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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SECONDO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 11
MAR TROVA LAVORO

La città sorgeva su un lungo cuneo di terra alla confluenza con un fiume minore proveniente da nord-est. Sul fiume più largo, di fianco alla città, c'era un'isola fusiforme su cui sorgeva il castello. La notte era piuttosto buia ma le sagome massicce del castello ed il profilo irregolare della città si intravedevano contro il cielo di velluto scuro.

In silenzio, risalì lungo l'affluente. Appena superata di poco la città, spense il propulsore e diresse verso riva. Le sponde erano piuttosto ripide e faticò a tirare a secco la barca. Nel sommergibile s'era tolto l'abito da Artigiano ed aveva indossato uno dei più semplici abiti fantasia, poiché pensava di farsi passare per un Libero. Azionò la microspia e la fece volteggiare alta sulla città. Grazie al visore ad infrarossi riusciva ad avere una visione discreta, anche se non del tutto chiara.

Innanzitutto si rese conto della planimetria generale. La città era nata sulla punta estrema e si era gradualmente sviluppata. Anche lo stile delle case variava man mano che ci si avvicinava al muro di difesa. Al centro di questo s'apriva una porta da cui partiva una via dritta che terminava sulla punta, alla confluenza dei due fiumi.

Dalla parte dell'affluente il muro seguiva la riva digradando, dall'altra vi era ancorato un ponte di legno, molto ben costruito e veramente ardito, che collegava il castello sull'isola con la città. Una ronda camminava dal castello al muro di cinta passando per il ponte.

A parte la via principale, erano poche le vie dritte. Non si poteva dire che esistesse un quartiere povero ed uno ricco come a Portoscalo: era tutto un alternarsi di costruzioni più o meno belle, più o meno grandi. Anche qui le case erano tutte ad uno o due piani e tutte avevano un giardino o almeno un minuscolo cortile. Non vi erano piazze. Molte delle case che sorgevano lungo la riva del fiume erano fornite di un approdo facilmente chiudibile. Anche alcune viuzze terminavano in approdi, probabilmente pubblici.

In caso di attacco dal fiume la città era discretamente difesa ma non certo sicura al cento per cento. Questo poteva voler dire che da lungo tempo non aveva subito assalti da quella parte.

Fece scendere la spia volante per vedere più da vicino le case. Tutte avevano il nome del proprietario e la sua occupazione incisi su una placca di legno verticale infissa di fianco ad uno stipite della porta.

Ad un tratto entrò nel suo campo visivo una figura che camminava furtiva. Mar, incuriosito, la fece seguire dall'alto dalla sua microspia. La figura, dopo molti giri, guardandosi spesso attorno, scalò un muretto ed entrò in un giardino. Trafficò ad una porta ed entrò.

Mar lasciò la spia in attesa. Pensò potesse trattarsi di un appuntamento galante, ma il fatto che avesse forzato l'entrata lo convinse che doveva trattarsi di altro. Infatti, dopo pochi minuti la figura uscì di nuovo con un piccolo involto in una mano. Saltò nuovamente il muro e tornò indietro. Mar la fece seguire fino ad una grossa casa dove entrò dalla porta principale usando una specie di disco, con punte sporgenti su una superficie, per aprirla. Mar lesse la tabella del nome: "Basym Dortzem - Curatore"

Allora cercò la casa in cui il Curatore era entrato tanto furtivamente. La ritrovò con facilità e ne lesse la tabella: "Brayen Fospes - Curatore".

Si chiese che cosa avesse potuto rubare Dortzem in casa di Fospes. Fece girare ancora un po' la microspia poi la richiamò. Si chiese come fare per evitare che qualcuno, trovando la barca, potesse trovare la sua cintura antigravità e la spia. Non poteva portarle con sé, poiché non era sicuro di non essere perquisito quando avesse chiesto di entrare in città. Perciò scavò una buca, ve le seppellì avvolte in un telo, la ricoprì e confuse le tracce dello scavo. Quindi vi trascinò sopra la barca. Poi vi entrò e si mise a dormire.

