Mar aveva già visitato tutti i castelli del popolo Men ed aveva trattato con particolare riguardo l'Eke Aal, l'ex Reggente, a cui aveva chiesto molti pareri. Iniziò quindi a visitare gli altri Reggenti della nazione Tol. Oltre a lui ve ne erano altri sette e di questi, due erano suoi volontari. I viaggi ai castelli degli altri Reggenti prendevano più tempo in quanto erano più lontani.
Tha voleva adottare un terzo figlio, quindi fece circolare la voce nei vari Centri perché lo avvertissero se c'era un qualche bimbo abbandonato da adottare. Tha aveva deciso di chiamare il piccolo Krim. Mar aveva discusso con Tha ed aveva deciso che Krim sarebbe stato l'ultimo figlio che adottavano. Tha all'inizio non era del tutto d'accordo, ma poi s'era lasciato convincere. Tha ora non seguiva Mar nei suoi viaggi per restare vicino ai piccoli.
In uno dei suoi viaggi, Mar decise di visitare Vitanuova. Vi andò vestito da rieducatore usando, a beneficio dei vigilati, un falso nome. Vitanuova era composta ora di quattordici blocchi e comprendeva fra le sue mura tre piazze. Pel, Trinkloh e Liberato erano fieri del lavoro che stavano svolgendo. Specialmente Trinkloh che presentò a Mar ben centosette rieducatori che erano ex vigilati. Erano validi aiuti, pieni di entusiasmo e soprattutto sapevano bene come trattare i vigilati.
Mar vide cinque vigilati legati in una delle piazze: "Che hanno fatto?" chiese.
"Sono qui a Vitanuova da un mese. Rifiutano di lavorare. Qui, chi non lavora, non ha diritto a nulla. Non li lasciamo morire di fame, ma resteranno lì finché non cambieranno atteggiamento." rispose Trinkloh.
"Ma uno di quei cinque è quasi un vecchio..."
"A volte anche qualche giovane ci prova, ma i più sono anziani. Loro hanno conosciuto solo un tipo di vita, conoscono solo quella... quella di chi riesce a rubare di più. Per loro il lavoro è... qualcosa di osceno. Abbiamo provato prima in tutti i modi, questo è l'ultimo."
"Chi ha resistito più a lungo, fino ad ora?" chiese Mar.
"Uno ha resistito per tre mesi, ma alla fine ha ceduto."
"Cedono tutti, prima o poi?"
"No. Già sei si sono lasciati morire di fame, pur di non cedere."
"Ma... ma non si può fare altro?"
"No. Chi non vuole cedere, in un modo o in un altro, si uccide. Possiamo evitare che si possano uccidere in altri modi, ma se non mangiano e non bevono... che ci possiamo fare?"
"Ma in Cenco avrebbero il modo di nutrirli anche contro la loro volontà..."
"A che servirebbe farli vivere contro la loro volontà?"
Mar era perplesso: "Anche un morto su mille, o su diecimila, secondo me è troppo." sussurrò.
"Sì, capisco... ma vedi, o li lasci liberi di andare oppure..."
"E non sarebbe meglio lasciarli liberi che farli morire?"
"No, perché allora molti altri si rifiuterebbero di cambiare."
"Ma un cambiamento ottenuto per forza, che valore ha?"
"All'inizio può essere per forza, ma poi è la vita, sono i fatti, le nostre parole, l'esempio degli altri che li cambiano davvero."
"Ma può essere spesa una vita solo per cambiarne altre?" chiese Mar mesto.
Poi ripensò a Biker, alla vittima che lui gli aveva lasciato uccidere... per salvare altre vite...
Allora aggiunse: "La mia non vuole essere una critica, Trinkloh. Anche io l'ho fatto, una volta... forse più volte. Eppure ne sono tutt'altro che contento. Forse, nelle stesse condizioni, lo rifarei... ma non lo so..."
Trinkloh sorrise: "Anche io non ne sono affatto contento. Ma, vedi, non riusciamo a fare tutto in modo perfetto e dobbiamo arrenderci di fronte a certe cose..."
"Arrenderci? Sì, forse. Ma non senza aver lottato." disse Mar.
Trinkloh annuì: "Sai, Mar, non so quante persone ho ucciso nel mio passato di Sbandato, senza pormi problemi. Eppure ora, uno di loro che si uccide o che si lascia morire... mi fa stare male. Mi pare che sia per colpa mia perché non ho saputo convincerlo. Eppure non possiamo fermarci. Sai, Mar, sono nati alcuni piccoli qui a Vitanuova, piccoli sia nostri che dei vigilati. Abbiamo deciso che tutti i piccoli, nostri o loro, vestano di bianco fino alla maggiore età. Allora decideranno che cosa vogliono fare. Questi piccoli vivono come prigionieri, sia i nostri che i loro... è giusto? Eppure che si può fare di diverso? Toglierli ai genitori? Non sarebbe peggio? Il problema, vedi, non è molto diverso. Là è un problema di morti, qua di nati..."
Mar annuì: "Scusami, Trinkloh, non era mia intenzione giudicarti."
Trinkloh sorrise: "Lo so, Mar."
Proseguirono nel giro.
Liberato spiegò: "Ogni nuovo gruppo di vigilati, vigili, rieducatori e Mastri si deve costruire il suo blocco secondo i progetti. Ma a differenza dei piani iniziali, purché si rispettino le misure generali del perimetro e delle strade, tutto il resto viene deciso da loro. È il primo passo verso la vita nuova. Inoltre così la città sta assumendo un aspetto meno freddo, più naturale e vivo. Abbiamo già alcuni gruppi impegnati in lavori esterni, principalmente per fare le strade. C'è qualche tentativo di fuga, però fino ad ora nessuno è riuscito."
"Che fate a chi tenta la fuga?"
"Niente, lo rimettiamo con gli altri, ma in un altro blocco, e lo teniamo d'occhio più di prima."
