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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL QUARTO LIBRO
DI MAR SWOONEY
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 2 agosto 1980
CAPITOLO 1
LA SFIDA AL CASTELLIERE

Di prima mattina quattro gonfalonieri andarono a prendere Mar ed i suoi uomini mentre altri quattro scortavano il primo campione. Uscirono sulla piazza. La gente era tenuta indietro dagli Armati Sun schierati. Altri si affacciavano dagli spalti del castello. Nessuno voleva perdere lo spettacolo di una sfida. Mar cercò con gli occhi Pendory o qualcuno della sua ciurma ma non riconobbe nessuno. I due gruppi di gonfalonieri accompagnarono gli sfidanti alle due estremità della piazza. Quindi il primo campione andò verso il vessillo di sfida, lo sfilò e lo consegnò a Mar.

"Questo è il luogo che scelgo per la nostra lotta."

"Il privilegio è tuo." disse Mar e consegnò a Tha il vessillo di sfida. "Sorteggiamo quale delle due sfide si debba affrontare, se la tua o la mia." aggiunse Mar.

Allora un gonfaloniere avanzò nel centro della piazza e sollevò alto un cubo di legno con tre facce colorate di rosso e tre di nero.

"Scegli un colore, nobile Esh-Mar."

"Rosso, il colore della sfida."

Il gonfaloniere lanciò alto il dado che ricadde e rotolò: "Nero!" proclamò.

I due antagonisti si avvicinarono, controllarono senza toccarlo e confermarono: "Nero!"

Allora il gonfaloniere, con l'asta del suo gonfalone, tracciò due righe parallele sulla polvere a circa cinque metri l'una dall'altra. I due antagonisti presero posto all'esterno delle righe.

Quindi il gonfaloniere disse: "Se durante la lotta giungerete a toccare la linea degli Armati, questi vi respingeranno verso il centro senza che la lotta cessi."

Mar storse il naso: poteva essere pericoloso, doveva assolutamente evitare di toccare o anche solo di avvicinarsi alla linea degli Armati.

Quindi il gonfaloniere dette il segnale di inizio. Il grosso Greyem si preparò all'attacco, le gambe un po' larghe, le ginocchia flesse, il corpo lievemente chinato in avanti, le braccia discoste dal corpo. Era una massa di muscoli potenti, pronti allo scatto, a travolgere l'avversario. Greyem sorrideva, sicuro di sé. Mar avrebbe potuto vincere ed atterrarlo con facilità ma si disse che non doveva umiliare l'avversario né scontentare gli Armati Sun di cui sarebbe potuto diventare, sperava, il castelliere.

Si mise anche lui nella stessa posizione, conscio di essere minuscolo e fragile di fronte all'avversario. Questi ondeggiava a destra e sinistra, preparandosi allo scatto e studiando Mar. Mar allora fece una finta verso destra ma scattò a sinistra. L'altro l'aveva previsto e si lanciò verso sinistra, però Mar riuscì a scattare di nuovo a destra, evitandolo. Si girò subito e si rimise in posizione. Anche l'altro era già nuovamente in posizione.

Dopo tre o quattro finte riuscite, Mar scattò verso l'avversario. Questa volta non deviò, il campione lo capì e protese le poderose braccia per afferrarlo. Mar gettò i piedi in avanti ed il corpo in dietro sedendosi a terra, afferrò un polso dell'altro, gli puntò un piede sul ventre sollevandolo a tirando a sé il braccio, rotolò sulla schiena e lo scagliò alle sue spalle, alzandosi subito in piedi per fronteggiarlo.

Greyem si era rialzato prontamente. Ora studiava con maggiore attenzione Mar. Questa volta fu Mar ad attaccare, come se volesse colpirlo con la testa sul ventre. Come si aspettava, l'altro si chinò ed allungò le braccia per bloccarlo afferrandolo alle spalle. Mar di colpo saltò e colpì l'avversario, che ora cercava di rizzarsi, con un piede sotto il mento mandandolo a cedere seduto a terra. La lotta continuò per parecchi minuti. Mar era padrone della situazione, anche se a volte dava all'altro la sensazione di dominare la scena.

Finalmente, con una spettacolare carambola, Mar riuscì ad atterrare Greyem su un fianco ed a saltargli sopra a pié pari, facendogli battere spalle e sedere sul terreno. Un "oohh!" di disappunto si levò dagli Armati Sun e dalla folla. Gli uomini di Mar tacevano, come d'accordo.

Il gonfaloniere avanzò e proclamò: "La prima sfida è vinta dal nobile sfidante Esh-Mar."

Allora Mar si avvicinò a Tha, i cui occhi gli sorridevano, riprese il vessillo di sfida e lo piantò nuovamente a terra davanti alla porta. Greyem si era rialzato ed era tornato, accigliato, nel castello. Mar tornò fra i suoi uomini. I quattro gonfalonieri rientrarono nel castello e ne uscirono con il secondo sfidante. Si ripeté la cerimonia. Mar questa volta scelse il nero e venne il rosso. Di nuovo si doveva fare la lotta nel modo scelto dal campione.

Furono portati quattro scurli e Mar dovette scegliere i suoi due. Erano scurli del tipo leggero, a testa di cavallo, cioè come un esagono con tre lati contigui uguali, concavi, di circa trenta centimetri di lunghezza, poi due lati lunghi e dritti di circa settanta centimetri, uniti verso il basso da un lato di venti centimetri, affilato. Lo scurlo era di solido legno, per metà ruvido e per metà liscio in verticale e un po' bombato in orizzontale. Dietro aveva un bracciale ed un'impugnatura per la mano. Era un'arma di difesa-offesa davvero notevole. Un colpo ben piazzato con il lato affilato, detto tranciante, poteva anche tagliare un arto o uccidere. Colpire con gli altri lati poteva anche stordire...

