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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SECONDO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 14
LA TERZA USCITA

Recatisi col solito sistema a Portoscalo, giunsero alla capanna di Galety. Qui le cose andavano molto bene. Avevano già prodotto e venduto tre marruote ed avevano parecchie ordinazioni. Mar presentò il nuovo aiutante, Holyer Luwex e consegnò a Gaithe una buona parte del denaro.

"Non comprare una casa ma fanne costruire una. Qui ci sono i piani. Come vedi è nello stile locale ed è prevista per essere ingrandita di mano in mano che avrete nuova manodopera. Ad ogni nuova aggiunta sarà possibile ricavare anche spazi e passaggi segreti: un giorno ci potrebbero servire. Ogni aggiunta dovrà essere fatta da artigiani diversi. La casa sarà a nome mio e la qualifica sarà Pensatore. Al mio ritorno tu, Gaithe, tornerai con me alla Guarnigione."

"Ma, Gover... Mar, io pensavo di fermarmi qui ancora. Fra tre mesi ci sono le gare al Castello e le vorrei tentare."

"No, è bene che tu rientri, questa volta. Poi, se vorrai, ti riporto in tempo qui per le gare. Uno dei nostri fra gli Armati ci potrà fare comodo."

Galety voleva far fermare più a lungo Mar, voleva anche sottoporgli un nuovo prototipo di marruota che aveva elaborato lui. Mar lo ringraziò ma gli disse che doveva mettersi subito in viaggio, accettò comunque una marruota.

Il vecchio scuoteva la testa: "Ah, voi giovani, sempre di fretta. Ma vi capisco... Stai attento al mare, pare si stia avvicinando una brutta tempesta. In questa stagione troppa gente va in mare per non tornare più... Anche il mio Follar era partito in questa stagione, era andato al largo nonostante si aspettasse la tempesta... ed ora dorme laggiù."

"Non temere, Galety. Noi costeggeremo e se ci sarà pericolo ci fermeremo."

"Ma verso sud ci sono parecchi chilometri di scogliera... Mah, forse mi preoccupo inutilmente: tu sei protetto da Fidh!"

Si salutarono, caricarono la marruota sulla barca e partirono. Giunti al largo, attesero la notte ed iniziarono il viaggio in sommergibile. Quando giunsero ai faraglioni bianchi non emersero, poiché il mare era infuriato. Nel profondo, invece, tutto era stranamente calmo.

Mar approfittò dei tre giorni di sosta forzata per mettere a punto con i due volontari gli ultimi dettagli e si fece spiegare come intendessero affrontare il lavoro sui libri.

"Vedi, Mar, su terra i primi volumi erano tutti scritti a mano come su Boar, ad uno ad uno. Poi qualcuno cominciò ad introdurre le illustrazioni a stampa. Prendevano una tavoletta di legno, vi incidevano un disegno, inchiostravano e stampavano. Poi si pensò di incidere su pezzettini di legno o di metallo più piccoli i simboli fonetici allora in uso, accostarli per comporre parole e frasi e stamparne diverse copie.

"Ma per noi, oggi, c'è una difficoltà: da quando usiamo il locos, non scriviamo più solamente suoni. Ogni nostro carattere è nello stesso tempo scrittura fonetica ed ideogrammatica. Per i compositori elettronici è facilissimo stamparli. Ma fare a mano un cubetto per ogni loco vorrebbe dire perdersi in migliaia di prototipi. Se noi però incidiamo una pagina intera, allora può essere semplice, perché sarebbe come stampare un disegno. Questa è la strada che intendiamo seguire."

Continuarono a discutere, controllando di tanto in tanto le condizioni in superficie. Il quarto giorno il mare si calmò. Salirono e con la barca si avviarono a Cittachiusa. Qui giunti, vestiti da Artigiani, si recarono alla casa di Mar. Si sistemarono, riordinando mobili e suppellettili lasciati dai Dortzem secondo il loro gusto e le loro necessità, mangiarono il cibo che avevano portato ed andarono a riposare.

