LA PRIMA GARA
Giunse finalmente il giorno del primo torneo. La piazza d'armi era pavesata a festa e verso il castello era già stato eretto il podio per la famiglia reale ed i nobili. Dalla città alta e dalla città bassa affluivano cittadini d'ogni rango per non perdere lo spettacolo. Ovunque c'era aria di festa.
Nelle case dei cavalieri fervevano gli ultimi preparativi, gli scudieri si affaccendavano solerti attorno ai loro rispettivi cavalieri.
I nobili presero posto ed infine giunse il re, con la regina gravida, i due figli ed il mago di corte. La folla li accolse con alte ovazioni. Il re salutò con ampi gesti scorrendo con lo sguardo sui suoi sudditi festanti. E intravide fra la folla, in prima fila, un bell'uomo sui trent'anni dal sorriso aperto, con alla destra Tamma ed alla sinistra Somma. Sorrise fra sé e sé il buon re. Il piacere che i due gemelli che gli avevano dato con tanta spontanea gioia, meritava appieno la felicità che ora avevano anche grazie a lui.
Squillarono i corni di caccia, rullarono i tamburi di guerra ed i cavalieri uscirono risplendenti nelle loro armature, salirono a cavallo e si presentarono in un rango ordinato davanti al loro re. Un fremito percorse la folla nel vedere quei campioni del regno, un fremito che spesso si ripercosse fra le gambe di uomini e donne nel vedere quei maschi possenti.
Il re parlò agli uomini, quindi diede inizio al torneo. A coppie i cavalieri si affrontarono; ognuno aveva potuto scegliere le armi da torneo che preferiva: l'ascia o la mazza, la lancia o la spada. Lo scintillare delle armature, il cozzare delle armi, le grida dei contendenti, il nitrire dei cavalli ed il loro possente galoppo, creavano una gaia confusione e lo spettacolo era splendido. La folla incitava ora l'uno ora l'altro dei cavalieri. Chi veniva disarcionato risaliva prontamente a cavallo ed affrontava un altro cavaliere, incessantemente. Il cavaliere disarcionato, prima di risalire a cavallo, doveva consegnare il proprio simbolo al vincitore. Avrebbe vinto chi al termine avesse avuto più simboli in suo possesso e se per caso due cavalieri avessero avuto lo stesso numero di contrassegni, avrebbero duellato fra loro sì che alla fine uno solo risultasse vincitore.
Servi portavano rinfreschi al re ad ai nobili, donne e ragazzi con cesti passavano fra la folla vendendo dolcetti o frutta secca o con olle ed un mestolo vendendo la birra tiepida annacquata.
Gli scudieri seguivano eccitati il torneo, gridando quando il loro cavaliere vinceva, fremendo in silenzio se era vinto. A poco a poco gli scudieri dei vincitori si trovarono in prima fila.
"Il tuo cavaliere ancora non è mai caduto!" disse un giovanottone dai capelli rossi a Derk.
Questi lo guardò: era lo scudiero di Bagha, si chiamava Ridor.
"Neppure il tuo, mi pare..." gli rispose cortesemente.
"E spero che non lo sia: mi ha promesso che mi paga le due migliori puttane della città, se vince!" rispose allegro il giovane. Poi chiese: "A te, che cosa ha promesso?"
Derk sorrise: "Anche a me, la più folle notte di sesso della mia vita." rispose, senza precisare che lui e il suo Axel avrebbero fatto l'amore fra di loro.
Beh, anche se non avesse vinto, a dire il vero, ma sarebbe stato diverso...
Butha, lì accanto, che aveva seguito lo scambio di battute, disse: "A me ha promesso una splendida armatura per la mia prossima investitura a cavaliere. Le donne, me le trovo da solo."
Shohon ridacchiò: "A parte le contadine, chi ti vuole, con quel muso?"
Tutti risero, ma nessuno aveva perso di vista per un solo attimo i combattimenti.
Questo torneo, a differenza degli altri, non avrebbe avuto intervalli, sarebbe finito entro la giornata: il re, infatti, oltre alla forza, voleva misurare la resistenza dei suoi cavalieri. Come in una vera battaglia, aveva detto.
Le corazze erano ormai coperte di polvere. I primi cavalieri, sconfitti da tutti, si ritirarono. Non mestamente: non di rado infatti il perdente di un torneo era vincitore in un altro. Solo i più anziani fra gli sconfitti pensarono che fosse venuto il momento di ritirarsi: sarebbero entrati con tutti gli onori nei ranghi della guardia reale. Qualcuno invece, pur sapendo di essere ormai indebolito, preferiva restare cavaliere fino alla morte.
I cavalieri, specialmente in lunghi tempi di pace come ora, amavano i tornei che servivano a sfogare le loro energie ed a tenerli allenati. Anche la gente amava i tornei, che vedeva quasi come un rito di scongiuro contro una vera guerra.
Ormai, in campo, erano rimasti in otto. Fra questi c'era Axel, e Derk ne era felice, ma non sorpreso. Axel aveva scelto l'ascia che maneggiava con incredibile destrezza: l'arma, pur pesante, nelle sue mani sembrava leggera come una piuma. La faceva volteggiare incessantemente e la calava o sull'arma dell'avversario in una mossa difensiva o sul corpo in una mossa d'attacco. I suoi capelli sciolti, come usava in guerra e nei tornei, uscivano folti dall'elmo ancora luccicante.
L'oppositore di Axel usava la lancia. Lo caricò con fredda determinazione, mirando al centro del petto. Axel si alzò facendo forza sulle ginocchia e, ritto, fece roteare la sua ascia mentre i cavalli galoppavano possenti uno contro l'altro avvicinandosi rapidamente. Axel non teneva le redini, il suo cavallo sapeva che fare.
