Il mattino seguente Vokka fu svegliato da uno strano rumore. Si guardò attorno allarmato. Su un ramo accanto al suo vide un'intera famiglia di dondolieri che lo guardava spiritata. L'odore del pesce doveva averli attratti. Vokka fece un gesto brusco gridando "Via!" ed i dondolieri fuggirono lungo il ramo emettendo alti squittii alternati a profondi brontolii, movendo veloci le due zampe inferiori arcuate sui fianchi del ramo, in quella buffa andatura ondeggiante che dava loro il nome, tenendo ben ritta indietro la corta coda e la zampe superiori bene allargate per mantenere l'equilibrio.
Vokka rise ma subito si zittì colpito da un nuovo rumore. Dopo poco sulla strada sbucò un corriere degli Shentist accompagnato da quattro servi armati, tutti montati su marruote che spingevano con vigore.
"Dovrebbero usare più olio..." pensò Vokka.
I cinque passarono veloci senza sospettare di essere osservati dall'alto.
"Chissà dove vanno e che vanno a fare?" si chiese Vokka.
Quando i cigolii morirono lontani, Vokka si slegò, mangiò e ridiscese. La mano aveva smesso di gonfiarsi ma era ancora rosso violacea e quando la muoveva faceva male. Però nel complesso si sentiva un po' meglio, era molto meno stanco anche se l'aver dormito lassù gli aveva un po' indolenzito il cavallo e le anche. Si stirò e fece parecchie flessioni, poi riprese veloce la strada verso Belpoggio.
Era già il ventuno. Doveva assolutamente raggiungere l'ostello entro il ventitré se voleva essere sicuro di arrivare entro il termine fissato. Marciò tutta la mattina e dovette nascondersi solo un paio di volte. Mentre si riposava, mangiò. Aveva un po' sete ed in parte rimediò succhiando alcune foglie carnose ed acidule di melbak. Riprese il cammino nel pomeriggio. Non visto, riuscì prima a superare una sua compagna, poi altri due che lo videro e lo fermarono.
"Hai un mucchio di cibo, Wyvok Thou."
"Certo."
"Ma non hai da bere..."
"E voi?"
"Io sì, ho foderato la mia sacca con una foglia di garinon piegata e l'ho riempita d'acqua."
"Brava!"
"Non ti riposi un po' con noi?"
"No, riposerò quando sarò più stanco. Più ti riposi e più vorresti riposarti."
Vokka se ne andò veloce. Dopo circa un'ora si fermò ad un esiguo rio che traversava la strada. Bevve a lungo, si bagnò le gambe ed i piedi, quindi riprese sollecito la strada. Notò da lontano altra gente avvicinarsi ma riconobbe subito un gruppo di Liberi e non deviò. Quando si incrociarono, si guardarono senza parlarsi. Solo uno dei Liberi disse una frase su cui Vokka in seguito pensò a lungo: "Continua così, piccolo e forse capirai qualcosa."
Giunta la sera, Vokka cercò un luogo adatto per passare la notte. Ormai era fuori dal bosco. Tutto attorno si stendevano solo vaste praterie. In un primo momento pensò di tornare verso il bosco, ma doveva andare avanti, non indietro perdendo tempo. Sembrava che non ci fosse nessun punto riparato e non gli andava di passare la notte in un posto troppo scoperto ed in vista. Il cielo si faceva sempre più scuro ed i particolari stavano diventando indistinguibili. Si girò indietro e gli sembrò di vedere, lontano il luccichio dei tetti vetrosi di Portosicuro.
"Ne ho fatta, di strada, ma devo ancora farne. Se vado ancora avanti, sulla sinistra dovrebbe esserci il canalone di cui parlava pa'. Ma se non lo raggiungo prima del buio, rischio di non vederlo o di precipitarci dentro. Questa notte sul tardi ci dovrebbe essere solo la luna rossa..."
Accelerò il passo rinunciando per il momento a mangiare. La brughiera si allargava e la strada non era più pianeggiante. Per molti chilometri non si vedeva nessuno. Ormai la luce del giorno era scarsa e disperava di trovare un qualche riparo e men che meno il canalone. Accelerò ancora di più il passo guardandosi attorno attentamente. Ad un certo punto divenne quasi impossibile procedere oltre.
Allora si fermò e scrutò con maggiore attenzione nelle tenebre incombenti. Gli sembrò di vedere qualcosa lontano, sulla sinistra, come il bagliore di un fuoco. Allora avanzò in quella direzione abbandonando la pista. Dopo circa mezz'ora si trovò a ridosso del canalone. Al chiarore del fuoco vide che c'era gente di vedetta, non molto lontano da dove era.
"Così sono troppo visibili, non sono prudenti... un gruppo di Sbandati li sorprenderebbe con facilità, a meno che siano proprio loro gli Sbandati..."
Vokka si gettò a terra e prese a strisciare verso il canalone. Ad un tratto voci sommesse nel buio lo fecero fermare. Guardò verso il tenue chiarore del riverbero del fuoco e vide due ombre che si tenevano per mano.
