A sera ancora non erano in vista del torrente. Vokka si rendeva conto che Rohde rallentava la sua marcia più di quanto avesse previsto, ma non disse nulla. Sapeva anche che quando avessero raggiunto il torrente, se da solo, avrebbe potuto raggiungere il castello in meno di tre giorni. A quel punto avrebbe visto e deciso che cosa era meglio fare. Era il ventitré sera, quindi aveva ancora sei giorni di tempo davanti. Continuarono a camminare finché ci fu luce. Vokka si sentiva la spalla un po' indolenzita. Rohde non s'era mai lamentato ma da come si lasciò andare a terra appena si fermarono, Vokka capì che doveva aver sofferto parecchio.
"Come va, Rohde?"
"Bene..."
"Perché dici bene! Ti ho chiesto come va non per fare il gentile, ma per saperlo!" lo rimbeccò Vokka brusco.
Il ragazzo lo guardò di sotto in su, un po' sorpreso: "Sono stanco morto..."
"E il piede?"
"Batte... fa male..."
"Altro?"
Rohde sorrise timidamente: "Ho fame... e sete."
"Anche io. Adesso mangiamo e beviamo... no, mangiamo solo, ormai l'acqua non è più molto pulita. Tanto vale che la uso per lavarti un po', altrimenti le ferite si possono infettare. Stenditi."
Il ragazzo si stese e Vokka usò l'ultima acqua per pulirgli il petto ed il viso, tamponando con un pezzo del suo perizoma.
"Perché fai quella faccia? Ti faccio male?" chiese Vokka.
"No, è che... dovrei andare di corpo..." ripose incerto Rohde.
"D'accordo. Adesso ci spostiamo un po' e io ti tengo su mentre la fai."
"Ma... io..."
"Che, ti vergogni di me?"
"Beh..."
"Non essere stupido. Da solo rischi di cadere e di farti male, o di fartela addosso, o di cascarci dentro, no?"
"Ma per te, stare vicino a..."
"Vuol dire che mi tapperò il naso. Su, andiamo!"
Lo aiutò, poi lo riaccompagnò fino al posto che aveva scelto per passare la notte. Ormai era quasi del tutto buio. Mangiarono, masticando a lungo i pezzi di pesce.
Rohde gli chiese: "Raccontami un po' della tua vita..."
"No."
"Scusa... era tanto per parlare, per conoscerci un po'..."
"Lo so, ma non ho voglia di parlare di me. Se vuoi, parla tu di te..."
Rohde iniziò. Di tanto in tanto Vokka gli faceva qualche domanda.
Poi il ragazzo gli chiese: "Quanti anni hai?"
"Ne ho nove, no?"
"Già, è logico... ma anche se il tuo corpo ne dimostra nove, sembri più grande... sembri quasi un dodicenne per come parli, per come sei sicuro di te."
Vokka sorrise compiaciuto, tanto ormai era buio e l'altro non poteva vederlo.
"Vivi a castello Sun, vero?"
"Di tanto in tanto... Mio padre fa l'Armato lì..."
"Sai che sei un tipo... misterioso?"
"Non ci posso fare niente. Ma non parliamo di me, te l'ho detto."
"Forse è meglio che dormiamo, allora."
"Buona idea."
Anche Vokka si stese. La notte era buia, poiché la luna azzurra era tramontata poco dopo il sole. Una calda umidità esalava dal terreno. Vokka amava il buio. Gli occhi aperti, cercando nel cielo le stelle velate dall'umidità che saliva, pensava. Pensava a Boar che sentiva sotto il suo corpo: caldo, umido, amico. Un amico difficile, a volte duro, selvaggio, eppure amico... A scuola gli ricordavano spesso che un giorno un Primo avrebbe avuto un mondo fra le mani. Vokka non amava questa immagine, gli dava l'idea di un bimbo capriccioso con una palla fra le mani, da girare e rigirare, gettare, afferrare, far rimbalzare a proprio piacere.
