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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SECONDO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 2
L'ATTACCO DEI PREDONI

Scesero di nuovo lungo il fiume poi iniziarono a salire sul versante opposto della valle. Il viottolo appena segnato passava fra due macchie di vegetazione contrastante. Da un lato c'erano alcuni bassi cespugli di rametti contorti con bei fiori rossi e foglie triangolari di un verde intenso, lucide, poste di taglio rispetto al sole. Dall'altro, alti arbusti ispidi che sorgevano dal terreno come pennacchi, con foglie strette e lunghe, acuminate, verde-grigio chiaro, ed al centro un alto stelo che ingrossava a fuso e terminava a punta, alto meno di un uomo.

Il corriere spiegò a Mar che queste ultime erano piante assai pericolose. Erano chiamate "piante assassine" e questa era la varietà "succiavita" che, quando matura, faceva esplodere il fuso lanciando tutto intorno per vari metri minuscoli aghi. Se un essere vivente, attratto dal profumo intenso del fuso maturo, si avvicinava alla pianta, la minima vibrazione provocata dai passi dell'animale faceva esplodere il fuso e gli aghi si piantavano nel suo corpo.

Ogni ago era un seme che dopo poco si schiudeva. Nascevano così nuove piante. Queste, nella prima fase del loro sviluppo, si alimentavano del corpo della vittima facendola morire a poco a poco. Quando la vittima giaceva morta a terra, le piante prolungavano le loro radici fino a raggiungere il terreno e qui iniziava la seconda fase del loro sviluppo e crescita.

Mar chiese se loro correvano rischi, ma il servo scosse il capo e gli spiegò che i fusi non erano ancora maturi. Il frutto maturo era riconoscibile dal colore. Viola nella varietà "bombarda" che lanciava piccoli grani duri, pericolosi solo a distanza ravvicinata; rosso sangue nella varietà "succiavita" e giallo vivo nella varietà "furia" che sprigionava un'impalpabile nube di polvere gialla che, se inalata in grande quantità, provocava una pazzia furiosa che conduceva alla morte.

Mar rabbrividì ed inconsciamente, benché i fusi non fossero ancora maturi, camminò più lontano da essi.

"Anche la natura è violenta." pensò costernato, "E l'uomo, non è forse natura anche lui? Ma l'uomo è libero di scegliere se usare o non usare la violenza, mentre il resto della natura non ha scelta..."

Salivano gradualmente e Mar cominciava a sentire le gambe indolenzite. Quando finalmente sostarono, questa volta all'ombra di un grande arbusto, Mar si avvicinò al corriere.

"Anche tu sei stato comprato dal Tempio?" gli chiese.

"No, io sono nato qui, su Boar."

"Sei nato nel Tempio?"

"Sì, ma non in questo. Mio padre e mia madre erano Shentist del tempio di Shent del Pianeta."

"E tu? Perché non sei anche tu uno Shentist?"

"Perché non ne ho le capacità."

"Ma i figli degli Shentist possono essere servi?"

"Certo, così come i figli dei servi possono diventare Shentist, quando lo meritano."

"E non ti dispiace essere solo un servo?"

"Perché dovrebbe? Se non fossi contento, potrei comunque lasciare il Tempio. E poi... ci sono anche vantaggi a non avere responsabilità, nel Tempio."

"E cosa faresti, se volessi lasciare il Tempio?"

"Non so, perché non ci ho mai pensato. C'è chi si è unito agli Agricoltori, chi agli Artisti, chi ai Mercanti... dipende solo da quello che sai e vuoi fare."

"Quand'è che uno può scegliere di andarsene?"

"Quando è adulto ed ha capito che la sua vita è un'altra."

"E quando si diventa adulti, nei Templi?"

"Quando le lune sono per la settima volta come nel giorno della nascita."

"E cioè, quanti anni dopo la nascita?"

"Due cicli, cioè nove anni più nove."

Mar annuì. Non aveva con sé il 4C quindi non sapeva calcolare a quanto corrispondesse in tempo standard universale, e tanto meno in anni-Terra. In tutta la Galassia si diventava maggiorenni a sedici anni standard, ma qui su Ross pareva che ogni gruppo avesse regole diverse.

