JENS E ALTMA
Altma stava seduto a terra, nella stanza di basso della casa del suo cavaliere, e puliva accuratamente l'armatura per il prossimo torneo. Il suo cavaliere non doveva sfigurare. La sua armatura doveva essere sfolgorante. Aveva mescolato all'olio una polvere di ossidiana triturata finemente, così, quando l'olio fosse stato assorbito, sarebbe rimasta una sottile patina che avrebbe brillato al sole. Era un suo segreto, una sua idea. Non per niente era chiamato Altma l'Astuto.
Un'ombra intercettò il suo sguardo. Sollevò gli occhi: davanti a lui torreggiava il suo cavaliere, Jens, il suo robusto corpo completamente nudo, il bel membro fieramente eretto che sporgeva dal riccio cespuglio biondo. Sollevò ancora lo sguardo e vide il sorriso che conosceva bene. Sorridendo in risposta, depose l'armatura in terra e si inginocchiò davanti al quello scettro di carne. Il cavaliere, restando fermo, arcuò il torso in avanti e lo sospinse verso di lui finché gli sfiorò le labbra. Altma le schiuse.
"Lo vuoi?"
"Con piacere, cavaliere."
"Sei sempre pronto, tu?"
"Sempre!"
"Ti piace, vero?"
"Mi piace..." rispose lo scudiero mettendo le mani sulle forti cosce dell'uomo e protendendosi in avanti fino a far scivolare tutta la fremente colonna di carne fra le sue labbra.
Jens era sempre stupito di come il ragazzo fosse capace di farsi infilare quella poderosa canna di carne giù giù fino in gola, senza problemi. Quel ragazzo era fantastico. Aveva fatto bene a tenerlo come scudiero anche dopo aver scoperto il suo sotterfugio.
Ormai erano insieme da cinque anni. In quel tempo Jens era appena stato investito cavaliere ed aveva diciannove anni. Essendo morto suo padre, il re aveva anticipato la sua investitura. Jens aveva fatto sapere che cercava il suo scudiero ed aveva detto che la mattina seguente, al sorgere del sole, attendeva tutti i ragazzi candidati a quel posto davanti alla sua casa. Li avrebbe esaminati ad uno ad uno, messi alla prova, ed avrebbe scelto come suo scudiero il migliore.
Aveva le idee chiare: voleva un ragazzo intelligente, agile, bello e pienamente disponibile: a lui non interessavano le donne, quindi voleva un compagno di letto che gli sapesse dare il massimo piacere. Darglielo in tutti i modi in cui un maschio può dare piacere ad un altro maschio. Jens si era fatto tutti i ragazzetti puberi un po' carini, nelle campagne: i contadini, maschi o femmine, per tradizione dovevano compiacere i cavalieri ed i nobili. Qualcuno lo faceva passivamente, per dovere, qualcuno attivamente, per piacere. Jens preferiva questi ultimi, naturalmente. A lui erano sempre piaciuti i maschi della sua età o più giovani, ma già puberi, comunque. La prima volta era stato a tredici anni: il padre aveva visto una bella contadinella ed aveva fermato il cavallo. Era sceso e Jens l'aveva imitato. Mentre si avvicinavano alla ragazza, Jens notò che accanto aveva un ragazzino bruno dagli occhi grandi e scuri, bellissimo.
Il padre disse alla ragazza: "Sei pronta, ragazza?"
"Sì, Signore..." aveva risposto questa arrossendo.
"Comincia, allora." aveva detto il padre alzandosi la tunica e mostrando il membro già sodo ed eretto.
La ragazza s'era inginocchiata in terra ed aveva cominciato a leccare il membro del cavaliere.
Il padre aveva allora chiesto al ragazzino che guardava in silenzio: "Sei suo fratello?"
"Ss-si, si-signore"
"Bene, imita tua sorella e datti da fare con mio figlio: è ora che diventi uomo!" disse e sollevò la tunica di Jens: ridacchiò quando vide che anche questi inalberava una potente erezione.
Il ragazzino si inginocchiò davanti a Jens e, guardando di tanto in tanto la sorella, si occupò del membro del figlio del cavaliere. Jens sobbalzò per l'intensità del piacere, nel sentire la lingua del ragazzino sul proprio membro eccitato. Era la sua prima volta...
Poi il padre fece alzare la ragazza, le fece sfilare la tunicella e la prese di gusto: "Non sei più vergine, eh?"
"No, Signore." rispose la ragazza arrossendo.
"Chi ti ha sverginato?" chiese l'uomo continuando a fotterla.
"Un... un ragazzo del villaggio."
"Vi piacete?"
"Sì, Signore."
"Vi sposate?"
"Sì, Signore..."
"Bene, bravi. Ehi, Jens, fotti il ragazzino, no? Datti da fare!"
"Ma... padre, lui... lui mica ce l'ha il buco qui davanti!" disse il ragazzo mentre palpava il pisellino duro del contadinello.
Il padre rise divertito: "I maschi si prendono di dietro, tonto!" gli disse bonariamente.
Jens capì e fece girare il ragazzino. Gli si addossò e cercò di penetrarlo.
"Padre... non ci riesco." si lamentò dopo alcuni tentativi.
"Spingi più forte."
