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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SECONDO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 16
LUNGA PRIGIONIA

Il pallone si spostava, portato dal vento. I servi stesero fuori dalla navicella una vela leggera: orientandola riuscivano a controllare la direzione degli spostamenti. Mar, seduto contro una parete della cesta, sostenuto da una specie di imbracatura, la testa penzoloni sul petto, intravedeva attraverso l'intreccio del fondo la terra scorrere veloce sotto di loro. Vedendone solo una piccola porzione alla volta, non riusciva a rendersi conto della direzione in cui stavano viaggiando.

Pensò che era una fortuna che non l'avessero trovato quando indossava le compromettenti attrezzature che solitamente aveva su di sé. Si chiese che specie di droga avesse usato lo Shentist su di lui. Aveva lo stesso effetto di una scarica di paralizzatore. Forse gli Shentist avevano anche altre droghe interessanti. Si augurò che non avessero niente di simile al siero della verità.

Pensò a Njeiry. Chissà se e quando avrebbe potuto rivederlo. Cercò di muoversi ma nessun muscolo rispondeva ancora: aveva quasi la sensazione di essere staccato dal proprio corpo pur essendone prigioniero. Nonostante non fosse in una posizione comoda né naturale, non sentiva indolenzimenti, nulla.

Sul terreno alberi e rocce proiettavano ombre sempre più lunghe segnando il passare del tempo. Ad un tratto sentì che i servi stavano ritirando la velatura e la vide infatti accumularsi sul fondo della cesta. Questo gli impedì la visuale. Avevano anche cessato di alimentare il fuoco ed uno ordinò di aprire la valvola superiore. Mar non aveva la sensazione di scendere ma si rese conto che dovevano essere in fase di atterraggio. Dopo poco infatti sentì altre voci provenire dall'esterno della cesta, poi il rumore dell'impatto contro il terreno.

Lo Shentist dette ordine di bendare Mar, che continuava a non sentire il proprio corpo. Passò un tempo interminabile, poi gli tolsero la benda. Era scuro. Si chiese se fosse già notte o se l'avessero portato in un ambiente buio. Di mano in mano che gli occhi si abituavano, cominciò a distinguere sul muro, sopra la propria testa, un cerchio un po' più chiaro. Doveva trovarsi in una stanza con una finestra circolare e fuori doveva già essere quasi notte.

Gradualmente cominciò a sentire un formicolio sulla pelle: stava tornando in possesso del proprio corpo. Provò a chiudere gli occhi e ci riuscì. Aprì a fatica le labbra e provò a parlare. Udì una specie di rantolo: era stato lui ad emetterlo. Piano piano sentì il corpo pesare. Provò a muovere una mano e, con estrema lentezza, riuscì a chiuderla.

Attese qualche minuto. Saggiò di nuovo i muscoli. Lentamente riuscì a piegare un ginocchio poi lo stese di nuovo. Sollevò un braccio: sembrava di piombo. Dopo qualche altro minuto gli parve di sentirsi quasi normale. Provò ad alzarsi a sedere e ci riuscì. Ruotò e sporse le gambe che caddero con forza: batté i talloni su un duro pavimento in pietra. Il colpo gli fece male.

Cercò di alzarsi in piedi, si protese col busto in avanti e cadde di schianto, battendo malamente una guancia ed il naso. Il pavimento era freddo e levigato. A poco a poco si stese e si girò sulla schiena.

L'avevano lasciato nudo ed il contatto con la fredda pietra lo fece tremare con forza. Sentiva il rumore dei propri denti che battevano. Con una mano si tastò dove aveva battuto: ancora non si sentiva nessun gonfiore ma data la violenza del colpo non dubitò di essersi fatto qualche brutta ecchimosi.

Il tremito del corpo accelerò la circolazione del sangue e le forze gli stavano tornando rapidamente. Finalmente riuscì a sollevarsi ed a gettarsi sul pagliericcio. La sensazione di freddo non voleva passare. Cercò di addormentarsi, ma per parecchio tempo non ci riuscì. Poi gradualmente, insensibilmente, il sonno arrivò. Fu un sonno agitato.