Poi ne distinse le voci sommesse: "Da questa parte... vieni..."
"Siamo già abbastanza lontani..."
"No, è meglio allontanarci di più."
"Ma io non vedo più niente."
"Mi ricordo io com'è fatto qui, stai tranquillo."
"Ti ricordi?"
"Sì, quando ci siamo accampati, alla luce del giorno, ho cercato il posto adatto."
"Pensi proprio a tutto, tu..."
Le ombre si muovevano caute. Poi il secondo inciampò e cadde sul primo trascinandolo a terra. Ora Vokka non li vedeva più, ma udì una risatina sommessa.
La seconda voce sussurrò: "Dai, spogliamoci qui."
"Siamo ancora vicini..."
"Ma no. E poi li vedremmo arrivare."
"Aspetta, voglio spogliarti io."
"Va bene."
Vokka si chiese che cosa stessero facendo quei due.
"Che bel corpo liscio hai... Lasciati toccare... Ce l'hai già bello duro!" sussurrò il primo.
"Sì, toccami tutto... aah... mi piace. Anche il tuo è bello duro..."
Vokka allora capì. Ascoltò tutto, le parole sussurrate, i gemiti, i sospiri e capì, da come si parlavano quei due, che erano ubriachi di sesso puro, di sesso e basta. Non si dicevano parole dolci come lui credeva che dovesse capitare in quei casi. Non vedeva nulla ma udiva tutto, anche gli apprezzamenti anatomici che i due si compiacevano di scambiarsi. Vokka cominciava ad annoiarsi ed avrebbe voluto andarsene ma temeva di esser visto e sentito dai due.
"Almeno facessero in fretta!" pensò scocciato.
I due continuavano imperterriti nei loro giochi erotici, incitandosi a l'un l'altro, lodando a vicenda la sessualità dell'altro.
"Uffa!" disse Vokka a mezza voce.
I due tacquero, Vokka si diede mentalmente del cretino.
"Hai sentito?"
"No, cosa?"
"Una specie di... di... di sbuffo."
"Ma va!"
"Sarà qualcuno della carovana?"
"No, non si sarebbe limitato a sbuffare. Non è niente, dai... continuiamo."
"No, aspetta..."
"Ma anche se fosse uno della carovana, che ce ne frega? Siamo maggiorenni tutti e due, no?"
"Io solo dopodomani, lo sai..."
"Ma dai... Spingimelo tutto dentro..."
Mugolii, strani rumori ed i due erano partiti di nuovo. Vokka non resisteva più. Cominciò lentamente a scivolare indietro. Udì gemiti più forti, poi il silenzio ed infine vide le due ombre sorgere dal terreno, rivestirsi, tornare indietro. Vokka respirò più liberamente. Lentamente si alzò in piedi e si allontanò di nuovo. Inciampò su un basso cespuglio e cadde sulle mani. Si rialzò. Il chiarore del fuoco ora non si vedeva. Non sapeva più in che punto fosse, da che parte fosse la strada. La luna non era ancora sorta. Decise di sedere a terra. Mangiò un altro pezzetto del suo pesce poi si stese a dormire.
Il primo chiarore del giorno lo svegliò. Si rizzò subito a sedere e si guardò attorno. Tutto era tranquillo. Allora si alzò in piedi, cauto. Vide poco lontano il canalone e quattro uomini di sentinella. Uno dei quattro gridò qualcosa verso di lui. Vokka cercò con gli occhi la strada e si allontanò correndo. L'altro gridò nuovamente qualcosa ma Vokka si allontanava velocemente. Si guardò indietro ma nessuno lo inseguiva.
Ritrovata la strada, continuò a marciare veloce sbocconcellando un pezzetto del suo solito pesce. Aveva molta sete ma non vedeva acqua, né bacche né foglie commestibili. Procedette in fretta per alcune ore. Il sole era ormai alto e picchiava forte sulla pelle non protetta del ragazzo ed il suo corpo ruscellava sudore. Nella vasta piana non c'era un filo d'ombra, non un riparo sotto cui sostare. Vokka di tanto in tanto si spandeva il sudore sul corpo impolverato, sperando così di proteggere la pelle dai raggi del sole. La sete aumentava.
Poi finalmente il ragazzino vide un riparo: colonne cadute, rotte e grosse lanterne di pietra rovesciate: era il campo dei Disciplinati abbandonato. Vokka si infilò dentro una lanterna di pietra trovando finalmente il refrigerio dell'ombra. Decise di approfittarne per riposare, per dormire un po'. Vicino alla base di alcune colonne spuntava qualche arbusto. Li estirpò, fece alcuni buchi sul terreno accanto alla lanterna che aveva scelto come riparo e ve li piantò creando una specie di siepe sufficiente forse a nascondere alla vista di un eventuale viandante il suo corpo addormentato. Quindi si stese e si mise a dormire.
Fu svegliato da un rumore di voci. Guardò fra le frasche che lo nascondevano. Una lunga carovana di Mercanti camminava lungo la pista in direzione di Portosicuro. I Mercanti non costituivano un pericolo per lui, ma restò immobile attendendo che passassero oltre. Ma una ragazzina che marciava di fianco alla carovana lo vide.