Il mattino seguente si presentò alla porta della città. Quattro Armati gli sbarrarono la strada.

"Dove vuoi andare?"

"In città." rispose Mar osservandoli.

Erano vestiti con un doppio quadrato di tela legato sulle anche ed un terzo quadrato, con un foro in centro, infilato dalla testa, poggiante sulle spalle e messo in modo che gli angoli opposti fossero uno sul petto ed uno sulla schiena. La tela era viola con un doppio bordo bianco. C'era anche uno stemma nero a forma di triangolo equilatero con un vertice rivolto verso il basso.

"Perché vuoi entrare in città?"

"Per visitarla e cercare un lavoro."

Uno degli Armati rise: "Un Libero che cerca lavoro? E a chi la vuoi dare a bere?"

Mar non si scompose: "A me stesso."

"A te stesso? Che vuoi dire?"

"Sì, a volte anche un Libero può decidere di cambiare il corso della sua vita."

"Ma che lavoro sai fare?"

"Non lo so. Voglio provare."

Un altro degli Armati disse: "Per entrare in città devi pagare quattro grani."

Mar sapeva che i Liberi non hanno denaro e perciò non ne aveva portato con sé: "Come posso avere denaro se ancora non ho lavoro?"

"Dacci allora quel tuo bracciale."

"No, non posso."

"Allora non entri."

"Ma io..."

"Non insistere, sennò ti rompiamo le ossa!"

"Va bene, va bene. Ma almeno, potete chiamarmi qui il Curatore Brayen Forpe?" chiese Mar rispondendo ad un improvvisa idea.

"Fospes, vuoi dire?"

"Sì, proprio lui."

"Lo conosci?"

"No, ma gli vorrei parlare."

"Come sai il suo nome?"

"So molte cose, io!"

"Oh, sentitelo, il sapientone! E cosa altro sai, tu?"

Mar rifletté un attimo: "So... so per esempio che il tuo bastone non è solido come pare."

"Il mio? Ha rotto più ossa lui di quel che un Curatore ne abbia aggiustate in vita sua. Vuoi fare la prova?"

"No no, ma vorrei che tu me lo lasciassi vedere... tienilo in mano tu, mi basta vederlo e sentirne con le mie mani il flusso di robustezza che ne emana."

L'Armato prese per le due estremità il bastone che gli pendeva al fianco e lo tese verso Mar: "Eccolo, guardalo bene, perché fra poco lo sentirai anche!"

Mar aveva girato il forellino d'uscita del suo anello laser verso il palmo della mano che portò sotto il bastone. Gli altri tre afferrarono i loro bastoni, temendo che Mar volesse prenderlo.

"Calmi. Sto solo sentendo." disse e portò l'altra mano sotto la prima in modo di azionare il laser ad intermittenza. Provocò nel bastone una serie di taglietti irregolari senza tagliarlo completamente, così sottili che non si potevano notare. "Ah, te l'avevo detto. Il tuo bastone è debole! Fai una prova, percuotilo contro il bastone di un compagno. Se non si rompe, puoi battere me. Ma se si rompe, mi chiamate il curatore Fospes. D'accordo?"

L'Armato rise: "D'accordo, certo. Così vedrò di ammorbidire la tua testa dura di ciarlatano." Si girò verso uno dei compagni: "Tieni alto il tuo bastone con le due mani, che ci batto sopra. Tienilo forte!"

Sollevò il suo e menò un gran fendente. Si udì un rumore secco ed una parte gli restò nelle mani mentre l'altra volava alta e ricadeva balzellando sul selciato. Non rideva più nessuno. L'Armato guardava sbalordito il moncone fra le sue mani, rotto in modo irregolare. Tutti e quattro guardarono Mar.

"Come hai fatto? Che trucco è questo?"

"Io? Non ho fatto proprio nulla. Ho solo sentito che il tuo bastone era debole... Ve l'ho detto che so molte cose, io."

L'Armato seguitava a rigirarsi fra le mani il moncone.