Poi Liberato presentò a Mar ventinove Mastri d'Arte che erano ex vigilati.
Mar chiese: "Ce ne sono che, una volta liberati, hanno chiesto di andarsene?"
"Sì, certo. Fino ad ora circa trecento settanta. Alcuni si sono sistemati nei nostri Centri, nelle città, altri lavorano nei nostri ostelli. Qualcuno è andato semplicemente a cercare fortuna in altre città e ce ne sono che hanno fatto le gare per diventare Armati."
"Fino ad ora, fra gli ultimi prigionieri arrivati qui, non ne avete trovato nessuno che era un ex vigilato tornato con i Predoni o con gli Sbandati?"
"No, nessuno, ma pensiamo che qualcuno ce ne sia certamente." rispose Trinkloh.
Pel comunicò a Mar che era previsto, entro tre cicli, l'arrivo di altri trecento quaranta prigionieri.
"Cenco ci ha detto che secondo la loro stima dovrebbero esserci su tutta Boar, fra Predoni e Sbandati, circa seicentomila elementi, compresi vecchi e piccoli. Fino ad ora noi ne abbiamo presi circa uno su trecento. Se continuiamo a questo ritmo, però, fra tre, massimo quattro anni in Vitanuova non avremo più posto."
Mar sorrise: "Visto che pare che il sistema funzioni, costruiremo altre città come questa, altre venti, trenta, secondo quello che servirà. Ma le bande devono scomparire da Boar."
Erano passati i giorni necessari alla sua compagnia per raggiungere l'ostello di destinazione, così Mar lasciò Vitanuova, si recò all'Ostello del Vigilato e da qui, via transmen, raggiunse i suoi uomini. Giunsero al castello del Reggente Eku Rul nel primo pomeriggio. Mar presentò i suoi doni e la bella edizione degli estratti degli scritti del Fondatore aperta sulla pagina in cui il Fondatore invitava castellieri, Reggenti e Presidenti a conoscersi e frequentarsi spesso fra loro. Inoltre presentò un altro libro, fatto stampare appositamente dagli Introw, in cui illustrava le novità da lui introdotte, dall'uso degli arrapè per scambiare messaggi rapidi, alle marruote, all'uso degli ostelli per inviare denaro in modo sicuro e molte altre cose. Il Reggente Rul gradì i doni e promise a Mar di leggere i volumi. Discussero dei problemi comuni e Mar propose l'estensione dell'uso dei Visitatori anche fra Reggenti della stessa nazione.
Poi si spostò con il solito sistema a visitare l'Eku Shir. Era questi un armato imponente, grosso ma non grasso, la pelle scura, i capelli neri e lisci, il naso dritto e fine, le labbra carnose, gli occhi vigili, neri. Emanava vigore e potenza da tutti i pori. Mar in confronto pareva un ragazzino nonostante i suoi trentacinque anni locali.
L'Eku Shir era Reggente ormai da quasi un giro. Accolse Mar con disinvolta informalità, quell'informalità caratteristica di chi è sicuro di sé. Accantonò i doni di Mar con noncuranza, senza però essere scortese.
"Eku Mar, ho sentito parlare di te. Pare che tu sia più irruente di un'orda di Predoni, più inarrestabile del vento e più imprevedibile di un vecchio!"
Mar sorrise: "E questo è un bene o un male, a tuo parere?" chiese.
"Bah, dipende. Vedi, quando tu ancora te la facevi addosso, io già maneggiavo armi. Non mi spavento facilmente, non mi preoccupo inutilmente. So che di fronte al nemico prima si agisce poi si pensa e di fronte all'amico prima si pensa e poi si agisce..."
"Ed io, che sarei?"
"Come Reggente, dovresti essere un amico..."
"Dovrei? Hai qualche dubbio, forse?"
"Vedi, a volte anche l'amico ti gioca brutti scherzi, come dare un calcio alla picca a cui ti eri appoggiato per riposare... e poi, quel che è peggio, quando cadi a terra, ride di te..."
"E tu non hai ancora capito se io... tiro calci."
"Esatto."
Mar lo guardò divertito: "Solo quando un mio amico si appoggia alla picca nel momento in cui invece dovrebbe usarla... allora sì, tiro calci." rispose.
L'Eku Shir si grattò una coscia: "Se sei stato eletto Eku dal tuo popolo, non puoi essere troppo male... Quanti voti hai avuto?"
"Undici cyan e cinque verdi."
"Mmmhh, più sei. È la prima volta che sei Reggente, vero?"
"Sì."
"Beh, non è male un più sei. E pensi di restare a lungo Reggente?"
Mar arricciò le labbra, poi rispose: "Beh, finché non mi faranno Presidente o non mi rispediranno fra i castellieri..."
"Dipende molto da te. Io è la terza volta che vengo rieletto."
"E come si fa per riuscire?"
"Hai due metodi: o non fai niente o fai molto. Sono i due sistemi più sicuri, ma nessuno dei due è infallibile, specialmente il secondo."
"E tu, quale hai usato?"
L'altro rise socchiudendo gli occhi, guardò Mar con espressione furbesca poi disse: "Il terzo metodo."
"E sarebbe?"
"Avere i migliori Armati, i più forti, e far sapere ai castellieri che se non mi votano, manderò i miei a sfidarli finché riuscirò ad avere abbastanza castelli in mano per essere eletto."
Mar lo guardò incuriosito: "E i tuoi Armati, così forti, non vanno a fare sfide per conto loro, o addirittura contro te?"
"Non possono. Una sfida non è valida se non è controfirmata dal castelliere. E quanto a farla contro di me... non avrebbero possibilità, lo sanno."
Mar lo soppesò con lo sguardo: "E funziona?"
"Certo. È chiaro che questi miei campioni trovano vita facile finché mi sono fedeli, specialmente come uomini del Reggente."
Mar allora chiese: "E quale è la loro specialità nei combattimenti?"