Quando lo scontro era ormai imminente, Axel compì una prodezza che suscitò un lungo "Ooooohhh" di stupore da tutti: si lasciò scivolare sul cavallo abbracciandone il collo e, tenendo le gambe raggomitolate e l'ascia con le due mani, gli volteggiò davanti e tornò in groppa dall'altra parte. La lancia dell'oppositore trovò solo aria dove poco prima c'era stato il corpo di Axel. Tornato sul cavallo Axel lo fece bruscamente girare ed inseguì l'avversario. Questi si girò e cercò di far girare la propria bestia, ma già Axel gli era addosso e con un ben assestato colpo di ascia sul fianco, disarcionò il cavaliere sbilanciato.
Il cavaliere si rialzò prontamente e si parò davanti al cavallo di Axel che questi fece fermare con un brusco ordine. Il cavallo si arrestò quasi a contatto con il cavaliere appiedato che aveva dimostrato un notevole sangue freddo, infatti non s'era mosso di un solo passo. Porse al vincitore il proprio contrassegno.
Axel si chinò a prenderlo e gli disse: "Mi dispiace quasi, di averti vinto. Sei un fantastico guerriero."
"Grazie, Axel. Ma tu hai meritato la vittoria. Spero che sia tu il vincitore del torneo."
Derk saltava per la gioia. Quante volte Axel aveva provato quell'acrobazia, in campagna, dove nessuno li poteva vedere. E finalmente l'aveva usata, e con successo.
Ora erano rimasti in campo solo due cavalieri, Axel e Ratha.
Si salutarono e Ratha gridò: "Axel, quanti contrassegni hai vinto?"
"Due venti più otto! E tu?"
"Due venti più sei, quindi hai vinto tu... ma dobbiamo batterci ugualmente."
"Certo, e sono lieto di battermi con te!"
"Ma... non ti azzardare a farmi vincere solo perché ormai sei sicuro della vittoria!"
"Non lo sognerei neppure, perché saprei che così mi farei un nemico. Vincerà chi gli dei assisteranno, Ratha! Sei pronto?"
"Sì Axel. Sono più che pronto!"
Durante questo dialogo era sceso un silenzio perfetto fra i nobili e la folla e tutti avevano ascoltato attenti. I due cavalieri salutarono il re e si portarono ognuno ad un estremo del campo per la carica. Derk sapeva che Axel aveva in serbo un'altra mossa segreta, e sperava che l'usasse con questo avversario, per sbalordire il re, i nobili, i cavalieri e la gente. E vincere.
Ratha combatteva con la mazza. I due cavalieri spronarono i loro cavalli e si precipitarono al gran galoppo l'uno sull'altro roteando le loro armi da torneo. Axel notò che il cavallo di Ratha aveva la bianca bava schiumosa che gli colava dal morso: era stanco.
Con la mano libera carezzò il collo del suo cavallo: "Dai, bello! Tu sei il miglior cavallo del mondo, anche se io non fossi il miglior cavaliere. Vai dritto, non scartare, fai scartare l'altro cavallo..."
L'animale nitrì quasi in risposta.
Tutti trattennero il fiato attendendo il primo scontro. Il cavallo di Axel si fiondò contro l'altro cavallo mentre Ratha faceva roteare la mazza. Axel non stava usando la sua ascia, la teneva in mano orizzontale, come se non intendesse usarla. Il cavallo di Ratha, un attimo prima che le due bestie si toccassero, scartò a sinistra per evitare l'impatto. Ratha fece calare la mazza intendendo colpire Axel sul petto. Axel si proiettò a destra e l'ascia partì, orizzontale, e mentre la mazza lo colpiva di striscio, l'ascia prese in pieno l'avversario fermandone la corsa, sì che il cavallo gli scivolò di sotto ed il cavaliere si trovò appiedato. Il suo cavallo proseguì la corsa, Axel fermò il proprio e si girò. Un silenzio assoluto era sceso nella piazza d'armi: nessuno s'era atteso una così rapida conclusione.
Ratha guardò Axel e scoppiò in una fragorosa risata. Tutti allora scoppiarono a ridere e Ratha, con la sua voce possente gridò: "M'hai disarcionato come un bambino, Axel! Mi pare d'essere tornato scudiero, alle prime armi! Onore al vincitore, eccoti il mio contrassegno. Sono fiero di aver perso con te! Sei ancora giovane, ma sei evidentemente il migliore di tutti noi!"
"No, Ratha, non il migliore. Gli dei m'hanno assistito. Tutti i cavalieri di re Waltha sono i migliori, anche coloro che hanno perso tutti i due venti più nove contrassegni. E tu, Ratha, ci sei sempre stato d'esempio a tutti. Mi ricordo quando, prima ancora di diventare scudiero, ti ammiravo e desideravo poter essere tuo figlio."
"Tuo padre è stato un grande cavaliere." rispose Ratha lusingato.
"Certo, avrei desiderato essere tuo figlio, se non fossi stato figlio di mio padre." si corresse Axel con un sorriso. Scese da cavallo e, tenendolo per la briglia, si presentò davanti al re. "Re Waltha, ecco i due venti più nove contrassegni che ho vinto, ed ecco i miei due venti più nove."
Il re si alzò, li prese e li dette ad un nobile perché li contasse. "Axel, sei tu il primo prescelto per la cerca della corona di ferro. Che gli dei ti assistano come t'hanno assitito oggi. La tua agilità mi ha sorpreso, dove hai imparato quel trucco?"
"L'ha immaginato il mio scudiero, un ragazzo eccezionale e fidato, e l'ho provato a lungo, in segreto, quasi prevedessi una giornata come oggi."
"Bene, il tuo scudiero è pieno di risorse e di fantasia. Fallo avanzare."
Axel fece un cenno e Derk avanzò fino ad essergli accanto. Si inchinò al re, emozionato.
Il re lo guardò e sorrise: era un ragazzo ben piazzato, ma accanto al cavaliere sembrava minuscolo. Ne vide lo sguardo dolce e gli disse: "Qualificati, ragazzo!"
"Sono Derk, figlio di Damath, scudiero di Axel al servizio di re Waltha."
"Bene, giovane Derk. Ecco la corona di pungitopo per il vincitore. Sarai tu a metterla sull'elmo del tuo cavaliere, in nome mio."