Quando si svegliò si trovò raggomitolato, tutto intirizzito, la stanza rischiarata da una calma luce. Si alzò con cautela ma ora le forze erano completamente tornate.

Era in una cella di pietra grigia di due per due metri e di circa quattro di altezza terminante con una volta a crociera. Su in alto, a circa tre metri e mezzo dal pavimento, c'era una finestra tonda da cui entrava il fascio di luce. Su una parete c'era una piccola porta di legno massiccio con uno spioncino tondo. Di fianco, nel muro, c'era una nicchia con un sedile con un grosso foro tondo: era il bugliolo. Metà stanza era occupata da una tavola incastrata nelle pareti con sopra un saccone di erbe secche.

Si avvicinò alla porta e guardò dal foro. Di fronte c'era un'altra porta uguale, sbarrata da due robusti pali di legno: doveva essere l'accesso ad un'altra cella. Chissà se conteneva un altro prigioniero?

Provò a salire sul pagliericcio ma anche saltando e protendendo le braccia non riuscì a raggiungere la finestra. Ogni volta che saltava dal tavolaccio risuonava un cupo rimbombo. Osservò il muro: le pietre erano lisce e ben incastrate l'una sull'altra e non fornivano il minimo appiglio. Nel centro della volta Mar notò una piccola apertura che si perdeva nel buio.

Osservò il pavimento. La porta non giungeva a terra ma terminava a circa sessanta centimetri, poi c'era un muro di pietra. Il pagliericcio era più basso della soglia e così il piano del bugliolo. Anche sul pavimento non si vedeva la minima fessura.

Sedette sul pagliericcio e si appoggiò alla parete. Era fredda. Si rialzo, piegò il saccone in modo che poggiasse parte contro la parete e parte sul tavolaccio e sedette di nuovo: ora stava più comodo.

Ad un tratto vide qualcosa muoversi dietro al foro sulla porta.

Saltò in piedi e chiamò: "Ehilà!"

Il movimento era cessato. Incollò l'occhio al foro ma non vide nessuno. Chiamò di nuovo e prese a battere forti colpi sulla porta; questa non vibrava neanche ma nel locale attiguo i suoi colpi rimbombavano con mille echi. Sedette di nuovo.

Il fascio di luce che entrava dalla finestra disegnava un'ellisse sul muro e questa si spostava a poco a poco, finché scomparve. Le ore passavano e Mar aveva sempre più fame. Rimise a posto il sacco e si sdraiò di nuovo.

"La cosa migliore è dormire. Prima o poi verrete a parlarmi o a darmi da mangiare!" disse ad alta voce.

Passarono tre giorni senza che accadesse nulla. I morsi della fame ora lo attanagliavano ed aveva un forte desiderio di bere. Mar si chiedeva che cosa aspettassero a farsi vivi. Era combattuto fra l'idea di restare steso per risparmiare energia e quella di muoversi per non perdere il contatto con la realtà. Infine decise di immergersi in concentrazione vuota e si sentì subito meglio.

Sentì alcuni rumori, vide la porticina aprirsi e due servi entrare nella cella.

"Muoviti, in piedi, devi venire con noi."

Mar si alzò ma gli girava la testa e barcollò. I due lo sostennero per le ascelle e lo portarono fuori. Qui un lettore lo bendò poi cominciarono a camminare per corridoi, scale, ambienti che poteva solo immaginare per il diverso modo di riverberare dei rumori. Non capì se c'era effettivamente un lungo cammino da percorrere o se cercassero solo di fargli perdere l'orientamento.

Si fermarono e gli fu tolta la benda. Si trovava in una sala trapezioidale con la parete minore forata da una finestra tonda che ne occupava tutta la superficie da pavimento a soffitto, da lato a lato. Le due pareti laterali erano strette e lunghe, anch'esse trapezioidali, cosicché pavimento e soffitto erano in lieve pendenza. In questo modo tutto convergeva verso la finestra circolare. Questa era chiusa da un mosaico di vetri giallo chiaro al centro e via via più intenso verso i bordi. Davanti era seduto il Gran Luminare di Shent con la sua tunica dorata.