"Mi fa male e non vuole entrare..."
L'uomo chiese alla ragazza: "È ancora vergine, il maschietto?"
"Credo di sì, Signore."
"Ah, bene: la prima volta per mio figlio e la prima per tuo fratello. Una fortunata coincidenza, lode alla dea Frei! Jens, mettici lo sputo... e tu, ragazzino, spingi come se dovessi cacare..."
"Wuuuh!" esclamò Jens mentre finalmente iniziava a penetrare nell'inesplorato canale del contadinello.
"Ooohh!" mormorò il ragazzino con una smorfia mista di dolore e piacere.
E il figlio del cavaliere, finalmente, riuscì a fare la sua prima cavalcata sessuale, con evidente gusto.
Quando entrambi si furono sfogati, il padre guardò con occhi fieri il figlio, Jens con occhi sognanti il padre.
Questi frugò nella scarsella e ne trasse due monete di rame; le porse alla ragazza: "Tieni, una per te, per il tuo matrimonio. Una per tuo fratello, per la sua verginità perduta."
"Oh, grazie, signore! Siete buono, voi..." disse la contadinella prendendo lesta le due monete e baciando la mano dell'uomo
Questi cinse con un braccio le spalle del figlio e si avviò soddisfatto verso i loro cavalli...
Jens, in seguito, ci provò anche con una ragazzetta, ma presto scoprì che preferiva di gran lunga i maschi... come il suo Altma... Altma che, appena diventato suo scudiero, gli si era inginocchiato davanti, gli aveva sollevato la tunica e, da vero esperto, aveva iniziato a dargli piacere con una passione che dopo cinque anni non era scemata affatto.
Altma che in breve aveva scoperto tutti i suoi punti più sensibili, sì da protrarre il godimento del suo cavaliere per un'intera notte o farlo venire in pochi minuti, ma sempre con il massimo piacere. Altma sempre pronto e felice di compiacerlo con tutto se stesso.
Altma l'astuto! Mentre lo scudiero, ora anche lui nudo, gli si sfregava addosso succhiandogli ora un capezzolo ora l'altro, portandolo lentamente ma inesorabilmente verso le più alte vette del piacere, Jens ripensò divertito a come il ragazzo era riuscito a farsi "scegliere" come scudiero.
Altma, figlio anche lui di un cavaliere, aveva saputo che Jens doveva trovare uno scudiero. Il giovane, appena ricevuta l'investitura, aveva sparso voce che, l'indomani all'alba, avrebbe esaminato tutti gli aspiranti scudieri. Ad Altma piaceva molto Jens: alto, solido, con un sorriso luminoso, sicuro di sé, sempre allegro e, soprattutto, giovane... sì, gli piaceva da morire. Doveva a tutti i costi diventarne lo scudiero! Altma pensò: non è che non avesse buone probabilità, ma lui voleva la certezza. Pensa che ti pensa... infine trovò. Sottrasse un paio di monete di rame dalla scarsella del padre e girò per il castello, finché trovò un servo della sua statura. In cambio delle due monete, si fece dare la sua tunichetta. A notte, nascosta la propria bella tunica ornata, indossò quella del servo e, quando la lanterna nella casa di Jens fu spenta, si stese a dormire davanti alla soglia.
Era ancora buio quando arrivò il primo ragazzo.
Altma, svegliatosi, gli disse: "Il mio padrone, il cavaliere Jens, mi ha detto di avvertire che ha già scelto... puoi tornare a casa..."
L'altro, con aria un po' delusa, fece dietrofront e scomparve nel buio. Se Altma fosse stato vestito da uomo libero, essendo della stessa età, non gli avrebbe creduto. Ma vestito da servo era credibile, come il ragazzo aveva previsto. Nello stesso modo mandò via tutti gli altri man mano che si presentavano. Solo un ragazzotto di quindici anni fu un po' più duro da convincere.
Altma gli chiese: "Ma a te piacciono i maschi?"
"Certo! Maschi e femmine!" rispose l'altro deciso.
"Perciò non sei vergine, immagino."
L'altro rise e disse: "Certo che no!"
"Neanche di dietro?" chiese Altma fingendosi stupito.
"Certo che no!" ribadì fiero il ragazzotto.
Altma sospirò: "Allora, comunque, non avresti avuto possibilità: la prima cosa che il cavaliere avrebbe fatto, sarebbe stato infilarti un dito nel culo per verificare... e t'avrebbe subito scartato..."
L'altro allora fece spallucce e se ne andò, accigliato, borbottando fra i denti: "Chissà perché a tanti cavalieri piace fottermi ma nessuno mi vuole come scudiero..."
Quando fu l'alba, Altma si cambiò rapidamente rimettendosi la sua tunica da uomo libero. Sapeva che di solito, quando l'appuntamento era all'alba, gli aspiranti si presentavano prima del sorgere del sole, in modo di farsi trovare pronti quando il cavaliere avesse aperto la porta. Perciò, ragionevolmente, non sarebbe più dovuto arrivare nessuno.
Jens aprì la porta. "Ci sei solo tu?"
"Sì, cavaliere... sono qui da stanotte..."
"Curioso, pensavo che dovesse esserci almeno una mezza dozzina di ragazzi pronti a diventare scudieri... Va bene, entra." disse e lo precedette nella vasta cucina.