Il mattino seguente Mar li accompagnò dal volumista: "Oskol, gumonin a te ed a tutti."

"Chi si rivede! Gumonin. Come mai di nuovo qui?"

"Vorrei chiederti un favore, ma prima permetti che ti dia un regalo che ho portato dai miei viaggi." disse e gli dette un pacco di carta che aveva portato dalla Guarnigione. "Questo è per te. Dicono che viene da fuori."

Oskol la guardò, la saggiò con le mani, la guardò in trasparenza: "Non è granché. Si dice che quelli di fuori sanno fare cose meravigliose, ma certamente non sanno fare la carta. I cartai di Paludosa restano sempre i migliori."

Mar sorrise alla sgarberia dell'altro e non disse nulla.

L'uomo posò il pacco di fogli in un angolo: "E... il favore?"

"Questi due miei amici cercano un lavoro ed ho pensato che forse potresti prenderne almeno uno nel tuo laboratorio..."

Oskol storse il naso: "Non ne ho bisogno."

"Ma te ne sarei molto grato. E dal mio prossimo viaggio ti porterò un regalo migliore..."

"Forse uno potrei prenderne... certo che non potrei pagarlo bene come pagavo te."

"Non importa. Due grani al giorno possono bastare."

"Due? Veramente pensavo di pagare un grano al giorno. Vedi, gli affari non vanno poi tanto bene."

Discussero ancora un po' e alla fine si accordarono. Elkar restò a lavorare dal volumista. Mar tornò a casa, prese una lente di ottimo cristallo e si recò da Fospes. Il curatore lo accolse bene. Ora che in Cittachiusa c'era un Curatore in meno aveva più clienti e gli affari gli andavano meglio. Mar gli regalò la lente e Fospes non finiva più di ringraziarlo.

"Ehi, una domanda: hai mai più avuto altri sogni?"

Mar sorrise: "Sì, uno piccolo e confuso. Ho sognato che tu saresti diventato un grande Curatore famoso grazie ad un libro."

Fospes sembrò lusingato ma perplesso: "Ho già tutti i libri che parlano del corpo e delle malattie e non è molto. Sono sei volumi in tutto. Una volta gli Shentist ne mettevano in giro di tanto in tanto. Ma ora è molto che non divulgano più nulla in questo campo."

"Mah, non so. Forse ne scriveranno ancora, chissà. Ti ho detto che il mio sogno era confuso. Comunque, se mi fai vedere quelli che hai, forse nei miei viaggi ne troverò altri."

"Non credo, ma tu viaggi molto. In fondo sei rimasto un Libero, anche se ora sei registrato in città come... Pensatore. Chissà poi perché hai scelto quel tipo di occupazione."

"Pensare è importante, credimi."

"Sì, ma non rende."

"Non è detto. Adesso, se non ti spiace, vorrei vedere quei tuoi libri."

"Certo, certo. Vieni su, così li potrai guardare in pace. Io frattanto ho della gente da curare."

Lo portò al piano superiore e lo lasciò solo con i libri. Appena fu solo Mar fotografò tutte le pagine con il suo bracciale. Sceso, salutò Fospes e fece un giro per la città. La parte più antica era fatta di legno, pilastri e travi di tronchi lisciati ed incastrati, pareti di rami intrecciati e ricoperti di creta mista a lunghi fili di erba secca, tetti coperti da mazzetti di paglia ben rasati.

Poi, di mano in mano che si saliva verso la parte più nuova della città, le case era fatte con tronchi squadrati per la struttura portante e le pareti erano di mattoni di creta mista a paglia, cotti al forno e cementati con una specie di malta gialla. I materiali restavano gli stessi anche nella parte nuova della città ma erano più raffinati e più ben rifiniti. I tetti inoltre erano sempre più spesso coperti con tegole di gres ben sovrapposte con un ingegnoso sistema di incastri.