Derk si sentì arrossire. Mentre prendeva dalle mani del re la verde corona dalle rosse bacche, gli disse con voce alta e chiara: "Tu mi onori, re, oltre ogni mio merito, chiedendomi di parlare in tuo nome."
"Questo è il tuo premio per essere un buono scudiero." disse il re compiaciuto.
Derk si girò verso il suo cavaliere e lo sguardo che si scambiarono era pieno d'amore. Axel si inginocchiò davanti al ragazzo. Derk alzò alta la corona e disse: "Cavaliere Axel, in nome del re, ti incorono vincitore del torneo!" e pose la corona sull'elmo del suo amante.
Un coro di evviva scaturì dalla folla ed iniziarono i festeggiamenti, mentre il sole iniziava a calare proiettando le sue lunghe ombre sulla città in festa.
Fendendo la calca gioiosa di gente che si congratulava con lui, Axel, seguito da Derk che guidava il cavallo, tornò a casa sua per cambiarsi.
Quando finalmente furono soli, mentre Derk aiutava il cavaliere a togliersi l'armatura, questi gli disse: "Davvero gli dei mi assistono: sono stato felice di potermi inginocchiare davanti a te di fronte a tutti. Oltre al re, tu sei l'unico a meritarlo. Ti amo, Derk."
"Lo so, Axel, ma mi fa piacere che tu me lo ripeta. Anche io ti amo, con tutto me stesso. Vieni, ti ho preparato un tino di acqua calda per rilassare le tue membra..."
Il cavaliere, ormai nudo, prese il ragazzo per le braccia e lo tirò a sé, stringendoselo al petto: "Ben altro, mio dolce Derk, ben altro fa rilassare le mie membra..."
"Sì... ma dopo il bagno..."
"No, ora." disse Axel con lieta determinazione sfilando la tunica allo scudiero e notandone con piacere l'erezione. Gli mise le mani a coppa sul piccolo sedere e lo trasse a sé finché i loro turgidi membri furono premuti fra i due ventri sodi. Axel baciò profondamente il ragazzo che amava e questi rispose con passione. Le loro lingue giocarono a lungo gustandosi a vicenda.
Axel sollevò di peso il ragazzo ed andò verso la scala. La salì lentamente, continuando a baciare l'amante che che gli aveva cinto con le braccia il collo e con le gambe la stretta vita. Giunti nella stanza, lo depose sul loro letto, di schiena, restandogli sopra.
Derk, liberandosi le braccia, scese a guidare il bel membro fremente del suo amato: "Vieni, Axel, ti ho atteso per tutto il giorno."
"Sì, eccomi, mio dolce Derk. Sei tu il vero vincitore, tu che hai vinto il mio cuore..." mormorò Axel mentre entrava nel ragazzo con una lunga e lieve spinta.
Derk emise un sottile sospiro felice, mentre si rilassava accogliendo in sé la soda virilità del suo cavaliere. "Sono tuo, vero?" gli mormorò emozionato quasi come fosse la loro prima unione.
"Sì, per sempre. È bello stare in te, mio Derk! Vorrei che non finissero mai questi momenti magici!" sussurrò Axel muovendosi in lenti, poderosi e profondi va e vieni nel suo scudiero.
Questi fremette e sorrise pieno di gioia, piacere ed amore.
Axel accelerò leggermente e sospirò: "E non vedo l'ora di sentire questo tuo bel paletto dentro di me, sai? Peccato che non lo si può fare contemporaneamente come con la bocca. Mi piacerebbe prenderti ed essere preso da te allo stesso tempo, sarebbe meraviglioso, non credi?"
"Sì... ma così dura di più, dura il doppio... anche questo è bello. Oh, così... spingi... di più... sì, così... così!" disse il ragazzo pieno di desiderio, premendosi contro il pube del giovanotto ad ogni affondo, e Axel vide che negli occhi del suo scudiero brillavano stelle di passione.
"Ti amo, Derk! Oh quanto ti amo!" ansimò il giovane prendendo ora il ragazzo con crescente vigore.
Lo scudiero era quasi sorpreso, e compiaciuto, che dopo un'intera giornata di faticosi scontri, il suo uomo avesse ancora in sé tanto vigore. "Sì, Axel, lo sento!"
Mentre si riposavano brevemente, prima di ricomicniare a fare l'amore, Derk chiese: "Davvero rimarremo amanti quando anche io sarò cavaliere?"
"Sì certo! Ed abiteremo sempre assieme, non voglio separarmi mai più da te!"
"Sarà la prima volta che due cavalieri abitano assieme..."
"Bene. Capiranno tutti che ci amiamo. Sarà come essere sposati."
"Mi sposeresti?"
"Sì, io ti sposo. ora, qui, davanti a tutti gli dei. Lo vuoi?"
"Certo..."
LA SECONDA GARA
Arseno sedette accanto a re Waltha. Questi fece un cenno all'armigero che fece entrare nella stanza il primo dei cavalieri.
Questi salutò con deferenza, il re lo fece sedere davanti a loro. Arseno sottopose al cavaliere, ad uno ad uno, i cinque quesiti con cui metteva alla prova la sua intelligenza. In uno scacchiere di legno, segnò con pietruzze colorate l'esito delle risposte. Poi il cavaliere fu fatto uscire da un'altra porta in modo che non potesse parlare con gli altri che attendevano, e fu fatto entrare il secondo.
Il re si divertiva ad ascoltare le risposte dei suoi cavalieri, a vedere come ragionavano, come tentavano di risolvere i quesiti. Arseno non gli aveva dato le soluzioni, ed il re aveva notato che il vecchio a volte dava per buone anche risposte diverse: evidentemente almeno alcuni dei quesiti, potevano avere più di una risposta valida. A volte era stupito perché risposte che a lui parevano ragionevoli o possibili, erano giudicate non valide dal vecchio mago.
Circa i due terzi dei cavalieri erano stati sottoposti alla prova di intelligenza ed ancora nessuno aveva cinque pietruzze bianche.
"Dimmi, Arseno, avremo qualcuno con cinque pietruzze?"