Mar, aiutato dai suoi, infilò le braccia nei bracciali ed afferrò saldamente le impugnature a maniglia. Quindi i due contendenti presero posto dietro alle due linee. Quando il gonfaloniere dette il via, Mekshel partì, uno scudo parallelo al corpo e l'altro sollevato con il tranciante in fuori ed assalì Mar. Data la mole dell'altro, a Mar non conveniva lo scontro frontale. Attese fermo e all'ultimo minuto scartò a sinistra, dalla parte dello scurlo verticale, evitò la carica e si girò rapido gettandosi in avanti con i due scurli verticali.

L'altro s'era girato prontamente abbassando lo scurlo orizzontale e ricevette il colpo di Mar indietreggiando di un paio di passi per non perdere l'equilibrio. Gli scurli risuonavano nel silenzio che gravava sulla piazza. Mar indietreggiò rapidamente. L'altro allora sollevò entrambi gli scurli col tranciante in avanti e caricò di nuovo. Mar si abbassò di colpo piantando con forza gli scurli sul terreno e quando l'altro, ormai lanciato, gli fu addosso, si acquattò sul terreno inclinando gli scurli in dietro su di sé e riparandovisi.

Mekshel cercò di abbassare i trancianti ma i suoi piedi avevano urtato gli scurli di Mar che fece forza sulle ginocchia, abbassò ancora le sommità degli scurli e ne sfilò dal terreno i trancianti. Mekshel per non cadere protese gli scurli in avanti al di là di Mar, cercò di allargare le gambe ma fu sollevato sugli scurli di Mar e rovinò oltre le sue spalle.

Mar s'era alzato nel mormorio generale e s'era girato sollevando gli scurli pronto a colpire. Mekshel era rotolato rapidamente sulla schiena allontanandosi e si stava rialzando con agilità. Continuarono a lungo. Questa volta non era Mar a perdere tempo, Mekshel era bravo, anche se non mise mai Mar in serio pericolo o in imbarazzo.

Allora Mar iniziò a stuzzicare l'altro con una serie di scaramucce ben calcolate per studiarne le reazioni istintive. Anche l'altro lo studiava, però Mar fece molta attenzione a non ripetere due volte la stessa mossa. Così si rese conto che l'altro cercava di impegnarlo in corpo a corpo con uno scurlo orizzontale ed infilare il tranciante dell'altro scurlo sotto quelli di Mar nel tentativo di ferirgli una gamba o un piede. Doveva perciò stare attento a tenere il corpo inclinato in avanti. Ma per premere il suo scurlo contro quello di Mar, anche l'altro doveva stare inclinato in avanti.

Allora Mar gli dette corda, si fece spingere due o tre volte con crescente energia, poi improvvisamente cedette girandosi sul fianco dello scurlo premuto e togliendosi. Come prevedeva, Mekshel perse l'equilibrio in avanti ma si riprese subito, però Mar inclinò lo scurlo di lato puntando lo spigolo del tranciante e riuscì a tagliare l'avversario di fianco, sulla coscia e parte del gonnellino. Il sangue sgorgò subito. Mekshel si fermò a metà attacco, abbassò gli scurli che stava sollevando ed un gemito strozzato aleggiò da mille bocche nella piazza.

Mar fu dichiarato vincitore ed andò a infiggere di nuovo il vessillo della sfida mentre Mekshel rientrava nel castello per farsi medicare. Il sole era alto, oltre il mezzogiorno e per quel giorno le sfide erano sospese. Mar rientrò con i suoi nell'ala del castello a loro riservata, per mangiare e riposarsi.

Tha era emozionato: "Fino ad ora è andata bene..."

"Sì, amore. Non ho mai avuto paura, non sono mai stato in pericolo, lo sai."

"Sì, lo so. Ma adesso riposa, caro, ne hai bisogno."

"Sì, sono stanco. Il secondo era veramente in gamba, un ottimo combattente. Spero di non averlo ferito troppo in profondità."

"Non credo, anche se il sangue sembrava parecchio."

"Lui mirava ai piedi, quello è stato il suo errore. Non si può mirare alla parte bassa del corpo senza sbilanciarsi in avanti. Avevano ragione al Cenco di consigliarmi questo castello."

"Hai detto che ci sono dodici dei tuoi infiltrati, qui. Ma nessuno sembrava tifare per te." notò Tha.

"Solo sette sono Armati ed uno di loro è il gonfaloniere dei Fos... Certo, che devono parteggiare per il castelliere, in questa fase."

"Nessuno dei campioni è un tuo uomo, vero?"

"No, certo."

Parlarono ancora un po', sottovoce, abbracciati nella loro stanza. Poi Mar si addormentò. Quando si svegliò era notte. Dalla finestra a trapezio rovesciato entrava la tenue luce della luna azzurra, sola nel cielo. Tha dormiva tranquillo, al suo fianco. Mar si accostò alla finestra. Di fronte c'era il mare, placido, e le onde lievi facevano un dolce rumore di risacca sotto il muro del castello. Sulla sinistra le grandi navi silenziose, le vele imbrogliate, ondeggiavano lievemente. Una barchetta solitaria fendeva le acque e Mar ne sentì i colpi ritmici del doppio remo prima ancora di individuarla. Su una delle navi una lanterna passò ondeggiando poi scomparve. Il telaio della finestra era sollevato all'interno e Mar si affacciò sporgendosi oltre lo spesso muro fino a vedere la linea di schiuma che biancheggiava sotto la finestra.

Si ritirò e si girò a guardare Tha. Questo era uno dei rari momenti di quiete nella sua vita agitata. La sua ombra si stendeva di traverso adagiandosi sul corpo del suo sposo: un'ombra tenue, azzurrata.