No! Lui non avrebbe mai preso Boar fra le mani... Per lui Boar era piuttosto... un amico, appunto, con cui gareggiare, a volte lottare, confrontarsi.
L'aveva detto, un giorno, al Maestro e questi gli aveva dato ragione... troppo in fretta. Chiaramente non aveva capito quello che Vokka aveva voluto dire. Sembrava destino che gli altri non lo capissero... a parte Mar, Tha, Nilko. Può bastare essere capito, almeno in parte, da tre sole persone? Meno che le dita di una mano?
Rhode si lamentò.
"Stai male?" chiese Vokka sottovoce.
"No, mi fa solo male la caviglia... ma non è niente... Non dormi?"
"Non ancora. Sto pensando..."
"Wylad, lasciami qui..."
"No!"
"Perché?"
"Così!"
"Ma io per te non sono niente, nessuno."
"Sei un boariano."
"Ce ne sono molti..."
"Già!"
"Per un Armato le gare sono importanti..."
"È vero."
"Io ti sono d'impaccio..."
"Un po'."
"Allora lasciami qui. Forse riesco a cavarmela da solo."
"No. A questo punto sei legato a me ed io a te. Non possiamo più tirarci indietro, nessuno dei due."
"Ma se io non volessi più muovermi?"
"Ti riempirei di botte, poi resterei qui finché non ti decidi a camminare."
"Mi riempiresti di botte? Bell'amico!" disse Rohde in tono scherzoso.
"Non ho mai detto di esserti amico." ribatté Vokka asciutto.
"Ma... se fai questo per uno che non consideri amico... cosa saresti disposto a fare per un amico?" chiese il ragazzo incuriosito.
"Non lo so." rispose Vokka.
"Wylad?"
"Dormiamo, adesso. Abbiamo bisogno di essere in forma, domattina."
"Va bene."
Il mattino seguente Vokka svegliò Rohde. Mangiarono un po' di pesce e di bacche. Poi Vokka lo aiutò ad alzarsi in piedi e sorreggendolo ripresero il cammino. Lungo la strada non parlarono, per risparmiare le energie. Ora il terreno era più pianeggiante e gli alberi più fitti ma ancora si procedeva abbastanza bene, anche se lentamente. Si fermarono per il pranzo.
"Gliela fai, Rohde?"
"Devo fargliela."
"Fa molto male?"
"Abbastanza."
"Appoggiati di più a me, quando ripartiamo."
"Va bene, grazie. Senti, Wylad... perché non vuoi considerarmi un amico?"
"Perché non è necessario... Ci siamo incontrati per caso... ci lasceremo presto... Cosa ci unisce?"
"Questa strada fatta assieme."
"Non basta."
Rohde non insisté.
"Ripartiamo?" chiese Vokka.
"Sì."
Camminarono per alcune ore. Poi cominciò a sentirsi il rumore del torrente.
"Senti... acqua." disse Rohde.
"Sì, è il torrente che scende fino a Portosicuro."
"Potremo bere, lavarci."
"Certo."
La strada si faceva più difficile. Qua e là cominciavano ad affiorare dal terreno rocce e sassi. Vokka dovette cingere un fianco al ragazzo per sostenerlo meglio. Aveva la schiena indolenzita per lo sforzo, ma non si lamentava. Poi il terreno iniziò a scendere e si cominciò a vedere la sinuosa linea d'acqua fra gli alberi. Presto furono vicini ed il terreno era via via più scivoloso. Vokka doveva puntare i talloni con forza per sostenere il proprio peso e quello dell'altro. Finalmente raggiunsero la riva.
"Lasciati andar giù pian piano, siedi." disse Vokka aiutandolo, poi gli si accoccolò vicino. "Adesso ti sfascio il piede, poi ci spogliamo ed entriamo in acqua. Ecco... vediamo... è ancora molto gonfio... Fa male qui?"
"Un po'."
"E qui?"
"Ahi! Di più..."
"Adesso provo a muoverlo. Se puoi, resisti al dolore... devo capire se è rotto o no..."