"Lo spero"
"E se saranno due o più, o se ci si dorvrà contentare di quattro, e ve ne sono già diversi, come sceglierai?"
"Vedi come ho disposto le pietruzze? la loro disposizione mi dice chi è stato più rapido nel rispondere ad ogni quesito, perciò posso sapere chi, oltre ad essere intelligente, è anche più pronto..."
"E se comunque ve ne fossero due alla pari? farai una prova in più?"
"Nel caso... vedremo..." rispose il vecchio con un sorriso dolce e misterioso al tempo stesso.
Ripresero a sfilare i cavalieri.
E fu il turno di Jens.
"Siedi, mio prode Jens, ed ascolta i quesiti del nostro mago." gli disse il re facendogli un gesto verso il sedile di fronte a loro.
Jens annuì e sedette. Il re pensò che il giovane aveva un portamento davvero nobile ed un volto più che piacevole. Occhi chiari, sereni, luminosi e profondi...
"Jens, qual è quel tuo amico che è inseparabile alla luce ma assolutamente introvabile al buio?"
"La mia ombra, Arseno!" rispose prontamente Jens con un lieve sorriso.
Il mago posò una pietruzza bianca nel riquadro del cavaliere. E chiese:
"Un padre morì, lasciando in eredità venti capre più dieci ai suoi quattro figli, e dichiarando che al primogenito andava la metà del gregge, al secondo la metà che al primo, al terzo la metà che al secondo ed al quarto la metà che al terzo. Ma le capre dovevano essere suddivise vive... Non sapendo come fare, i quattro fratelli andarono dal loro re... come risolse questi il problema?"
Jens riflettè e, flettendo rapidamente le dita, fece alcuni calcoli.
"Mah... se fossi stato io il re... avrei chiesto ai fratelli se, dopo avvenuta la divisione, sarebbero stati disposti a donarmi due capre... Se questi avessero accettato, avrei donato due capre alla memoria del loro morto padre, così l'eredità da dividere sarebbe stata di 20 più 12 capi. 16 ne avrei dati al maggiore, 8 al secondo, 4 al terzo e 2 al più piccolo... così sarebbero rimaste due capre, teoricamente ancora da suddividere fra i quattro fratelli, quindi di tutti e quattro loro. A questo punto avrei chiesto loro il dono promesso, così le 20 più 10 capre sarebbero state suddivise secondo la volontà del padre ed io avrei riavuto indietro il mio..."
Il vecchio sorrise ed aggiunse una seconda pietra bianca. Quindi pose il terzo quesito:
"Ascolta: tre giovani di nome di nome Brugh, Farhel e Gundha amano una giovane di nome Turma, e lei non sa decidersi su quale dei tre accettare come sposo. Tutti e tre sono belli, desiderabili, ugualmente benestanti e di buona famiglia. Allora lei ricorre ad un sotterfugio: si lega sotto la tunica un cuscino e finge di essere incinta, e lo comunica ad ogno dei tre separatamente. I tre giovanotti, sapendo di non aver avuto sesso con lei, pensano che il padre debba essere uno degli altri due. Brugh le dice: io ti amo più di ogni altra donna, capisco che tu possa aver avuto un momento di debolezza, non te lo imputo a vergogna. Liberati del piccolo e sposami e nessuno saprà nulla. Farhel le dice: io ti amo più della mia stessa vita, ma evidentemente tu preferisci un altro a me: la tua felicità è il bene maggiore per me: se lo ami più di me, sposalo e sii felice. Gundha le dice: io ti amo come mai ho amato; che tu abbia avuto un figlio da un altro non mi importa: lo amerò come mio figlio; sposami e nessuno saprà che non è figlio mio. Turma decise chi avrebbe sposato. Se tu fossi stato Turma, chi avresti scelto e perché?"
Jens non esitò:
"Sceglierei Farhel!"
"E perché?" chiese tranquillo Arseno.
"Non c'è più grande amore di quello che sa rinunciare ai propri desideri per la felicità dell'altro."
Arseno pose la terza pietruzza bianca nella casella del cavaliere, poi continuò:
"Se tu dovessi scegliere fra felicità, salute e potere, che cosa sceglieresti?"
"Felicità! Potere senza salute e felicità, è un rovello. Salute senza potere né felicità è uno spreco, felicità senza né salute né potere è un cielo sereno... non avrei nessun dubbio."
Waltha guardò il vecchio porre la quarta pietruzza bianca assieme alle altre tre. Il mago quindi pose l'ultimo quesito:
"Questo, fai attenzione, è molto difficile: un re ha tre figli maschi, gemelli. Deve decidere a chi lasciare il proprio regno. Il primo è forte ma null'altro che forte, il secondo è saggio ma null'altro che saggio ed il terzo è intrepido ma null'altro che intrepido. Se fossi tu questo re, a chi lasceresti il regno?"
"Al saggio, chiedendogli di prendere come consiglieri i suoi fratelli: infatti il saggio sa tenere in debito conto i suggerimenti di un forte o di un intrepido. Gli altri due invece, capiscono solo la propria forza ed il proprio coraggio, che a volte fa dimenticare la saggezza." rispose Jens e, con una certa meraviglia di re Waltha, arrossì lievemente.
Allora il re chiese, guardando per un attimo Arseno che ancora non aveva messo la pietra bianca poi posando lo sguardo amichevole ed incuriosito sul suo cavaliere:
"Perché sei arrossito, mio fido Jens?"
"Perché, re Waltha, so che questa è la prova per scegliere il cavaliere più saggio... e così rispondendo sembra che io dica di valere di più di Axel o del cavaliere intrepido che sarà scelto domani... Ma non è questo il mio pensiero: nessun uomo può presumere di valere più degli altri, semplicemente ognuno è diverso. Per vivere sono necessari l'aria, l'acqua e il cibo... se manca uno dei tre si muore. Saggezza, forza e coraggio sono ugualmente indispensabili..."
Arseno pose la quinta pietra bianca nella casella di Jens e lo congedò.