"Lidje dice che abbiamo un'anima... non ho capito bene come sia... deve essere qualcosa di simile a questa ombra... dice che è la parte di noi che può conoscere il dio... il dio! Conoscere il dio! Come possiamo noi conoscerlo se non conosciamo neppure noi stessi? Tha, lo conosco, eppure... chi è Tha? Come posso dire di conoscerlo se non so neanche se ora sta sognando e cosa... Però lo amo. Allora si può amare un dio sconosciuto? Ma Tha è qui, concreto, desiderabile, amabile...

"Lui, il dio sconosciuto, dove è? Tha dice che dio c'è... che è come l'aria... che non ha senso amare l'aria eppure, se non la respiriamo, non potremmo vivere... dice che dobbiamo non pensarci ma respirarlo... Chi ha ragione? È facile amare Tha, è bello, anche ora. Se non temessi di disturbarlo andrei a fare l'amore con lui... Ma un dio! Si può fare l'amore con un dio? Quando mi unisco a Tha sento che si crea una realtà nuova, diversa, meravigliosa... Unirsi con un dio, con dio... se fosse possibile si dovrebbe morirne dall'emozione..."

Mar si stese di nuovo. Gli occhi cercavano fra le ombre del soffitto, cercavano di svelarne le strutture.

"Già, come il mio pensiero cerca di svelare le strutture del dio sconosciuto... Ma l'ombra è troppo fitta, impenetrabile... si leverà mai il sole?"

Gradualmente Mar si addormentò.

Il mattino seguente riprese il rito delle sfide. Era il sedicesimo giorno del settimo mese, la vigilia del solstizio caldo. Si iniziò con il solito rituale. Tirato il dado, questa volta venne il colore scelto da Mar, quindi non si fece la lotta con la balestra, ma la lotta a mani nude. Mar era tranquillo, sicuro di vincere. Ritye sembrava impassibile, ma il dardeggiare dei suoi occhi ne tradiva il nervosismo. Il gonfaloniere fece tracciare a terra un quadrato di tre metri di lato con picchetti e corde tese contro il terreno. I due contendenti ne verificarono la solidità quindi si piazzarono all'interno, sui due angoli opposti.

Tha era sereno e teneva in mano l'asta con il vessillo di sfida quasi con noncuranza. Mar si denudò rapidamente. L'altro lo guardò perplesso, poi lo imitò. Mar lo apprezzò: il suo avversario non sapeva come avrebbe lottato Mar ma se questi si spogliava, significava che gli abiti sarebbero stati di impaccio anche per lui e se ne liberò prontamente. Il suo avversario era pronto, intelligente.

Mar lanciò il grido di attacco e saltò verso l'avversario. Questi si precipitò in centro al quadrato cercando di afferrare Mar a mezz'aria. Però Mar dette un vigoroso colpo di reni e deviò, sfiorandolo con l'anca su una spalla. Ritye cadde sul ginocchio destro e Mar cadde in piedi. Ritye non attaccava ancora ma studiava Mar, che fece un paio di finte sperando che l'altro si sbilanciasse ma l'avversario gli girava attorno senza perderlo di vista.

Mar scattò di nuovo sollevando un piede oltre la testa e girando su se stesso e lo riabbassò di colpo mirando al petto dell'avversario. Ritye riuscì a schivarlo in parte e fu colpito su un fianco. Barcollò ma si riprese, però continuava a non attaccare. Mar tirò due o tre fendenti con le mani dritte, tese, a vuoto, ma costringendo l'altro ad indietreggiare.

Allora Ritye si tuffò sulle gambe di Mar che si scansò lesto. Ma così Ritye riguadagnò il centro del quadrato. "Molto astuto" pensò Mar. Gli volò sopra, sulle spalle, lo prese passando con le due mani sotto le ascelle in un nodo semplice e con un colpo di reni si gettò indietro sollevando Ritye sulle ginocchia. Questi agitava le braccia cercando di liberarsi. Mar si sollevò in piedi e Ritye riuscì a puntare le ginocchia a terra ed a spingere violentemente indietro. Mar lo lasciò di colpo scostandosi, saltò di lato, afferrò un braccio dell'avversario e pivottò sollevandolo da terra e lanciandolo verso il bordo. Ritye cadde metà dentro e metà fuori ma rotolò subito dentro rialzandosi.

Pur non conoscendo il chushin, Ritye ne stava rapidamente comprendendo i principi basilari. Mar avrebbe potuto porre termine al combattimento subito ma preferì non farlo. Sul suo pianeta di origine si sarebbe detto che giocava come il gatto col topo. Mar non aveva mai visto un topo se non sull'enciclopedia elettronica, ma aveva visto gatti allo zoo dell'Università.

Ritye era di nuovo in piedi, nel quadrato, quasi in centro. Mar era ritto accanto alla corda tesa. Continuarono nelle scaramucce di colpi, pause ed attacchi. Ora anche il suo avversario tentava qualche timido attacco. Era proprio quello che Mar voleva. Decise di dargli corda. Si lasciò gettare a terra, si rialzò voltandogli le spalle, stando vicino alla corda, lo sentì attaccare per spingerlo fuori, piroettò di lato in modo di togliersi dalla sua traiettoria e, quando Ritye gli fu di fianco, con una gamba sollevata lo colpì alla schiena.

Ritye cadde fuori in ginocchio ma le punte dei piedi erano ancora dentro il quadrato e solo una mano toccò terra. Mar gli permise di rientrare. Ritye lo guardò stupito. Si stava rendendo conto che Mar avrebbe potuto spingerlo con più forza facendolo andare fuori del tutto o che poteva semplicemente spingergli fuori i piedi... ma non l'aveva fatto. Ora Ritye si sentiva molto meno sicuro di sé, anche se gli Armati Sun parevano tranquilli, ancora sicuri delle sue capacità. Ma Ritye cominciava a sentire a pieno le possibilità e le capacità del suo avversario.

Mar lo attese. L'avversario ora pareva quasi rassegnato, comunque non smetteva di lottare. Mar gli fece cenno di attaccare, sorridendo.