Vokka prese il piede con una mano, delicatamente, e cominciò ad articolarlo mentre con l'altra palpava la caviglia. Rohde strinse i denti, la fronte gli si imperlò di sudore e lasciò sfuggire un basso e breve gemito.
"No, non credo, dovrebbe essere solo una gran brutta storta."
Il ragazzo annuì. Allora Vokka si alzò e si sciolse il perizoma, poi aiutò Rohde a toglierselo.
"Prima entro in acqua io, mi piazzo bene, poi ti appoggi alle mie spalle e sul piede buono e vieni giù anche tu... Così... piano... fai piano... Ecco."
Prima bevvero, poi si lavarono usando i perizomi avvolti a gomitolo per sfregarsi a vicenda il corpo.
"Ah, ci voleva! Amo l'acqua, io."
"È fredda..." disse Rohde.
"Sì, e fa bene. Ti faccio male sulle ferite?"
"Un po'... ma continua."
Restarono un po' in acqua, seduti in modo che le onde arrivassero al collo.
"Wylad?"
"Sì?"
"... niente."
"Bene!"
Dopo un po' uscirono. Strizzarono i loro perizomi bagnati, prima di rimetterseli. Vokka lo guardava insistentemente e specialmente fra le gambe.
"Rohde, hai già fatto l'amore, tu?"
"Sì, due volte."
"Com'è?"
"Piacevole..."
"Ma eri innamorato, anche?"
"No... non credo..."
"Come, non credi?"
"Lì per lì credevo di sì... ma era solo voglia, non veramente amore."
"Solo una cosa fisica, vuoi dire?"
"Eh, più o meno."
"Comunque ti è piaciuto."
"Sì."
"La prima volta quanti anni avevi?"
"Sedici."
"E la seconda?"
"Poco prima della maggiore età..."
Vokka calcolò che corrispondeva più o meno a quattordici e sedici anni standard.
"Come si fa l'amore?"
"Beh, ti spogli..."
"No, questo lo so. Per trovare uno che ci sta..."
"Glielo chiedi."
"Così? E basta?"
"Certo, è il modo più semplice."
"La prima volta... tu hai..."
"No, è stata l'altra."
"E tu hai subito detto di sì?"
"Certo, ci pensavo già da un po'..."
Vokka annuì: "Credevo che fosse più complicato..."
"Perché me l'hai chiesto?"
"Perché non ci conosciamo."
"Non dirmi che ti vergogni del sesso!"
"No, è che non ne so ancora granché. Sono troppo piccolo, per ora."
"A volte mi dimentico che hai nove anni..."
"Io no."
Rohde sorrise. Indossarono di nuovo i loro perizomi.
"Parlo sul serio." ribadì Vokka, poi aggiunse, "Se te la senti, andiamo. Prima che sia buio è meglio camminare ancora un po'. Adesso ti rifaccio la steccatura."
"Chi ti ha insegnato?"
"Un Armato deve saper fare queste cose. A voi Artigiani non le insegnano?"
"No, abbiamo il curatore."
"In battaglia non ci sono curatori."
"Ami la battaglia?"
"No."
"Allora perché fai l'Armato?"
"Perché è necessario che qualcuno lo faccia per difendere le città. Perché mio padre lo fa. Andiamo?"
"Andiamo."
Ripartirono e proseguirono fino a notte, camminando un po' più verso l'interno perché in riva al torrente la strada era troppo ineguale.
Camminarono ancora per tutto il venticinque, superando alcuni punti difficili. Caddero anche una volta e Rohde insisté ancora che Vokka lo lasciasse e se ne andasse. Vokka si arrabbiò.
"Lo decido io quando voglio andarmene! Tui sei un bugiardo quando dici di andarmene, non lo desideri davvero!"
"Beh... è naturale..."
"E allora piantala di piagnucolare come un neonato. Anche se non sei un Armato, comportati almeno da maggiorenne."
Rohde annuì: "Scusami, non volevo farti arrabbiare... È solo che non voglio che per colpa mia..."
"Semmai è colpa mia. Non mi hai chiesto tu di aiutarti. So quello che faccio e che devo fare."