Indicandolo, cominciò a gridare: "Uno è nascosto là, uno è nascosto là!"
Subito diversi difensori si diressero verso la lanterna con le armi pronte a scattare. Vokka schizzò fuori dal suo riparo dalla parte opposta e si rizzò in piedi, le gambe flesse, pronto alla fuga.
Allora uno dei difensori rise forte: "Ma è solo un piccolo degli Armati! Non c'è pericolo." Poi si rivolse a Vokka: "Non temere, cucciolo. È la tua prova dei nove anni, vero?"
Vokka annuì in silenzio.
"Vieni dal castello di Portosicuro?"
"Sì, dal castello Sun."
"È torrida, la giornata. Vuoi un po' d'acqua?"
"No, non possiamo accettare aiuto, o la gara non è valida."
"Ma qui nessuno ti vede... prendi, bevi."
"No. Mi vedo io!" rispose asciutto Vokka.
"Ma che importa? Bevi..."
"No."
Il Mercante aprì la borraccia e versò alcune gocce d'acqua in terra: "Non essere sciocco: un vero uomo sa approfittare delle situazioni, le afferra al volo."
"Un vero uomo non tradisce mai la fiducia degli altri!" affermò Vokka guardando con desiderio l'acqua che gocciolava in terra.
"Per chilometri non troverai altra acqua."
"Ne farò a meno."
I Mercanti risero e raggiunsero il loro posto nella carovana che continuava a procedere con la sua andatura lenta e piana.
La ragazzina che aveva avvistato Vokka chiese ad alta voce: "Perché gli Armati sono così testoni e stupidi?"
Qualcuno rispose: "Perché si credono gli unici veri uomini su Boar."
Vokka si voltò e riprese il cammino a passo svelto, in direzione opposta a quella della carovana, senza guardare i Mercanti che incrociava, lo sguardo fisso davanti a sé. Mezzogiorno era passato ed ora aveva il sole quasi alle spalle. Marciò veloce, a passo regolare, con tale sete addosso da non aver neppure voglia di mangiare. Da tempo non vedeva nessuno dei suoi compagni. O stavano procedendo alla sua stessa velocità o avevano scelto una via più lunga ma meno esposta al sole.
Quando la fiacchezza cominciava a rendergli difficile proseguire, vide lontano una macchia di alberi sorgere improvvisa nella brughiera. Si fermò e si stropicciò gli occhi arrossati dal sudore. La sua mano destra iniziava lentamente a sgonfiarsi ma faceva ancora male. Cercò di valutare la distanza degli alberi, guardò il sole che aveva iniziato a scendere e giudicò che per l'ora del tramonto avrebbe dovuto arrivarci. Allora respirò a fondo l'aria calda e secca del tardo pomeriggio poi ripartì con nuova lena, raccogliendo tutte le sue energie.
Camminò con cocciutaggine, stringendo i denti e cercando di inghiottire saliva che non c'era nella gola secca e bruciante. Le labbra si stavano screpolando, la lingua gli sembrava spessa e rasposa come quella di uno spolpacarogne. Camminò per minuti interminabili, per tempi lunghissimi. Il sole sembrava non scendere mai, l'aria era più immota di un monte. I passi del ragazzino si susseguivano uguali, monotoni, automatici. Gli pareva di non essere lui a muovere i piedi, ma che fossero i sandali a proseguire autonomamente facendo così muovere i suoi piedi, articolando le sue gambe costrette a seguirli.
In quel momento pensò ai piccoli Ketol, suoi compagni di scuola: "A quest'ora si sarebbero fermati a piangere come bimbetti, o sarebbero già morti ..."
Questo pensiero gli infuse nuove energie ed un senso di sicurezza.
"Per loro il Primo è così per nascita... non deve guadagnarsi il suo posto... Beh, sì, c'è la scuola... ma è una scuola che ti aiuta solo a muovere il cervello, non ad usare il corpo. Ti fa conoscere le cose ma non ti insegna ad affrontarle, a vincerle."
Continuava a marciare, passo dopo passo. Gli alberi erano via via più vicini. Notò che ora la sua ombra era più lunga.
"Ma allora il tempo passa!" pensò quasi con un senso di meraviglia e di sollievo.
"Frem e Tova sono fortunati. Quando verrà il loro turno potranno viaggiare assieme, aiutarsi... perché aiutare un gemello è aiutare se stesso, non è proibito..."
Finalmente gli alberi erano vicini, ne vedeva distintamente tutte le singole foglie. Compì un ultimo sforzo, si avvicinò, toccò il primo tronco, il secondo e cadde contro il terzo. Le sue gambe si rifiutavano di proseguire. Il giorno ventidue stava morendo. Il cielo arrossato splendeva glorioso. Un refolo di vento si levò e cominciò a scherzare con i capelli arruffati di Vokka, a giocare sulla sua pelle arsa, recandogli un filo di insperato sollievo, poi cadde di nuovo. Un qualche uccello fra gli alberi fischiava e chiocciava sottovoce.