L'estrema semplicità dell'ambiente eppure il senso di ricchezza e di potenza che ne emanava era impressionante. Lungo le pareti laterali erano seduti diversi Shentist vestiti con tuniche di vari colori, tutte con vistose decorazioni dorate. In un primo momento Mar pensò che fossero i Rettori ma poi si rese conto, dalla foggia delle loro tuniche, che doveva trattarsi invece del Consiglio Accademico di Shent.

Capiva che la messa in scena era volutamente solenne ed impressionante. La stessa falsa prospettiva con cui era costruita la stanza faceva sembrare via via più grandi le persone più vicine al fondo, cioè al seggio del Gran Luminare. Questi era seduto su un alto cuscino, anch'esso con decorazioni dorate ma composto di strisce dei vari colori dei Templi. Gli stessi colori comparivano fra i fregi dorati dell'alto cilindro che aveva in capo il Luminare.

Mar fu spinto in ginocchio. Tentò di opporsi ma era indebolito dal lungo digiuno e dalla quasi immobilità e cadde pesantemente.

"Tutto questo è per fiaccare la mia volontà, per impressionarmi." pensò Mar. "Voglio stare al loro gioco, forse è meglio..."

Si prostrò, stese le braccia in avanti ponendo le mani a libro e proclamò: "Luce di Shent, Saggezza di Shent, Voce di Shent!" e rimase immobile.

La sua voce s'era persa nell'aria, quasi avesse parlato nel vuoto. Ma la voce che gli rispose rimbombò in mille echi sottili.

"Labass Swooney (aswooney... wooney... ney... y... y... y...) Shent non è contento di te! (todite... dite... te... e... e... e...). Perché ti opponi al suo volere? (volere... lere... re... e... e... e...)."

Mar rifletté rapidamente: "Eccomi ravveduto e pronto a pagare."

Silenzio. Poi: "Chi sei tu? (seitu... itu... tu... u... u... u...)."

Mar, sempre prono, rispose con voce ferma: "Un servitore indegno."

Altro lungo silenzio. "Non fingere di non capire! (capire... pire... re... e... e... e...)."

Mar non rispose nulla, restando sempre immobile.

Il Gran Luminare riprese: "O sei un formidabile truffatore (fatore... tore... re... e... e... e...), o sei dotato di inspiegabili poteri (poteri... teri... ri... i... i... i...), oppure vieni da fuori, ma non come esiliato (liato... ato... to... o... o... o...)."

Mar di nuovo pensò rapidamente, poi disse: "Se fossi un truffatore, non lo ammetterei per paura di una punizione; se avessi strani poteri, mi sarei già liberato, senza fatica; se venissi da fuori, come vengo, non potrei essere che un esiliato! Quindi, perché mi fai questa domanda?"

Non aveva finito di parlare che una scarica di frustate si abbatté sulla sua schiena. Mar restò immobile cercando di non lasciarsi sfuggire nessun lamento.

Il Gran Luminare riprese: "Non capisci che non ti serve a nulla giocare con le parole? (parole... role... le... e... e... e...). Sei nelle nostre mani e troveremo il modo di farti parlare. (parlare... lare... re... e... e... e...). Riportatelo in cella e a date inizio al trattamento! (tamento... mento... to... o... o... o...)."

Mar si sentì sollevare e portare via di peso. Lo bendarono di nuovo ma questa volta il tragitto fu più breve. Quando gli tolsero la benda era di nuovo nel corridoio delle celle. Lo gettarono nella sua e sbarrarono la porta. Mar si gettò prono sul pagliericcio.