"Un po' tutte. Sono veri campioni."
"Anche la lotta?"
"Soprattutto la lotta."
Mar provò la tentazione di fare una sfida amichevole, per togliersi una soddisfazione. Ma pensò che non gli conveniva ancora scoprire le sue carte.
"Eku Shir, sto facendo questo giro per conoscere meglio gli altri Reggenti della nostra nazione e per sottoporre loro alcune mie idee. Sarei lieto se tu leggessi i volumi che ti ho portato e mi facessi conoscere la tua opinione."
"Li passerò al mio gonfaloniere che mi riferirà... Poi ti farò sapere."
"Potrò avere il piacere di una tua visita al castello Sun?"
"È possibile. In fondo noi Reggenti abbiamo ben poco da fare e molto tempo libero. Ed a me non dispiace viaggiare."
"Nel sesto mese di questo anno mio figlio farà la gara dei nove anni. Sarei lieto se tu potessi venire per quella occasione."
"Può darsi, può darsi."
Mar si trattenne ancora un po' con il suo pari, poi riprese la strada.
Erano già stati aperti settantatré ostelli e molti altri erano in costruzione, specialmente ora che potevano usare la manodopera fornita dai vigilati. Mentre la sua compagnia viaggiava verso il castello del terzo Reggente, Mar si recò a Centramare. La città aveva ora sui mille cinquecento lavoratori di marruote con una produzione di circa mille marruote al mese e centoventi allevatori di arrapè con una vendita di circa quaranta coppie ogni mese. Oltre alla produzione, si stavano studiando e sperimentando nuovi veicoli, cercando e provando animali adatti al traino, ed anche nuovi animali per le comunicazioni rapide a distanza.
Holyer era molto indaffarato perché continuava a far cercare nuovi lavoranti e nello stesso tempo si occupava di tutti i problemi di una nuova città. Gli uomini di Mar in città erano ormai una minoranza ma occupavano i posti chiave. Le marruote e gli arrapè erano venduti sia tramite gli ostelli che tramite la carovana dei mercanti Sperkol.
Holyer aveva fatto studiare per gli Sperkol uno speciale carrozzino verticale da essere indossato da ogni Mercante, con due ruote parallele dietro ed una barra di guida, che permettesse loro di viaggiare più speditamente sostenendo gran parte del peso del carico. Gli Sperkol all'inizio non erano molto convinti da quell'idea balzana, ma presto cominciarono a dare suggerimenti ed idee per migliorare quel piccolo veicolo da trasporto a cui Holyer aveva dato il nome di sperkolante. Per ora non si era ancora iniziata una vera e propria produzione.
Fondamentalmente era una struttura a base quadra di un metro per un metro per due di altezza, aperta sul davanti, che recava su tre lati sacche, contenitori e ganci per le merci. Poggiava su due ruote posteriori e due zampe anteriori che venivano sollevate durante la marcia afferrando la barra di guida. Il vantaggio era che sostituiva il grosso pacco portato in bilico sulla testa ed anche le tascone che appesantivano la palandrana, era molto facile da "indossare" come ancora dicevano i Mercanti, ed alleggeriva di molto il portatore facendolo stancare di meno. Sul tettuccio vi era spazio per la tenda e gli effetti personali del portatore e del compagno difensore. Il difetto era che su strade impervie gli sperkolanti erano un vero e proprio impaccio mentre il carico in bilico sul capo e la palandrana colma di merci creavano molti meno problemi.
Anche per gli arrapè c'era qualche problema. L'usta di un femmina poteva durare anche fino a dieci mesi. Perciò non di poteva usare la stessa coppia sullo stesso percorso due volte in un anno. Inoltre, se la coppia non veniva lasciata libera di copulare almeno una volta l'anno, la femmina diventava furiosa e giungeva a ferirsi fino a morire. La gravidanza di un arrapè durava intorno ai due mesi, cioè fra i cinquantotto ed i sessantatré giorni, poi partoriva uno o due cuccioli che andavano allattati per almeno un mese prima di essere essere separati dal madre. Dopo sedici mesi dalla nascita avveniva il loro sviluppo sessuale. In media un arrapè viveva sui sei anni, a volte poco più.
L'arrapè era onnivoro come il cugino, il nasuto. Ma il nasuto, un po' più grosso, era poligamo promiscuo, viveva in mute, aveva una gravidanza di circa tre mesi, allattava per circa due mesi e durante il periodo di gravidanza e di allattamento la femmina non emanava il suo richiamo odoroso. Il nasuto viveva nelle zone più fredde del nord e pur essendo onnivoro, il suo cibo preferito era il pesce.
Mar ascoltava queste spiegazioni attento ed incuriosito. Il rendersi conto che da una sua idea, da una sua proposta fosse nato tutto quel lavoro e quella ricerca, fosse nato un qualcosa che lui non avrebbe mai saputo o potuto realizzare da solo, lo riempiva di meraviglia. E quello che è curioso è che, invece di sentirsi più importante, Mar realizzava come lui dopo tutto non fosse altro che il pulsante che mette in moto una macchina meravigliosa... un banale interruttore. Senza quell'interruttore la macchina sarebbe rimasta immota, è vero, ma senza la macchina l'interruttore sarebbe stato del tutto inutile.
Finito il tempo a sua disposizione per visitare Centramare, Mar si riunì alla sua compagnia e fece visita al terzo Reggente. Quindi rientrò al castello Sun dove doveva giungere, a giorni, suo figlio Vokka. Il castello già ferveva di preparativi per la gara dei figli. I piccoli venivano riuniti in stanze comuni, una per quelli della gara del primo giro, cioè quelli di nove anni, una per quelli della seconda gara, cioè dei dodici anni, ed una per i quindicenni.