"Se ci sono alberi, uccelli, deve esserci acqua... Chissà dove, però e a che profondità... Acqua... dove troppa e dove niente! Quando sarò Governatore di Boar farò scavare tanti pozzi... se sarò Governatore." si corresse.
Cercò di rialzarsi. Si sfilò la sacca con il pesce e la annusò: aveva ancora un buon odore, ma ora non aveva voglia di mangiare. Prima doveva bere, doveva assolutamente bere. Si allentò il perizoma per orinare.
"Ho bisogno di acqua, e guarda quanta ne spreco!" pensò con umorismo.
Si riassestò il perizoma. Poi ci ripensò e se lo tolse del tutto. Si sentì un po' più libero. Muovendosi incerto, a fatica, si addentrò fra gli alberi cercando, se non acqua, almeno qualche frutto o foglia acquosa con cui dissetarsi. Il sudore e la polvere, seccandosi, gli avevano formato addosso una crosta che gli tirava la pelle in modo insopportabile. Cercò per un po' finché vide uno scavo ad imbuto: sul fondo c'era una fanghiglia umida. Si lasciò scivolare giù. La sua mano sinistra toccò timidamente quella piccola superficie umida e fresca. Vi affondò le dita e sentì che sotto era più fresca, più umida.
Qualcuno prima di lui aveva avuto la sua stessa idea, aveva scavato. Lo scavo era grande, doveva essere stato fatto da più di un uomo. Con la sinistra, steso sul ventre con la testa verso il basso, cominciò a scostare il fango, a toglierlo a manate. Gradualmente diventava più molle, più fluido. Scavò, provò anche con la destra ma il dolore lo fece desistere e continuò con la sola sinistra. Dopo un po' quasi non riusciva più ad estrarre il fango tanto era fluido. Allargò un po' lo scavo poi con la mano a coppa cercò di scostarne verso i bordi il fango meno fluido. Ora era quasi acqua, ma talmente torbida da essere imbevibile. Eppure aveva assoluto bisogno di acqua.
Allora ebbe un'idea. Faticosamente tornò indietro. Stava diventando buio. Ritrovò la sacca piena di pesce ed il suo perizoma. Tornò trascinandosi fino allo scavo, vi si tuffò quasi dentro, piegò il perizoma in due e ne immerse una estremità nella liquida fanghiglia e tenne l'altra appoggiata al suo corpo. Steso su un fianco, incapace ormai di muoversi, attese. Il buio calava ora in fretta e l'aria si faceva più fresca. Un altro refolo di vento lo raggiunse e lo carezzò lieve.
"Speriamo che funzioni..." pensò mentre le ultime forze lo abbandonavano e crollava in un sonno profondo.
Si svegliò in piena notte, la luna rossa era sorta da poco, e sentì qualcosa di umido sul suo corpo. Allungò una mano: era il suo perizoma che aveva assorbito acqua per capillarità, come aveva sperato. Allora lo tirò a sé, ne tenne la parte che era stata nel fango fuori dalle mani, la sollevò sulla testa rovesciata, la bocca spalancata, e torse il resto del panno con forza, vincendo il dolore della mano destra. Un rivolo d'acqua gli colò in gola, gocciolò, cessò per quanto torcesse. La deglutì e gli andò un po' per traverso, tossì, lacrimò ma aveva bevuto un po'... solo un po', ma aveva finalmente bevuto acqua... acqua... Si abbandonò esausto e si riaddormentò.
Quando si svegliò, di mattina, l'attendeva una piacevole sorpresa: sul fondo dello scavo c'erano due dita di acqua limpida. Si protese tremando, avvicinò il volto che si specchiò per un attimo sull'acqua immota: un viso tirato, stanco, incrostato di sporco, specialmente sulle sopracciglia, le labbra gonfie e screpolate. La punta del suo naso toccò la superficie, poi le labbra protese e allora cominciò a sorbire lentamente. L'acqua, nella bocca riarsa, sulla lingua gonfia, dapprima sembrò fuoco liquido. Ma poi ondate di caldo e di freddo lo percorsero, brividi di sollievo. L'acqua avanzava lentamente verso la gola, scivolava giù, un sorso, un secondo, poi ancora. Smise, sia per paura di bere troppo, sia per timore di raggiungere lo strato di fango del fondo.
Scivolò indietro e si abbandonò con una guancia sulla terra secca dello scavo. Lentamente si girò in modo di riportare la testa più in alto. Allora cominciò a sentirsi meglio. La prova fu che ricominciò a sentir fame. Mangiò un pezzo di pesce masticandolo bene ed a lungo. Aveva di nuovo sete, ma una sete diversa, più dolce, ora. Si girò di nuovo verso la polla. Ora c'era un dito d'acqua. Riuscì a bere ancora qualche sorso.
Allora si alzò, saggiò i muscoli, li flesse, poi cinse di nuovo alla meno peggio il perizoma ancora umido e sporco di fango alle due estremità, si caricò la sacca con il cibo a spalla e riprese il cammino. La strada era in salita e la brughiera terminava a metà costa, rotta da qualche raro albero e da cespugli che si infoltivano verso la cima. Dietro a quella cima doveva esserci Belpoggio.