"Tu sai quando e perché i tuoi padri vennero su Ross?" gli chiese Mar.

"Dove?"

"Su Boar, voglio dire."

"Ah. No, non lo so. Noi non siamo come gli Armati."

"Gli Armati?"

"Sì, quelli che stanno nei castelli a difesa di una città. Loro scrivono sempre tutte le discendenze, ci tengono molto. Loro registrano tutto. Io so solo che mi chiamo Seshener e ciò significa che i miei padri dovevano chiamarsi così."

Mar, durante la sua permanenza al tempio, era stato molto occupato e non aveva quasi mai potuto parlare di queste cose, perciò ora dava sfogo alla sua curiosità.

"Ma voi prendete il nome del padre o della madre?"

"Se il figlio è un maschio, del padre; se è una femmina, della madre."

"Ah, capisco. Ma perché usate solo il cognome e non il nome?"

"A che serve avere due nomi?"

"Se ci sono più persone della stessa famiglia..."

"Si aggiunge una sillaba provvisoria al nome dei più giovani, che si perde se si va altrove o se si diventa il più vecchio del gruppo. Io, per esempio, da piccolo ero chiamato Seshenerde. Ma ora, nel mio Tempio, sono l'unico, perciò sono di nuovo Seshener e basta. Non c'è possibilità di far confusione, così. Ma ora è tempo di riprendere il cammino."

Si alzarono e ripartirono. Mar avrebbe voluto fare altre mille domande, ma rispettò l'uso di non parlare durante il cammino. Ricominciarono a salire. La macchia di piante assassine cessò. Ora c'era una zona di massi tondeggianti coperti di muschio rossastro, rotta qua e là da distese deserte. I massi erano di diverse dimensioni ed il viottolo vi girava in mezzo con continue giravolte. Sulla sommità dei massi il muschio pareva scolorito ed era grigio-polvere. Sul terreno non cresceva il muschio ma qua e là c'erano bassi cuscini d'erba verde-rossastra disseminati di minuscoli fiori bianchi. La salita si faceva più impervia di mano in mano che procedevano.

Mar ripensò alle feste su Quaryel. Che abisso lo separava ora da quegli ambienti sofisticati e corrotti, vacui e superficiali. Da quando era su Ross non aveva avuto tempo di annoiarsi pur avendo avuto, in un certo senso, una vita più tranquilla che su Quaryel.

Le ombre iniziavano ad allungarsi ma l'aria era sempre calda e quieta, quasi sonnacchiosa. Mar pensò ai transmen: tutto quel lungo viaggio gli sarebbe stato risparmiato se su Ross si fossero potuti costruire transmen... ma in questo caso avrebbe avuto poco tempo per riflettere; così decise dentro di sé che in fondo non tutto il male viene per nuocere.

A lui, fin da piccolo, era piaciuto camminare; ma era ben diverso farlo qui, in mezzo alla natura, che su Terra, fra interminabili teorie di case e muri e steccati.

Stava pensando a questo quando il corriere, imitato subito anche dagli altri servi, si immobilizzò. Mar quasi investì il servo che lo precedeva. Questi caricò la sua arma e la sollevò, tendendo l'orecchio e scrutando attorno.

Il corriere s'avvicinò a Mar: "Vai fra i massi, nasconditi, cerca di coprirti con la terra o con il muschio... non parlare, non muoverti, qualunque cosa succeda."

Mar lo guardò sorpreso: "Che succede?"

"Rumori strani... vai, ora!"

"Resto con voi."

"No! Phyujel ha detto che tu devi salvarti ad ogni costo."

Mar si rese conto solo ora che il corriere gli stava dando del tu. Sentì che questo era più esplicito che non gli ordini stessi: lui, da questo momento, non era più un membro del Tempio. Si inoltrò fra i massi, piegato in due, facendo attenzione di non essere visibile pur senza sapere da che parte venisse il pericolo.

Corse alla cieca, finché trovò un masso grande, con uno spazio libero sotto, verso il terreno. Si allontanò un poco, spiegò il telo e raccolse qua e là manciate di muschio. Tornò al masso, vi scivolò sotto, avvicinò il telo al suo corpo poi, cominciando dai piedi, si coprì completamente col muschio e restò immobile. Non si udiva alcun rumore.