Prima della gara dei nove anni i piccoli portavano sandali e fascia dei capelli di color rosso-arancio. Chi passava la gara dei nove anni li cambiava con sandali e fascia a sottili righe bianche e nere ed entrava a far parte così dei servi. Chi superava la gara dei dodici anni usava i colori bianco e grigio a striscie più grandi diventando così un famiglio e chi superava la terza gara cambiava ancora, con il bicolore bianco e marrone degli scudieri. Chi infine superava l'ultima gara, quella dei diciotto anni, diventava Armato ed indossava sandali e fascia marrone. Le gare dei nove, dodici e quindici anni non avevano un numero fisso di ammessi: bastava superarle nei tempi previsti. Chi falliva una delle tre gare poteva sempre tentare la successiva, purché alla fine ne superasse almeno una. Ma chi falliva tutte e tre le gare, dopo i quindici anni doveva lasciare il castello. Questo però accadeva molto di rado.
Il diciotto del sesto mese del 3473 di Boar, Vokka giunse al castello. Indossati i colori dei Sun, i sandali e la fascia rosso-arancio assieme a tutti i figli che avevano compiuto i nove anni, il diciannove fu presentato da Nilko a Tha, quale castelliere, alla presenza di Mar e dell'Eku Shir che era intervenuto come promesso. Ognuno dei piccoli era accompagnato da un familiare o da un amico. Si schierarono tutti nel cortile del castello.
Allora Tha disse: "Anche quest'anno celebriamo le gare del nove-dodici-quindici nel castello Sun. Quanti devono tentare la prima gara?"
Un gonfaloniere avanzò: "Sono diciannove e questi sono i loro nomi..." e lesse lentamente l'elenco.
Ad ogni nome l'accompagnatore spingeva avanti il chiamato che faceva due passi.
Quando il gonfaloniere lesse: "Sunney Wyvok Thou, alla sua prima prova." Nilko lo spinse avanti e Vokka fece i due passi, serio e dritto come una picca.
Terminata la lettura dei nomi, Tha chiese: "Gli accompagnatori garantiscono che questi figli si sono allenati bene, con serietà e costanza?"
Tutti in coro risposero: "Sì, secondo le tradizioni Sun e le raccomandazioni del Fondatore."
Allora Tha chiese: "E voi, figli Sun, promettete di svolgere le gare con serietà, lealtà ed impegno per la gloria del nostro castello?"
Tutti i piccoli ad una voce, risposero: "È nostro dovere!"
Allora avanzò alle loro spalle il gruppo dei dodicenni, che erano diciassette e con piccole varianti si ripeté il rito, infine quelli di quindici anni che erano undici.
Tha annunciò le gare: "Per i figli la gara è questa: devono uscire dal castello senza nulla oltre la fascia, i sandali, il perizoma, la sacca ed una spina. Devono correre attorno alle mura della città in direzione sud, tuffarsi in mare e nuotare costeggiando verso nord, cercando di procurarsi un pesce per il loro pasto, prendere terra allo Scoglio del Naufrago, arrampicarsvisi, proseguire a terra in direzione di Belpoggio. All'Ostello del Tramonto mangeranno, riposeranno e riceveranno un bracciale. Devono quindi tornare costeggiando il torrente entro il ventinove di questo mese.
"Lungo il torrente sono nascoste alcune tavolette con il simbolo Sun, devono trovarne e prenderne una. Di tutto il cibo che si procureranno per via, devono portarne un pezzetto come prova della loro capacità di sopravvivere. Nessuno di voi deve accettare nessun aiuto, nessuno di voi deve aiutare un compagno. Alcuni Armati Sun saranno nascosti lungo il vostro percorso per verificare che tutto si svolga regolarmente. Se incontrate qualcuno lungo la vostra via evitatelo, potrebbe essere pericoloso. Non ingaggiate battaglia, cercate solo di concludere la prova. Il giorno ventinove al tramonto la porta del castello verrà chiusa e sarà scaduto il tempo massimo. Non importa arrivare prima, importa solo arrivare, ricordatelo.
"La gara per i figli-servi è questa: lascerete il castello dirigendovi a Gransilo. Voi avrete solo fascia, sandali, perizoma, una balestra leggera, una spina ed una sacca vuota. Lungo il cammino ci saranno Armati Sun nascosti: ogni volta che un Armato Sun avvisterà uno di voi, questi perderà un'ora nel computo finale dei tempi. Dovete procurarvi il cibo da soli. A castello Chor di Gransilo dovrete colpire con la vostra balestra il bersaglio mobile almeno una volta. Quando l'avrete colpito, un nobile dei Chor vi consegnerà una placca con il simbolo Chor e potete tornare indietro. Dovete essere qui nel castello entro il tre del prossimo mese al tramonto.
"La prova per i figli-famigli è questa: lascerete il castello Sun con solo la fascia, i sandali, il perizoma, una sacca vuota, una picca, una testa d'uccello ed una corda. Dovete raggiungere Roccalta e farvi dare il simbolo. Lungo la strada saranno nascosti alcuni Armati Sun. In numero non superiore a quattro alla volta e senza l'uso di armi o di altro, quindi a mani nude, dovrete scoprirne uno, prenderlo, immobilizzarlo, legarlo e portarlo con voi, non importa se all'andata o al ritorno. Chi non porta prigionieri sarà penalizzato di due giorni. Dovete essere di ritorno entro il tramonto del sesto giorno del prossimo mese.
"Questo è quanto è stato deciso dai gonfalonieri e da me. Siate degni del nome dei Sun!"
Allora tutti gli Armati intonarono il canto "Un Giro Era Passato" mentre il primo gruppo deponeva sul sul terreno il gonnellino, prendeva una sacca ed una spina e di corsa usciva dal castello. Usciti tutti, gli Armati intonarono il canto "Non Una Sola Volta" ed il secondo gruppo si preparò ed uscì dal castello. Infine si cantò "Quello Che Sun Più Ama" ed anche il terzo gruppo uscì.
L'Eku Shir aveva osservato in silenzio tutta la cerimonia. Alla fine chiese a Mar: "Quello in settima posizione era tuo figlio?"