Vokka aveva ritrovato gran parte delle sue energie. Il sole stava salendo in cielo. Il ragazzino affrontò la salita con determinazione. Nella testa gli risuonava il ritornello di una musica trimodica che andava di moda su Niuketol, insistente, monotona, sempre uguale. Salì compiendo uno sforzo costante. Gli dolevano i lombi, le ginocchia, gli stinchi. Aveva le dita dei piedi irritate fra le pieghe per la polvere ed il sudore. Musica, passi, respiro pesante e corto, pulsare alla mano destra, alle tempie... Aveva sbagliato a sottovalutare il problema dell'acqua. Per il ritorno doveva stare più attento, anche se il problema sarebbe stato minore poiché per circa due terzi del cammino doveva costeggiare il torrente. Al massimo avrebbe avuto il problema per il primo giorno.
Chissà quanti erano già giunti all'ostello prima di lui? In realtà l'ordine di arrivo non aveva importanza. Eppure Vokka aveva sorpassato solo sei dei suoi compagni: dove erano gli altri dodici? Ne aveva superati altri senza accorgersi o erano già all'ostello o addirittura sulla via del ritorno? Aveva perso troppo tempo in mare, lui.
Saliva a passo deciso ed ascoltava quella musica dentro al cervello. Aveva di nuovo un po' sete ma sentiva che questa volta poteva resistere. I primi alberi sorgevano qua e là. La strada si faceva un po' più dura, il sole saliva alto cominciando già a scaldare ma senza ancora bruciare, ed una brezza sottile ora aleggiava senza sosta. Gli alberi si infittivano, c'erano grosse pietre qua e là e chiazze d'ombra che stavano dando un altro aspetto al paesaggio.
Vokka cercò di accelerare. La mano destra ancora non era a posto, sembrava pesare il doppio dell'altra. Salì ancora cercando di non pensare alla meta che s'avvicinava. Infatti questo pensiero, invece di dargli maggior vigore, gli faceva venir voglia di rallentare, di lasciarsi andare. Quando giunse sul crinale era ormai quasi mezzogiorno. Dall'altra parte ad un'ora circa di cammino, sulla sinistra e un po' più alta, sorgeva Belpoggio. Poco sotto, a mezz'ora di strada, c'era l'ostello.
Vokka si drizzò stirando i muscoli della schiena, fermandosi. Respirò a fondo, scosse con forza la testa, raddrizzò le spalle e ripartì deciso. Cercava di contare mentalmente il passare del tempo per vedere se si era sbagliato nella stima della distanza: giunse alla porta dell'ostello dopo aver contato sei primi esatti, cioè mezz'ora ed un primo... ammesso che non avesse contato troppo svelto o troppo lento.
La porta dell'ostello era aperta. Entrò quasi barcollando e riconobbe la prima aiutante alla finestra dell'accoglienza. Anche lei lo riconobbe.
"Bene arrivato, Vokka!"
"Sì... dov'è il bracciale?"
"Te lo darò dopo. Adesso entra: devi ripulirti, riposare, mangiare e bere..."
"No, il bracciale..."
"Puoi fare come ti ho detto, è permesso, è previsto. Non puoi riprendere la strada in quelle condizioni."
"In quanti sono arrivati fino ad ora?"
"In sette, otto con te."
"Solo?"
"Sì, certo."
"E quanti... quanti sono già ripartiti?"
"Tre. Gli altri stanno riposando."
"Allora... va bene. Dove devo andare?"
"Adesso viene un inserviente che ti darà una mano."
"Va bene..." mormorò Vokka e si lasciò scivolare a terra, sfinito.
Dopo poco entrò l'inserviente che trovò il ragazzino addormentato sul pavimento. Prese la sua sacca, poi lo sollevò delicatamente fra le braccia e lo portò via. Vokka si svegliò poco dopo. Era sdraiato nella stanza da bagno. L'inserviente gli aveva sfilato la fascia ed i sandali e gli stava slacciando il perizoma. Vokka lo lasciò fare. Poi l'uomo cominciò a versargli addosso secchielli d'acqua calda ed a sfregargli delicatamente la pelle secca ed arsa. Pestò alcune foglie in un mortaio di pietra ricavandone una pasta viscida che versò in un secchiello, la mescolò con acqua ottenendone una massa saponosa con cui spalmò da capo a piedi il ragazzino, sfregando bene fra i capelli, fra le dita dei piedi, nelle pieghe del corpo con decisione e delicatezza. Vokka sentì un gradevole formicolio sulla pelle. Quindi l'inserviente lo sciacquò con acqua abbondante.
"Ecco fatto. Adesso infilati nell'acqua calda e rilassati. Non addormentarti, però. Io comunque resto qui vicino a te."