Sedette ed Altma gli si inginocchiò davanti.
"Che fai? Perché t'inginocchi?"
"Non vuoi vedere se so darti piacere?" gli chiese con occhi maliziosi il ragazzino.
"Beh, anche, ma non solo questo... Sai pulire un'armatura?"
"Sì, e tenere affilata un'arma: mio padre è il cavaliere Brutch."
"Ah, quindi conosci anche..."
"Tutto quello che uno scudiero deve saper fare. Ma sono pronto ad imparare tutto ciò che tu vorrai da me." rispose il ragazzo infilandosi fra le gambe divaricate del giovane che, istintivamente, le aprì per fargli spazio.
Altma si sentì incoraggiato e pose le mani sulle forti cosce del neo-cavaliere ed iniziò a carezzarle lievemente all'interno, salendo pian piano verso il membro del giovane. Presto la tunica si sollevò a tenda, con gran piacere di Altma.
"Togliti la tunica, cavaliere, mettiti a tuo agio..." suggerì il ragazzo mentre le sue dita sfioravano il pesante sacco di testicoli suscitando un intenso fremito nel giovane.
Jens sorrise, si alzò e si sfilò l'indumento, restandogli nudo di fronte, il membro già bellamente eretto e palpitante.
"Wauu! Sei un bellissimo uomo, cavaliere..." disse Altma iniziando a titillarlo con la lingua mentre le sue dita sfioravano i punti più sensibili del corpo dell'altro e mentalmente prendeva nota di dove il bel maschio rispondeva con più forti fremiti.
A Jens cominciava a piacere quel ragazzo: era ben fatto e ci sapeva fare, ma soprattutto era evidente che gli piaceva far sesso.
"Sei mai stato con una donna, tu?" gli chiese mentre questi gli prendeva la punta del membro fra le labbra calde e morbide. Altma scosse la testa, ma continuò a farsi scivolare il membro fra le labbra e con la lingua ne solleticava la parte bassa, più sensibile.
"Ti piace il cazzo, eh!" disse Jens divertito ma compiaciuto.
Altma annuì facendosi pentrare la verga ormai dura come acciaio, in gola.
Jens gli carezzò i capelli, e ne trasse a sé il capo finché il naso del ragazzo fu premuto contro il suo pube: "Ehi, l'hai preso tutto! Sei davvero in gamba." disse ed iniziò a fotterlo in bocca con lenti va e vieni.
Altma sentiva l'eccitazione del giovane crescere a poco a poco ed era a sua volta terribilmente eccitato. Ma dopo poco, Jens si sfilò completamente dalla bocca del ragazzo. Questi lo guardò stupito, quasi addolorato.
Jens gli sorrise: "Vieni su, ti voglio nel mio letto, ti voglio godere a fondo, ragazzo!"
Nudi, salirono, Altma si sentiva felice.
Quando stavano per entrare nella stanza di Jens, la madre del cavaliere uscì dalla sua.
Guardò da capo a piedi il ragazzo e chiese: "È il tuo nuovo scudiero?"
"Penso di sì, madre, ma devo finire di esaminarlo."
"Sembra un bel ragazzo... non sei il figlio del cavaliere Brutch, tu?"
"Sì, Signora." rispose Altma lievemente imbarazzato, non tanto della propria nudità, quanto della propria implacabile erezione.
"Sii un buono scudiero, ragazzo, come il mio Jens sarà un buon cavaliere."
"Sì, Signora, certo, Signora." rispose radioso Altma.
"Bene," soggiunse la donna sorridendo al figlio, "vi lascio al vostro... esame." e si avviò lesta al piano di sotto.
Jens cinse le spalle al ragazzo, scostò la tenda ed entrò nella propria camera.
Salì sul letto e si stese, le gambe divaricate, il membro ritto verso il soffitto: "Allora, Altma, vediamo che cosa sai fare..." disse facendo un cenno con la mano, invitandolo a salire anche lui.
Altma avrebbe voluto precipitarsi, invece si accostò lentamente, con sensualità...
Quando finalmente scesero, dalla cucina saliva già un invitante profumo.
La madre li accolse con un "Ehi, è stato lungo l'esame! Soddisfacente?"
Altma si sentì arrossire di nuovo.
Jens rispose: "Sì madre, soddisfacente. Altma sarà il mio scudiero. Sa come tenere armi ed armatura..."
"Specialmente le armi, le sa lustrare bene, vero?" disse con un sorriso malizioso la donna guardando il membro del figlio, ora morbido ma ancora lucido di saliva.
Altma, questa volta, non arrossì.
"I vostri panni sono sulla panca. Tra poco si mangia. Ho preparato per tre."
"Altma mangia con noi..." disse Jens lievemente incerto.
"Lo so, le tue sorelle sono andate dalla zia." rispose la madre tranquilla, tornando ad affaccendarsi ai fornelli.
Altma era al servizio di Jens da tre mesi quando questi scoprì il suo sotterfugio. Lo scoprì per caso, quando il giovane scudiero di un compagno, gli chiese come mai avesse preso un servo come scudiero...
"Non è un servo, è il figlio di un cavaliere..." disse Jens stupito per quella domanda.