"Sì, era lui."
"Sembra un ragazzo fiero, e anche ben fatto. Ma toglimi una curiosità: perché voi Sun avete scelto queste gare? Quella per i più piccoli non è inconsueta, è vero, ma le altre due... Di solito sono gare fatte al castello, gare di lotta... Tutto questo andar fuori, non farsi vedere, catturare... ed anche coinvolgere un altro castello, non è nella nostra tradizione."
"Sì, è vero. Ma se hai letto i libri che ti avevo donato..."
"Ah, vuoi dire l'idea che il castello deve proiettarsi anche all'esterno, controllare il territorio circostante oltre che proteggere la città... Sì, l'ho letto. Ma il primo dovere di un castello è pur sempre difendere la città, no? Esiste per questo."
"Sicuro. Ma invece di attendere gli attacchi dobbiamo prevenirli e per fare questo bisogna conoscere molto bene il territorio, saperlo percorrere senza esitazioni, vedere senza essere visti..."
"Ma se comunque avvenisse un attacco contro la città, a che servirebbe conoscerne il territorio circostante?"
"Per questo restano le gare finali per diventare armati."
Shir annuì: "Se non temessi di perdere la mia reputazione, ti confesso che mi piacerebbe tentare la prova dei quindicenni... da solo. Ma ormai è passata l'età dei divertimenti da ragazzini. Per un Armato l'unico vero divertimento è la lotta, sulle mura... oppure la lotta in una camera da letto!" concluse ridendo forte e dandosi manate sulla coscia.
Mar allora gli chiese: "Se hai avuto la pazienza di leggere i libri che ti ho dato, gradirei averne un tuo parere..."
Shir annuì: "Sì, l'ho fatto leggere al mio gonfaloniere, e poi, quando l'ho visto così interessato, l'ho letto anche io. Quello che tu proponi è... abbastanza interessante e forse anche valido. Vedo che tu fai cambiamenti, o ne proponi, con una certa disinvoltura... ma ti sei messo le spalle al sicuro con quel volume sugli scritti del Fondatore. Mossa astuta. Quello che non capisco è se in te agisce più la voglia di fare diverso dal solito o un effettivo desiderio di rendere più... agile l'organizzazione di noi Armati. Anche quell'idea dei Visitatori... Io non amo molto i cambiamenti, devo essere sincero, ma non per questo dico che non si devono fare. Però, vedi, se io sono abituato a combattere con la picca e tu di colpo me la togli e mi dai la balestra che io non sono abituato ad usare... beh, mi troverei a disagio, mi troverei, per un certo periodo, disarmato... e questo non mi piacerebbe affatto."
"Io non ti tolgo la picca, solo ti invito a considerare che esiste anche la balestra, per usare il tuo paragone, e ti consiglio di cominciare ad usarla, a conoscerla."
"Ma dopo un po' perderò la mia familiarità con la picca, non usandola, e non sarò neanche veramente padrone della balestra..."
"Dipende. Se prima ti allenavi, diciamo due ore al giorno con la picca, non ti propongo di usarne una per la picca ed una per la balestra, ma due come prima per la picca e due per imparare l'uso della balestra."
"Ah, fatica doppia, dunque!"
"Certo, ma senza fatica non si ottiene nulla, lo sai. Se vuoi ottenere il doppio, devi lavorare il doppio. In realtà, poi, basta un po' meno, perché parte dell'allenamento in un genere serve anche per le altre cose che tu dici nuove."
Shir si passò l'indice sotto il naso: "Forse è vero... Ma quello che dici potrà andare bene per le nuove generazioni, non per i vecchi come me, che hanno sempre vissuto in un certo modo. Cambiare alla mia età è difficile..."
"Se non cerchi di cambiare anche tu assieme alle nuove generazioni, prima o poi potrebbe scoppiare un conflitto... e allora la situazione potrebbe diventare insostenibile."
"Eku Mar, posso essere franco?"
"Certo."
"Sento che probabilmente non hai torto... Ma nello stesso tempo non mi sento tranquillo. D'altra parte sento che non sarebbe facile tentare di fermare uno come te. Perciò, a questo punto, non mi resta che collaborare con te oppure darti battaglia..."
"Hai scelto quale di queste due vie seguire?"
"Sinceramente, Eku Mar, non ancora... ma so che dovrò farlo quanto prima, altrimenti tu darai quel famoso calcio alla mia picca."
Continuarono a conversare amichevolmente. L'Eku Shir aveva deciso di fermarsi fino alla conclusione delle gare per avere più tempo per discutere con Mar.
Vokka, nel frattempo, era impegnato nella sua prima gara. Aggirato agilmente il castello e le mura della città, s'era tuffato in mare dalla bassa spiaggia sassosa. Era stato fra i primi a tuffarsi. Nuotò un po' al largo per raggiungere la zona più pescosa. Sempre avanzando, iniziò a nuotare in profondità, la spina stretta fra i denti, per catturare il pesce. A differenza degli altri ragazzi che avevano sempre vissuto su Boar, Vokka non era molto bravo nella pesca con la spina. Gli altri infatti avevano potuto allenarsi molto più a lungo di lui. Non si perse d'animo e continuò a pescare. Nuotava sott'acqua, gli occhi spalancati, teso per avvistare un banco di pesci commestibili.
All'ennesimo tentativo ne intravide uno. Nuotò vigorosamente nelle calde acque ma il suo movimento mise in fuga i pesci che si allontanarono veloci. Vokka, nei suoi tentativi, s'era spostato verso nord ed ora non era lontano dagli scogli. Sentendosi un po' stanco li raggiunse e si issò fuori dall'acqua. Ormai in mare restavano solo altri due ragazzi. Vokka rifletté. Se non sapeva nuotare abbastanza velocemente doveva riuscire in un altro modo. Ricordò alcuni tentativi compiuti in allenamento. Là era riuscito, ma lui era da solo a tuffarsi, non c'erano tutti gli altri ragazzini che nuotando spaventavano i pesci e li facevano allontanare.