L'altro alzò le spalle e gli sussurrò: "Che aspetti?" senza cessare di restare in guardia.

Sempre molto sottovoce, in modo che i Sun non li sentissero, Mar rispose: "Non voglio umiliarti."

"Perché?" chiese Ritye.

Si studiavano girandosi attorno. Mar non rispose. Ritye fece un finto attacco che però Mar non raccolse.

"Bravo." sussurrò Mar.

"Non prendere in giro..." sussurrò l'altro con aria stanca.

Allora Mar scattò, afferrò un polso di Ritye, piroettò facendolo sbilanciare all'indietro, aumentò la velocità puntando i calcagni a terra mentre l'altro cercava di portare i piedi indietro per non cadere, lo sollevò lievemente da terra, sempre girando veloce su se stesso. Ritye scalciò furioso, Mar aumentò ancora la velocità sollevandolo ancora di più da terra e finalmente lo lasciò di colpo. Ritye volò fuori dal quadrato e cadde ad un metro dal bordo. Un silenzio pesante scese sulla piazza.

Il gonfaloniere dichiarò la vittoria di Mar, che uscì dal quadrato, prese il vessillo di sfida e lo piantò al suo posto. Si rivestì mentre anche Ritye si rivestiva e, passandogli vicino mentre l'Armato si avviava verso la porta del castello, gli sussurrò: "Sei molto in gamba, Ritye."

Questi gli lanciò una breve occhiata sorpresa e rientrò senza parlare.

Poi fu accompagnato nella piazza l'ultimo campione. Si tirò di nuovo il dado ed un senso di sollievo si dipinse sul volto di Duhayt quando la sorte favorì lui. Furono portate due "teste di uccello" cioè due mazze caratteristiche dei Mercenari, irte di aculei sulla metà della sfera finale, una specie di ascia sporgente dall'altra metà della sfera ed una lunga punta emergente dalla sfera dalla parte opposta del manico.

Mar le guardò, le soppesò e scelse la sua. Qui Mar avrebbe avuto più possibilità di cavarsela lottando a mani nude che con la testa d'uccello, arma che l'altro doveva conoscere molto meglio di lui. Ma non poteva disfarsi della sua testa d'uccello senza sollevare obiezioni. Sarebbe stato diverso, però, se fosse stato il suo avversario a fargliela volare via...

Furono tracciate le solite due righe di distanza. Mar lesse negli occhi di Duhayt la determinazione di ucciderlo e sentì un breve brivido. Mar calcolò che questa volta aveva dodici probabilità su cento di essere sconfitto, forse ucciso... Quando il gonfaloniere dette il segnale di inizio, Duhayt iniziò subito a far volteggiare la sua mazza fra le mani con la perizia di un giocoliere. Mar lesse uno sguardo compiaciuto negli occhi degli spettatori.

Restò fermo, la testa d'uccello stretta con le due mani, sollevata a metà. Duhayt s'avvicinava sicuro, quasi lentamente, senza perderlo di vista neanche un momento, spiandone la minima reazione. Mar lo lasciò avvicinare restando immobile. L'avversario lo guardava con un lievissimo sorriso beffardo negli occhi, la bocca sottile piegata agli angoli, socchiudendo gli occhi. La pesante arma continuava a volteggiare vorticosa cosicché era difficile capire da che parte sarebbe venuto l'attacco.

Poi Mar vide un piccolo guizzo nei muscoli di Duhayt e gli occhi dell'avversario per una frazione di secondo si fissarono su un punto preciso, così capì come sarebbe avvenuto l'attacco subito prima che avvenisse. Scattò con la sua arma in quella direzione e si sentì il forte impatto delle due mazze a mezz'aria. Duhayt non sembrò sorpreso, balzò indietro con l'arma saldamente nelle mani e riprese a farla roteare. Mar abbassò la sua impugnandola con forza e ne diresse la punta verso l'avversario, avanzando lentamente. L'altro non si spostò. Mar faticava a seguire i movimenti dell'arma mulinante. Ma sapeva che gli occhi dell'avversario ne avrebbero tradito le intenzioni. Questi infatti, quando decise di colpire, guardò la spalla sinistra di Mar, che immediatamente scartò a destra tentando un affondo con la sua arma.

Duhayt, subito, spostò con forza a sinistra la sua arma deviando quella di Mar e balzando velocemente indietro. Mar piroettò ed assalì sulla destra. Ma Duhayt era pronto e di nuovo intercettò la traiettoria dell'arma di Mar. Le spine delle due armi si incastrarono e finalmente Mar si sentì strappare via la testa d'uccello dalle mani. La sua mazza volò via lontana ed istintivamente alcuni Armati Sun si scansarono anche se la mazza cadde a terra prima di raggiungerli. Duhayt subito si mise fra Mar e la sua arma, riprendendo a far volteggiare la propria, con un sorriso soddisfatto sulle labbra crudeli.

Però ora Mar si sentiva nel suo elemento: poteva lottare a mani nude. Quando l'avversario fece scattare la sua mazza dal basso in alto tentando di colpirlo al petto, Mar fece uno dei suoi prodigiosi salti spostandosi indietro con il torso e sollevando e spingendo in avanti ed in su la punta del piede destro che colpì Duhayt su un gomito sbilanciandogli la mazza sulla destra.

Mar ricadde sul piede sinistro, gridò e scatto in avanti sulla sinistra sfiorando con le spalle l'anca dell'avversario che barcollò. Mar atterrò sulle braccia e sulla nuca in una capriola, si raccolse e rimbalzò indietro con un mezzo salto mortale colpendo Duhayt sulla schiena e facendolo cadere in avanti sulle ginocchia, si girò velocemente mentre questi tentava di colpire alle sue spalle, dove sapeva essere Mar, con la testa d'uccello. Mar velocemente piazzò un dito della mano tesa sotto l'orecchio destro di Duhayt che crollò a terra svenuto.