Lo scudiero allora gli narrò di come fosse stato allontanato da Altma travestito da servo...
Jens si arrabbiò molto. Tornato a casa, chiamò Altma e lo picchiò mentre gli diceva quello che aveva scoperto: non lo aveva mai picchiato, prima. E gli disse di tornarsene dal padre, che non lo voleva più.
Altma gli si inginocchiò davanti: "Non mandarmi via, ti prego... non sono stato un bravo scudiero, fino ad ora?"
Jens voleva rispondere di no, ma onestamente non poteva. "Sì, ottimo, anche. Ma come posso fidarmi di te che mi hai mentito?"
"Mentito? Non ti ho mentito, signore, non a te... solo agli altri ragazzi, non a te. Non mi mandare via, ti scongiuro! Io di solito non mento, e non mentirò mai più, costi quel che costi... ma io... io do-ve-vo entrare al tuo servizio, cavaliere. E non avevo altro mezzo..."
"Forse avrei scelto te ugualmente..." disse lievemente ammansito il cavaliere.
"Forse... non è di sicuro, e io volevo essere sicuro... da quando avevo tredici anni ti ho sognato, ho desiderato essere tuo. Anche quando facevo l'amore con altri, prima di diventare tuo scudiero, chiudevo gli occhi e immaginavo che fossi tu a fare l'amore con me. E quando tuo padre ha raggiunto gli antenati, mi sono subito dato da fare per imparare ad essere un buono scudiero e... non sei contento di me?"
"Non di questo tuo sotterfugio." rispose secco il giovane.
"Non mi mandare via, ti scongiuro!" ripeté il ragazzo, prostrato a terra, in lagrime.
Jens sembrò riflettere per qualche istante, poi disse: "D'accordo, ti tengo... Ma per punizione..."
"Sì?" chiese Altma con un filo di gioia a stento trattenuta nella voce.
"Per punizione... niente sesso per tre lune!"
"Ooohhh..." disse lievemente deluso il ragazzo, ma felice di restare accanto all'uomo che adorava.
Non passarono tre lune, e neppure una. Dopo soli cinque giorni e cinque notti il desiderio di Jens era tale che, magnanimamente, annunciò al suo scudiero che l'aveva perdonato e lo riammise nel proprio letto. Non dormirono per tutta la notte: Jens doveva recuperare i giorni perduti. Nella stanza accanto le due sorelle ridacchiarono nel sentire i prolungati mugolii di piacere: davvero il loro fratello era uno stallone in calore: speravano di travare anche loro, un giorno non lontano, un uomo così focoso! ma a cui piacessero le donne.
LA MAGA ZEDEE
Nella città alta vi è una vecchia e grande casa che tutti conoscono molto bene: è la casa della maga Zedee.
Un tempo questa donna viveva a corte, come maga e sacerdotessa della dea madre. Un tempo era una donna avvenente. Toccava a lei compiere i bei riti di Primavera, d'Estate, d'Autunno e d'Inverno. Era rispettata. La sua rovina fu il suo smodato desiderio sessuale, per cui tentava con ogni mezzo di accoppiarsi con donne ed uomini purché fossero piacenti. Non era difficile, in quei tempi, in cui il sesso era ancora una cosa libera, da godersi in qualsiasi sua forma, e per lei che sapeva essere affascinante.
Così, un giorno, riuscì a fare l'amore anche con il re, il padre di Waltha.
Quando scoprì di essere incinta del re, però, capì che la sua spensierata follia era giunta al termine: il frutto dell'unione non sancita, il figlio bastardo di un re, avrebbe dovuto essere ucciso e lei non voleva. All'inizio riuscì a nascondere il fatto di essere incinta. Ma capì che non vi sarebbe riuscita a lungo. Così annunciò che doveva partire per un pellegrinaggio. Abbandonò tutto, lasciò la capitale e, per sicurezza, anche il regno. Vagò finché trovò ospitalità presso un tessitore. E qui, infine, le nacque il figlio, un maschio, a cui pose nome Atlah. Appena il piccolo fu in grado di camminare, Zedee abbandonò il tessitore e riprese lentamente la via del ritorno. Lungo il cammino viveva praticando la magia ed insegnando al piccolo a riconoscere e trovare le piante sacre e le piante medicinali, sia quelle positive che quelle negative.
Quando giunse alla capitale il piccolo aveva sei anni: il re era appena morto e suo figlio Waltha era diventato re. Nessuno pareva ricordare la sacerdotessa Zedee, o, se qualcuno la ricordava, non dette a vederlo. Zedee iniziò a vendere i suoi servigi di maga, abitando, all'inizio, sotto una tenda accanto alla porta fra la città alta e la città bassa. Si faceva pagare in monete o beni da chi non le interessava ed in prestazioni sessuali da chi la attraeva, donne o uomini che fossero.