Vokka si guardò stancamente attorno. Quattro clienti dell'ostello si stavano lavando fuori dalle vasche e nelle vasche altri si rilassavano. Vokka entrò in quella dell'acqua calda. Sentiva il corpo sciogliersi, rilassarsi, distendersi. Dopo un po', aiutato dall'inserviente, uscì e si immerse nella vasca dell'acqua fredda. Il corpo gli si rassodò, fremette, il sangue prese a circolare veloce mentre lui batteva i denti. Alternò bagni caldi e freddi ritrovando gradualmente un po' di vigore. Uscì, l'inserviente lo asciugò, gli spalmò una crema sulla mano ferita, poi lo accompagnò in un cubicolo di secondo livello dove Vokka si stese sentendosi fresco e rigenerato e crollò subito addormentato, mormorando: "Tra un'ora mi sve..."
Quando fu svegliato si sentiva rimesso a nuovo. La mano destra era ancora leggermente gonfia ma andava decisamente meglio. I capelli erano di nuovo soffici, la pelle di nuovo morbida. Accanto al giaciglio c'era la sua fascia, i sandali, la sacca con il pesce, l'archetto rudimentale per accendere il fuoco ed un perizoma nuovo. Prese tutto meno il perizoma ed uscì. Appena fu nel giardino, un inserviente lo vide.
"C'era un perizoma nuovo accanto al tuo giaciglio." gli disse.
"No, rivoglio il mio."
"Come vuoi, lo vado a cercare. Se nel frattempo vuoi andare a mangiare..."
"No, devo solo trovare il modo di trasportare acqua."
"Ti posso dare una borraccia o un piccolo otre."
"No. Cresce del garinon qui vicino?"
"No, però c'è del garon."
"Va bene lo stesso. Dove è?"
"Subito fuori dall'ostello, sul lato ovest."
Vokka prese la sua spina dalla sacca: "Quando torno fammi trovare il mio perizoma ed i tre pezzi..."
"Come vuoi."
Uscì, trovò il garon, ne tagliò una foglia piccola, la ripiegò a metà poi ancora a metà ricavandone una tasca triangolare. La fissò con due rametti secchi usati a mo' di spilla, praticò due fori agli angoli opposti dell'apertura e tornò nell'ostello. L'inserviente gli porse i pezzi del suo perizoma, umidi.
"Li ho appena lavati ora, alla meglio. Non credevo che..."
"Grazie, vanno bene così. Dove posso trovare un po' d'acqua?"
"Vieni."
Riempì la tasca di foglia con circa tre litri d'acqua, passò una delle strisce del perizoma nei due fori che aveva fatto e la legò facendone una bandoliera.
"Puoi sorregermelo un attimo, per favore?"
Si liberò le mani e cinse il perizoma. Infilò nella sacca le altre due striscie di tela e la spina, poi si mise a tracolla sulla sinistra la sacca con il pesce e la tavoletta e sulla destra la tasca dell'acqua. Ringraziò, salutò e ripartì sollecito. Si fermò alla porta dove gli fu consegnato il bracciale.
Vokka chiese: "Quanti sono partiti?"
"Con te sei."
"Quanti sono all'ostello ora?"
"Senza te altri cinque."
"Bene, allora vado."
"Buon ritorno."
"Grazie."
Uscì. Era il primo pomeriggio. Camminando, prese a sbocconcellare un pezzo del suo pesce. Camminava di buona lena: all'ostello aveva visto il percorso su una mappa, come i suoi compagni, e la ricordava a memoria. Prese la via verso Cittachiusa poi si inoltrò deciso fra gli alberi in direzione sud. Doveva camminare per una giornata circa poi avrebbe trovato il torrente. All'inizio il percorso fu duro, perché scendeva attraverso un bosco fitto ed intricato. Più di una volta faticò a liberarsi dai rami del kolarb che con le sue foglie resinose aderiva alla pelle, dovette aggirare zone rese impenetrabili dal ferliffe, una pianta parassita simile a nyliffe che creava fitti intrecci di lunghi rami flessibili e resistenti fra il terreno ed i rami degli alberi.
Ma il bosco era anche pieno di bacche saporose, frutti e foglie commestibili. Vokka intrecciò i due pezzi di perizoma che non usava facendone un recipiente, e cominciò a riempirlo con parte del cibo vegetale che via via riusciva a raccogliere senza deviare dal cammino e senza fermarsi ma solo rallentando, mentre ne mangiava una parte. La grande foglia piena d'acqua gli pesava sul fianco fresca ed umida.
Il ragazzino si accorse che ora riusciva a procedere con maggiore speditezza: gli alberi si stavano diradando ed il sottobosco era più libero. Aveva la tentazione di scendere balzelloni ma questo avrebbe fatto uscire l'acqua dal contenitore che s'era costruito, perciò dovette continuare col solito passo veloce ma misurato. La mano destra era ancora un po' gonfia aveva sottili crosticine sulle grandi escoriazioni del dorso e la ferita sul palmo s'era chiusa ma aveva ancora i bordi arrossati e doloranti.