Si tolse il perizoma: era una striscia di tela di circa sessanta centimetri per due metri e mezzo. Con la spina ne tolse nel senso della lunghezza alcuni fili poi, aiutandosi con una pietra aguzza, la tagliò in tre strisce di venti centimetri. Due di queste le divise ancora a metà nel senso della lunghezza, poi le annodò tutte l'una all'altra ottenendo una striscia lunga sui dodici metri. Ad un capo annodò una pesante pietra ed all'altro un fascio di rametti. Quindi, facendo volteggiare la parte con la pietra la gettò il più lontano possibile. Se era fortunato, non sarebbe caduta in un punto troppo profondo. Con suo sollievo i rami galleggiarono poco sotto il pelo dell'acqua, a circa cinque metri dalle rocce.
Si tuffò e raggiunse quel punto. Inspirò profondamente, mise la spina fra i denti, si immerse e, facendo presa sulla lunga striscia di stoffa, raggiunse il fondo. Qui si immobilizzò e si guardò attentamente attorno. Non vide nulla, nessun pesce. Quando non riuscì più a resistere, tornò su a prendere aria. Ora era restato solo in mare. Non si preoccupò. Ridiscese: poco lontano, questa volta, vide uno spolpacarogne. Pur essendo commestibile, non era fra i pesci più buoni da mangiare. Ma era difficile da catturare: si allontanava velocissimo da qualsiasi cosa in movimento fosse troppo vicino a lui. Solo se c'era un pesce o un animale ferito ed immobile, gli si avvicinava, gli applicava la grossa bocca ad imbuto sulla ferita e con la grossa lingua rasposa iniziava a raschiarne via la carne a poco a poco. Vokka se ne disinteressò e cercò altro.
Ancora nulla. Risalì e si immerse di nuovo. Lo spolpacarogne era lì, placido, poiché Vokka era troppo lontano per costituire un pericolo. Ancora nessuna traccia di altri pesci. Alla quinta immersione Vokka cominciava a perdere la speranza. Non si agitava per questo ma era cosciente che il tempo passava, inesorabile. Guardò in direzione dello spolpacarogne: giaceva ancora là, sul fondo, immobile. Allora Vokka ebbe un'idea.
Con i piedi si tenne fermo sulla sua corda improvvisata, prese la spina nella mano sinistra, si vibrò un colpo alla mano destra provocandosi così una profonda ferita sul palmo, passò la spina nella destra, stringendola e si immobilizzò, il braccio teso in fuori. Lo spolpacarogne non si mosse. Il sangue fluiva dal pugno chiuso attorno alla spina disperdendosi nell'acqua calma e calda del mare. Vokka restava immobile, gli occhi fissi sul grosso pesce. Quell'esemplare era di circa ottanta centimetri di lunghezza e trenta di diametro. Cominciava a mancargli l'aria, ma Vokka non si mosse. Finalmente il grosso pesce si girò lentamente verso di lui e si fermò di nuovo.
"Ha sentito il sapore del sangue... vieni, bello... vieni... fai svelto..." pensò Vokka sempre immobile, ancorato alla striscia di tela con i piedi e la mano sinistra. Il suo diaframma polmonare iniziava a premere nel tentativo di un'impossibile respirazione. Lo spolpacarogne si sollevò lentamente dal fondo e si fermò di nuovo. Sembrava che guardasse Vokka con ironia, quasi volesse dirgli: guarda che non sono scemo, lo so che sei vivo... Ma il grosso anello carnoso e molle della bocca ad imbuto fremeva e cominciava a palpitare.
Vokka ora sentiva il sangue martellargli nelle tempie. "Per le Potenze Eterne, se non si sbriga, devo emergere. Magari ha mangiato da poco, quel fottutissimo pesce!" pensava Vokka, ora teso in un disperato tentativo di resistere ancora, la mano sanguinante, che teneva la spina, sempre immobile e protesa verso il pesce. L'imbuto prese a stendersi ed allargarsi. Vokka sentiva il sangue pulsargli dietro gli occhi quasi stessero per uscirgli dalle orbite. Sentiva un disperato bisogno di ossigeno, tutto il suo corpo voleva ribellarsi alla volontà ostinata che lo costringeva là sotto...
Poi finalmente il grosso pesce scattò verso di lui, verso la mano protesa e sanguinante, l'imbuto spalancato. Vokka era teso allo spasimo. Sentì il molle imbuto scivolargli sul pugno proteso, aderire a ventosa sul polso, allora con tutte le sue forze spinse in fondo girando il pugno e manovrando la spina in modo di conficcarla nella lingua del pesce. Fu una lotta breve, furiosa, il ragazzo buttò fuori l'aria cercando di nuotare verso la superficie, mentre il pesce si divincolava, ferito dentro la bocca, tentando invano di liberarsi.
La spina di Vokka agiva ora come un amo, non lasciava andar via la preda che inutilmente aveva riallargato l'orribile imbuto molliccio. Lo spolpacarogne cercava di nuotare verso il fondo, ma le sue piccole pinne non riuscivano a contrastare efficacemente le poderosi colpi delle gambe e del braccio libero di Vokka che stava così tornando verso la superficie. Il piccolo temeva quasi di non riuscire, quando il suo volto riemerse dall'acqua per un attimo. Un breve ma profondo respiro e Vokka poté proseguire la sua lotta. Ora il ragazzino nuotava alla meno peggio verso la riva, verso gli scogli.
Il suo corpo sfiorava il corpo guizzante della preda in una lotta disperata per la sopravvivenza. Dopo un tempo incalcolabile fatto di mezzi respiri, boccate d'acqua salmastra, sputi, sbuffi, sgambate e bracciate, Vokka batté il braccio libero contro la roccia. Abbassò le gambe e sentì la solida roccia sotto i piedi. Si ancorò, scivolò fuori trascinando il grosso pesce. Dopo una serie di tentativi, scivolate, tonfi, riuscì infine ad emergere, il grosso pesce sempre attaccato al suo braccio destro. Semisdraiato sulla roccia si aggrappò con la mano sinistra e scivolò in su, escoriandosi un fianco ma tirando pian piano in secco lo spolpacarogne.