La mazza sfiorò Mar all'interno del braccio e lo ferì superficialmente e dal braccio colò sangue. Mar tornò verso la sua mazza, la prese, andò verso l'avversario svenuto e prese anche la sua mazza, le sollevò una per mano, con le punte verso il basso e le piantò con forza in terra sfiorando appena il corpo di Duhayt ed inchiodandone a terra con una il gonnellino e con l'altra il corpetto.

Quindi guardò verso il gonfaloniere arbitro della sfida. Questi non si aspettava una così rapida conclusione dello scontro. Il braccio di Mar gocciolava sangue sul corpo dell'avversario abbattuto.

Mar gridò: "Ha cessato di combattere. Io posso ancora continuare. Avrei potuto facilmente ucciderlo. C'è qualche dubbio su chi sia il vincitore?"

Nel silenzio generale il gonfaloniere dichiarò: "Il nobile sfidante Esh-Mar ha vinto tutti e quattro i campioni del nostro castelliere."

Allora Mar andò a prendere il vessillo di sfida dalle mani di Tha e lo piantò per la quinta volta al suo posto.

"Il castelliere Sun verrà ora a raccogliere la tua sfida." proclamò il gonfaloniere.

Duhayt ancora giaceva in terra privo di sensi. Nessuno pareva curarsi di lui. Dall'interno del castello provenne il suono di un basken e dalla porta uscì il castelliere che si fermò per un attimo sulla soglia. Si guardò attorno con aria sicura, fiera, poi, come se fosse lievemente meravigliato, soffermò lo sguardo sul vessillo di sfida, poi su Mar.

"O nobile sfidante Esh-Mar, hai portato con te anche la lettiga di morte?"

La domanda non era nel rituale e Mar rispose: "Certo, è l'unico dono che ho portato per te da Esh!"

"Non parlare di vittoria finché non l'hai in pugno." ribatté impassibile il castelliere Sun.

"E tu non parlare di morte finché non l'hai data." rispose pronto Mar.

Il gonfaloniere arbitro si intromise: "Nobile sfidante Esh-Mar, sai che la consuetudine riserva al castelliere la scelta dell'arma e del luogo e a te quella dell'ora."

"Certo. Attendo di conoscere le scelte del castelliere Sun, poi io annuncerò la mia."

Il castelliere allora disse: "L'arma? È l'ascia di ferro!"

Un mormorio si levò dalla piazza.

Il gonfaloniere sembrò perplesso: "Ma... ne abbiamo solo una nel castello... la tua."

"Se il nobile sfidante non ne è provvisto, non è colpa mia." dichiarò il Sun beffardo.

Mar si inchinò: "Mi sta bene. Non potendo usare un'arma differente da quella che usi tu, e dato che al tuo castello ce n'è una sola, non userò altro che il mio corpo."

Altro mormorio stupito. Ma dopo la prova data contro Duhayt, tutti capirono che Mar non era affatto intimorito.

Il castelliere allora aggiunse: "Riguardo al luogo... sarà sul tratto di muro compreso fra l'angolo nord-est e la scala della porta."

Era un tratto di muro largo quaranta centimetri con una spalletta di quindici centimetri: era chiaro che il castelliere aveva scelto bene il luogo: lì Mar avrebbe dovuto trovarsi in difficoltà ad eseguire i suoi salti ed i suoi volteggi. E una caduta dal muro sarebbe stata quasi certamente mortale.

Mar s'inchinò di nuovo, sereno, mentre la folla commentava eccitata le scelte astute del castelliere.

Quindi Mar si rizzò, tese le spalle e disse: "L'ora sarà il mezzogiorno di domani, allo scoccare del Solstizio lungo."

Il castelliere si inchinò in segno di accettazione.

Mar allora disse: "È privilegio del nobile sfidante fare un sopralluogo sul posto della sfida subito prima che questa abbia inizio."

"Certo."

"Domani, cinque primi dal mezzogiorno, effettuerò il mio sopralluogo."

"Così sarà fatto."

Il castelliere rientrò. Poi fu la volta di Mar con la sua gente. Mentre s'avviava per rientrare vide che finalmente qualcuno andava a soccorrere Duhayt.

Rientrati, Mar si spogliò, si lavò a lungo e si fece medicare il braccio. Quindi mangiarono tutti assieme. Subito si intrecciarono commenti sulla giornata e sulla sfida del giorno dopo.

Tha era preoccupato: "È peggio di quello che pensassi. Il castelliere ha fatto scelte ottime ed astute."

"È nel suo diritto."

"Ma tu ora sei in pericolo, Mar... lassù è molto stretto e tu sei disarmato."

"Anche lui è in pericolo, è stretto anche per lui."

"Ma tu non potrai saltare e muoverti in libertà."

Mar sorrise: "Certo che dovrò stare attento. Ma tu non conosci ancora bene le potenzialità del chushin. È vero che io non sono un gran campione, ma ho ancora parecchie possibilità che tenevo in serbo per il castelliere."

Vide che Tha era ancora preoccupato. Allora prese un boccale di bel vetro variegato, lo capovolse posandolo a terra e salì in punta dei piedi sul fondo del boccale. Era un cerchio di dieci centimetri di diametro e Mar riusciva a starci a mala pena sulle punte dei piedi. Si rilassò, si concentrò, si tese e di colpo fece un salto mortale rovesciato ricadendo in piedi sul fondo del boccale senza che questi si spostasse di un millimetro, rizzandosi di nuovo, tranquillo. Quindi scese e si rimise i sandali.

Tha gli cinse il collo con le braccia: "Sì, forse quaranta centimetri ti basteranno... Ma ora, ve ne prego, non parliamo più della sfida. Mar deve riposare, deve essere in forma per domani."