Quando gli sembrò che potesse essere mezzogiorno, si fermò, mangiò un pezzo del pesce, alcune bacche e frutti e bevve un po' d'acqua resa lievemente acidula dalla foglia che la conteneva. Adesso che mangiava trovandosi in discrete condizioni fisiche si accorse che, pur non essendo male il sapore dello spolpacarogne, la carne era tigliosa ed elastica. Comunque buttò giù tutto e si rifece la bocca con altre bacche che aveva raccolto. Poi riprese il cammino.
Le foglie di kolarb che ancora aderivano alle sue gambe ed ai fianchi lo infastidivano un po' ma decise che valeva la pena di arrivare al torrente per lavarsele via. Ora il terreno era meno ripido e sempre più sgombro cosicché poté aumentare la velocità. Il calore stava aumentando e gli alberi sempre più radi lo proteggevano meno di prima.
Ripensò al Maestro di "memorizzazione" ed alle sue lezioni. Ripassò mentalmente i meccanismi di sistematizzazione e di codificazione, i sistemi per creare le interrelazioni e le interreazioni. Questi esercizi lo avevano sempre divertito molto. Riusciva a ricordare intere sequenze di numeri in apparente disordine. Si diceva che il Maestro riuscisse a ricordare numeri di cinquecento dodici cifre... Vokka arrivava a ricordare sequenze di trecento ottantaquattro numeri e pareva che per uno della sua età fosse qualcosa di eccezionale.
"È solo questione di esercizio," pensò Vokka, "come per tutto il resto." Poi il suo pensiero passò ad un altro argomento: "Devo allenarmi di più alla pesca sub... e imparare a resistere meglio a sete e calore... Devo chiedere al Maestro di Controllo Psico-fisico... ammesso che lui sappia come si fa."
Ora aveva da percorrere ampi spazi assolati. Si spruzzò un po' d'acqua sul capo e sulle spalle e proseguì.
Ad un tratto vide che sotto ad un albero isolato c'era qualcuno seduto. Lui non era stato visto. Si fermò, osservò lo spazio che lo divideva dall'estraneo e decise di avvicinarlo. In realtà avrebbe dovuto evitarlo, ma qualcosa lo attraeva, lo incuriosiva. Tagliò a destra aggirando l'albero e portandosi fuori vista. Poi iniziò ad avvicinarsi lentamente, con circospezione, pronto a mettersi eventualmente in salvo... o anche a lottare se necessario. Cercava di camminare senza fare rumore, perciò i suoi occhi passavano rapidamente dall'albero dietro a cui era appoggiato lo sconosciuto ed il terreno su cui appoggiava i piedi.
Era incuriosito ma anche teso e man mano che si avvicinava sentiva il cuore battergli più forte, mentre tratteneva il respiro. Giunto a circa due metri dal tronco si fermò in ascolto, tutti i sensi tesi. Un lamento fievole, sommesso, appena percettibile giunse fino a lui. Allora, spostandosi di fianco, gli occhi fissi sull'albero, lo aggirò...
C'era un ragazzo sui diciotto anni, sporco, scarmigliato, visibilmente ferito, stracciato, semisdraiato contro l'albero, gli occhi chiusi, un'espressione di sofferenza sul volto dai lineamenti contratti. Apparentemente non aveva armi né bagaglio. Diverse lunghe striscie gonfie e sanguinanti gli traversavano il petto nudo.
Vokka si avvicinò lentamente, le sopracciglia aggrottate, teso. Quando fu ad un passo dall'altro, il ragazzo aprì gli occhi, lo vide e cercò di allontanarsi lanciando un debole grido angosciato, un'espressione di paura negli occhi.
Vokka istintivamente saltò indietro e sentì un po' d'acqua uscire dalla tasca di foglia e colargli su un fianco. Poi si rese conto che l'altro aveva paura di lui.
"Ehi, non aver paura... non ho intenzione di farti del male."
Il ragazzo continuava a guardarlo con gli occhi sbarrati, puntò una mano sul terreno sforzandosi di alzarsi, ma ricadde giù con un gemito. Vokka gli si avvicinò lentamente.
"Chi sei? Cosa ti è successo?"
"Tu... tu non sei... non sei uno Sban..."
"Io uno Sbandato? Ma no! Sono il figlio del castelliere Sun."
"Tu... un figlio... dove è?"
"Il castello?"
"Sì..."
"A circa tre giorni da qui."
L'altro sembrò deluso: "Oh... troppo lontano."
"Ma lassù c'è Belpoggio, a meno di una giornata da qui."
"Troppo... lontano..."
"Ma tu chi sei? Che ti è capitato?" chiese di nuovo Vokka chinandosi su di lui.
"Gli Sbandati... io... noi... andavamo a... a fondare... un villaggio..."
Vokka cercò di capire da quello che restava del vestito del ragazzo chi fosse: "Sei un Meccanico?"
"Un... Artigiano..."
"Dove sono gli altri?"
"Morti... o fuggiti... come me..."
"Quando è successo?"
"Non so... due giorni fa... o tre?"
"Che ti hanno fatto?"
"I piccoli degli Sbandati... si sono divertiti dopo... dopo che mi hanno preso... tutto..."