Il piccolo cresceva: fisicamente assomigliava alla madre, dal padre aveva preso solo i capelli ramati e le dimensioni del membro. Anche come carattere assomigliava alla madre: già a dodici anni era a caccia di avventure sessuali sia con maschi che con femmine; anche lui pareva insaziabile. La madre lo sorprese che danzava sul grembo di un giovane soldato steso a terra, impalandosi sul suo membro ritto, gli occhi del piccolo lucidi di forsennato piacere. Il soldato si scusò affermando che era stato il piccolo a volerlo e la donna non se ne stupì né stentò a crederlo: solo, guardando il bel corpo del giovane, gli disse che, finito con suo figlio, avrebbe dovuto accontentare anche lei... Non di rado madre e figlio si scambiavano le loro conquiste, quando entrambi ne erano interessati. Ma non facevano mai sesso uno davanti all'altra, a parte quella prima volta che la madre l'aveva scoperto col soldatino: ognuno aveva la sua stanza.
Al ragazzino piacevano enormemente tutti e due i ruoli, attivo con le femmine e passivo con i maschi. Ma quando aveva esplorato tutte le possibilità con un compagno o una compagna di letto, quando l'aveva goduto a fondo, lo dimenticava ed andava in cerca di nuove avventure. E sulla sua cintura incideva con la punta di un coltello una punta di freccia per ogni maschio da cui si era fatto prendere ed un cerchietto per ogni femmina che aveva preso... Presto avrebbe dovuto farsi una cintura nuova...
Atlah presto sviluppò un suo stile riguardo al sesso: gli piaceva prendere le donne con rude veemenza, fino a farle gridare in un misto di piacere e dolore e gli piaceva essere preso dagli uomini con altrettanta veemente rudezza ed era lui a gridare come una donna, in preda a dolore e piacere. Il ragazzo trasudava sesso da tutti i pori. Ben pochi sapevano resistere alle sue avance: possedeva un fascino tenebroso e sensuale che faceva fremere chiunque incontrasse il suo sguardo.
La maga un giorno scoprì che, quando lei giaceva con un uomo, riusciva a leggerne i pensieri. Poi scoprì anche che, nel momento dell'orgasmo dell'uomo, riusciva anche a condizionare i pensieri del suo partner. Così iniziò la sua arrampiacata sociale: non chiedeva troppo alle sue compiacenti vittime, perché era astuta e non voleva far insospettire nessuno. Ma abbastanza per avere una vita sempre più agiata. Fu così che, da uno dei suoi clienti più assidui, sia per le magie che per il sesso, riuscì a farsi regalare la casa in cui tutt'ora viveva, una bella casa antica di due piani nella città alta, con un piccolo giardino, e, unica fra tutte le case, con il tetto di paglia. Il mercante che gliela aveva regalata era ricco ed aveva molte case, e quella non era neppure la più lussuosa. Ma per Zedee era perfetta. Era una donna ambiziosa, ma aveva il senso della misura. A parte per il sesso...
Ai suoi tempi era stata un'ottima sacerdotessa, ora era una buona maga. In città quasi tutti ricorrevano ai suoi servigi per avere filtri d'amore, amuleti per togliere il malocchio, oppure per sapere se e quando iniziare un'impresa, per sapere a chi e quando maritare una figlia, per curare malanni, per predire il futuro ad un nascituro, per ritrovare vigore, per riposare bene la notte e così via. Lei aveva qualcosa per tutti.
Era molto fiera del suo Atlah che cresceva dritto come un fuso, snello, fiero ed intelligente e lo preparava a diventare un buon mago. Ne era fiera anche perché sapeva che nelle vene del giovane scorreva sangue di re. Questo era un segreto che non aveva mai svelato a nessuno, neppure al figlio, per timore delle conseguenze. La legge non cessava di aver valore, anche dopo tanti anni.
Zedee venne a sapere dei tornei. Anche lei era a conoscenza dell'esistenza della corona ferrea e quando seppe che i tre cavalieri prescelti sarebbero andati a cercarla, decise che doveva impadronirsene per suo figlio. A tutti i costi. Ma anche lei non riuscì a sapere dove questa fosse custodita, quindi decise che doveva lasciare che i cavalieri la cercassero, ma che doveva fare in modo, al loro ritorno, che la consegnassero a lei e non al re.
Non le sarebbe stato difficile convincerli, bastava che avesse sesso con loro e durante l'orgasmo li avrebbe condizionati. Doveva solo aspettare di sapere chi fossero i tre prescelti e poi...
Anche di questo progetto non disse nulla neppure ad Atlah... gli avrebbe fatto una bella sorpresa, il giorno in cui gli avrebbe offerto la corona e svelato di essere figlio di re... E re Waltha sarebbe così diventato un qualsiasi suddito di suo figlio... L'idea la faceva sorridere, le piaceva davvero molto.
HARTI E KIMON
Harti guardava il suo scudiero Kimon: a diciotto anni, era un gran bel ragazzotto. Ancora un paio d'anni e sarebbe stato investito cavaliere. E lui avrebbe dovuto cercarsi un altro scudiero. Gli dispiaceva un po' perdere quel ragazzo...
Kimon si sentì osservato e si girò: vide lo sguardo assorto del suo cavaliere e gli sorrise appena. Quando si sorridevano i loro nove anni di differenza parevano annullarsi di colpo. Lui adorava il suo cavaliere, lo amava d'un amore sincero, ma Harti, pur volendogli molto bene, non ricambiava quel sentimento profondo, Harti non si sentiva di legarsi per sempre a qualcuno, gli piaceva godersi la vita con tutto ciò che offre, compresi i bei ragazzotti maturi e pieni di voglia di far sesso che, dal castello alle campagne, popolavano il reame. E non era difficile per Harti conquistare un ragazzo: era davvero un bell'uomo, nel fiore del suo vigore. Kimon era segretamente geloso, ma accettava, per amore, che il suo cavaliere si distraesse di tanto in tanto con un bel galletto ruspante...