D'improvviso alte grida selvagge sembrarono venire d'ogni dove, rimbalzando di masso in masso. Udì gli scatti secchi delle armi dei servi ed urla altissime di dolore o di rabbia spezzarsi a metà. Poi colpi sordi, altre grida inumane. Mar giaceva immobile, trattenendo il respiro, col cuore che gli batteva furiosamente in petto.

Attraverso il muschio che aveva posto davanti al viso filtrava un po' di luce ma nulla si muoveva nel suo limitato campo visivo. Provò il desiderio di uscire, di vedere, di fare qualcosa. Ma il corriere era stato perentorio: "tu devi salvarti ad ogni costo".

Restò fermo. Ancora un grido strozzato, poi gemiti che si affievolivano, voci agitate ed infine, improvviso, il silenzio. Mar, facendo piccoli movimenti, prese la cintura, la scucì, ne tirò fuori l'anello laser che aveva rimontato in segreto nel Tempio e se lo infilò al dito. Ancora tutto era silenzio.

Ripensò a quando s'era nascosto nel cargo di Mantice e Vecchio. "Fino a quando l'uomo dovrà avere paura dell'uomo, nascondersi, soffrire?" si chiese. Forse per sempre...

Quelle grida che ancora riecheggiavano nel suo cervello risvegliarono nella sua memoria le grida delle vittime di Biker. Lui, Mar, era riuscito a fermarne uno, ma quanti altri Biker contava l'umanità? Come può l'uomo trarre piacere dal dolore, basare la propria vita sulla morte di altri? Chi è l'uomo per sentirsi autorizzato a decidere sul destino e sulla vita di altri uomini?

Altri interrogativi si aggiungevano alla lunga serie e Mar si accorgeva di essere incapace di dare una risposta, sia pure piccola...

Il tempo passava e Mar sentiva le membra intorpidirsi. Il muschio che lo celava era ora completamente in ombra. Solo il masso di fronte, che lui intravedeva appena, aveva la sommità incendiata dai rossi raggi del sole. Tutto era silenzio, forse ora sarebbe potuto uscire. Scostò il muschio e strisciò fuori dal suo angusto nascondiglio, guardandosi continuamente attorno. Tutto era immoto.

Ripulì alla meglio il suo telo e lo ripiegò. Tenendosi acquattato cercò di tornare verso il viottolo. I piccoli cuscini di erba rosso-verde con i loro minuscoli fiori bianchi ora gli sembravano meno belli. Vide il viottolo e si fermò. Ancora silenzio. Si rizzò in piedi con cautela e vide alcuni corpi nudi stesi sul viottolo in posizioni scomposte. Si acquattò di colpo, il cuore in gola, poi si alzò di nuovo, pian piano. I corpi erano immoti.

Si avvicinò e riconobbe tre dei servi del Tempio e cinque sconosciuti. Questi ultimi avevano lunghe spine che sporgevano appena dal corpo, con una chiazza rossa attorno. I servi invece avevano la testa sfracellata ed uno aveva un lungo bastone piantato fra le costole. Mar si girò sconvolto, poi tornò a guardare. Nessuno dei cadaveri aveva più indosso né un abito, né un'arma e nessun manufatto: erano stati uccisi e spogliati. Si accorse che fra i morti non c'era il corriere: forse era riuscito a mettersi in salvo, correndo, mentre i suoi compagni combattevano. Gli sconosciuti avevano lunghi capelli raccolti sulla nuca con un legaccio.

Uno di questi stringeva ancora in mano un aguzzo sasso nero sporco di sangue: era una femmina giovane. Mar si chinò e cercò di toglierle dalle mani il sasso, inutilmente. Pensò che non poteva lasciarli lì, in mezzo alla via; ma non poteva neppure bruciare i loro corpi, non aveva di che accendere il fuoco e meno ancora di che alimentarlo. Avrebbe potuto bruciarli con il suo anello laser, ma ne avrebbe esaurito la carica senza forse neppure riuscire a bruciarli tutti.