Mar riprese: "Mandate a chiamare il Curatore Fospes, ora?"

Uno degli armati si portò due dita alla bocca e modulò una serie di forti fischi. Due nuovi Armati, questi con due righe nere sui loro abiti, s'avvicinarono.

"Sostituiteci qui alla porta, mentre io e Tolke andiamo a chiamare il Curatore Fospes."

Tolke, quello dal bastone rotto, raccolse l'altro pezzo e si avviò verso l'interno della città seguitando a guardare perplesso le due parti. Dopo alcuni minuti gli Armati tornarono assieme ad un uomo.

"Chi mi cerca?" chiese questi.

"Io, Curatore."

"Cosa vuoi?"

"Parlarti a quattr'occhi."

Fospes si girò verso gli Armati: "Fatelo entrare, ma teneteci d'occhio."

Mar varcò la porta e s'appartò in un angolo con Fospes.

"Ebbene?" chiese l'uomo.

"Curatore Fospes, da casa tua non manca qualcosa di importante?"

"Da casa mia? Credo di no."

"La porta che dà sul giardino, dove conduce?"

"Quella? Al mio laboratorio... perché?"

"Torna al tuo laboratorio, allora e controlla. Se mancasse qualcosa torna da me."

"Non ho tempo per gli indovinelli!"

"Ti costa poco controllare."

"Tu sei pazzo. Esci da questa città!"

"Come vuoi... ma verrai a cercarmi."

Mar uscì dalla città, si allontanò di pochi passi e sedette in terra: "Posso restare qui?" gridò verso gli Armati.

"Anche in eterno, se vuoi. Ma di qui non entri, te lo giuro!" rispose uno.

"Non giurare! Potresti dover mancare ad un giuramento."

Gli Armati risero tutti e Mar con loro. Il tempo passava. Dalla città uscirono diverse persone che, passandogli accanto, lo guardavano incuriosite. Dopo un po' giunse di corsa anche Fospes.

"Libero, Libero! Vieni qui, entra!"

Mar lo guardò soddisfatto: "Vieni qui tu, se vuoi. Io non posso entrare, dicono."

Il curatore uscì e gli si avvicinò: "Avevi ragione tu, avevi ragione tu, Libero!" gli disse affannato.

"Lo so, ma non sono più un Libero."

"Mi è stata rubata la lancetta di metallo, quella che uso per tagliare le parti del corpo guaste. È preziosissima, ero l'unico in città ad averne una!"

"Eh... lo so bene," bluffò Mar, "e ti era invidiata da molti. Un bel pezzo di metallo fa gola a tutti."

"Ma tu come facevi a sapere che mi è stata rubata?"

"L'ho visto!" dichiarò Mar divertito.

"L'hai visto? Ma se non sei mai entrato in città!"

"Non mi è stato necessario. Certe cose, io, le posso sapere anche restando lontano. Non tutto e non sempre, ma... Sono stato a lungo in un Tempio di Shent..."

"Hai il terzo occhio, tu? Credevo che fosse una favola..."

Mar ammiccò: "Eh già, forse lo si può proprio chiamare cosi: un terzo occhio!"

"E... sai anche chi me l'ha presa?"

"Forse."

"Come, forse?"

"Potrei anche trovarlo, se potessi girare per la città."

"Vieni, allora. Ti faccio entrare."

"No."

"No?"

"No."

"Ma perché?"

"Loro non vogliono, perché non ho un lavoro in città."

"Ma ti faccio passare io."

"No."

"Perché?"

"Tu rivuoi la tua lancetta, io voglio un lavoro. È uno scambio. Prima tu mi trovi un lavoro, poi io vengo con te."

"Un lavoro? Ma che lavoro?"

"Mah, non ne ho idea..."

"Cosa sai fare, tu?"

"Molto e molto poco."

Fospes era spazientito: "Rispondi sempre così... così... senza rispondere?"

"No, non sempre."

"Come posso trovarti un lavoro se non so cosa sei capace di fare?"