I colori del legno, della creta cruda o cotta, della paglia e del gres erano omogenei e davano alla città una patina calda, luminosa e piacevole sotto il rosso sole di Boar. Il tempo si stava facendo fresco e la gente, sopra ai soliti vestiti, cominciava a portare mantelli variamente drappeggiati.

Mar pensò alla differenza con le grandi città dei pianeti liberi della Galassia. Là, anche le case più modeste erano fatte di materiali sintetici e con sistemi industrializzati. In fondo queste casette erano forse sprovviste di comodità ma erano meno anonime, più accoglienti ed anche simpaticamente irrazionali. Nelle case del resto della Galassia trionfava l'impronta della macchina, il soffio della tecnologia. Qui trionfava l'impronta dell'uomo, il respiro della natura.

Mar si chiedeva se le due cose fossero veramente inconciliabili. Ognuno dei due sistemi, in fondo, aveva i suoi pregi ed i suoi difetti. Possibile che non si potesse prendere il meglio da ognuno per ottenere qualcosa di più valido?

Ma quello che più contrastava fra i due sistemi era la grandezza. Qui le case erano tutte ad uno o due piani. Sugli altri pianeti mai meno di quattro piani e spesso, per le sedi delle Imprese o degli uffici Governativi, superavano di molto i dieci piani... altezza da vertigine. Qui le città non superavano di molto il migliaio di abitazioni e spesso erano più piccole. Nella Galassia era raro trovare agglomerati di poche migliaia di case. Su Terra, poi, vi erano città con decine e decine di milioni di abitanti.

Eppure l'uomo ormai aveva spazio in abbondanza grazie alla colonizzazione dei pianeti e non aveva problemi di spostamento grazie ai transmen.

Mar aveva anche notato che la gente, più la città era piccola, più sembrava serena ed umana. Nella grande città invece ognuno poteva avere la sensazione di essere "l'uomo invisibile".

Passati sei giorni, Oskol assunse definitivamente Elkar. Andarono allora dall'Elencatore ed iscrissero Elkar ed Anjil come sposi, sotto il cognome Introw, con residenza nella casa di Mar.

Quindi Mar ed Anjil si prepararono per un viaggio di esplorazione verso l'interno. Lasciate in città le cinture antigravità, presero solo due alfa, l'anello laser ed una microspia volante. Caricarono la marruota di cibo in conserva e vi salirono: grazie agli alfa infatti potevano anche salirci in due senza sovraccaricarla. Prese anche abbastanza monete e partirono la mattina presto.

Quando traversarono la porta della città furono guardati con stupore: era la prima volta che vedevano una marruota e furono tutti meravigliati per la velocità con cui procedevano. Seguirono la pista tracciata da migliaia di piedi per centinaia di anni. Mar aveva visto sulle mappe fotografiche che in direzione nord-est vi era una città enorme, la più grande di Boar.

Si spinsero lungo la pista a velocità discreta e quando incrociavano viaggiatori tutti si fermavano a guardarli attoniti. Incrociarono una carovana di Mercanti che superarono salutando a gran gesti, poi la portantina di uno Shentist di Shent del Fuoco, con i servi tutti vestiti in rosso, un gruppo di Artigiani carichi di materiali e passarono accanto ad un accampamento di Artisti.

La pista ora era affiancata da una lunga fila di alberi piantati a distanze regolari da chissà chi. Decisero di fermarsi per guardarli. Erano piante con un grosso tronco alto e liscio da cui partiva un ventaglio di rami. Da ogni ramo uscivano rametti contorti che si intrecciavano strettamente con quelli degli alberi vicini in modo che le chiome costituivano un tutt'unico, continuo. Dai rametti uscivano foglie giallo-verdi a ciuffetti che in un primo momento Mar prese per fiori.