Ad un tratto, dall'alto, una voce profonda cominciò a risuonare: "Mar Swooney, cos'è l'amuleto che hai nascosto nella scultura fatta da Chuik? Dove l'avevi trovato? Cos'era? Rispondi... Chi te l'ha dato... dov'è ora? Come funziona? Chi sei tu?"

Le domande continuavano incessanti, monotone, incalzanti. Mar cercò di chiudersi le orecchie con le mani ma la voce continuava a scandire le sue domande una dopo l'altra. Mar si mise sotto al pagliericcio per attenuare il suono della voce ma questa sembrava impregnare tutto e continuava a rimbombare ossessiva.

Pensò allora di combatterla in un altro modo e tentò di immergersi in concentrazione vuota ma scoprì che era peggio: la voce si insinuava fino al suo cervello e gli rimbombava nel cranio. Allora cominciò a cantare a squarciagola battendo sul tavolaccio in modo di coprire il suono della voce.

Dal bugliolo cominciò a sprigionarsi una colonna acre di fumo. Mar cominciò a tossire ed a lacrimare mentre il fumo riempiva tutta la cella. Allora prese il pagliericcio, lo spinse sul foro del bugliolo e vi sedette sopra. Il fumo cessò di uscire ma la cella ne era ancora piena ed a Mar bruciavano occhi e gola. Dall'alto la voce proseguiva implacabile. Poi a tratti smetteva ed allora sulla porta venivano battuti violenti colpi che rimbombavano nell'angusta cella.

La voce riprese di nuovo: "Come hai fatto a tagliare il bastone del Conciliatore e la sua palandrana? Come hai fatto... Come? Come?"

Dal foro sulla volta iniziò a cadere acqua, una colonna scrosciante e maleodorante che riempì la cella, salì sopra al piano del pagliericcio e si precipitò nel bugliolo gorgogliando. Mar riprese il pagliericcio e chiuse di nuovo il buco del bugliolo sedendovisi sopra per tapparlo meglio. Il livello dell'acqua salì e cominciò a filtrare fuori attraverso la porta.

"Godetevi un po' di puzza anche voi!" gridò.

L'acqua cessò di cadere ma la parte bassa della cella ne era piena e non c'era alcun mezzo per farla defluire. Mar provò a raccoglierla con le mani a coppa ed a versarla nel bugliolo, ma presto si rese conto che era una fatica improba e quasi inutile.

Il passare dei giorni in quella maleodorante umidità e nel più completo digiuno lo stava prostrando sia fisicamente che psicologicamente. Erano giorni che non riusciva a dormire, poiché appena si appisolava il fumo o i rumori o l'acqua lo svegliavano di colpo.

Le voci continuavano ad incalzare con le domande: "Chi t'ha insegnato la costruzione del velocipede? Come potevi sapere chi aveva rubato la lancetta? Come hai rotto il bastone dell'Armato di Cittanuova? Come potevi sapere i nomi dei Curatori senza mai essere stato in città?"

Mar credeva di impazzire. Per calmare i morsi della fame strappò la cucitura del pagliericcio e mangiò le foglie secche impregnate dell'acqua sporca che ancora inondava la cella, ma dopo poco vomitò tutto con dolori terribili. L'umidità, la puzza, il fumo acre, la fame ed il sonno lo stavano debilitando rapidamente.

Mar si sorprese diverse volte ad urlare, ma non aveva ancora rivelato nulla.

Poi un giorno lo tolsero da quella cella e lo portarono in una piccola stanza. Qui lo appesero ad una parete legandolo per i polsi e le caviglie. La stanza non aveva finestre e Mar perse la nozione del tempo. Tutto il peso del corpo gravava sui polsi. Quando perdeva i sensi o si addormentava, veniva subito ridestato con secchiate d'acqua o frustate.

A periodi irregolari entrava gente diversa e tutti gli ponevano le stesse domande in modo martellante, ossessivo.

Mar continuava a ripetere, con sempre meno energia: "Non ne so niente... è andata così... è solo fortuna..."

Nei momenti in cui era solo continuava a ripetersi queste stesse frasi in modo di autoconvincersi, di non lasciarsi sfuggire nessuna ammissione.