"Beh... so scrivere bene il locos, io. C'è un... uno che fa copie di scritti, in città?"

"Di scritti?"

"Sì, di libri, di poesie o altro."

"Ah, capisco. Sì, ce ne sono tre."

"Di che si occupano?"

"Uno fa copie di qualsiasi cosa uno gli porta, uno copia volumi di racconti e il terzo volumi illustrati, vecchi e nuovi."

"Come chiamate il loro lavoro?"

"Sono tre Volumisti, no?"

"Già, naturale. Quale dei tre fa migliori affari?"

"Oskol."

"E cioè?"

"Quello dei volumi di racconti."

"Bene, trovami lavoro da lui."

"Ma... non so se cerca un lavorante."

"Informati, datti da fare. Io aspetto qui."

Fospes sembrò indeciso: "Senti, se mi dici..."

"No."

"Ti pago bene."

"No."

Fospes scosse la testa: "Testardo come un Libero!" e tornò in città.

Mentre Mar attendeva, giunse una carovana di Mercanti che si fermò alle porte della città, mentre il Conciliatore andava a parlare con gli Armati. Mar credette di riconoscere uno dei Mercanti e gli si avvicinò.

"Scusa, Mercante, non sei un Oster, tu?"

Questi lo guardò: "Ero un Oster, prima dello scambio. Ora sono un Reldem, questa è la carovana dei Reldem. Tu chi sei?"

"Ho viaggiato con gli Oster da Campinuovi a Portoscalo."

"Sei il mago!" disse l'altro spalancando gli occhi.

"Ma no che non sono un mago. Sono solo protetto dalla Fortuna e dalla Forza! Spero anche dall'Amore, però!" terminò sorridendo.

"Sei l'uomo del talismano, comunque."

"Sì, sono io."

Parlarono un po', Mar si informò sul loro giro, poi gli chiese se fosse interessato a merce proveniente da "fuori". Il Mercante si fece attento. Mar gli propose di incontrarsi a Portoscalo.

"Non è nel nostro giro, purtroppo. Se fossi ancora un Oster... Puoi comunque incontrare gli Oster a Portoscalo e combinare con loro."

"No, non mi va di commerciare con loro dopo il trattamento avuto dal Conciliatore."

"Ma il vecchio Conciliatore è passato, durante uno scontro con i Predoni. Adesso c'è uno nuovo."

"Bah, vedrò. Quali merci di fuori sono più ricercate?"

"Molte. Stoffe, carta, contenitori in plastica, vetri puri, specchi... lenti... molte cose."

Mar lo ringraziò per le informazioni e tornò a sedere al suo posto. Il sole era già alto quando tornò Fospes.

"Libero, sia pure a fatica, ho dovuto insistere molto, ma ti ho ottenuto un lavoro da Oskol. Certo che all'inizio sarai pagato poco, almeno finché non si renderà conto di quello che sai fare. Ma tu non avevi fissato una paga."

"Quanto?"

"Due grani al giorno."

Mar pensò che era poco davvero ma accettò: "Come posso essere sicuro che poi mi darà davvero il lavoro?"

"Sta venendo qui con due Testimoni Ufficiali della città."

"Aspettiamoli, allora."

"Mentre aspettiamo, non vuoi dirmi..."

"No."

Fospes sbuffò ma tacque. Dopo poco giunsero tre persone. Erano Oskol ed i due Testimoni. Fecero il contratto e Mar si alzò.

"Entriamo in città. Puoi portarmi in casa tua. Lì mi offrirai da mangiare poi ti dirò come riavere la tua lancetta."

Mentre entravano, sulla porta Mar guardò l'Armato che aveva giurato che lui non sarebbe mai entrato e con un ampio sorriso gli disse: "Mi spiace per te, ma avevo di nuovo ragione io. Senza rancore?"

L'Armato rise: "Senza rancore. Ormai sei dei nostri... quasi."

Si recarono a casa di Fospes e mangiarono.

Quindi Mar disse: "Ha saltato il muro in quel punto, vero?"

"Non so..."

"Vai a controllare."