Mentre stavano osservando quegli alberi, videro arrivare un gruppo di Armati con tre portantine. Ogni portantina era costituita da due lunghe aste con sopra una piattaforma coperta da una specie di grande ombrello da cui, torno torno, scendeva un fitto velo. Dietro ai veli si intravedevano figure sedute su cuscini.

Dalla prima portantina giunse un ordine secco e tutto il corteo si fermò. Il velo si scostò e ne scese un uomo sui quaranta anni vestito di un gonnellino e di una cocolla grigi bordati d'oro. Avevano una fascia attorno al capo e sandali color cyan.

L'uomo si avvicinò ad Anjil e Mar guardando incuriosito la marruota: "Che cos'è questo marchingegno?" chiese sogguardandoli.

Mar glielo spiegò e su richiesta dell'altro fece un giro dimostrativo.

L'uomo sembrava interessato: "L'hai costruita tu stesso?"

"No, l'ha fatta un artigiano di Portoscalo."

"Non ho mai visto nulla di simile. Con questa si può correre molto più veloci... Mi permetti di provarla?"

Mar gli spiegò come inforcarla, come spingere con i piedi, come girare la barra di direzione. L'altro provò, dapprima incerto e traballante, poi via via più sicuro finché cominciò a girare attorno sempre più arditamente.

Frattanto Anjil, parlando con gli Armati, aveva saputo che i tre personaggi erano tre Capi-popolo degli Armati che tornavano dall'elezione del loro Capo-nazione.

Il Capo-popolo tornò con un'espressione simile a quella di un bambino che abbia scoperto un gioco nuovo. Era entusiasta e la felicità gli sprizzava da tutti i pori.

"Certamente non siete disposti a vendermela, vero?"

"Ci è indispensabile..."

"Già. Bisogna che mandi un corriere al castello di Wal perché me ne procuri una. Come hai detto che si chiama questo marchingegno?"

"Marruota. Ma perché mandi al castello di Wal e non a Portoscalo? È là che le vendono."

Tutti gli Armati risero ma gli spiegarono che Wal era il castello di Portoscalo. Poi si salutarono ed ognuno riprese il proprio cammino. Mar ed Anjil passarono rapidamente accanto ad un villaggio di Agricoltori con il suo immancabile castello. Procedettero nel loro cammino per tre giorni oltre il villaggio. Gli incontri si diradavano. Superando un gruppo di Meccanici chiesero loro che cosa si trovasse in quella direzione.

"Fritaun, la città morta, poi più oltre, Castelvecchio."

Questi a loro volta chiesero notizie sulla marruota, poi ripresero il cammino. Dopo due giorni giunsero ad un fitto bosco, traversato dalla pista che stavano seguendo. Il bosco pullulava di vita, in netto contrasto con le terre fino ad allora traversate. C'era una profusione di piante strane e meravigliose, di insetti variopinti, di piccoli animali e volatili. Mar avrebbe voluto fermarsi ad osservare ed a registrarne le immagini uno ad uno. Si contentò di fare di tanto in tanto qualche videomatrice col suo bracciale.

Erano stanchi per la lunga strada fatta. Benché gli alfa alleggerissero il loro peso, la marruota sobbalzava continuamente per il cattivo fondo stradale.

"Cerchiamo di uscire dal bosco, poi ci riposeremo." disse Anjil e tutti e due presero a spingere con rinnovato vigore.

D'un tratto il bosco finì e si trovarono di fronte un vasto scenario di imponenti rovine. Mar notò subito che quel che rimaneva della città ricordava più una città della Galassia che non gli stanziamenti fino ad allora visti su Boar, sia per le forme che per le dimensioni. Avvicinandosi alle rovine vide che non c'era plasmetallo né altri materiali moderni nelle costruzioni, ma solo grandi blocchi di pietra perfettamente squadrati ed incastrati. Il tutto però era lavorato in modo che ricordava lo stile delle costruzioni della Galassia.

"Sembra che sia in rovina da secoli." disse Anjil, quasi sussurrando.