Infine ebbe un collasso fisico e né l'acqua né le frustate lo fecero tornare in sé. Allora lo slegarono, lo lavarono e lo portarono in una cella pulita, deponendolo su un letto morbido. Quando si svegliò, si trovò in un ambiente più ampio e luminoso e vicino a lui era seduto uno Shentist dalla tunica gialla.

"Mangia qualcosa." gli disse l'uomo.

Mar scosse la testa.

"Perché non vuoi? Hai bisogno di mangiare, non puoi resistere oltre."

Mar, a fatica, rispose: "No... è drogato..."

Lo Shentist rise: "No, stai tranquillo. Ormai ci siamo convinti che è stata tutta una catena di coincidenze. Mangia."

"No... è drogato..."

"Bene, mangeremo assieme. Tu mi dici quale parte devo mangiare io poi, quando sarai rassicurato, mangerai tu il resto."

Mar non riusciva neanche a seguire il ragionamento e ripeté monotono: "No... è drogato..."

"Ti lasceremo andare, ma prima devi rimetterti in sesto."

Mar scosse ancora la testa.

Lo Shentist lo guardava: "Se volessimo drogarti non avremmo bisogno di farlo con il cibo... abbiamo altri mezzi. Mangia, dunque."

Mar guardò lo Shentist, poi il cibo: "Acqua..."

"Sì, tieni."

"Prima bevi tu."

"Va bene."

Lo Shentist bevve tre sorsi poi porse la caraffa di porcellana a Mar. Questi osservò ancora a lungo l'altro poi annuì: "Aiutami tu..."

Lo Shentist gli sollevò il capo ed avvicinò la caraffa alle sue labbra. Mar bevve tre piccoli sorsi, lentamente. L'acqua sembrava scendere come un blocco solido, quasi duro, tanto la gola era asciutta. Sentì un peso allo stomaco, ma poi, gradualmente, cominciò a sentirsi meglio.

"Ancora." chiese.

Lo Shentist allontanò la caraffa: "No, non subito. Potrebbe farti male, devi riabituarti. Certo che hai una bella resistenza, tu. Ma se non fossi intervenuto io, potevi anche non venirne fuori. Per cosa poi? In fondo era logico che tu non fossi un mago, la magia non esiste."

Mar era teso, ma sentiva una tale spossatezza da non riuscire neppure a riflettere. Capiva vagamente che c'era qualcosa di stonato in quell'improvvisa gentilezza, in quel trattarlo amichevolmente. Ma qual era l'insidia? Mar non riusciva a concentrarsi.

L'altro frattanto continuava a parlare: "Quello che ci incuriosisce è quel tuo strano amuleto... chi te l'aveva dato?"

Mar si sentiva stanco ma avvertì che nella domanda si celava un tranello.

"Non ricordo..." mormorò per guadagnare tempo.

"Com'era fatto? Era un cilindro di metallo?"

"Eh? Come?"

"Era di metallo, vero?"

"N... no..."

"Eppure l'Agricoltore, Chuik, quel tuo amico, dice che a lui pareva metallo. Chi te l'aveva dato?"

Mar rifletté poi disse: "L'ho... l'ho preso ad uno degli Sbandati morti..."

"Davvero? Eppure gli Sbandati non lasciano mai niente addosso ai morti."

"Beh... no... era per terra... forse nella lotta..."

"Perché non ti fidi di me?"

Mar faceva fatica a pensare: "Sono... sono stanco..."

"Certo, scusa. Ora dormirai. Sì, dormirai profondamente. Io ti sono amico, ti voglio aiutare... ora tu dormirai... guarda qui, nella mia mano... guarda fisso e t'aiuterà a dormire..."

Come d'incanto fra le dita dello Shentist era comparso uno specchietto che ondeggiava ritmicamente ad un palmo dagli occhi di Mar, che non riusciva a distoglierne lo sguardo. Qualcosa in un angolo della sua coscienza gli diceva di stare attento, gli diceva che era in pericolo. Ma la voce bassa, monodica, quasi cantilenante lo incalzava.