Le soste si facevano più frequenti. Passarono la notte stesi sul muschio di un roccione isolato su cui Vokka aiutò Rohde ad arrampicarsi: "Qua sopra è meno umido, si dorme meglio."
Anche il ventisei procedettero, se pure con maggiore fatica. Quel giorno andarono a bagnarsi nel torrente due volte per lenire la stanchezza. Vokka non era tanto stanco alle gambe, che pure gli dolevano, quanto ai lombi ed alle spalle. Per sorreggere l'altro doveva infatti camminare tutto storto e con i muscoli tesi e contratti. La sera del ventisei si fermarono un po' prima del solito. Il pesce stava per finire ma qua e là trovavano bacche e foglie e Rohde conosceva anche una radice commestibile di gusto discreto. Vokka avrebbe potuto tentare di pescare nel torrente ma avrebbe perso troppo tempo così rinunciò. Il pesce spolpacarogne era ancora mangiabile anche se cominciava ad essere secco, ed era meno elastico e più tiglioso che mai.
Si misero a dormire su uno spiazzo erboso abbastanza lontano dal torrente da essere asciutto.
Prima di addormentarsi Rohde disse: "Mi piacerebbe conoscerti meglio..."
"Non c'è tempo... e non serve."
"Serve... in che senso?"
"In tutti i sensi. Io e tu siamo troppo diversi."
"Ma allora, a che serve che tu mi aiuti."
"Devo farlo, e basta."
"Non vuoi parlarmi di te... non vuoi parlare neppure di noi... non ti capisco."
"Pazienza."
"Tu annoio con le mie chiacchiere?"
"No, se no te lo direi."
"Ti credo."
"È già qualcosa."
"Hai degli amici, tu?"
"Uno."
"Ti basta?"
"Sì."
"Ha la tua età?"
"No. Ha trentaquattro anni standard." disse Vokka e si morse la lingua: su Boar pochi sapevano degli anni del calendario standard universale.
Infatti Rohde chiese: "Anni standard? Che vuole dire?"
"Anni e basta. Dormiamo."
Il ventisette ripresero la via lungo il torrente che ora era meno rapido pur essendo la corrente ancora veloce. La marcia era meno difficoltosa ma la stanchezza era grande per tutti e due. La mano destra di Vokka era quasi normale pur recando ancora tracce evidenti della sua avventura marina. Non gli faceva più male ma Vokka sentiva un forte prurito assai fastidioso che neanche la fredda acqua del torrente leniva un granché.
A sera Vokka sistemò Rohde con maggior cura del solito. Poi, prima che facesse buio, raccolse una gran quantità di bacche, radici, frutti e foglie commestibili. Rohde lo osservava in silenzio affaccendarsi attorno a lui. Quando scese il sole, la luna azzurra era già alta nel cielo.
"Rohde?"
"Sì?"
"Ascoltami bene. Domattina presto io parto... da solo. Tu non muoverti da qui. Se non mi sbaglio, il castello è ad una giornata di strada da qui ma non ne sono sicuro. In due rischiamo di non fargliela prima della fine della gara. Da solo, anche se mancasse più di un giorno di strada, dovrei fargliela, perché siamo il ventisette notte ed ho tempo fino al tramonto del ventinove... Il cibo che ho raccolto dovrebbe bastarti per circa tre giorni. Ti prometto di tornare ma tu non muoverti assolutamente da qui. Me lo devi promettere. Domattina ti porto anche dell'acqua con la tasca di foglia. Mangia e bevi poco... Mi dispiace lasciarti, ma ti assicuro che tornerò."
"Va bene, ti credo... farò come dici."
"E..."
"E?"
"Dormi, adesso."
"Volevi dire qualcos'altro..."
"Ho cambiato idea. Dormiamo."
Il mattino del ventotto, presa l'acqua, gli lasciò anche tre dei cinque pezzi di pesce che rimanevano.
"Buona fortuna, Wylad."
"Buona fortuna, Rohde."
"Ti aspetto..."