Li prese ad uno ad uno per le ascelle e li trascinò a fatica lontano dal viottolo, fra i massi, allineandoli uno accanto all'altro. Si erano massacrati a vicenda, pensò Mar, ed ora giacevano assieme. Chissà se avevano cerimonie funebri e quali erano? Prima di lasciarli, sentiva che doveva fare qualcosa. Doveva almeno pronunciare il "proclama di lutto"come usava sui pianeti cosiddetti civili.

Si riempì i polmoni di aria, esalò un lungo respiro, poi gridò al vento: "Erano otto vite, otto uomini... che ne è di loro? Hanno amato, agito, odiato, pensato, per giungere a questo? La loro madre li ha partoriti per offrirli al nulla, dunque? Non uno di loro era ancora alla fine del cammino... ed ora sono qui, inutili, dimentichi e forse dimenticati! Sole, affrettati a scendere, per non vedere questo scempio..."

Mar si appoggiò ad un masso. Si sentiva sconvolto. La sua via doveva dunque essere cosparsa di morti? E a che fine?

Quasi meccanicamente si sfilò lo scapolare e lo stracciò in lunghe striscie. Con queste legò i polsi dei morti a due a due, ognuno ai suoi vicini, formando così un'unica catena.

"Eravate nemici, ora siete legati in un solo destino..." mormorò a mo' di conclusione, scuotendo tristemente il capo.

Spiegò il telo e vi fece un foro in centro, vi infilò il capo e con la cinghia della sacca se lo legò alla vita, poi riprese il cammino scendendo nuovamente verso il fiume. Non sapeva dove andare, ma sapeva vagamente che quella era la direzione della Guarnigione.

Scese a lunghi passi, mentre il sole scompariva dietro le cime scure, incendiando il cielo di rosso. Una singola nube stretta e lunga si illuminò nel cielo, di fronte a Mar. Il canto dell'acqua saliva fino a lui quasi cercasse di attenuare il suo sordo dolore. Il telo azzurro sventolava fra le sue gambe e la sacca vuota gli batteva al fianco ad ogni passo.

Si ritrovò a passare vicino ai cespugli di piante assassine, che gli parvero ora ciuffi di spine avvelenate piantate sulla superficie del pianeta per ucciderlo. Tutto stava imbrunendo a poco a poco. Mar continuava a scendere e mille sentimenti tumultuavano dentro il suo cuore, mille domande, mille emozioni.

Il fiume ora era vicino. Lo risalì fino a ritrovare il guado e, saltando di sasso in sasso, lo traversò svelto ora che il dolore non lasciava più spazio alla paura. Giunto dall'altra parte ridiscese a valle finché fu troppo scuro per proseguire. Si gettò a terra, lo sguardo perso nel cielo ormai quasi nero che incombeva su di lui e vide le stelle accendersi ad una ad una.

Ogni stella aveva attorno più pianeti, per la maggior parte morti ed ostili alla vita. Era un bene così prezioso e raro, la vita, presente su un solo sistema planetario su mille, su un solo pianeta su diecimila... perché sprecarla così?

Le costellazioni splendevano, apparentemente immote, misteriose e sconosciute. Ne vide una che gli fece pensare ad un volto triste e dentro di sé la chiamò "Il Piangente". Una delle stelle era più brillante delle altre ed era posta sotto ad uno dei due piccoli ammassi stellari che costituivano gli occhi del volto e Mar la chiamò "La Lacrima".

Anche lui sentì gli occhi inumidirsi e le stelle tremolarono e si confusero. Mar chiuse le palpebre e presto si addormentò. Quella notte sognò molto, sogni confusi e non piacevoli, senza colori. Sogni tristi come il suo animo.

Si svegliò di soprassalto. Era mattina presto. Attorno a lui c'era un gruppo di uomini vestiti solo di una lunga striscia di tela marrone passata fra le gambe ed attorcigliata attorno ai fianchi. In mano avevano attrezzi di lavoro che impugnavano con aria minacciosa.

Mar si rizzò a sedere puntando le braccia a terra: "Pace, pace fratelli." esclamò d'impulso.