Su alcune costruzioni campeggiavano grosse scritte scolpite, in parte ancora leggibili. "Casa d..la Maf.." lesse Mar. E altrove "Centr. di .narchia". Poi trovarono anche una data "2374,512 s.u."

"Questa è una delle più antiche costruzioni di Boar, dei primi contingenti di prigionieri!" esclamò Anjil.

Proseguirono guardandosi attorno finché sbucarono in una vasta piazza circolare da cui partivano diverse vie a raggiera. Su un moncone di torre videro alcuni segni circolari con un foro in centro e numeri attorno. Sotto ad ogni cerchio era scolpito un nome "Primus, Fokley, Terra, Shunter, Kium..." Poi uno più grande con scritto "Ross" e sotto "Boar".

"Questi dovevano essere segnatempo con i tempi locali dei pianeti di provenienza dei prigionieri." disse Anjil.

Proseguirono nell'esplorazione della città morta. Erano impressionati dalla grandiosità delle rovine. Qua e là c'erano costruzioni in parte ancora intere. Anche gli interni ricordavano le antiche case della Galassia. Il tutto provocava sensazioni miste di ammirazione e di tristezza. Un senso di disfacimento pervadeva ogni angolo, erbe crescevano fra le fessure e sui muri. Non restava più nessuna parte in legno, né una porta, né un infisso, né una scala. Verso la periferia, negli interni, la pietra cedeva sempre più il passo al mattone.

Le strade sembravano in terra ma sradicando alcuni cespugli che sbarravano loro il passaggio, videro che in realtà erano lastricate di pietra.

Mar cercò di richiamare alla memoria quello che aveva letto sulla storia di Boar. Agli inizi del suo uso come prigione, quando Ross ancora non era isolata dal muro di forza, le autorità avevano costruito due o tre città per i primi prigionieri, senza usare metalli o altri materiali moderni che potessero essere usati dai prigionieri per sviluppare una tecnologia, in modo che non potessero costruirsi né armi moderne né trasmittenti né tanto meno mezzi spaziali con cui tentare la fuga.

In quei tempi semplicemente scendeva sul pianeta una nave, scaricava i prigionieri e ripartiva. Ma un giorno i vecchi prigionieri erano riusciti a sferrare un poderoso assalto ad una nave che, per non essere catturata, aveva dovuto ripartire in fretta, i portelli aperti, lasciando a terra e bruciando vivi con i getti dei razzi (allora si usavano ancora navette a propellente) oltre a molti prigionieri anche gli Agenti che erano scesi con loro.

Allora fu deciso di costruire una Guarnigione fissa che difendesse l'astroporto di atterraggio. Fu costruita sull'isola su cui tutt'ora era sita. Continuava però l'incubo di continui attacchi che cessò solo quando fu inventato ed istallato il muro di forza. Allora, a parte gli Accoglitori, nessuno più su Boar s'interessò alla Guarnigione ormai inattaccabile.

Ma per quanto Mar si fosse messo in concentrazione immanente non trovò nella propria memoria né i nomi né le dislocazioni di quelle prime città. Una, comunque, doveva essere quella. Passarono due giorni ad esplorare e registrare vedute delle rovine deserte, poi ripresero il cammino.

Usciti dalla città, si trovarono in un altro bosco. Traversatolo, proprio al limitare trovarono un villaggio di Artigiani: erano tagliatori di legname. Il villaggio si chiamava Boscosa ed aveva il suo immancabile castello.

Gli Artigiani avevano un curioso sistema per abbattere gli alberi: spalmavano la base del tronco con una resina speciale formando un anello di notevole spessore. Poi subito sopra, quasi a contatto con l'anello di resina, spalmavano un secondo spesso anello, ma questo di creta. Davano quindi fuoco alla resina che bruciava con forza intaccando il legno per una certa profondità. Quando il fuoco era spento, toglievano la parte di legno carbonizzato e spalmavano altra resina dandole di nuovo fuoco, dosandone la quantità in modo che bruciasse di più in un punto e meno negli altri. Alla fine l'albero restava in bilico su una stretta sezione del tronco. Allora ne legavano la parte alta, verso la chioma, e tiravano in molti facendolo precipitare e spezzando la parte di tronco che restava.