Ad Harti ed a Kimon, le donne proprio non interessavano. Non erano mai interessate a nessuno dei due. Anche se a Kimon bastava il cavaliere ed al cavaliere non bastava lo scudiero, la loro intesa fisica e spirituale era perfetta. Era stata perfetta dal primo giorno in cui si erano incontrati: Kimon aveva sedici anni ed Harti ne aveva ventidue.
Era notte, Harti era andato al pozzo a lavarsi. Nudo, il bel corpo bagnato, carezzato dalla luna quasi piena, Harti si sfregava vigorosamente il petto ampio e la cosce sode, incurante del fresco della notte di prima primavera. Kimon, che non riusciva a dormire, era uscito di casa: al rumore dell'acqua, era andato verso il pozzo e l'aveva visto: gli era sembrata la visione di un dio sceso in terra.
Affascinato, il ragazzo s'era accostato, i suoi piedi nudi non facevano rumore sul selciato della grande corte. Il corpo del cavaliere pareva fatto di liquido argento, i suoi capelli parevano un cespuglio d'oro fino. Kimon s'era eccitato al pensiero di poter toccare quel corpo. Si sfilò la tunica e, nudo, s'accostò al giovanotto che finalmente lo vide.
"Vuoi che ti lavi la schiena, cavaliere?" chiese il ragazzino con voce quasi tremante per l'emozione, sentendosi un groppo in gola.
"Anche tu sei venuto a lavarti?" chiese il cavaliere guardandolo avvicinarsi.
"Sì..." disse il ragazzo incantato dalla voce bassa e virile.
"Bene, ragazzo, allora lavami la schiena che poi io la lavo a te, vieni."
"Non c'è il tuo scudiero?" chiese il ragazzo fremente, fermandosi ad una spanna dal bel corpo muscoloso del giovanotto.
"No, sta facendo la veglia d'armi, alla luna piena sarà investito cavaliere."
"E... hai già scelto il tuo nuovo scudiero?" chiese Kimon mentre iniziava a sfregargli l'ampia e dritta schiena.
"Non ancora. Lo potrò fare solo dopo che Thul sarà nominato cavaliere."
"Ancora tre notti, dunque... Hai per caso già in mente qualcuno, cavaliere?" chiese titubante il ragazzo.
"Vorresti essere tu il mio scudiero?" chiese divertito il giovanotto girandosi così in fretta che le mani del ragazzo, che stavano sfregando le sode natiche, si trovarono improvvisamente sul membro eretto del cavaliere.
Kimon tremò, eccitato ed imbarazzato, e ritirò le mani come se fosse stato scottato da una verga rovente. Harti gli carezzò lievemente i capelli e ripeté la sua domanda. Il ragazzino non riusciva a distogliere lo sguardo dal membro ritto che puntava sul suo petto.
"Ehi, hai perso la lingua?" chiese divertito il cavaliere continuando a carezzare il capo del ragazzo.
Questi interpretò male le parole del giovane e la sua mano sul capo: si chinò ed iniziò a leccare il palo del bellissimo uomo.
"No..." sospirò Harti con piacere, rendendosi conto del felice sbaglio del ragazzo, "non l'hai persa la lingua, a quanto pare..."
Il ragazzo s'era inginocchiato e, mentre con le due mani impastava dolcemente i due testicoli grossi e gonfi, aveva iniziato a succhiare con goloso trasporto il membro dell'uomo.
"Sei vergine, ragazzino?" gli chiese carezzandogli la nuca ed il collo.
Kimon si staccò per un attimo dal suo gradito compito, guardò in su e mormorò: "In bocca no, ne ho succhiati parecchi, ma dietro sì..."
"E... mi offriresti la tua verginità?"
"Se la vuoi puoi prenderla... ma ti confesso che ho un po' paura..."
"Paura, e di cosa?"
"Sei così grosso, qui... non mi farai male?"
"Cercherei di non fartene... Cosa vorresti in cambio della tua verginità?"
"In cambio?" chiese stupito il ragazzo continuando a carezzare soavemente il bel membro ancora turgido.
"Non chiedi in cambio che io ti prenda come mio scudiero?"
"Oh!" esclamò il ragazzo, poi soggiunse: "Certo, mi piacerebbe, ma... Davvero mi vorresti?"
"E perché no?"
"Io non so fare niente, come scudiero..."
"Non sei figlio di cavaliere, tu?"
"Sì, ma sono il quarto di quattro, mio padre non ha perso tempo ad insegnarmi le arti marziali né la vita da cavaliere... o da scudiero... io sono destinato ad andare a lavorare nella città, come tanti figli minori..."
"Ma a te piacerebbe diventare il mio scudiero?"
"Sì... sì che mi piacerebbe."
"E tu m'hai offerto la tua verginità senza pensare di ricavarne nulla in cambio?"
"È così."