Uno degli uomini rispose: "Non siamo tuoi fratelli, noi. Chi sei, che fai qui, che vuoi?"

Mar guardò gli altri volti: tutti avevano espressioni dure, fra l'ostile e il diffidente.

"Mi chiamo Mar Swooney, sono un labass del Tempio. Sto cercando..." disse e s'interruppe.

Non poteva certo dire che cercava la Guarnigione, né aveva intenzione di tornare al Tempio.

Uno degli uomini si girò verso gli altri: "Ve l'avevo detto che non è un predone! Guardate i suoi capelli, quella è chiaramente la striscia da labass."

"Sì, ma allora perché è vestito così? E che ci fa qui un labass da solo, senza scorta?"

"Bah, non sarà un predone ma ha tutta l'aria di essere uno sbandato. Non ha neppure lo scapolare!"

Mar si alzò lentamente in piedi e gli uomini retrocedettero impercettibilmente, senza perderlo di vista.

"Sono un labass, vi dico!" esclamò con tono deciso e duro. "I predoni hanno assalito ed ucciso la mia scorta ed io mi sono salvato solo perché Shent mi protegge. Se non siete dei vigliacchi, se non avete paura, salite lassù," disse indicando il versante opposto, "e troverete i servi del tempio massacrati e cinque predoni morti. Se rispettate e temete Shent, rispettate e temete anche me, anche se ora sono solo un ex-labass."

Gli uomini parvero incerti, se non intimoriti, dal tono e dalle parole di Mar, ora ritto con sicurezza in mezzo a loro.

Ma uno degli uomini riprese: "Se tu sei un ex-labass, perché ora parli con tanta sicurezza della protezione di Shent? Perché non sei tornato al Tempio e l'hai invece abbandonato?"

"Non ho abbandonato nulla. Ho solo terminato il mio periodo di lavoro e sono ora libero di seguire la mia strada con la benedizione di Shent e con l'approvazione del Decano Ussin. Ed ora, una volta per tutte, o mi accogliete con rispetto o mi lasciate andare per la mia strada. Una cosa sola vi consiglio di non fare: non intralciate il mio cammino oppure i fulmini di Shent si abbatteranno su questo luogo."

Mar pensò infatti che, se se la fosse vista brutta, avrebbe potuto usare l'anello laser che ancora aveva al dito, ma sperò che non fosse necessario. Gli uomini si guardarono incerti, poi guardarono in volto Mar e videro la sua espressione decisa e sicura.

"Ma... beh... ecco... parla tu, Ysoh."

Quello chiamato Ysoh avanzò di un passo: "Noi non abbiamo niente contro di te e rispettiamo Shent e tutti i suoi protetti, anche se ultimamente per noi ha fatto ben poco, bisogna dirlo. Se chiedi di proseguire per la tua strada, purché non passi nei nostri terreni, nessuno alzerà un dito contro di te, te lo posso assicurare. Ma se tu volessi entrare in città, ecco, non tocca a noi dire di sì o di no... bisogna chiederlo ai Vecchi, al Saggio ed al Separato. Dicci perciò che cosa domandi, per sapere come ci dobbiamo comportare con te."

Mar annuì: "Non vi nascondo che ho bisogno di riposo e di ristoro e che perciò vorrei poter restare per qualche giorno nella vostra città. Il mio cammino sarà ancora lungo, difficile e faticoso e non posso affrontarlo con la necessaria energia e tranquillità dopo l'assalto che ho subito. Inoltre non ho cibo con me e non conosco il cibo che cresce spontaneo su queste terre. Ditemi che devo fare per ottenere ospitalità, se ospitalità sapete offrire."

"Aspetta qui, allora. Uno di noi tornerà in città e ti porterà una risposta."

Mar assentì e sedette di nuovo. Gli uomini si allontanarono verso la vicina città e, appena furono a qualche passo da lui, iniziarono a parlare fra loro fitto fitto ed a bassa voce. Quando scomparvero dalla sua vista, Mar si sfilò l'anello-laser e lo nascose di nuovo nella sua cintura.