"Guarda, non perderlo di vista. Adesso tu dormirai, dormirai, dormirai... ma udrai la mia voce, l'unica voce amica, e risponderai alle mie domande... dormirai ma risponderai..."

Mar era affascinato, era affascinato da quel ritmo dolce ed inesorabile, sentiva che la sua poca resistenza si stava affievolendo... quando qualcosa dentro di lui si ribellò: "resisti... resisti... ti sta ipnotizzando..."

Tese tutti i muscoli, raccolse le sue ultime forze ma la voce lo incalzava, lo specchietto lo incalzava. Cominciò a rilassarsi di nuovo.

"Mar, attento... ribellati finché sei in tempo, non cedere..." gli sussurrò il subconscio.

Si tese di nuovo, quasi facendo violenza a se stesso. Cercò di chiudere gli occhi, di girare la testa, ma non riusciva. Con un ultimo sforzo sovrumano puntò gomito e piede sinistro e spinse con forza, urlando, e rotolò giù dal letto battendo malamente ma tornando in possesso delle sue facoltà. Lo Shentist era balzato in piedi e si era chinato a soccorrerlo.

"Che succede? Che fai?" gli chiese premuroso.

Mar si rialzò, aiutato dall'altro che sembrava sorpreso. Lo specchietto era scomparso nelle sue mani.

"Tu... tu... cosa mi stavi facendo?"

"Io? Niente. Cercavo di aiutarti a dormire, a rilassarti per recuperare le tue forze..."

"No, tu cercavi di ipnotizzarmi."

"Oh, quanti stupidi sospetti; quasi mi fai credere che tu abbia davvero qualcosa da nascondere... Avanti, sdraiati qui tranquillo."

"No..." rispose Mar, però faticava a stare in piedi.

"Su via! Guarda, ti lascio solo. Ma tu riposa. Devi rimetterti in salute."

Lo Shentist uscì e chiuse la porta senza fare rumore. Mar si stese sul morbido letto. In alto c'era una finestra tonda, come nella prima cella, da cui entrava un fascio di luce. Mar guardava quella macchia di sole con struggente desiderio.

"Quando sarò di nuovo libero?" si chiese, sfinito.

Sentiva gli occhi appesantirsi, chiudersi inesorabilmente. Cercò di lottare contro il sonno... poi ebbe l'impressione che la luce palpitasse ritmicamente.

"Non è possibile... Il sole o c'è o non c'è... è solo una mia impressione..."

Ma poi una voce sottile, quasi un sussurro, volteggiò nell'aria.

"Dormi, dormi, non aver paura..."

Mar si scosse e si rialzò a sedere: ora la luce non palpitava più e non si udiva più la voce.

"Forse è la paura che mi fa vedere e udire cose che non ci sono..." pensò.

Restò seduto a lungo, finché la testa gli divenne pesante ed i muscoli non lo ressero più. Vicino al letto vide la caraffa. Allungò un braccio per prenderla, per bere. La sfiorò, l'afferrò, fece per sollevarla ma questa gli sfuggì dalla mano e cadde a terra rompendosi e spargendo tutta l'acqua. Solo un pezzo concavo ne conteneva ancora un po'.

Restando steso, si portò con cautela sul bordo del letto, allungò di nuovo un braccio, sollevò il pezzo di porcellana e riuscì a portarlo alle labbra. Sorbì la poca acqua, poi il coccio gli scivolò su una guancia, su una spalla e cadde sul letto tra la spalla ed il materasso.

Mar ne sentiva il bordo acuminato infastidirlo appena, ma era esausto e non lo tolse. A poco a poco tornò ad assopirsi. Subito la luce riprese a palpitare e la voce a sussurrare.

"Dormi ma ascolta... dormi ma ascolta..."

Mar si sentiva sprofondare nel nulla dolce e caldo, comodo, piacevole.

"Rispondi... obbedisci..."