Finalmente Vokka era al sicuro. Il pesce guizzava ancora con forza, con la forza dell'agonia per la mancanza d'acqua. Vokka lo tirò ancora più lontano dalla riva, poi tentò di allargare la mano destra nella bocca del pesce per lasciare la spina ed estrarla. Dovette radunare tutte le sue ultime forze per riuscirci, infatti il pesce aveva di nuovo serrato l'imbuto sul polso di Vokka, quasi per impedire all'aria di entrare... Vokka puntò la mano libera ed i piedi sulla bocca a sfintere della sua preda e spinse con tutte le forze finché con un grosso "plop" la mano fu libera. Vokka cadde indietro e restò steso a lungo respirando affannosamente.
Quando il suo organismo cominciò a calmarsi, guardò il pesce scosso dagli ultimi sussulti, poi si guardò la mano destra: la lingua del pesce era riuscita a dare solo una prima leccata all'esterno e la pelle era abrasa ed arrossata e stava gonfiando leggermente. All'interno, sul palmo, la ferita che s'era inferto ancora sanguinava. Vokka si leccò a lungo la mano sul dorso e sul palmo. Poi guardò ancora il pesce. Il sole alto stava asciugando rapidamente la pelle nuda del ragazzo e traeva deboli barbagli dalla pelle del pesce moribondo.
C'era tanta carne da bastare per l'intero viaggio, se Vokka avesse potuto conservarla. Articolò la destra indolenzita. Quindi si alzò e respirò a fondo. Si guardò attorno. Vide una macchia di arbusti poco lontano. Cercò una pietra affilata e ne trovò una discreta. Con un'altra più grossa e più dura la scheggiò meglio vincendo il dolore che ad ogni colpo gli rintronava nella mano ferita. Quindi andò alla macchia e spezzò un lungo ramo, con la pietra lo sfrondò, lo appuntì e lo spelò. Quindi tornò al pesce e con tutte le sue forze gli piantò il ramo nella bocca spingendolo a fondo e facendolo ruotare, finché dopo molti sforzi riuscì a forare il pesce per tutta la sua lunghezza, da parte a parte.
Con la pietra affilata iniziò a dare colpi per tagliargli la bocca, doveva infatti recuperare la spina con cui avrebbe potuto lavorare meglio. Cominciava a sentire tutti i muscoli indolenziti ma finalmente riuscì a procurare sul pesce un taglio sufficiente per estrargli la spina dalla lingua dura e rasposa. Tutto il corpo del ragazzino era viscido del sangue del pesce e di un liquido oleoso uscito dalla pelle lacerata dello spolpacarogne.
Allora coprì il corpo del pesce con manciate di erba poi cercò di sgranchirsi i muscoli. Tornò allo scoglio e si tuffò di nuovo per recuperare la stoffa strappata del perizoma. Piombò in mezzo ad un banco di pesci ma non aveva la spina con sé e questi fuggirono via in un lampo. Ritrovò la striscia, inspirò e scese a liberarla dalla pietra che la teneva ancorata al fondo. L'acqua salata gli faceva bruciare la mano destra. Nuotò di nuovo a riva, strizzò la tela, snodò le strisce e presa quella che aveva lasciata larga venti centimetri se l'annodò nuovamente indosso riformando un succinto perizoma. Fermò le altre quattro strisce con alcune pietre e le lasciò ad asciugare.
Quindi tornò al pesce. Con alcune frasche intrecciò una specie di lettiga, vi legò sopra il pesce, mise altre frasche sopra per proteggerlo dal sole, poi per tenere ben fermo il tutto, tornò a prendere le strisce di tela e con quelle legò pesce e frasche. Se avesse potuto accendere un fuoco, avrebbe potuto in parte arrostirlo ed in parte affumicarlo per farlo durare più a lungo. Ma lì vicino non c'erano né pietre focaie né legname adatto a fare un fuoco. Allora legò l'estremità della lettiga con la sacca e riprese il cammino trascinandosi dietro sul prato erboso la grossa preda, salendo verso nord e costeggiando il mare per un tratto. Quindi piegò ad est verso Belpoggio.
Il cammino si stava facendo ineguale ed era sempre più difficile trascinare il pesce. Inoltre ora iniziava una zona boscosa. Allora Vokka disfece la lettiga e usando solo le strisce di tela si issò il pesce sulle spalle, legando le due estremità del ramo su cui era infilzato e tenendo le strisce a mo' di corregge. Il pesce pesava parecchio ma Vokka continuava a camminare a velocità discreta. La mano destra era gonfia ed indolenzita e di tanto in tanto Vokka la leccava per darsi un po' di sollievo.
Ad un tratto si trovò in una radura. Nel centro c'era un fuoco di bivacco spento. Vokka lasciò cadere il pesce e si avvicinò a frugare nella speranza che ci fosse ancora un tizzone acceso, ma le ceneri ed i pezzi di legno bruciato erano freddi. Vokka controllò bene finché trovò un pezzo di legno semibruciato di un'essenza adatta. Con la spina scavò un pozzetto ed un canaletto su un fianco del legno, trovò erba secca adatta a fare da esca e vi riempì pozzetto e canaletto, costruì un archetto con un ramo fresco ed elastico e lo tese usando una delle strisce che aveva ricavato dal perizoma, attorcigliata, le fece compiere un giro attorno alla spina, ne poggiò la parte posteriore nel pozzetto, infilò sulla punta un pezzo di legno dolce secco e cominciò ad azionare velocemente avanti e dietro l'archetto.