Mar cinse la vita a Tha: "Sei troppo teso, Tha... rilassati, vedrai che tutto andrà bene."

"Comincio a sentire un po' di nervosismo, Mar... e non dovrei, perché tu devi essere sereno, specialmente in queste ore."

Si ritirarono nella loro stanza.

"Tha... vuoi?"

"Ora?"

"Sì."

"Certo... se lo vuoi tu, sono qui. Vieni, Mar..."

Si ritrovarono con gli altri per la cena. Chiacchierarono un po' poi andarono tutti a dormire.

Il mattino seguente Mar si svegliò tardi. Tutti erano già alzati. Fecero assieme un pasto frugale. Il segnatempo indicava che erano le due del secondo turno: mancava un'ora a mezzogiorno. Allora si avviarono per controllare il tratto di muro su cui si sarebbe svolta la sfida. Accompagnati dal gonfaloniere e da quattro nuclei di Armati, uscirono dal castello e si recarono sul luogo scelto dal castelliere.

Mar controllò minuziosamente il tratto, pietra per pietra, saggiandone la consistenza con i piedi nudi e con le dita. Il gonfaloniere guardava attento. Mar ripercorse tutto il tratto su e giù, misurandolo e contando mentalmente. Pochi primi da mezzogiorno, sotto il muro, dalle due parti, si era radunata tutta la città e parecchi Armati. Sul muro avanzò il castelliere con la sua ascia lucida a spalla e il vessillo di sfida nell'altra mano, seguito dai gonfalonieri con i loro gonfaloni.

Ad una estremità del muro c'erano gli uomini di Mar, all'altra i gonfalonieri. Il castelliere consegnò a Mar il vessillo rosso e questi lo passò a Tha.

Allora un gonfaloniere avanzò e recitò: "Sia castelliere il più capace di tutto il castello nel combattimento. E se un Armato di un altro castello presumesse di essere più forte o più valente, avvenga una sfida in cui ognuno dimostri il proprio valore e le sue capacità di fronte a tutti gli Armati del castello. Il vincitore sarà castelliere e deciderà sulla sorte dello sconfitto.

"Se vince lo sfidante, gli Armati gli facciano il giuramento di fedeltà e di sottomissione. Chi non giura sia allontanato dal castello secondo le regole. Il nuovo castelliere riorganizzerà le compagnie ed i nuclei, dopo aver ascoltato gli Armati rimasti. Il nucleo del nobile sfidante divenuto castelliere ed altri eventuali armati di sua scelta provenienti da altri castelli, per un numero uguale a quello degli allontanati, può essere introdotto nel castello entro tre mesi.

"Se vince il vecchio castelliere, il nucleo di sfida, escluso lo sfidante, ha diritto di tornare sano e salvo al castello di origine. Così scrisse il Fondatore e così sarà."

Tutti gli Armati dissero in coro: "Così sarà, ne siamo testimoni."

Mar guardò il castelliere, la sua uniforme gialla con il bordo cyan e lo stemma tessuto in filo d'oro che rifulgeva sotto il sole alto. I due avversari si inchinarono. Poi il Sun brandì l'ascia facendola brillare al sole. Un brusio si alzò dalla folla. Il Sun avanzò lentamente verso Mar sollevando alta l'ascia sul capo e fissando Mar negli occhi. Mar restò immobile, rilassato, senza perdere il minimo movimento dell'avversario.

D'improvviso il castelliere scattò in avanti abbassando l'ascia dritta su Mar che fece un lieve balzo sulla sinistra, verso l'interno del muro e l'ascia gli sibilò a pochi millimetri dal corpo, senza sfiorarlo. Il Sun diede un lieve effetto in fuori all'ascia verso i polpacci di Mar che scattò indietro di un palmo evitandola di nuovo. Un gemito sussurrato, non si capiva se di disappunto o di sollievo, si levò dalla folla che guardava in su, sulla sommità del muro, le due figure inondate di sole.

Il Sun risollevò l'ascia e si immobilizzò. Tolse la mano sinistra dall'impugnatura e con la sola destra la brandì in fuori ed in avanti, falciando verso sinistra all'altezza dello stomaco di Mar. Questi si piegò indietro quel tanto che bastava per schivarla poi scattò con un braccio colpendo con la mano di taglio il braccio con cui il Sun teneva l'ascia. Il castelliere sussultò, strinse le labbra, si ritirò indietro ma non lasciò l'arma.

Mar non aveva mai lottato con l'ascia di ferro, ma si rese subito conto che, essendo molto pesante, la sua forza si basava sull'inerzia, ma questo ne costituiva anche la debolezza, poiché una volta iniziato un movimento diventava difficile per chi la brandiva cambiarne la traiettoria se non di poco. Inoltre tutto il corpo doveva bilanciare la forza centrifuga dell'ascia brandita. Era tutto un gioco di equilibri su cui Mar doveva intervenire.

Il Sun era robusto e veloce e conosceva bene la sua strana arma. Ma pareva non rendersi conto che ogni volta che falliva un colpo restava scoperto per alcuni preziosi istanti. Brandita a due mani l'ascia diventava un po' più maneggevole, ma il suo raggio di azione era ridotto. Il suo lucido metallo mandava sinistri bagliori. Il Sun tirò un fendente dall'alto in basso in obliquo, dall'esterno all'interno che Mar evitò di stretta misura piroettando e dando un colpo al polso del Sun con il calcagno, costringendolo a far proseguire la traiettoria dell'ascia più in basso e più all'esterno del previsto.