"È vero! Ma chi è stato?"

"Prima rispondi ad alcune mie domande. Al colpevole, che cosa verrà fatto?"

"Verrà cacciato dalla città."

"Ed i suoi beni?"

"Se ha proprietà personali, saranno assegnate a me come risarcimento."

"Oho! Così tu ci guadagni molto!"

"Non lo so. Se è ricco, sì, è la legge. Qui siamo molto severi con i ladri. Ma non credo proprio che un ricco sia venuto..."

"Bene. Voglio tutti i beni del colpevole per me."

"Per te? Ma tu che c'entri, non sei tu l'offeso!"

"Allora cercati da solo il ladro. Io non ho..."

"Ma la città è grande e può essere stato un qualsiasi miserabile che spera di arricchirsi. Certamente è stato un vegetale."

"Un vegetale? Che significa?"

"Ma sì, uno che succhia di che vivere qua e là, uno senza lavoro."

"Oh, vedo. Allora accetti la mia proposta? In fondo tu non ci rimetti nulla, anzi, ritrovi la tua lancetta ed il ladro viene punito. E se è un... vegetale, nel dare a me i suoi beni non cedi granché."

"Bisognerebbe chiedere ad un Regoliere se si può fare."

"Informati, e se si può fare, fai venire due Testimoni."

Fospes sbuffò ma disse ad uno dei figli, che aveva assistito al colloquio, di andare ad informarsi. Questi tornò dopo un po' accompagnato da due Testimoni.

"Dice il Regoliere che non è mai successo prima, ma che nessuna regola lo vieta. Perciò sono passato a prendere i due Testimoni Ufficiali."

Fospes annuì seccato ma fece il contratto con Mar.

Allora Mar disse: "Ti guido, ma fai venire degli Armati e questi due Testimoni."

"Bastano gli Armati..."

"No no, voglio anche i Testimoni."

"E va bene. Passiamo a chiamare gli Armati, allora. Non avrà mai fine, questa storia."

Con sei Armati, in corteo, si avviarono. Mar ricordava bene la strada ma prolungò il percorso fingendo di cercare. Fospes era sempre più nervoso. Finalmente giunsero di fronte alla casa di Dortzem.

"È dentro a questa casa." disse Mar.

"Qui dentro? Da Dortzem? Non è possibile!"

"Ti dico che è qui. Vuoi controllare?"

"Ma se non fosse qui offenderei il mio collega e mi costerebbe caro!"

Nel frattempo Basym Dortzem comparve sulla porta, fece per ritrarsi stupito nel vedere gli Armati e Fospes, ma poi si fermò sulla soglia.

"Ohilà, Fospes, che accade?" chiese con un sorriso stirato.

"Oh... nulla..."

Mar allora prese la parola: "Dortzem, ti accuso di aver rubato questa notte una lancetta di metallo dalla casa di Fospes!"

Dortzem era nervoso ma si controllò bene ed uscì con una risata quasi convincente: "Ma chi è questo pazzo, Fospes, un tuo amico?"

"No no..." si affrettò a rispondere l'altro.

"Non fare il furbo, Dortzem. Sei stato tu. Avevi addosso una tunicella con un cordone per cintura ed avevi un panno sul viso."

Dortzem era sempre più nervoso.

Mar insistette: "Se ho torto, pagherò per questa offesa, ma chiedo di verificare in casa sua!"

Dortzem rise di nuovo ma la sua risata era sempre più nervosa: "Suvvia, lasciamo perdere, non si può punire un pazzo."

Mar si sentiva in pericolo. Doveva bluffare ma far uscire allo scoperto l'altro: "Ci sono le prove. Ricordi che temevi di essere seguito o visto? Ebbene, più persone ti hanno visto. È inutile che fingi. E poi io so dove hai nascosto la lancetta."

Doveva spaventarlo. Allora azionò l'anello laser e tagliò le cerniere di legno della porta. Questa improvvisamente cadde con un gran fracasso. Dortzem balzò fuori e cominciò a correre, spaventato.