"Ma perché?"
"Perché sei il più bell'uomo che io abbia mai visto."
"E quanti ne hai visti?" chiese ridendo lieve il giovanotto, sentendosi sempre più attratto da quel bel ragazzo.
"Non pochi... anche nudi... specialmente quando mi chiedevano di godere fra le mie labbra."
"E nessuno t'ha mai chiesto di goderti dentro, da dietro?"
"Sì... è capitato."
"E tu hai sempre rifiutato?"
"Sì..."
"E perché?"
"Un po' per timore, un po' perché... non lo so neanche io, forse non mi sentivo ancora pronto."
"E ora ti senti pronto al gran passo?" chiese divertito il giovane cavaliere.
"Credo proprio di sì, almeno da quando ti ho visto così nudo, poco fa."
Harti aveva deciso di prenderlo come scudiero, ma non volle dirglielo subito. "Perché non vieni in casa mia, nel mio letto, almeno posso approfittare della tua offerta..."
Il ragazzo s'alzò prontamente in piedi, con un'espressione seria e Harti pensò che volesse tirarsi indietro.
Invece disse: "Sì, andiamo." e, chinatosi a prendere la sua tunichetta, senza infilarla, prese per mano il giovanotto e lo seguì in silenzio.
Harti sentì il cuore battergli in petto con vigore. Stava per deflorare un ragazzo, era un privilegio raro. Un ragazzo che si era affidato completamente a lui, era un onore. Un ragazzo schivo ma deciso, ben fatto, era un piacere. Harti non s'era mai sentito tanto eccitato in vita sua.
Lo prese in braccio: com'era leggero! Lo strinse al petto: com'era caldo! Lo guardò negli occhi: com'erano puri! Sì, lo voleva, voleva farlo suo.
Salito al primo piano, lo stese sul proprio letto e gli salì sopra col corpo, coprendolo completamente.
Lo guardò seriamente negli occhi: "Davvero, ragazzo, vuoi che io prenda la tua verginità?"
"Sì..." mormorò Kimon fremendo.
"E se ti facessi male?"
"Tanto?" chiese il ragazzo ma senza mostrare paura.
"Cercherò di non fartene, ma la prima volta... e il mio arnese non è piccolo..."
"No, non è piccolo. Però prendimi."
"Va bene. Se ti facesse male, se vuoi che io smetta, dimmelo... cercherò di smettere, te lo prometto."
"Cercherai?" chiese il ragazzo mentre Harti gli sollevava le gambe premendogliele contro il petto.
"Sì, se l'eccitazione non mi farà perdere la testa... perché tu mi stai eccitando oltre ogni misura..."
"Io? Chissà quanti ragazzi hai preso, tu, e anche più belli di me..."
"Ne ho presi tanti, è vero, ma mai nessuno mi si è offerto come hai fatto tu. Anima e corpo."
"Sì, anima e corpo..." rispose Kimon con voce sognante: sentiva di aver fatto la scelta giusta nell'offrirsi a quel giovane cavaliere. "Prendimi, ti prego." ripeté convinto.
Harti scese col capo fra le piccole natiche sode pienamente esposte, le divaricò con le grandi mani ed iniziò a leccare il forellino nascosto. Lo sentì fremere ed il ragazzo emise un lungo sospiro, rilassandosi. Lo insalivò bene, a lungo, premendo di tanto in tanto la punta della lingua a forzare la porta segreta. Kimon gli si premé contro gemendo lieve. Dopo un po' il giovane, insalivatosi il dito medio della mano sinistra, iniziò a penetrarlo.
"All'inizio ti potrà fare male, credo... ma se ti rilasserai, sentirai meno dolore. E poi, a poco a poco, anche tu comincerai a provare piacere. Ricordo che a me, la prima volta, aveva fatto male per qualche giorno, ma ogni volta il piacere aumentava e la pena diminuiva..."
"Con chi l'hai fatto, col tuo cavaliere?"
"No, l'ho fatto con lo scudiero di mio padre. Sei pronto, Kimon?" gli chiese sostituendo al dito il membro che aveva lubrificato accuratamente usando per la bisogna un pezzetto di finissimo lardo.
"Sì, spingi..."
Harti iniziò a spingere, mentre con una mano gli carezzava il piccolo membro dritto e con l'altra gli stuzzicava i capezzoli. Kimon fremette e chiuse gli occhi. La punta del massiccio membro premeva implacabile sulla stretta apertura inviolata.
"Rilassati, ragazzo mio, rilassati... lasciami entrare... Ti voglio!"
"Ci... ci sto provando..." gemette Kimon iniziando a sudare.
"Rilassati, per tutti gli dei, rilassati!" ripeté con voce lievemente affannata il cavaliere premendo con maggiore forza.
Lo voleva, lo voleva, voleva quel bel ragazzo anche a costo di fargli male... no, questo no, si disse subito, quasi vergognandosi del proprio istinto. Facendo violenza su se stesso, smise di spingere. Si chinò sul ragazzo e gli mordicchiò un capezzolo. Frattanto, ripreso il lardo, si unse un dito e gli lubrificò di nuovo il buchetto, spingendo il dito dentro pian piano.
"Oh, Kimon. Kimon... ti voglio!" gemette quasi, in preda ad un tremendo desiderio.