Quindi lo sfrondavano, lo raschiavano e lo lasciavano seccare. Quando era ben secco, usando alcuni fili metallici elicoidali, sorvegliati a vista dagli Armati del castello, lo tagliavano ricavandone assi o travi. Ognuno di quei preziosi fili, pur pesando sui cinque pesi, era venduto dal Tempio di Shent del Fuoco per quattro o cinque volte il suo valore. Se un filo si fosse spezzato sarebbe stato rivenduto al Tempio per non più di cinque pesi, cioè il valore del metallo non lavorato.

Lasciarono Boscosa seguiti da un codazzo di bambini eccitati nel vedere la marruota. Dopo altri quattro giorni di viaggio giunsero in vista di un agglomerato arroccato su una grande piattaforma di roccia che sorgeva improvvisa nella pianura.

Era un complesso di costruzioni interamente fatte in pietra rosea. Nella roccia si incuneava una stretta scala tagliata nella pietra, che spariva facendo una curva. All'inizio della scala vi erano due basse costruzioni parallele con alcuni Armati completamente vestiti in bianco, senza simboli né stemmi. Altre figure bianche comparivano di tanto in tanto tra le costruzioni sulla roccia. Uno stendardo rosso con un disegno d'oro, difficile da distinguere dal basso, era appeso, teso, su un alto palo.

Quando Anjil e Mar si avvicinarono alla scala, gli Armati sbarrarono loro la strada.

"Che cercate a Castelvecchio?"

"Nulla, volevamo solo vederlo."

"Vederlo? Beh, ora l'avete visto. Adesso andatevene!"

"Vorremmo visitarlo dentro..."

"Dentro? Solo dai Castellieri in su possono esservi ammessi e le loro scorte restano qui fuori. Come credi di poterci entrare tu che non sei neppure un Armato? Anche se tu fossi il Gran Luminare di Shent in persona non potresti entrare!"

Mar e Anjil si allontanarono con la marruota. Fecero il giro della rocca osservandola attentamente. Da tutte le parti era circondata da ripidi strapiombi e la parte più bassa era sui quaranta metri, la più alta sui settanta. L'intero perimetro era di circa due chilometri. Dalla parte bassa scendeva una cascatella d'acqua che poi formava un ruscello gorgogliante.

Decisero di fermarsi accanto al ruscello e di attendere la notte in modo di poter usare la microspia per sorvolare il castello. Scesa la notte, c'erano due lune quasi piene, quella azzurra e quella gialla.

"Non ci sarà troppa luce?" chiese Anjil.

"Forse sì, ma se anche la vedessero la prenderanno per un qualche uccello notturno. Ho visto che sulla città morta c'erano uccelli notturni o che altro fossero, che sorvolavano le rovine."

"Sì, ma quelli lanciavano fischi e non si fermavano mai a mezz'aria..."

"Bah, tanto vale rischiare."

Inviarono la spia e la manovrarono in modo che sorvolasse l'obiettivo. La roccia aveva una forma leggermente a fagiolo, con la scala nella parte convessa e la cascatella ad una estremità. Il castello era costruito torno torno, nello stile della città morta. Al centro vi erano campi coltivati, giardini, piazzali e poche basse costruzioni.

"Il castello è vastissimo... è una città, probabilmente può contenere sui seimila abitanti ed è pienamente autosufficiente, visto che ha acqua e campi. Oltretutto è in una posizione praticamente imprendibile. Che fosse la sede della prima guarnigione?" chiese Anjil.