Mar si sentiva galleggiare nell'aria, senza peso, quasi come se fosse in caduta libera... era una sensazione splendida... si sentiva lieve, libero...

"Ascolta... ora tu parlerai... dirai tutto e dimenticherai quello che hai detto... hai capito?"

Mar sentì la propria voce rispondere "Sì..." e non se ne stupì. Era giusto, doveva essere così. La luce palpitava al ritmo del battito del cuore, la luce era il suo cuore...

"Adesso verrò da te... ti interrogherò e tu risponderai..."

Lo Shentist entrò senza far rumore, guardò la caraffa rotta poi sedette sullo sgabello accanto a Mar.

"Chi sei?" chiese con voce calda e profonda.

"Mar Swooney."

"Sì, certo. Da dove vieni?"

"Da Ross."

"Come sei venuto?"

"Con il pallone..."

Lo Shentist sembrò seccato ma proseguì imperterrito: "Come hai fatto per tagliare il bastone e la palandrana del Conciliatore?"

Mar rispose tranquillo, sentiva che doveva rispondere. Ma invece di dire il mezzo credette di dover mostrare il gesto, infatti la voce non aveva chiesto "con che cosa" ma "come". Perciò sollevò un braccio come per prendere il talismano al collo per far vedere come aveva fatto. Il muscolo della spalla si contrasse nel movimento, premette contro il coccio di porcellana: i suoi bordi taglienti spinsero contro la sua pelle e Mar sentì un acuto dolore che di colpo lo svegliò.

Batté gli occhi, vide lo Shentist proteso su di lui... non capì che cosa stesse succedendo, non subito. Lo Shentist s'era subito ritratto ed aveva un'espressione accigliata.

"Ti ho disturbato? Mi spiace, stavi dormendo così bene..."

Mar sentiva una nota stonata in quella voce. Sentiva la fitta alla spalla e capì che era il coccio. Le sue mani erano a pochi centimetri dal petto, in una posizione curiosa. Le lasciò cadere, scivolare ai fianchi ed il dolore alla spalla si attenuò. Perché aveva le mani in quella posizione? Chi dorme non fa gesti del genere... e all'improvviso capì.

Guardò lo Shentist. Questi sostenne il suo sguardo, impassibile, ma non sapeva che fare.

"Ho fame..." mormorò Mar.

"Qui c'è del cibo."

"Drogato?"

"Ma no, te l'ho detto! Perché continui a non fidarti? L'acqua non era drogata, no?"

"Non vuol dire... cosa c'è da mangiare?"

"Frutta, carne, verdura."

"Taglia a metà quel frutto. No, nell'altro senso. Ecco, tu mangia questa metà..."

Lo Shentist sorrise con aria di sufficienza, prese la metà indicata da Mar e fece per morderla.

"No. Quella la mangio io. Tu mangia l'altra metà."

L'altro scosse la testa, porse a Mar la prima metà e mangiò l'altra. Allora anche Mar si mise a mangiare a piccoli morsi, masticando bene ed assaporando ogni boccone. Era una dolce penispati quasi priva di semi, succosa. La polpa era rosso vermiglio e la buccia verde a macchie biancastre. La penispati, per la sua forma fallica, era ritenuta un frutto afrodisiaco ma in realtà era solo altamente energetico.

Mar si sentì presto meglio e riuscì anche a riflettere con maggiore lucidità. Lo Shentist avrebbe certamente ripreso il suo tentativo di ipnotizzarlo; ma ora Mar sapeva come neutralizzarlo senza che l'altro potesse accorgersene: con il dolore.

"Sono stanco..." mormorò, "lasciami riposare."

L'altro si alzò sollecito: "Certo, certo. Buon riposo." disse ed uscì.

Mar si sistemò meglio sul letto, prese il coccio e lo nascose fra la mano e la coscia, verso il muro. Si rilassò e pian piano cominciò a socchiudere le palpebre come se stesse cedendo al sonno. La luce riprese a palpitare. Mar sbatté le palpebre e la luce si fermò.