Nessun altro cavaliere raggiunse le cinque pietre bianche, così Jens risultò il vincitore della seconda gara. Waltha, radunata la corte, pose sul capo di Jens la seconda corona di pungitopo. Ed annunciò che l'indomani a mezzogiorno, sarebbe iniziata la gara per scegliere il cavaliere più intrepido.
Jens tornò a casa sua, e tutti, servi e soldati, popolani e mercanti, vedendolo passare con la corona di vincitore, gli gridarono le loro congratulazioni ed auguri con festosi accenti.
Sulla porta c'era Altma ad attenderlo, secondo i suoi ordini. Quando vide la corona verde e rossa, si illuminò di un grande sorriso.
"Jens, mio signore! Non avevo dubitato un attimo che saresti stato tu il vincitore!"
"Ah no? E perché, di grazia?" gli chiese il cavaliere entrando in casa e guardandolo con aria divertita.
"Perché tu sei il più saggio di tutti, è chiaro!" rispose il ragazzo prendendogli una mano fra le sue e deponendovi un lieve bacio.
"E che cosa ti fa dire questo?" gli chiese il cavaliere tirandolo a sé e cingendogli la vita.
"Il fatto che tu abbia accettato me come tuo scudiero." rispose il ragazzo con occhi ridenti.
Jens rise, lo strinse di più a sé e gli disse sottovoce: "È il tuo bel culetto che mi ha convinto a tenerti con me malgrado tutto! Non la saggezza!"
"Ma è esattamente la stessa cosa: solo uno stolto avrebbe rifiutato il mio bel culetto, no?" rispose ridendo con una smorfia birichina il ragazzo, premendosi contro di lui.
"Allora che cosa aspetti a darmelo?" chiese Jens con voce roca per il forte desiderio che il suo scudiero aveva acceso in lui.
"È tuo... lo sai!" rispose Altma staccandosi da lui, girandosi e sollevando la tunica in modo di scoprire i suoi piccoli e sodi glutei che sporse verso il giovanotto.
Jens si tolse la corona e la posò sul tavolo, si sollevò la tunica e, preso Altma per la vita, lo tirò di nuovo a sé sfregandogli la punta del proprio membro, che stava ergendosi imperioso, fra le natiche.
Il ragazzo stese indietro le mani e si allargò i sue sodi meloncelli rivelando il suo buchetto voglioso: "Prendimi!"
"Non sarebbe meglio metterci un po' di grasso, prima?" chiese il giovanotto fremendo in attesa di gustare di nuovo quel dolce frutto maturo.
"L'ho già fatto, mentre ti attendevo: sono pronto... Prendimi." ripeté il ragazzo in preda ad un lieve tremore carico di desiderio.
"Sìiii..." sospirò il cavaliere premendogli contro e sentendosi scivolare, accolto, risucchiato quasi dallo stretto e caldo canale.
"Oh, oooohhh Jens! mi piace troppo essere inculato da te! Tu mi porti nei prati sempre fioriti degli dei, ogni volta! Oh Jens, fottimi, fottimi, fottimi!!!" ansimò felice facendo palpitare il proprio sfintere attorno alla lunga asta che gli scivolava dentro e fuori possente, regale.
In piedi in centro alla stanza, ancora vestiti, uniti profondamente, i due ondeggiavano in ritmi sincroni e contrapposti, godendo le profonde sensazioni sessuali che li sconvolgevano.
Jens si sfilò da lui e Altma si girò con aria sorpresa e delusa e chiese: "Perché...?"
"Spogliati e spogliami e saliamo su: ti voglio prendere sul letto, voglio che questa sia una lunga cavalcata... molto lunga!"
"Oh sì!" esclamò felice il ragazzo e si precipitò ad obbedire.
Nudi, Altma precedette il suo cavaliere al piano superiore e, gettatsi sul letto prono, allargò le gambe e si divaricò le natiche in attesa del ricongiungimento.
Jens salì in ginocchio sul letto fra le cosce di Altma e scese su di lui, impalandolo di nuovo in un unica spinta calibrata. Lo scudiero gemette felice. Jens strinse fra le sue braccia il torso del ragazzo, gli aderì col petto contro la schiena, gli mordicchiò il collo e finalmente, lavorando di reni, muovendo solo il bacino su e giù, riprese a cavalcare il suo fedele ragazzo con gran gusto. Altma ebbe la sensazione di percepire solo il suo stretto e caldo canale e la verga che vi danzava su e giù: tutto il resto non aveva più esistenza... Tutto il suo piacere, tutta la sua passione, tutta la sua gioia erano concentrate lì...
Jens sentiva di dominare il ragazzo, lo possedeva, era suo, eppure non lo sentiva come un oggetto del suo piacere, lo sentiva quasi parte di sé, pensò che il ragazzo era stato concepito apposta per lui e ringraziò gli dei. Altma gli dava un piacere che trascendeva la pura sessualità, gli dava un piacere spirituale, completo. Non solo quando facevano sesso, ma il solo sapere che era lì con lui, per lui, lo riempiva di prepotente gioia. Altma lo faceva sentire completo.
Non era amore come fra Axel e Derk: uno non ama la propria mano destra, ma non può farne a meno... Altma era parte di lui, semplicemente.
LA TERZA GARA
Tutto era pronto per la terza e ultima prova. Arseno aveva fatto sgombrare completamente le segrete del castello ed anche i pochi prigionieri lì custoditi erano stati trasportati altrove. Il labirinto di corridoi e celle era ora deserto, tutti i cancelli erano spalancati, solo le due entrate, l'anteriore e la posteriore, che erano anche aperte, erano presidiate dalle guardie del re.
Al centro del labirinto, in un braciere, Arseno aveva acceso un fuoco e su questo aveva posto un piccolo calderone di rame in cui aveva preparato una pozione magica. Recitato l'incantesimo di rito, vi aveva immerso il sacchetto di polveri che aveva accuratamente scelto e dal calderone s'era alzata una eterea spira di rosso vapore.