Dopo un paio di tentativi, una lieve spira di fumo azzurrino si levò dall'esca. Vokka vi soffiò, aggiunse altra esca, rametti secchi ed il fuoco scaturì e iniziò a bruciare allegramente sul sito del vecchio fuoco. Aggiunse rami secchi per alimentarlo, poi con rami verdi costruì a lato un affumicatoio. Quindi prese a sezionare il pesce in pezzi con l'aiuto della spina e della pietra affilata, delle unghie e dei denti, e li depose sull'affumicatoio. Quando aveva finito era già notte fonda, il giorno diciannove volgeva alla fine.
Decise di restare sveglio tutta la notte per alimentare il fuoco e sorvegliare che i pezzi di pesce cuocessero e si affumicassero ben bene e che nessun animale del bosco glieli rubasse. Ne mangiò un pezzo, ancora mezzo crudo, ma la fame era tanta che lo gustò, infatti era dal mattino presto che non mangiava. Aveva di nuovo tutto il corpo unto dall'olio del pesce ma non se ne dette cura. Tutta la notte andò su e giù per far legna ed aggiungerla al fuoco e spostare con rami verdi le braci verso l'affumicatoio.
Quando spuntò l'alba del venti, Vokka era esausto ma il pesce era ben cotto. Allora ne riempì la sacca, avvolgendo ogni pezzo con foglie fresche e quello che avanzava lo forò con la spina e lo infilò su un ramo ponendoselo a spalla. Mangiò un secondo pezzo di pesce e, dopo aver staccato la prima vertebra della lisca del pesce che tenne come ricordo, si rimise in cammino.
La sua destra, sottoposta a molti sforzi, era ancora gonfia ed indolenzita ma il sangue non ne colava più. Vokka riprese la strada fra gli alberi cercando di tenere un'andatura sostenuta. Verso la fine della mattina del venti raggiunse la pista che univa Portosicuro a Belpoggio. Poco più avanti scorreva il torrente. Vokka lo raggiunse, posò il cibo ed i sandali su un pietrone, tenne la spina con sé, fra i denti, e si immerse nell'acqua fresca. Provò subito refrigerio e sollievo, specialmente alla mano gonfia. Si sdraiò su una lunga pietra sotto una cascatella d'acqua e si sfregò vigorosamente ed a lungo il corpo usando il perizoma appallottolato. Poi bevve parecchia acqua. La violenza dell'acqua sulla pelle era come un massaggio rinvigorente.
Mentre finiva di ripulirsi pensò che lungo il torrente, al ritorno, avrebbe dovuto cercare una delle tavolette con il simbolo Sun. Si alzò, uscì dall'acqua e si guardò intorno incuriosito. Mentre si rimetteva quello che restava del perizoma, si chiese dove poteva essere stata nascosta la tavoletta. Era stata nascosta da un adulto, perciò...
"Gli adulti non hanno molta fantasia... Se fossi uno di loro, dove ne nasconderei una? Questo punto è il più vicino alla strada, perciò il meno scomodo... e i grandi sono un po' pigri. Quindi qui ce ne dovrebbe essere almeno una..."
Si portò sulla strada e guardò verso il torrente. Sulla destra vide un albero cavo, contorto.
"Troppo facile, ma è meglio guardare... No, qui non c'è."
Poco oltre l'albero contorto c'era una pietra circondata di muschio azzurro-viola. Lo esaminò attentamente. Il muschio non era smosso, la pietra era troppo grande per essere spostata e non aveva fessure.
"Qui pa' s'era fermato con i suoi quando è venuto per la sfida e qui si erano lavati... perciò ci dovrebbe essere davvero una tavoletta."
Tornò sulla strada e guardò nuovamente verso il torrente. Sulla sinistra c'era un cespuglio di pianta assassina quasi matura.
"Sì... fa paura avvicinarsi, ma uno esperto sa che mancano ancora due giri prima che i suoi frutti siano maturi... Ai piccoli non si fa che un gran parlare di star lontani dalle piante assassine... Mentalità da adulto... Qui c'è terra smossa... no, è stato un animale. Giusto, terra smossa... può essere un indizio... ecco, là vicino a quel tronco l'erba è sporca di terra e quell'erba è un po' vizza... e qui vicino, quei sassi, mica ci sono arrivati da soli..."
Vokka trovò la tavoletta. Non sentì un senso di trionfo: aveva semplicemente compiuto un'operazione logica, banale. Tornò al pietrone, infilò la tavoletta nella sua sacca, si ricaricò del pesce e riprese lesto il cammino verso Belpoggio. Strada facendo mangiò un altro pezzo del pesce infilzato sul ramo. Si sentiva le gambe indolenzite alle giunture, ma doveva recuperare il tempo perso per pescare e per affumicare il pesce.
Nel tardo pomeriggio vide avvicinarsi qualcuno allora deviò rientrando nel bosco. Ogni tanto guardava verso la strada. Quando gli uomini furono vicini si acquattò in silenzio e li guardò passare. Erano una ventina di Allevatori carichi di pelli e di carni conservate. Con loro c'erano altrettanti Mercenari. Passati che furono, Vokka tornò sulla strada. Verso sera scorse un fuoco poco lontano. Si acquattò e si avvicinò con prudenza. Erano tre dei suoi compagni che stavano mangiando e chiacchierando. Non visto, li ascoltò. Progettavano di passare la notte lì vicino, vegliando a turno.
Vokka li aggirò senza farsi vedere e proseguì il cammino. All'imbrunire mangiò un altro pezzo del suo pesce ed alcune bacche selvatiche che aveva riconosciuto come commestibili. La stanchezza cominciava ad appesantirlo ma proseguì finché fu buio. Allora cercò un albero abbastanza grande ed alto, con le ultime forze vi si arrampicò, salendo più in alto possibile, si mise cavalcioni sulla biforcazione di un ramo, appese la sua sacca su un altro ramo, e con due striscie di tela si legò. Poco dopo dormiva profondamente.