Il sole si stava alzando e tutto tornava gradualmente alla vita. Anche Mar si sentiva un po' meglio. La tensione che l'aveva colto durante il colloquio con gli uomini della città, lo stava lasciando.

Si chiese come avrebbe fatto per tornare all'isola della Guarnigione. Doveva procurarsi una barca ma non aveva nulla con sé con cui eventualmente comprarla. Poteva forse trovare qualcuno che lo trasportasse con sé, ma non aveva idea su chi potesse aiutarlo su quel pianeta per lui ancora straniero. Conosceva ancora troppo poco della vita di Ross. D'altra parte, per conoscerne di più, avrebbe dovuto passare un periodo più lungo lontano dalla Guarnigione e cioè da Njeiry.

Dalla città stava arrivando qualcuno. Mar riconobbe uno degli uomini con cui aveva parlato, un tipo tarchiato, che questa volta indossava una tunica marrone lunga fino al ginocchio. I suoi capelli corti e neri assumevano riflessi metallici sotto la luce del sole. Mar si alzò e lo attese, scrutandone l'espressione.

L'uomo gli si avvicinò, gli si piazzò davanti e gli porse un cartoccio di foglie: "Un po' di cibo non si rifiuta a chi viene in pace, dice il Separato. In quanto all'ospitalità, il Saggio sta radunando i Vecchi e ti ascolteranno per poi decidere. Perciò ora mangia, poi seguimi."

Mar prese l'involto, s'accoccolò a terra e lo aprì. Dentro c'era una specie di sfera morbida, bianca e profumata ed alcune erbe cotte. Assaggiò, incerto, ma presto prese a mangiare di gusto. Alla fine coprì le foglie usate come contenitore con alcuni sassi, si alzò e si pulì le dita sul telo che gli faceva da veste.

"Sono pronto." disse all'uomo.

Questi si girò e s'incamminò verso la città in silenzio, senza mai girarsi per vedere se era seguito. Presto si trovarono accanto ad una bassa siepe di erba-spina piantata da poco che delimitava un ampio rettangolo di terra ancora incolta. Procedendo si trovarono a fiancheggiare un'alta siepe di erba-spina più vecchia che recingeva una serie di campi coltivati con cura. Il viottolo ora era più marcato e correva parallelo alla siepe. Lungo la via incrociarono quattro persone: era una pattuglia di Armati, uomini agili, alti e muscolosi, vestiti di un semplice gonnellino giallo con bordi neri ed un disegno nero nel centro. Avevano sandali leggeri e portavano complicate armi.

Nei campi c'erano parecchie persone chine, al lavoro. Man mano che Mar e la sua guida passavano, i lavoratori si rizzavano e li guardavano a lungo, in silenzio, per poi dedicarsi di nuovo alle loro occupazioni. Avevano tutti indosso solo il lungo telo marrone che passava fra le gambe e che poi cingeva, attorcigliato, le reni. La loro pelle era scura e lucente ai raggi del sole. Di tanto in tanto qualcuno si spostava per andare accanto ad un sasso squadrato, prendeva una caraffa di coccio da cui beveva, per poi tornare subito al lavoro.

Nella siepe c'era un'interruzione ed il viottolo piegava entrandovi ed inoltrandosi fra i campi. Due Armati fiancheggiavano quel passaggio. Erano vestiti come gli altri ma questi avevano un bordo rosso. Anche questi li guardarono passare, scrutando attentamente Mar, senza parlare.

La sua guida entrò risoluta, sempre senza voltarsi a guardare se Mar la seguisse. Mar osservava tutto con estrema attenzione. Ora passavano più vicino alla gente che lavorava nei campi. Mar osservò i loro attrezzi. Erano essenzialmente in legno, a parte alcune punte di ossidiana o di porcellana vetrificata. Li usavano con perizia, qua estirpando erbacce, là allargando il terreno attorno alle radici, altrove potando o raccogliendo erbe e frutti. I raccoglitori usavano ceste finemente intrecciate: ognuna era un piccolo capolavoro.