"Fermatelo!" gridò Mar.

Gli Armati gli furono addosso.

Mar aggiunse ad alta voce, in modo di farsi udire nel trambusto: "Un innocente non scappa!"

Fospes era disorientato. Dortzem gridava frasi incoerenti.

Sulla porta comparve una donna che si precipitò su Dortzem, tenuto fermo dagli Armati, abbracciandolo e gridandogli: "T'avevo detto di non farlo, t'avevo detto di non rischiare per quel maledetto pezzo di metallo, che tanto non potevi neanche usarlo, qui!"

A questo punto Fospes si animò: "Entrate e cercate la mia lancetta!" ordinò agli Armati.

Due di loro entrarono seguiti da Mar e dai due Testimoni. La prima stanza si apriva su altri ambienti. Uno di questi era il laboratorio del Curatore. Mar entrò seguendo gli altri. Su un alto tavolino luccicava la affilatissima lancetta.

"Eccola!" disse Mar. Poi si girò verso i testimoni: "Prendo possesso di questa casa."

I Testimoni annuirono ed aggiunsero: "Con tutto quello che contiene."

"Esclusa la lancetta e le persone." replicò Mar sorridendo.

Dentro di sé pensò che era davvero assistito dalla fortuna. Il ladro e la sua compagna non avevano figli e furono cacciati dalla città con solo quel che avevano indosso, come volevano le regole. Mar invitò Fospes ad entrare.

"Eccoti la tua lancetta. Ti regalo anche tutto quello che c'è qui nel laboratorio. A me non servirebbe, tu invece sai che uso farne. Ti prego solo di farmi ancora due cortesie."

"Dimmi, Libero."

"Non sono più un Libero, ma un cittadino come te. Il mio nome è Mar Swooney. Quando manderai a prendere il contenuto di questo laboratorio, ti prego, mandami anche un Artigiano per riparare la porta e fare altri lavoretti. Poi, domani, manda qualcuno che mi indichi la strada per recarmi al posto del mio nuovo lavoro. Vuoi fare questo per me?"

Fospes s'era guardato attorno ed aveva rapidamente valutato il contenuto della stanza: "Volentieri. E... davvero mi doni tutto questo?"

"Sì, in fondo io ci guadagno già un lavoro ed una gran bella casa!"

Fospes lo guardò, studiandolo: "Mi vorresti spiegare come hai fatto?"

"Mah, non lo so neanche io... è stato come un... sogno in cui ho visto tutto. Di solito i sogni sono diversi dalla realtà ma qualcosa mi ha detto di fidarmi. Sarà il terzo occhio, come l'hai chiamato tu... non saprei spiegarti meglio..."

Fospes annuì gravemente: "C'è chi ha il dono dei sogni. Certo che hai rischiato."

"Eh sì." concluse Mar tranquillo.

Si lasciarono. Mar, ora solo, girò rapidamente per la casa e in un cofanetto trovò parecchio denaro. Dopo poco una voce chiamò dalla porta. Era uno dei figli di Fospes con tre uomini.

"Presto verrà anche l'Artigiano. Possiamo cominciare a prendere..."

"Certo, venite."

Rapidamente i quattro accumularono attrezzi, bossoli, alberelli, scatole, mortai e fiale, li impacchettarono e se ne andarono, carichi. Sulla porta il figlio di Fospes si girò.

"Dice mia madre se questa sera vuoi venire da noi e condividere il nostro cibo..."

Mar ringraziò ed accettò. Più tardi arrivò l'Artigiano. Mar gli chiese di riparare e rinforzare la porta e di verificare le chiusure di tutti gli infissi. Gli chiese anche di togliere la tabella del vecchio proprietario e di fargli fare una nuova tabella.

"Cosa ci si deve scrivere?"

"Il mio nome: Mar swooney."

"E l'occupazione?"

"Mah... che so... facci scrivere: Pensatore."

"Pensatore? Che lavoro è?"

"Un lavoro nuovo."

"Va bene, farò come dici."