"Bene, devo essere convincente... ma devo stare attento a non caderci." pensò.

Di nuovo cominciò a chiudere gli occhi pian piano. La luce riprese a palpitare: evidentemente lo stavano osservando. Strano che non si fossero accorti del coccio. Poi tornò la voce. Mar spinse il coccio contro la coscia e sentì fitte di dolore. La voce continuava lenta e solenne, suadente, con le solite frasi. Mar si rilassò ma continuò a premere il coccio di fianco alla coscia.

La voce chiese: "Risponderai a tutte le domande con sincerità?"

Mar si chiese come dovesse essere la voce di una persona ipnotizzata. Forse come quella di una persona insonnolita?

La voce insistette: "Risponderai con sincerità?"

"Sì..." mormorò Mar.

"Adesso verrò da te e tu mi dirai ogni cosa, vero?"

"Sì..."

Mar sentì lo Shentist entrare ed avvicinarglisi. Aveva la tentazione di guardarlo ma fece uno sforzo e tenne gli occhi socchiusi, fermi. Lo Shentist si protese su di lui.

"Che cosa era il tuo amuleto?"

"Energia..." mormorò Mar.

"Energia? Quale energia?"

"Non lo so..."

"Dove l'hai avuto?"

"Su Boar..."

"Da chi?"

"Da Medam..." inventò Mar sparando il primo nome che gli veniva in mente e si chiese dove l'avesse pescato.

"Chi è questo Medam?" chiese subito lo Shentist, interessato.

"Non lo so..."

"Dove l'hai incontrato?"

"Su Boar..."

"Certo, ma quando?"

"Prima di arrivare a Campinuovi."

"Come l'hai incontrato?"

"È arrivato..."

"Arrivato, da dove?"

"È sceso..."

"Sceso da dove?" incalzò lo Shentist.

"Dall'aria..."

"Con un pallone?"

"No..."

"Come, allora?" chiese lo Shentist con un tono un po' spazientito.

"Non lo so..."

"Com'era vestito?"

"Spray-tuta gialla..."

"E poi?"

"Una grossa cintura..."

"Era una cintura antigravità?"

"Forse..."

"Sai com'è fatta una cintura antigravità?"

"Sì."

"Era uguale?"

"No."

"Era simile?"

"Sì..."

"Da dove veniva?"

"Non lo so..."

"Perché t'ha dato l'amuleto?"

"Non lo so..."

"Ti ha detto cosa farne?"

"Sì..."

"Cosa?"

"Difendermi... tagliare..."

"Era un laser?"

Mar rifletté rapidamente: "No... non lo so..."

"Perché no?"

"Non faceva luce."

"Dov'è ora?"

Mar non rispose subito, per riflettere sulla migliore risposta.

"Dov'è ora l'amuleto? Rispondi?"

"L'ho perso..."

"Dove?"

"Nuotando..."

Lo Shentist tacque a lungo. Mar trovava sempre più difficile restare immobile. L'altro si chinò nuovamente su di lui.

"Adesso dimenticherai tutto. Ma quando udrai la parola 'Medam' tornerai in ipnosi e risponderai ancora. Quando invece dirò la parola 'Sveglia!' ti sveglierai senza ricordare nulla. Hai capito?"

"Sì..."

Lo Shentist uscì, chiuse la porta e dopo pochi istanti Mar udì la parola "Sveglia!"

Allora si rilassò e lasciò il corpo libero di muoversi. Cominciò a tendere e rilassare i muscoli, poi a poco a poco si mosse come se stesse svegliandosi. Doveva fare attenzione a non far vedere il coccio. Sedette sul letto stirandosi e guardando di sfuggita la coscia arrossata e lievemente escoriata. Ripensò alle risposte che aveva improvvisato. Doveva costruire una storia plausibile sfruttando quanto aveva già detto, in modo di non tradirsi. Ma poi, l'avrebbero davvero lasciato andare? Avrebbe mai potuto liberarsi?


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