Arseno allora si avviò a passo svelto verso l'uscita posteriore. Qui giunto dette ordine ad una delle guardie di suonare il corno di caccia. Questa uscì e, dalla porta, lanciò il segnale convenuto.
Davanti all'uscita anteriore erano radunati il re ed i quarantotto cavalieri che avevano deciso di sottoporsi alla prova. Il re, udito il segnale, ricordò loro che cosa dovevano fare, li abbracciò ad uno ad uno e li fece entrare.
All'interno c'era una prima stanza, dove normalmente stavano le guardie. Ognuno dei cavalieri, secondo le istruzioni ricevute, si denudò completamente e, senza nulla indosso, né abiti, né armi né decorazioni, nudo come era venuto al mondo, entrò nel primo corridoio.
Ognuno doveva affrontare il pericolo sconosciuto e, superatolo, doveva uscire dalla porta posteriore dove li attendeva Arseno assieme a re Waltha che frattanto l'aveva raggiunto, dopo aver sigillato la porta anteriore.
Il mago ed il re sedettero al tavolo che era stato approntato per loro e subito i servi iniziarono a portare cibi e vino. I due uomini iniziarono a mangiare.
"Arseno, ora che la prova è iniziata, puoi dirmi in che cosa consiste?" chiese Waltha incuriosito.
"Certo, Waltha, ora ti spiego: il problema era far correre loro un pericolo reale senza che però rischiassero realmente la loro vita. Sembrava quasi impossibile. Perciò sono risorso alla magia. I sotterranei sono pieni di un fumo magico, invisibile: chi lo respira, vedrà le sue paure più segrete e nascoste prendere corpo e dovrà affrontarle. Per ognuno di loro i fantasmi evocati dalla loro anima sembreranno reali, completamente, toltalmente. Solo per chi avrà coraggio ciò che li minaccia scomparirà e saranno allora in grado di vedere di nuovo i sotterranei e di trovare l'uscita. Questa prova non è completamente senza rischi: chi non riuscirà a vincere la propria paura, resterà progioniero dei sotterranei e della sua visione fin quando non saremo noi a tirarlo fuori ed a fargli bere una contro-pozione che ho preparato. Chi invece non vedrà nulla, troverà subito l'uscita e sarà stupito di aver semplicemente dovuto fare una passeggiata, nudo, nei sotterranei..."
"Ma chi troverà subito la via per uscire, mi dicevi, non è senza paure, ma semplicemente incosciente..." commentò il re.
"Infatti, anche se credo che non sarà il caso: un vero incosciente è raro, e specialmente fra i cavalieri che hanno conosciuto la guerra, le privazioni, la durezza... Il vero coraggioso comunque non sarà né il primo né l'ultimo ad uscire, ma quello intermedio: paura e coraggio si equivalgono..."
"Ma perché nudi?"
"Perché così le loro risorse non possono essere esterne. L'uomo nudo si sente inerme e deve trovare le sue armi dentro di sé."
"E chi non uscirà entro domani a mezzogiorno, sarà dunque un codardo?"
"No, non un codardo. Semplicemente le sue paure interne, segrete, sono molto grandi, quasi schiaccianti. Vedi, Waltha, le paure interne e segrete sono tremende, molto più di quelle esterne e alla luce del sole. Chi non uscirà entro domani, potrà essere coraggioso in guerra come e più di altri, semplicemente non saprà combattere contro le sue paure segrete, il che è un peccato, ma... E comunque non sarà mai un eroe completo. Ma i veri eroi sono anche più rari dei re saggi..."
"Le paure segrete, non possono anche uccidere?" chiese il re un po' preoccupato.
"Possono... per questo ho fissato il limite di domani a mezzogiorno. Ed i fumi, per allora, saranno parecchio indeboliti e quindi il rischio è minimo. Comunque, è chiaro, un certo rischio c'è. Non esiste nessuna prova senza rischio..."
"La prova di saggezza era senza rischi..."
"No, mio caro Waltha, chi non ha avuto neppure una pietra, si sentirà... lo scemo del villaggio. O anche chi ha avuto solo sconfitte al torneo penserà di non essere un degno cavaliere... E la mancanza di autostima a volte è il peggiore pericolo. Accettarsi per quello che si è, è da pochi, credimi..."
I primi cavalieri uscirono. Ad uno ad uno, Arseno ed il re chiedevano loro di spiegare che prova avessero incontrato e come l'avessero superata. E il re si stupì per le "paure" che ognuno aveva provato: davvero l'animo dell'uomo è insondabile.
Chi aveva incontrato un drago, chi nemici sovrastanti, chi un avversario invincibile, chi il timore del ridicolo, chi...
Un caso che aveva divertito Waltha era stato quel cavaliere che temeva di non avere abbastanza potenza sessuale e che si era visto circondato da donne e ragazzi bellissimi, tutti che pretendevano di essere accontentati da lui. Beh, visto che era uscito, doveva essersela cavata, ma era fisicamente ridotto ad uno straccio, quasi non si reggeva in piedi.
"Credo di aver sparso più seme là sotto che in tutta la mia vita..." si lamentò l'uomo, chiedendo il permesso di andare subito a riposare...
Quando venne il mezzogiorno del giorno seguente, erano usciti 43 cavalieri ed il 22esimo era Harti, che perciò fu il prescelto.
Quando il re gli chiese che prova avesse dovuto superare, Harti sembrò stupito:
"E me lo chiedi, re Waltha?" chiese.
Il re restò per un attimo incerto ma Arseno disse: "Ma io non ne so nulla, perciò ti prego di raccontarmela..."
"Ah, certo... Beh, io giravo per i corridoi e per le celle cercando di vedere in che cosa consistesse la mia prova, ma tutto era vuoto e deserto, e non trovavo più neppure uno dei miei compagni. Ero piuttosto sorpreso, quando vidi una scala illuminata da torce. La imboccai e mi trovai nella sala del trono. Lì c'eri tu, re Waltha, seduto in trono, che mi guardavi accigliato. Io, se pure nudo per tuo ordine, mi sentii a disagio, anche perché c'era tutta la corte che mi osservava con aria divertita, ed udii qualcuno sussurrare: che faccia, presentarsi così davanti al trono! Mi inginocchiai perciò davanti a te, Waltha e ti chiesi perdono: sono uscito ora dalla prova, nudo secondo i tuoi ordini... ti dissi."