L'Artigiano guardò a lungo e con aria perplessa i cardini di legno tranciati di netto, controllò tutte le porte e le finestre e se ne andò. Dopo poco tornò con un aiutante e si mise all'opera. Cambiò anche il sistema di chiusura di tutte le porte esterne e ne spiegò il funzionamento a Mar.

Quando fu di nuovo solo, Mar fece un altro giro per la casa. Con piccoli adattamenti poteva diventare una buona base per i suoi uomini, una volta che avesse iniziato ad organizzare l'arrivo dei volontari dei nuclei speciali. Poi si recò alla porta della città.

"Ora posso entrare ed uscire quando voglio, no?"

"Sì, ma devi far scrivere il tuo nome sul registro della città."

"E come devo fare?"

"Vai dall'Elencatore con due cittadini di due diverse famiglie che ti conoscono, e ti fai registrare."

Mar si recò da Fospes. Con un figlio di questi e con un lavorante del suo nuovo datore di lavoro si recarono a casa dell'Elencatore ed il nome di Mar fu inserito fra gli abitanti della città. Chiese se avrebbe potuto far registrare anche i nomi di alcuni suoi amici.

"Dipende; in questo momento mancano centoventisette nomi al pieno. Se quando arrivano i tuoi sono presentati da due cittadini e se ci sono posti liberi, li potrai far registrare."

"Cos'è il pieno?"

"La città non può superare i diecimila cittadini, compresi i piccoli, pena la maledizione. Come fai a non sapere queste cose?"

"Oh sì, ma altrove usano altri termini..." spiegò Mar.

Tornava quel numero. Pareva che fosse una superstizione diffusa.

Il giorno seguente Mar si presentò alla casa del Volumista Oskol per iniziare il lavoro. Il pianterreno era tutto usato per il laboratorio. In una stanza si tagliavano grandi fogli di vera carta a mano in lunghe strisce che poi venivano piegate a fisarmonica, mentre altri tagliavano sottili tavolette di legno ed altri ancora fettucce colorate. In una seconda stanza venivano macinati gli inchiostri e tagliate le diverse asticelle da scrittura o da disegno. In una terza stanza più grande otto scrivani ed un dettatore facevano le copie dei libri sulle fisarmoniche di carta di vari tipi e formati.

Poi in un'altra stanza venivano incollate sulla prima e sull'ultima aletta delle fisarmoniche le due tavolette di legno con le fettucce per fare la copertina e chiudere i libri annodandoli. Su una delle tavolette incollavano una striscia di carta con il titolo, poi avvolgevano il tutto con un grande foglio di carta su cui scrivevano nuovamente il titolo. In un'ultima stanza, che fungeva anche da ingresso, c'era Oskol con un figlio, per i contatti con i clienti e con i fornitori. Mar vide che c'erano molti libri di racconti, ma anche qualcuno di poesie, di cronache, di canti. Non ne vide neanche uno tecnico o di insegnamento.

Non se ne intendeva di libri, ma quelli che aveva visto lì gli sembrarono molto belli e ben fatti. Ne aveva visti alcuni su Terra, nella Biblioteca dell'Università, antiche opere rare, vecchie di più di cinquecento o mille anni. Ma non erano scritti a mano ed erano impaginati e legati in modo diverso. Sapeva che quei libri antichi erano stati fatti usando appositi macchinari, ma non sapeva quali né come. Prese nota di chiedere al nucleo di ricerca della Guarnigione di studiare anche il problema di produzione dei libri.

Oskol, per cominciare, lo mise a preparare gli inchiostri. Erano fatti con una miscela di succhi di bacche diverse, finissima polvere ottenuta macinando speciali pietre colorate, succhi di radici. Le bacche davano un liquido solvente, le polveri davano colore e consistenza, il succo serviva da essiccante e fissante. Il tutto veniva lungamente amalgamato, poi era posto in barattoletti di ceramica ben chiusi.