"Certo."
Vokka partì svelto. Non seguì il torrente ma tagliò in direzione della strada, regolandosi sul sole e guardandosi attentamente attorno per trovare segni di riferimento chiari. Raggiunse la strada a mezzogiorno circa. Sul ciglio della pista lasciò alcuni segni per il ritorno e guardò di nuovo attentamente il luogo, girandosi spesso indietro per riconoscerlo quando fosse tornato.
Dopo poco traversò il piccolo rio che tagliava la strada, a cui aveva bevuto nell'andata. Allora calcolò il tempo che gli ci voleva per tornare al castello: data la sua stanchezza, avrebbe dovuto riuscire a tornare al massimo per il mezzogiorno del ventinove. Camminare sulla pista era molto più agevole. Sperava solo di non fare incontri che lo bloccassero o che gli facessero perdere tempo. Inconsciamente strinse nella mano la sua spina. Doveva cercare di accelerare il passo. Rohde non doveva restare solo per più di tre giorni.
Fino alla sosta della sera non incontrò nessuno. Camminare senza il peso del ragazzo infortunato che gli gravava addosso gli dava quasi un senso di sollievo. Si fermò a mangiare poi riprese il cammino. Mentre il sole tramontava vide in cielo la luna rossa e quella gialla non lontane l'una dall'altra. La loro luce, se pure tenue, gli avrebbe permesso di camminare anche di notte. Finché ne aveva la forza, doveva andare avanti e fare in fretta. Quella notte era meno afosa delle precedenti e si camminava discretamente bene. Pensò a Rohde... anche lui avrebbe dormito meglio.
Quando si sentì troppo stanco si infilò fra gli alberi, cercò un luogo riparato e non troppo scomodo, cambiò le foglie all'ultimo pezzo di pesce, lo rimise nella sacca assieme ai pezzi del suo perizoma e la usò come guanciale. S'addormentò subito.
Il mattino mangiò un po' di vegetali e riprese il cammino. Dopo circa un'ora la pista costeggiava il torrente: ora era sicuro di arrivare al castello verso mezzogiorno. Questo gli ridette un po' di energia ed accelerò il passo. A metà mattina vide arrivare verso di sé qualcuno. Si acquattò fra i cespugli a lato della pista. Dopo poco gli passò accanto un gruppo di Artisti. Camminavano ridendo e scherzando, allegri e rumorosi. Vokka credette di riconoscere fra loro Nehve ed Ezmy e provò l'impulso di chiamarli. Ma non ne era del tutto certo e inoltre non aveva tempo da perdere. Li lasciò passare poi uscì dal suo nascondiglio e riprese la strada.
Le ombre degli alberi, che si stavano diradando, si accorciavano rapidamente. Vide finalmente in lontananza Portosicuro, il suo castello e, più vicino, l'ostello. Si mise a correre. Raggiunse l'ostello in mezz'ora ma non si fermò. La strada in discesa gli permetteva una maggiore velocità. La sua meta si avvicinava e già vedeva la porta della città, aperta, le mura solide, gli alberi cessare quasi del tutto e l'ampio prato sgombro attorno alle mura.
Sentì le grida di incoraggiamento degli Armati che l'avevano scorto. Sempre correndo, con passi ormai disordinati ed irregolari, entrò in città. La gente si fermava a guardarlo passare, qualcuno lo riconosceva e ne diceva agli altri il nome. Vokka sudava ed ansimava forte. Giunse allo spiazzo del castello, entrò di corsa, arrivò al cortile interno. In terra giacevano ancora gli abiti che i gareggianti avevano lasciato. Del suo gruppo ve ne erano ancora sei: tredici compagni erano dunque già rientrati. Vi cadde quasi sopra. Si rivestì velocemente. Frattanto uscivano nel cortile Tha, Nilko, i gonfalonieri, Mar ed il Reggente Shir.
Rivestitosi, Vokka si rizzò, dritto e teso come una picca: "Io... Sunney Wyvok Thou... sono... pronto!"