Arseno annuiva. Harti, rivolgendosi a lui, proseguì nel suo racconto:
"Il re mi disse: non è la tua nudità che mi preoccupa. Il problema è che non so se posso davvero essere contento di te. Io tremai e gli risposi: Signore, mio re, io ho fatto sempre di tutto per compiacerti, ma so di non essere perfetto. Se ho sbagliato in qualcosa, riprendimi, puniscimi, io mi affido alla tua giustizia. Re Waltha allora mi disse: ma come posso essere certo di poter contare su di te? Bene, questo era davvero un problema, perché io avrei detto: tu puoi contare su di me completamente, per qualsiasi cosa, ma so che non può essere vero, so di avere dei limiti... Allora ho detto al mio re: la mia vita è tua, spero di non deluderti mai. Ma io sono deluso, mi disse il re, ed io mi sentii morire. Non so in che cosa posso averti deluso, Signore, ma se così è, puniscimi, questo è giusto.
"Allora tu Waltha, sei sceso dal trono, hai preso la mia mano e mi hai detto: vieni, le segrete del castello saranno la tua casa finché saprò che posso fidarmi di te; mah, forse morirai nelle segrete, non so... Io ti seguii. Mi portasti di nuovo giù per la scala, mi facesti entrare in una cella e chiudesti il cancello. E mi dicesti: solo quando lo troverai aperto potrai tornare su e riprendere il tuo posto di cavaliere. Io allora ringraziai il re e mi stesi sul tavolaccio. Sapevo che il nostro re è giusto e buono e saggio e perciò attesi fiducioso. Mi addormentai.
"Non so quanto tempo sia passato, ma quando mi svegliai, il cancello era aperto. Lieto, mi alzai ed uscii. Cercai l'uscita ed incontrai alcuni compagni che si aggiravano per i corridoi: era strano, pareva che non mi vedessero e facevano gesti strani o muovevano le labbra come se parlassero... sembravano più fantasmi che uomini... Capii che non dovevo disturbarli, che se erano lì e si comportavano così stranamente, doveva esservi un motivo, anche se non lo capivo... Trovai la strada e... ed eccomi qui. E perciò tu devi avermi perdonato, per qualsiasi cosa io abbia fatto per deluderti, e te ne sarò eternamente grato, mio Signore Waltha..." concluse il cavaliere prostrandosi davanti al re.
Questi guardò pieno di stupore Arseno che sorrise e disse:
"Vai, cavaliere Harti, nella stanza dietro a quella porta troverai tutte le tue vesti e le tue armi. Ora vai in casa tua ed attendi lì la convocazione per sapere chi sarà il prescelto."
Harti guardò con aria interrogativa il re che gli fece cenno di andare, con un sorriso. Quando il cavaliere fu uscito, Waltha chiese al mago:
"Ero dunque io, la sua prova?"
"In un certo senso: la sua paura più profonda e recondita era quella di non saperti accontentare ma ciò che gli ha permesso di vincerla è stata la piena fiducia in te. Non è scomparsa la sua paura, ma ora la tiene a freno, come gli altri che hanno supertato in qualche modo la prova."
"Vorrei sapere anche io quale sia la mia paura segreta..." mormorò il re sapendo che il mago si era rifiutato di sottoporlo alla prova.
Arseno sorrise e disse: "Ognuno di noi ha le sue paure, più o meno nascoste anche a noi stessi, più o meno grandi, più o meno piccole... e dobbiamo imparare a conviverci e solo così le possiamo almeno in parte tenere a freno, dominare."
Harti, rivestitosi, tornò nella sua casa. Kimon non c'era, perciò salì in camera e si stese sul letto: si sentiva esausto. Non si era neppure tolta la tunica. Crollò in un sonno pesante e senza sogni.
Kimon, non sapendo quando il suo cavaliere sarebbe rientrato dalla prova, dopo aver fatto alcune faccende in casa, era sceso in città per fare alcuni acquisti: pensava di preparare un buon pasto per il suo cavaliere. Sapeva che, dopo una prova, il cibo ed il sesso sono le due cose che rimettono in sesto un uomo. L'uomo che lui amava.
Tornato a casa, vide il mantello del suo cavaliere nella stanza da basso e capì che era già tornato. Salì e lo trovò disteso sul letto, addormentato, ancora vestito. Pensò di lasciarlo riposare ancora un po' e scese per preparargli un buon pranzo. Quando fu pronto, prese il cibo fumante, la birra tiepida e salì nella camera. Depose tutto accanto al letto e, denudatosi, si accoccolò vicino al suo cavaliere ed iniziò a carezzarlo lievemente per farlo risvegliare a poco a poco.
Frattanto pensava: "Ti amo, Harti, anche se tu non mi ami... Chissà come è andata la tua prova? Sembri esausto... Per tutti gli dei! quanto ti amo! Sei così bello, e forte, e coraggioso, tu! Quando sono fra le tue braccia fai di me il ragazzo più felice del regno, anche se so che spesso ti vai a cercare un altro ragazzo... Evidentemente io non ti basto, non sono abbastanza per te... vorrei esserlo, però! Se solo sapessi come fare! E poi, fra non molto, diventerò cavaliere e dovrò dimenticarti... no, non potrò mai dimenticarti. Dovrò semplicemente rinunciare anche a sentire le tue braccia, il tuo corpo attorno a me, dentro di me... Ma ti amerò sempre..."
L'uomo ancora non si svegliava, ma ora il suo volto aveva un'espressione distesa.
Il ragazzo continuò il suo muto monologo, ammirandone le forme: "Forse troverò un giorno un amante, chi sa, eppure tu sarai sempre nel mio cuore... Io ho bisogno di amore, non lo sai? Forse non sono degno del tuo amore... forse gli dei hanno deciso diversamente, chi sa... Ma quando il tuo membro bello e forte mi cerca, quando è dentro di me... ah! vorrei morire in quel momento, tanto mi sento felice."