Mar fece quel lavoro per quasi un mese locale e nel tempo libero girò per la città per rendersi conto della sua organizzazione e del suo funzionamento. Anche in questa città il castello aveva un certo peso nelle decisioni, ma la carica di Castelliere e quella di Regolatore della città qui non coincidevano.

Mar aveva ottenuto il permesso di parcheggiare la sua barca ad uno dei pochi attracchi pubblici ed aveva portato nella sua nuova casa la cintura antigravità e la microspia. Usava spesso quest'ultima di notte, specialmente per studiare il castello. A volte aveva la tentazione di farla entrare da una delle porte o delle finestre per vedere anche gli interni e la vita che vi si svolgeva. Ma il timore che la microspia potesse essere vista, e più ancora catturata, con tutte le conseguenze del fatto che si scoprisse che su Boar si trovava un congegno così sofisticato, chiaramente introdotto da fuori, lo dissuase.

Al lavoro Mar era passato alla legatura dei volumi finiti ed ora guadagnava quattro grani al giorno. Qualche volta aveva provato a dare qualche consiglio per apportare migliorie, ma ogni volta Oskol aveva risposto sdegnosamente che non era certo l'ultimo arrivato a poter dare suggerimenti.

I lavoranti non amavano molto Oskol a causa del suo carattere altero e dispotico, benché lo stimassero come esperto. Specialmente i più giovani legarono presto con Mar, forse anche a causa del suo fascino di straniero, ma anche per il suo spirito libero di uomo al di fuori del sistema.

Trascorso un altro mese, Mar si licenziò e si accomiatò dai pochi amici che si era fatto. Chiuse accuratamente la casa, prese la sua barca e partì. Aveva con sé tutto il denaro che aveva guadagnato e quello che aveva trovato nella casa, alcuni libri di Oskol che aveva comprato, altre suppellettili che gli erano sembrate interessanti per il nucleo di studio della Guarnigione.

Partì di pomeriggio in modo di giungere ai faraglioni di sera. Qui prese il sommergibile e si recò di nuovo a Portoscalo.

Trovò Gaithe e Galety in pieno lavoro. Avevano già costruito due marruote e stavano fabbricando la terza. Le avevano provate di notte, in modo di non essere visti, e funzionavano discretamente bene. Gaithe era divertita e Galety toccava il cielo con un dito. Mar consegnò loro tutto il denaro che aveva con sé, quindi si appartò con Gaithe.

"Come va?"

"Benone. Il lavoro procede bene, come hai visto. Il vecchio è entusiasta e progettiamo di costruire altri tre prototipi migliorandoli un poco. Poi il vecchio ed io ci faremo vedere in città, di giorno, con le marruote e cominceremo a venderle. Pensiamo di farle pagare circa quattro chiodi ciascuna."

"Ehi, ma tu devi tornare alla Guarnigione con me..."

"Beh, scusa, ma se tu mi autorizzi, vorrei restare qui ancora un po'. Il vecchio ha bisogno di aiuto e..."

"Si può fare, se ti trovi bene."

"All'inizio non tanto. Sai, non c'è molta igiene qui, né comodità né... niente. Eppure mi piace."

"Meglio così. E con gli Armati, come è andata?"

"Nudju, che ora si chiama Walpek Bolyn, ha accettato di darmi dei consigli. Di tanto in tanto ci si incontra fuori città e lui mi spiega e mi insegna molte cose. Dice che dovrei essere in grado di partecipare alle gare fra pochi mesi..."

"Se tornassi con me, potresti spiegare agli altri come prepararsi..."

"Per ora potrei registrare sul tuo bracciale quello che ho imparato poi, quando sono pronta, potrei venire per un po' alla Guarnigione."

Mar accettò. Quindi tornò da solo alla Guarnigione. Durante il viaggio non fece che pensare a Njeiry. Se le cose fossero andate male, se le sue scelte si fossero rivelate errate, se l'avessero scoperto, insomma, si sarebbe potuto rifugiare con i suoi amici più cari su Boar, a Portoscalo e a Cittachiusa.

La partita comunque continuava e lui piazzava le sue pietre con molta attenzione.


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