"Non so, ma credo piuttosto che fosse un'altra delle prime città. Sarebbe interessante conoscerne la storia. Adesso faccio scendere un po' la spia per guardarne meglio i dettagli."

Mar stava manovrando i comandi quando Anjil lo chiamò sottovoce: "Attento, sta arrivando gente!"

Mar fece risalire la microspia e la bloccò, chiuse il telecomando che riprese l'aspetto di talismano. Al di là di alcuni bassi cespugli vide ombre avvicinarsi. Era un gruppo di Armati biancovestiti.

"Chi siete? Che fate qui?"

Mar si alzò in piedi: "Siamo due Artigiani e ci stiamo sistemando per la notte..."

"Dovete allontanarvi, qui non si può stare, siete troppo vicini a Castelvecchio."

"Non lo sapevamo. Viaggiare di notte può essere pericoloso... da che parte potremmo andare?"

"Dipende se volete andare a Paludosa, a Casevecchie o a Primcastello."

Mar si illuminò di colpo: "Dobbiamo andare a Primcastello."

"Allora proseguite in quella direzione."

"Ma dobbiamo fermarci da qualche parte per la notte..."

"Allontanatevi di almeno un chilometro poi, se volete, fermatevi."

Anjil e Mar raccolsero le proprie cose, caricarono la marruota e si allontanarono sotto lo sguardo attento degli Armati. Quando furono abbastanza distanti Mar richiamò la microspia, prima di rischiare di perderne il contatto. Quando trovarono alcune grosse pietre si fermarono e si sistemarono per dormire. Nel frattempo stava sorgendo anche la luna rossa.

"Vedi, Anjil, quella è la luna dell'amore, qui su Boar."

"........."

"Tu hai un innamorato?"

"No, non ancora."

"Io sì..."

"Lo so e sei fortunato. Il Comandante Leje è una persona straordinaria."

"Chissà se in questo momento sta pensando a me, guardando la luna rossa..."

"Ti manca?"

"Molto..."

"Allora perché vieni su Boar, perché lo lasci solo?"

"Già, me lo sono chiesto spesso anche io. Tu non lo faresti?"

"Non lo so."

"Sei mai stato innamorato?"

"Sì, quand'ero ragazzo. Era un mio compagno d'università, molto bello... affascinante."

"Vi siete amati?"

"No, a lui non interessavo."

"Strano, eppure sei un tipo gradevole, sia fisicamente che come carattere."

"Ma a lui non interessavo. Non io in particolare, ma tutte le ragazze. Infatti poi si sposò con uno del suo sesso. Ci rimasi male, sai? Non riesco a capire che possano provare due dello stesso sesso a stare assieme, cioè, voglio dire, a fare l'amore."

"Mah, ognuno ha il suo tipo di sessualità e sceglie quel che più gli piace. C'è chi è bisessuale, chi monosessuale in un senso o nell'altro. In fondo la Galassia è bella perché è varia. Io ho avuto un'amica che mi avrebbe chiesto di sposarla."

"Tu avresti accettato?"

"Credo di no."

"Ma tu non hai tabù religiosi."

"No, no! Ma è che, per quel che mi conosco, io sono un monosessuale orientato verso il mio stesso sesso."

"Non hai mai provato... altro?"

"No..." rispose Mar.

Poi pensò che non era vero, aveva detto una bugia. Alla Casa dei Piaceri aveva dovuto adattarsi a giacere con persone di tutti e due i sessi. Ma a parte il fatto che non era stata una scelta veramente sua con nessuno dei clienti, neanche con Felwoz, non aveva mai provato né vero piacere né tanto meno attrazione, Anche se aveva dovuto simulare l'uno e l'altra. Avrebbe mai potuto innamorarsi di una donna? Pensava di no, ma non poteva escluderlo, onestamente.

"Non si può mai ipotecare il futuro." disse ad alta voce.

Anjil non rispose. Mar la guardò: dormiva. Allora anche lui si abbandonò al sonno.


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