Quando passavano accanto a gente che lavorava, tutti sospendevano per un attimo le loro occupazioni per guardarli passare. Nei loro occhi Mar non vide né diffidenza né calore ma solo curiosità appena accennata. Notò anche che non sembrava mancasse la manodopera. Piccoli canali d'acqua scorrevano formando un reticolo regolare esattamente calcolato. Il flusso era regolato da piccole chiuse in legno lavorato con finezza ed eleganza. Non solo gli incastri parevano perfetti, ma ogni pezzo era coperto da leggere decorazioni geometriche scolpite in bassorilievo.

Ogni appezzamento di terreno era coltivato con cura con piante che Mar non conosceva. I terreni erano tutti in lieve pendenza e su in cima si vedevano le case allineate. Alle spalle delle case sorgeva il castello. Le case erano di legno scuro con tetti coperti con strane scagliette sovrapposte che facevano pensare alla pelle di un serpente. I tetti, spioventi ed ampi, a forma di piramide con gli spigoli arrotondati, formavano tutto attorno ad ogni casa un portico sorretto da pali cilindrici. Avvicinandosi, Mar notò che molti dei pali erano fittamente scolpiti a bassorilievo, ma non tutti e non completamente.

Giunsero alle prime case e si inoltrarono fra queste. Anche gli stipiti delle porte e delle finestre squadrate erano coperti da bassorilievi e caratteri scolpiti e vivacemente colorati. Lesse qua e là: "Questa finestra è scolpita da Wyndem nel giorno della nascita di Fenmyo" oppure "Questa porta è scolpita da Malen per accogliere Shon". Le case sembravano deserte.

Giunsero infine in una larga piazza rettangolare. Sui due lati più corti e su uno dei lunghi era delimitata da case simili a quelle viste nel resto del villaggio. Sul quarto lato sorgevano solo tre costruzioni. Quella a destra era più grande e più curata delle altre, anche se dello stesso modello. Davanti alla porta c'era un alto albero vecchissimo, pieno di fili annodati ai rami.

Quella a sinistra era della stessa grandezza delle altre ma sollevata su pilastri di legno e vi si accedeva tramite una scaletta. Tra le colonne del portico ed i pilastri della base erano legate grosse corde tese, attorte, da cui pendevano strette strisce di paglia intrecciata.

Al centro c'era una strana costruzione lunga, tutta costruita usando stipiti di porte e di finestre incastrati assieme, senza veranda, con il tetto costruito allo stesso modo di tutti gli altri del villaggio ma che terminava a filo delle pareti.

Nella piazza si ergeva una serie di pietre scolpite con strane effigi. Erano simili a grosse teste oblunghe, appena abbozzate, con la sommità piatta ed il mento poggiato in terra. Al posto degli occhi vi erano due profondi fori neri.

Proprio al centro della piazza c'era un basso muretto tondo del diametro di due metri, che proteggeva un profondo pozzo. Tra il pozzo e la casa degli stipiti c'era una pietra bassa e lunga, squadrata, con una parte più alta in centro. A destra della pietra ce n'era un'altra cubica, perfettamente liscia.

Sul rialzo della pietra lunga era seduto un uomo sulla settantina, i capelli corti e bianchi, vestito con la tunica marrone, un cerchio di foglie filiformi sul capo ed una sfera di legno in mano. Ai suoi lati erano seduti cinque uomini per parte, tutti vestiti con la solita tunica, tutti con una sfera di legno più piccola in mano. Sul cubo era seduto, o meglio appollaiato, un uomo con la tunica marrone lunga fino ai piedi ed una corona di bacche rosse in capo. Ai suoi piedi c'era un'asta posta in bilico su un cuneo di legno con due ciotole fissate alle estremità, una di legno chiaro ed una di legno scuro.

La sua guida si fermò e Mar dietro di lui. "Padri, ecco il forestiero che chiede ospitalità." disse l'uomo e, senza aggiungere altro se ne andò.

L'uomo seduto al centro, che Mar pensò fosse il Saggio, prese la parola: "Chi sei e da dove vieni?"

"Mi chiamo Mar Swooney e vengo dal Tempio di Shent il Gran Meccanico."

"Cosa ti conduce alla nostra città?"

"Bisogno di riposo e di aiuto."

I Vecchi si guardarono fra loro. Uno di essi prese la parola: "Perché mai dovremmo aiutarti, e in che cosa?"