"Sì, anche io vi voglio dentro di me..."
"Rilassati, ti prego, lasciami entrare da te..."
"Sì, prendimi! Anche se griderò, anche se ti pregherò di smettere, prendimi! Anche se mi farai male, fammi tuo!" sussurrò quasi.
Con entrambe le mani, prese delicatamente il membro dell'uomo e lo guidò fra le sue piccole e sode natiche divaricate, sul forellino palpitante in attesa.
Harti spinse e si sentì scivolare dentro il dolce bersaglio che si stava divaricando a poco a poco, tremante, sotto la sua vigorosa spinta.
"Aaaahahhhaaaaaaaa!" gridò il ragazzo in preda al dolore, chiudendo stretti gli occhi ma spingendosi con forza contro la colonna di carne che lo stava iniziando ad invadere.
"Nnnhhghhh!" gemette Kimon quando finalmente il glande, vinta la prima istintiva resistenza dell'inviolato sfintere, gli fu completamente dentro.
Di colpo il ragazzo si rilassò ed Harti iniziò ad affondare in lui quasi senza più spingere. "Ti sento... oooohhh... spingi..." mormorò Kimon sentendo il sudore colargli di dosso a rivoli.
Quando, finalmente appagato, il giovane cavaliere gli giacque addosso ansimante, pensò che non voleva altri come suo scudiero!
Ma, ripreso fiato, tanto per mettere alla prova il ragazzo, gli disse: "È stato bello. Grazie Kimon. Qualche volta lo rifaremo ancora assieme, vero?"
"Ogni volta che vorrai, sarò tuo, cavaliere..."
"Ma non ti posso prendere come scudiero, se tu avessi avuto un paio d'anni in più, forse, ma..."
"Lo capisco. Ma mi inviterai ancora nel tuo letto?"
"Penso proprio di sì, ogni tanto ti verrò a cercare..."
"Per me va bene, grazie..." rispose il ragazzo con un lieve sorriso.
"Ad ogni luna piena?" chiese divertito il giovane.
"Come vuoi tu, cavaliere, per me va bene."
"Ma tu... che cosa desideri, tu?"
"Io? Il mio più grande desiderio è già stato appagato: essere tuo, e non solo per una volta."
"Ti ho fatto tanto male?"
"Abbastanza, ma non troppo."
"E lo vuoi fare di nuovo con me?"
"Certo."
"Non temi il dolore?"
"No, se c'è un buon motivo."
"Saresti un buon cavaliere, tu..."
"Grazie. Ma non sarò mai cavaliere, io. Spero almeno di diventare un buon artigiano..."
Il ragazzo gli chiese il permesso di rivestirsi e di tornare a casa. Harti l'avrebbe voluto tenere con sé ma gli diede l'assenso. Lo vide andar via. Gli mancò subito: quel ragazzo gli piaceva troppo.
La mattina dopo andò alla casa del ragazzo e chiese al padre di averlo come scudiero. Il padre ne fu sorpreso, ma non aveva motivo di dire di no.
Chiamò Kimon e gli disse: "Il cavaliere Harti ti ha chiesto come suo scudiero ed io ho dato il mio assenso. Preparati, fra due giorni dovrai trasferirti in casa sua."
Gli occhi del ragazzo ebbero un attimo di incredulità, un lampo di sorpresa, poi brillarono: "Grazie, padre... Grazie, cavaliere. Cercherò di essere il migliore scudiero che si possa avere, ve lo prometto!"
"Non ne ho alcun dubbio, Kimon." rispose Harti con un sorriso e, salutati tutti, se ne tornò a casa soddisfatto.
"A che pensi, Kimon?" gli chiese il cavaliere.
"Che tu sarai certo uno dei tre prescelti!"
"Ah sì? e che cosa te lo fa pensare?" chiese divertito Harti.
"Perché tu sei il migliore."
"Tutti gli scudieri pensano così del proprio cavaliere..."
"Non tutti. E poi... non lo so perché, ma lo sento che tu sarai uno dei tre."
"Come avevi sentito che ti avrei preso per mio scudiero?" chiese stuzzicandolo giocosamente il giovane uomo.
"No, quello non l'avevo sentito davvero. Ma avevo sentito che tu eri l'uomo a cui dovevo donarmi, e su questo ho avuto pienamente ragione, mi pare..."
"Sì, avevi indubbiamente ragione..." gli rispose Harti avvicinandoglisi e dandogli una lieve carezza sulla guancia.
Quando erano a quattr'occhi, a volte, il bel cavaliere si lasciava andare a gesti di tenerezza che Kimon gustava profondamente.
Harti uscì, e mentre usciva si chiese perché non riuscisse ad innamorarsi del ragazzo quanto questi avrebbe meritato, perché sentisse sempre lo stimolo a cercare nuove avventure sessuali, pur volendo bene a Kimon più che a un fratello, più che a un figlio, più che a un amico? Kimon avrebbe meritato amore più che affetto, ma lui, onestamente, non riusciva a dargli che questo... E poi, comunque, un giorno Kimon sarebbe diventato cavaliere e la loro relazione sarebbe dovuta finire...
Avrebbe mai più trovato uno scudiero perfetto come Kimon?