Il Sun assecondò la traiettoria girandosi e risollevando l'arma e si trovò pericolosamente vicino al ciglio dello stretto muro. Ritrovato il controllo, si riportò verso il bordo esterno, protetto dalla bassa spalletta e menò un nuovo fendente dal basso in alto in fuori verso il capo di Mar che scartò trovandosi, questa volta lui, troppo vicino al ciglio interno. Allora il Sun lasciò ricadere la lama dell'ascia dirigendone il taglio sul collo di Mar. Questi si gettò indietro inarcando il corpo, cadde sulle mani protese, dette un colpo di lombi ed atterrò in piedi sulla stretta spalletta del muro verso l'esterno rizzandosi immediatamente e restandovi immobile. Aveva sotto i piedi uno spazio di non più di quindici centimetri.

Il Sun allargò le labbra tese in un sorriso soddisfatto, socchiuse gli occhi e roteò su se stesso tenendo l'ascia in fuori con la lama piatta a falciare le gambe di Mar. Questi fece un salto in alto evitando la falciata e ricadendo sullo stesso punto. Un brusio eccitato si levò dalla folla. Rivoli di sudore cominciavano a cadere dalla fronte del Sun che tentò di nuovo di falciare le gambe di Mar senza successo.

Poi il Sun fece un passo indietro, sollevò di nuovo l'ascia mirando al petto di Mar e l'abbassò di colpo spostandosi in avanti. Mar saltò oltre il capo del Sun che si stava sbilanciando in avanti ed atterrò alle sue spalle colpendolo con la schiena contro la schiena e facendolo sbilanciare ancor più in avanti. L'ascia volteggiò fuori dal parapetto e si abbatté contro il muro con un colpo squillante. Mar s'era abbassato, aveva spinto il capo fra le gambe divaricate del Sun, l'aveva afferrato per la vita spingendo le braccia indietro e puntando i talloni s'era alzato di colpo.

Il Sun si trovò così sollevato e sbilanciato in avanti, verso l'esterno, tirato giù dal peso della sua ascia, e come in un tuffo cadde dal muro all'esterno della città, urlando. L'urlo si spense in un tonfo mentre la folla, che all'inzio aveva urlato con il castelliere, taceva di colpo. Mar si girò lentamente, guardò alla base del muro la forma immobile, scomposta, in un semicerchio di gente immota, chiuse gli occhi e sospirò: "È finita!"

Quando si girò verso i gonfalonieri vide che questi avevano tutti capovolto i loro gonfaloni fino a far poggiare sul muro la tela e sollevare in alto le aste, in segno di lutto grande. Nel silenzio generale Mar tolse il drappo rosso del vessillo di sfida dall'asta, si fece largo, scese dal muro, uscì dalla porta, si avvicinò al corpo esanime dell'ex castelliere e ne coprì il volto insanguinato. Quindi rientrò nella città.

Il suo nucleo frattanto l'aveva raggiunto e lo scortò verso il castello. I gonfalonieri, con i gonfaloni sempre rovesciati, si affrettarono a seguirlo. Mar si fermò davanti alla porta del castello e si girò. Ognuno dei gonfalonieri gli depose ai piedi il proprio gonfalone.

Poi uno di loro disse: "A te ora la riorganizzazione del castello, nuovo Sun."

Mar annuì: "Ordino che si compia il rito di morte dell'ex-Sun con l'onore che spetta ad un grande Armato morto in battaglia. Dopo riorganizzerò il castello. Per ora tutti continuino a ricoprire le cariche di prima. Il gonfaloniere anziano diriga le cerimonie. Il nucleo di sfida, me compreso, resterà fuori dal castello fino a cerimonia conclusa, per cui preparerete le necessarie tende in questo punto."

Il gonfaloniere anziano avanzò verso Mar, s'inchinò, quindi si girò verso gli Armati sopraggiunti nel frattempo: "Si prepari il letto di morte qui davanti, Il nucleo Kre ne è incaricato."

Subito il nucleo incaricato entrò nel castello. Il gonfaloniere dette gli altri ordini necessari. A poco a poco tutti si mossero. Sul piazzale davanti al castello si allestì un letto di legno su cui si pose il letto di morte, cioè una sottile piastra di metallo ricurva di circa cento ottanta per settanta centimetri. Questo era ricoperto con un drappo giallo bordato di cyan. Altri portarono su una lettiga il cadavere del caduto e lo composero sulla piastra metallica. Il rosso vessillo di sfida ne copriva ancora il volto sfigurato.

Tutti i nobili arrivarono con rami verdi che piantarono sul terreno, tutto attorno al letto. Davanti furono posti due cesti ed in uno si misero le armi appartenute al morto. Nell'altro, tutti quelli che lo conoscevano gettavano denaro, sfilando, soffermandosi un attimo e battendo le mani, gridando verso il cadavere "Addio, amico!" La sfilata proseguì per tutto il pomeriggio e la sera. Accanto ai cesti stavano ritti lo scudiero del morto, lo sposo con i figli ed il convivente con i figli.

A sera il gonfaloniere anziano compì il rito della "liberazione dagli obblighi sociali" in cui si liberò il morto del suo stato di Armato e lo scudiero portò via il cesto con le armi, poi la liberazione dal contratto di matrimonio, e lo sposo se ne andò con i figli, e dal contratto di convivenza. Quindi lo si liberò dai suoi beni e possessi. Il cesto con il denaro fu dato ad un altro gonfaloniere che lo contò e lo distribuì secondo percentuali prestabilite a tutti i figli, allo sposo ed al convivente. Durante la notte il cadavere restò da solo, all'aperto, sul letto.

Mar entrò nella tenda preparata per lui e per Tha. Finalmente si abbracciarono. Mar era esausto e teso, Tha lo carezzò a lungo.

"Mar, amore, rilassati. È fatta..."

"Già..."

"Devo chiederti una cosa, sai? Una cosa bella..."

"Bella? Ci vorrebbe davvero. Di che si tratta?"

"Mar, vorrei che adottassimo una bimba..."

Mar lo abbracciò: "Certo, amore, certo. E la chiameremo Selte, vuoi?"

"Selte? Perché scegli questo nome?"

"Non ti piace? Ne preferisci uno diverso?"