Tha era emozionato: "Hai seguito tutte le regole della gara?"
"Sì."
"Hai pescato il pesce?"
"Sì, eccone una vertebra a controprova." disse estraendola dalla sacca.
Uno dei gonfalonieri lanciò un'esclamazione: "Spolpacarogne! E bello grosso. Sei riuscito a prendere uno..."
"Sì."
Tha proseguì cercando di mantenere un tono ufficiale: "Hai con te il bracciale?"
"Eccolo!" disse Vokka togliendoselo dal polso e porgendoglielo.
"E la tavoletta con il simbolo Sun?"
"È qui!" disse tirandola fuori dalla sacca e porgendola a Tha.
"I resti del cibo?"
"Ecco: pesce... bacche... frutti... radici... foglie. È tutto."
"Hai seguito la regola di non accettare né dare aiuto?"
Vokka sembrò esitare un attimo, poi disse ad alta voce: "Nessuno ha aiutato me per superare questa gara, né io ho aiutato nessuno a superarla, secondo la volontà del Fondatore."
Allora Tha avanzò, posò una mano sulla spalla del ragazzino stremato e pronunciò la formula rituale: "Se nessuno ha motivi di opposizione, io, Eke Sun, dichiaro che Sunney Wyvok ha superato la prova dei nove anni!" Si guardò attorno e nessuno disse nulla.
Tha ripeté: "Nessuno ha motivi di opposizione?" Nessuno parlò.
"Per la terza ed ultima volta, nessuno ha motivi di opposizione?" Attese un attimo poi disse: "Molto bene. Nel primo giorno del prossimo mese sarai ufficialmente ammesso nel novero dei figli-servi." Poi finalmente abbandonò il tono formale, si chinò ad abbracciarlo e gli disse: "Adesso vai a lavarti, cambiarti e riposarti. Poi ci racconterai tutto, caro..."
Vokka, con un filo di voce rispose: "No... dov'è pa'?"
Mar si stava avvicinando sorridente e soddisfatto. Guardò attento il figlio: "Che c'è, Vokka?"
"Devo... parlare a Nilko."
"È qui... ma che succede? Che hai fatto alla mano?"
"Niente. Ve lo racconto poi... Nilko?"
"Sì, sono qui."
"Aiutami a salire su... devo parlarti."
Nilko guardò interrogativamente Mar che annuì: "Vieni Vok, appoggiati a me."
"No, stammi solo vicino. Credo di fargliela..."
Salirono nel castello. Appena furono soli, Vokka gli raccontò di Rohde: "Dobbiamo andare subito a prenderlo..."
"Tu sei troppo stanco, Vokka."
"Non importa, gliel'ho promesso."
"Ma possiamo mandare..."
"No, non voglio che si sappia. Poi, io riconosco il posto e si perde meno tempo."
"Non c'è niente di male a dirlo, non hai violato le regole aiutandolo."
"Lo so, ma preferisco così."
"Allora è bene che tu ne parli almeno a Tha e Mar."
"È necessario?"
"È meglio... e rende tutto più semplice."
"Già... me li chiami?"
Ne parlarono e Vokka insistette nel voler andare anche lui e nel non farlo sapere a nessun altro. Tha gli fece notare che comunque si sarebbe venuto a sapere: c'era Ched Thou che li aveva visti e sicuramente almeno una parte degli Armati che era appostata lungo il tragitto.
Vokka chiese: "Tu, Tha, come castelliere, non puoi chiedere loro il silenzio?"
"Ma perché vuoi tenerlo nascosto?"
"Così!"
"Così, non è un motivo."
"Non voglio né lodi né critiche. L'ho fatto e basta. Non voglio spiegare perché, raccontare..."
Discussero ancora. Poi si decise che mentre Vokka si lavava e rimetteva un po' in sesto, Nilko sarebbe andato all'ostello a chiedere di far preparare due uomini con una marruota semplice e due con il trainetto. Vokka sarebbe andato con loro a cercare Rohde e l'avrebbero fatto portare all'ostello dove ci si sarebbe presi cura di lui.