Mar pensò a lungo prima di rispondere. Poi disse "Un giorno un uomo camminava lungo il fiume. Guardava la riva lambita dall'acqua e vide, con sua gran meraviglia, uno stiryn che si agitava sulla riva, al secco. Quel pesce sta morendo, si disse l'uomo, devo rigettarlo in acqua oppure mangiarmelo? Non sapeva decidersi. Soprattutto era stupito dalla stranezza di trovare uno stiryn all'asciutto. Così sedette su una pietra e si mise a pensare, cercando una spiegazione.

"Quello stiryn però era un pesce speciale, poiché sapeva parlare. Così parlò e disse all'uomo: gettami in acqua o mangiami, per favore, ma non lasciarmi morire qui, di una morte lenta ed atroce e in un modo così stupido. L'uomo si girò verso il pesce e gli chiese: ma prima dimmi, perché sei all'asciutto? Il pesce rispose: è una storia lunga e complicata e non sono certo di riuscire a spiegartela prima di morire asfissiato. Perciò, per l'ultima volta, ti prego, gettami nell'acqua o mangiami, ma fai presto. La storia non dice quello che l'uomo decise di fare. Ma voi, al suo posto, che avreste fatto?"

Tutti tacquero, finché un altro dei Vecchi prese la parola: "Se era un uomo saggio, l'avrebbe gettato in acqua o l'avrebbe mangiato senza perdere altro tempo."

Mar sperava in questa risposta e sorrise: "E voi, siete uomini saggi?"

I Vecchi si guardarono di nuovo l'un l'altro ed iniziarono a mormorare fra di loro. Il Saggio alzò una mano e tutti tacquero.

"Io sono chiamato Saggio ed ho capito il senso del tuo racconto. Si tratta ora di vedere se quell'uomo aveva bisogno di mangiare o no. Vuoi chiarirci, straniero, cosa significherebbe nel nostro caso avere o non avere... fame?"

Mar annuì: "Alla città degli Accoglitori a volte si vedono anche uomini che vengono da città di Agricoltori come la vostra. Sono lì perché hanno fame di braccia nuove per lavorare i loro campi e perciò vanno ad acquistarle. Ora, io sono qui. Se avete fame di braccia, non dovete spendere nulla..." e dicendo così allargò le braccia nel gesto dell'indifeso.

Uno dei Vecchi parlò a sua volta: "Lo straniero ha risposto alla domanda di Megnes sul perché dovremmo aiutarlo. Credo che ora stia a noi dare la risposta. Io penso che si possa accoglierlo fra di noi per qualche tempo e poi vedere. Metto il peso della mia decisione sul piatto del sì."

Scese dalla pietra, s'avvicinò al Separato e depose la sua sfera nel piatto scuro, che scese a toccare il terreno.

"Fate pesare le vostre decisioni, ora!" declamò il Separato.

Ad uno ad uno anche gli altri si alzarono ed andarono a deporre le loro sfere. Sei erano sul piatto del sì e quattro su quello del no. Mancava ancora la sfera del Saggio, che pesava più delle altre. Mar si chiese se il peso di quest'ultima sfera fosse sufficiente per far scendere il piatto chiaro fino a terra.

Il Saggio si avvicinò alla pietra del Separato e depose la sua sfera. Mar non vide subito da che parte era stata deposta, ma quando il Saggio tornò al suo posto, vide che i piatti non s'erano mossi e che l'ultima sfera era stata deposta nel piatto scuro.

Il Separato allora si alzò e tutti gli altri sedettero.

"Straniero, la tua domanda è accettata. Ora però si tratta di vedere chi ti offre ospitalità. Siedi davanti a questa pietra ed attendi, con questa ciotola davanti a te. Chi la riempirà di cibo, ti ospiterà anche nella sua casa. Attendi con fiducia, non mancherà l'ospitalità promessa."

Mar ringraziò con un grande gesto. Tutti se ne andarono, solenni. Mar sedette sul terreno della piazza, la ciotola davanti a sé e cominciò la sua attesa mentre il sole saliva alto nel cielo terso e puro.


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