La sua mano si insinuò lieve sotto la tunica del cavaliere e ne carezzò l'interno delle cosce risalendo a poco a poco verso il caldo punto di congiunzione. Kimon era pienamente eccitato. Sentì Harti fremere, poi emettere un impercettibile, tremulo sospiro. Una mano di Harti si posò sulla schiena nuda del ragazzo e la carezzò. Questi sollevò lo sguardo ed incontrò gli occhi penetranti dell'uomo.
"Non hai freddo?" gli chiese il cavaliere.
"No... non troppo..."
"Un bel modo di svegliarsi.. e questo profumino, cos'è? Ah, cibo pronto! Mangiamo, ma prima lasciami spogliare e mettiamoci assieme sotto le coperte. Ho fame, ma ho anche tanta voglia di te."
"Lascia che ti spogli io..."
"Ti piace spogliarmi..."
"Sì, lo sai. Mi piace tutto, con te."
"Meriteresti di meglio."
"Impossibile."
"Qualcuno che ti sappia amare... Io ti voglio bene, lo sai, eppure..."
"Ssssttt!" gli disse dolcemente il ragazzo stendendosi accanto a lui e coprendo i loro corpi con la calda coperta di pelliccia.
Prese il cibo e lo pose sulla coperta fra loro. Si misero a mangiare e bere. Il ragazzo lo imboccava: gli piaceva farlo, quando erano così in intimità. Anche ad Harti piaceva. Frattanto una mano dell'uomo carezzava il corpo del ragazzo sotto la coperta. Finirono il cibo. Harti si girò e si stese sopra al ragazzo.
Lo baciò profondamente. "Ti voglio."
"Sono qui, Harti."
"Sei sempre così pronto a darmi quello che desidero... dal primo giorno che ci siamo incontrati..."
"Sì, certo..."
"Ma io... che cosa ottieni da me?"
"Quando sono con te, sto molto bene."
"Anche se io non ti so amare come tu meriteresti? Anche se cerco sempre nuove avventure? Non sei geloso, visto che mi ami?"
"Non sono geloso, proprio perché ti amo..."
"Dicono che chi non è geloso non ama, però!"
"Dicono..."
"Ma perché mi ami, tu?"
"Perché tu per me sei... io ti vedo..."
"Il migliore?" chiese Harti continuando a stargli sopra e a carezzarlo.
"No, non il migliore. L'unico!"
"Cioè?"
"Altri possono essere migliori di te in alcune cose, Axel, Jens, per esempio, sono stati migliori di te. Eppure tu sei l'unico che possa valere per me. Con te adesso, con te quando mi prenderai, mi sento... veramente vivo."
"Forse solo perché sei innamorato: l'amore rende ciechi... o fa vedere più di quel che c'è... dicono."
"Dicono."
"Ti voglio, Kimon!"
"Prendimi, ti prego!"
Harti pensò che sì, gli piaceva avere le sue avventure di tanto in tanto, ma era fortunato ad avere comunque Kimon lì con lui. Non ne era innamorato, ma gli voleva un gran bene. Avrebbe voluto non farlo soffrire, perché sapeva che al ragazzo mancava la "risposta" d'amore. E lui non era in grado di dargliela. Lui sapeva solo dargli piacere, affetto...
Kimon lo accolse con un forte fremito di piacere, socchiudendo gli occhi quasi a godere meglio quell'intima unione. Fuori il sole stava alzandosi nella fredda mattina, rendendola meno rigida. Harti lo stava prendendo con gusto, assaporando il calore del ragazzo sotto di lui, attorno al suo membro duro come il granito delle montagne. Lo prese a lungo, fermandosi quando era troppo vicino all'orgasmo, in modo di prolungare il piacere di quell'accoppiamento. Nonostante fossero assieme da cinque anni, nonostante cercasse sempre nuove avventure, Harti non si stancava mai di fare l'amore con quel ragazzo che gli si dava con tanta spontanea gioia. Il sole saliva avviandosi al sommo del suo arco ed ancora i due erano allacciati, ed ancora Harti godeva del suo scudiero, ora in lunghe limate calme, ora in un ritmo forte e veloce, in una cavalcata interminabile. Le prove, il re, la corona, tutto era dimenticato in quel perfetto amplesso.
Harti aveva da poco raggiunto l'orgasmo, contemporaneamente a Kimon, e stavano riposando abbracciati, ognuno perso nei suoi pensieri, quando suonò il corno che convocava i cavalieri al torrione Nuovo, per la proclamazione del terzo campione. I due si alzarono e Kimon aiutò il cavaliere ad indossare gli abiti per presentarsi a corte, quindi lo accompagnò. Il sole aveva appena iniziato la sua discesa verso il luogo del suo quotidiano riposo.
Nella grande sala erano state imbandite mense e già il re e parte dei cavalieri erano seduti. Quando tutti furono presenti, il re si alzò, prese la corona di pungitopo e disse: "Prima del convivio, devo incoronare il terzo campione che partirà alla cerca della corona di ferro. Io ed il mago di corte abbiamo deciso che il più intrepido fra voi, benché tutti voi siete indubbiamente coraggiosi e bravi, è il cavaliere..."
La pausa ottenne l'effetto di un silenzio perfetto: tutti erano tesi, cavalieri, scudieri, notabili e servi.
"Il cavaliere Harti!" proclamò re Waltha.
"Io, re Waltha, Signore?" chiese Harti quasi incredulo.
"Sì certo, tu. Vieni e ricevi la corona. Tu con Jens ed Axel siete i tre campioni di questo regno, o voi riuscirete nell'impresa o nessuno potrà riuscire, questo ha detto il mago Arseno."
Harti si inginocchiò davanti al re e ricevette la sua corona. E gli fu dato il posto alla destra del re, accanto ad Axel e Jens. Gli altri cavalieri lanciarono ovazioni per i loro tre colleghi ed iniziò la festa.