente. Non ho una famiglia alle spalle, sono troppo poveri. Non ho amici..."

"Hai me..."

"Tu te ne andrai, presto, troppo presto."

Voleva dirgli: potresti venire con me... ma prima doveva compiere un altro passo.

"Vieni sul letto con me..." gli disse invece.

Alfeo fece per salire, poi si fermò e lo guardò: "Tu vuoi... tu desideri che..." disse, poi arrossì ed aggiunse con voce quasi impercettibile; "che mi spogli?"

"Ne sarei lieto. Tu lo vuoi?"

"Penso di sì... anche se so che... che così... non riuscirò più a resisterti."

"E mi vuoi resistere?"

"No."

"Anche se sai che presto me ne andrò?"

"Abbiamo ancora una decina di giorni... di notti... e almeno ti avrò nel mio cuore... assieme a Georgios."

"Spogliati, allora... e spoglia anche me..." disse con dolcezza l'uomo.

Alfeo si slacciò la nera tunica e la lasciò scivolar via dalle spalle, e per la prima volta Jens lo vide nudo. Era esile ma ben fatto, il membro morbido pendeva fra le gambe adornato da un folto ciuffo di ricci peli neri che si assottigliavano in una nera riga sottile che saliva fino all'ombelico. Il ragazzo tolse gli abiti di dosso all'uomo, aiutato da questi.

Quando ne vide il bel membro eretto, arrossì e disse: "Mi desideri..."

"Sì, ma non farò niente che tu non voglia, te l'ho promesso."

"Ma io... io vorrei... fare tutto!" disse ed arrossì di nuovo.

Jens vide che il membro del ragazzo si stava inturgidendo. Lo tirò a sé, Alfeo gli si stese sopra, l'uomo lo strinse fra le braccia e le gambe ed il ragazzo gli poggiò la guancia su una spalla sospirando lieve.

"È così diverso..."

"Da cosa?"

"Dalle cose fatte alla veloce in un angolo buio... Posso baciarti?"

"Puoi fare tutto ciò che vuoi, senza chiedermelo. Tutto."

Alfeo sollevò il capo, gli sorrise e si chinò a baciarlo. Jens lo strinse con più forza a sé e gli carezzò la schiena. Il ragazzo gli carezzava una guancia ed i capelli, mugolando lieve il proprio piacere.

Dopo un po' si staccò da lui e gli disse: "Lasciami, ora, è la prima volta che siamo nudi... voglio ammirarti... Dio! che corpo meraviglioso hai! Sei bello, sei forte. E mi fai sentire desiderato... è una sensazione bellissima." sussurrò carezzando lieve tutto il coroo del giovanotto con le mani delicate e lo sguardo sognante.

Jens fremette: "Anche tu mi desideri." disse.

"Sì... e vorrei che... anche se durerà poco... che fosse diverso, non solo scopare. Chiedo troppo?"

"No, al contrario."

"Toccami, ti prego... oooohhh, così..."

Mentre le forti mani dell'uomo ne esploravano il corpo fresco e pieno di calore, Alfeo si chinò su di lui e prese a suggerli i capezzoli, a leccarlo per l'ampio e forte petto, poi scese al ventre. Jens aspettava, sperando che il ragazzo non interrompesse il suo viaggio esplorativo in discesa... E non fu deluso.

Ne sentì la lingua sui testicoli, poi lungo l'asta, infine sul glande. "Hai un buon profumo di maschio, tu, inebriante..." sussurrò prima di lasciarsi scivolare in bocca tutta la poderosa verga.

Jens fremette, si tese, si rilassò gustando la ministrazione appassionata dell'altro. Avrebbe voluto prenderlo, farlo girare, stringerlo a sé e prenderne in bocca il giovane membro vigoroso, ma aveva deciso di lasciar fare al ragazzo, perciò gli mise semplicemente le dita fra i capelli e gli carezzò il capo per fargli sentire quanto apprezzava le sue attenzioni.

E poi pensò: non è necessario che io beva da lui, può bastare per ora che lui beva da me e capisca e faccia la sua scelta... E si abbandonò a quella bocca deliziosa.


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