"Divertiti?"
"Sì, io scappavo... e loro... le fruste... i bastoni... erano tanti... troppi..."
"Puoi alzarti in piedi?"
"No... una caviglia... non so... è rotta... o slogata... non mi tiene più... ho corso... corso... corso tanto..."
Vokka gli guardò i piedi: una caviglia era gonfia e violacea. "Hai fame? Sete?"
L'altro annuì. Vokka allora gli portò alle labbra la tasca di garon e l'aiutò a bere. Poi gli offrì un pezzo di pesce, un po' di bacche, un frutto, alcune foglie. Mentre stava soccorrendo il ragazzo, arrivò un compagno di Vokka.
"Che fai qui, Wyvok Thou? Chi è quello?"
Vokka glielo spiegò: "Non possiamo lasciarlo qui, dobbiamo aiutarlo." concluse.
"Ma così rischiamo di fallire la gara..."
"Ma lui rischia di morire!" protestò Vokka.
"E che vorresti fare?"
"Riportarlo su all'ostello, ma da solo non gliela faccio, lui non può camminare."
"Ma così perdiamo troppo tempo, non possiamo."
Discussero un po' e Vokka si stava arrabbiando.
Il ragazzo degli Artigiani intervenne: "No, lasciami qui... non importa... Tanto per me, ormai, è finita..."
"Non essere stupido! Io non ti lascio qui... Solo che se lui non mi aiuta, da solo non riesco a riportarti su, è troppo ripido e tu sei troppo pesante per me."
Il compagno di Vokka ripeté: "Io non posso aiutarti... mi dispiace... io devo andare..."
"Vai, vai, non ho bisogno di uno come te!" rispose Vokka duro.
Il suo compagno se ne andò di corsa. Vokka rifletté. Porse un altro pezzo di pesce al ferito. Poi versò i vegetali che aveva nella sacca, in cui ora c'era un po' di posto, prese una delle strisce di tela, la bagnò nell'acqua e cominciò a detergere il volto ed il petto del ragazzo.
"Perché resti qui? La gara è importante per voi Armati..."
"Certo. Ma se fossi io qui ora al tuo posto, avrei bisogno di essere aiutato, se da solo non gliela faccio più. Ognuno deve cavarsela da solo, se può, ma se non può deve essere aiutato. Deve!"
"Ma stai perdendo tempo per colpa mia..."
Vokka annuì: "Sì, è vero. Ma l'ho deciso io, non è colpa tua. Stai un po' meglio?"
"Beh... un po', sì."
"Senti, io devo portare a termine la gara. Per me è molto importante..."
"Lo so, te l'ho detto, lasciami qui, vai..."
"No. Devo essere al castello entro il ventinove... da solo riuscirei ad arrivarci per il ventisette, con te forse ci riesco lo stesso entro il ventinove. Non mi interessa arrivare presto, ma solo arrivare. Adesso vedo di fasciarti il piede, poi ti appoggi a me e cerchiamo di scendere. Cibo ne ho abbastanza per tutti e due. Te la senti?"
"Non so se ci riuscirò... pensi che ne valga la pena?"
"Certo, se no non te lo dicevo."
"Ma poi, arrivati là, che faccio io? Se ero con i miei, si fondava il villaggio... Entrare in una città senza denaro e senza conoscenze... è quasi impossibile, non mi vorranno..."
"Ti lascerò all'ostello della mia città. Là ti troveranno un lavoro, sono sicuro. Tu sei Artigiano... di che?"
"La mia famiglia lavorava le terrecotte... vasi, anfore, ciotole... Io ero bravo, sai... ma chi può aver bisogno di un vasaio?"
"Qualcuno potrebbe averne bisogno, specialmente se sei un bravo vasaio."
"Come ti chiami?"
"Non ha importanza..."
"Prima il tuo amico ha detto il tuo nome, ma non l'ho capito..."
"Chiamami... Wylad."
"Io mi chiamo Rohde Erkos."
"Bene. Adesso vediamo di sistemarti la caviglia..."
Vokka salì sull'albero, scivolò su un ramo e vi si pesò sopra finché riuscì a romperlo. Sceso, lo spezzò in più parti fino ad ottenere tre stecche di giusta lunghezza. Fece restare Rohde in perizoma, ne tagliò il gonnellino a strisce e con queste gli fasciò la caviglia. Vi applicò le tre stecche e con altre strisce le strinse attorno alla caviglia il più forte possibile, aiutato dallo stesso Rohde. Quindi prese il ragazzo per un braccio, gli si infilò sotto l'ascella destra, dalla parte del piede steccato, e lo aiutò ad alzarsi in piedi.
"Dai, andiamo!" disse guardandolo con un breve sorriso d'incoraggiamento.
Rohde annuì, saltellando sul piede sano e ripresero lentamente la strada. Vokka stava pensando alla discesa del torrente. Là sarebbe certo stato un po' più difficile... Per fortuna lui aveva già trovato la tavoletta col simbolo... avrebbe deciso come regolarsi quando fossero stati sul posto. Per ora l'importante era andare avanti.