"Sì che mi piace. Selte... ma perché? Conosci qualche Selte, tu?"

"No, mi è venuto in mente così. Ma se tu hai un nome migliore..."

"No, va bene." rispose Tha e lo baciò.

Mar si sentì meglio, sollevato. Si addormentò fra le braccia di Tha mormorando il nome del suo quarto figlio.

La mattina seguente ripresero le cerimonie. Si formò un corteo. Prima venivano i tre gonfalonieri deputati ai riti, poi gruppi di quattro Armati che portavano su apposite barelle i bracieri rappresentanti le compagnie poi gli Armati in formazione di quattro per quattro che marciavano "a passo stanco". Marciavano cioè con le gambe rigide, strisciavano il piede sinistro in avanti, facevano una pausa, poi strisciavano il destro in avanti fino a portarlo alla pari con il sinistro; altra pausa, poi strisciavano il piede destro in avanti, pausa, vi riunivano il sinistro, pausa e ricominciavano.

Quindi otto Armati portavano a spalle il letto di morte di metallo con la salma. Veniva poi lo sposo con l'urna dei resti in mano, accompagnato dal convivente e seguiti dai figli. Il figlio maggiore aveva fra le mani il velo per l'urna, ripiegato. Infine venivano scudieri, famigli e servi con la legna per costruire la pira.

Il corteo entrò nel castello per far visitare al morto per l'ultima volta i luoghi amati. Uscì verso il mare, si fermò davanti a due o tre case di Navigatori amici del castelliere defunto, tornò sulla piazza. Mentre la testa del corteo si fermava davanti alla porta del castello, scudieri, famigli e servi formarono la pira. Vi fu issata sopra la piastra di metallo con il corpo.

Il secondo gonfaloniere allora compì il rito "separazione dalla materia". Fece portare i bracieri tutto attorno alla pira. Intonò il canto "Tutto ha una fine". Ad ogni strofa veniva rovesciato un braciere sulla pira funebre e gli Armati gridavano il nome della compagnia che rappresentavano.

Tutti restarono a guardare in silenzio la pira che si consumava. Mar notò che alcuni Armati avevano gli occhi lucidi. L'acre odore del corpo consumato dal calore mescolato all'odore della resina del legno, si sparse per il piazzale. Una lieve brezza portava via le dense volute di fumo e teneva alte le fiamme.

Dopo alcune ore la pira era consumata, allora tutti se ne andarono. Quattro nuclei tornarono con otri di acqua, spensero le braci aspergendole fino al cadere della notte. Nel giorno della cremazione nessuno dei parenti del morto mangiava e solo a notte poteva bere. Durante la notte i quattro nuclei di Armati vegliarono attorno alle braci spente, dopo aver protetto il letto metallico e le ceneri con un telo.

Il mattino seguente si riformò lo schieramento funebre. Il letto fu tolto dalle ceneri spente, il terzo gonfaloniere compì il rito "rinascita dello spirito" poi raccolse i resti del morto e li depose nell'urna. Questa fu consegnata al figlio maggiore del morto, un nobile, e fu ricoperta con il velo. I parenti del defunto rientrarono nel castello. Gli Armati tolsero i rami ormai appassiti, il letto, le ceneri della pira ed i bracieri rovesciati e spazzarono accuratamente la piazza togliendo ogni traccia della cerimonia avvenuta.

A mezzogiorno il gonfaloniere anziano disse a Mar che tutto era stato eseguito secondo i suoi ordini. Allora Mar convocò tutti i gonfalonieri.

"Per prima cosa portatemi i registri del castello."

Poi fece chiamare i quattro campioni. Questi vennero e si prostrarono davanti a Mar: le loro vite erano nelle sue mani. Mar li chiamò ad uno ad uno, usando il loro nome per intero.

"Sunfor Greyem. Ti faccio dono della vita. Dopo deciderai, con gli altri Armati Sun, se restare al castello con me o no."

L'uomo si alzò, si inchinò e rientrò nel castello. Mar disse le stesse parole anche a Sunlod Mekshel ed a Sunpak Ritye.

All'ultimo invece disse: "Sunkirk Duhayt, ti faccio dono della vita, ma ti caccio dal castello Sun e dagli armati. D'ora in poi sei solo Hayt e basta. Ti sarà dato del cibo ed un'arma e lascerai subito il castello e la città."

Hayt si alzò, si inchinò e restò fermo al suo posto. Gli fu portata la sua testa di uccello ed una sacca con il cibo, poi fu accompagnato dagli uomini di Mar fuori dalla città.

Mar fece allora chiamare i parenti del castelliere defunto: "Vi sarà dato un salvacondotto per il castello di vostra scelta. Possono restare con voi, se lo vogliono, i vostri scudieri, famigli e servi e potete portare con voi tutto il vostro denaro, l'urna del vostro congiunto, le vostre armi personali e del cibo. Se desiderate anche una scorta, l'avrete, ma in questo caso dovrete attendere qualche giorno. In tal caso sarete ospitati nell'ala del castello che ospitò me ed i miei uomini. Se avete qualche richiesta da fare, vi ascolto."

Il figlio maggiore, il nobile Sunkizh Bertash, fece un passo avanti: "Devo dichiarare di fronte a tutti due cose. Ti ringraziamo per averci magnanimamente permesso di onorare il nostro morto e ti ringraziamo anche per la generosità che hai nei nostri confronti. Vorremmo recarci a Castelvecchio. Non necessitiamo di nessuna scorta, solo ti preghiamo di darci una lettera di viaggio per tutti i castelli che troveremo lungo il nostro cammino. Vorremmo partire al più presto, anche subito."

Mar annuì e dette le necessarie disposizioni. Quando i familiari del defunto castelliere si furono allontanati da Portosicuro, fece suonare l'adunata generale ed iniziò l'appello e la scelta di campo.



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