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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SECONDO LIBRO
DI MAR SWOONEY
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 15 agosto 1978
CAPITOLO 1
IL TEMPIO DI SHENT

Iniziò per Mar un periodo di severa ed intensa istruzione sulla compilazione delle scritture e sulla vita nel Tempio. Le lezioni già ricevute da Klune sulla nave gli furono molto utili, ma si accorse che aveva ancora molto da imparare, soprattutto per quanto riguardava la "concentrazione immanente".

Era questo un metodo di riflessione che gli permetteva di riportare alla memoria cose che credeva da tempo dimenticate e che soprattutto gli permetteva di mettere a fuoco un pensiero, uno solo, eliminando tutti i pensieri estranei, pur non assentandosi dalla realtà, e di seguirlo con pienezza e coerenza. Dopo neanche un mese era già in grado di raggiungere risultati apprezzabili.

Frattanto gli stavano ricrescendo i capelli. Finalmente venne il giorno dell'Ammissione solenne e fu riunito tutto il personale del Tempio. Nella grande sala circolare a pian terreno presero posto per primi tutti i servi, che si posero in piedi torno torno, contro le pareti. Poi entrarono tutti i labass, che si disposero seduti su due file parallele davanti al Grande Ingresso. Quindi presero posto i lettori, in piedi su due altre file di fronte ai labass, disponendo le loro ampie tuniche in eleganti pieghe, con cura. Infine entrarono anche gli Shentist, capeggiati dal Decano, che circondarono il grande leggio al centro, su cui era posto il Sommario delle Scritture.

Il Decano salì al leggio ed iniziò la lettura degli Indici. Ad ogni titolo tutti scandivano in coro: "Shent, il Gran Meccanico, è con noi!"

Giunto all'ultimo titolo il Decano chiuse il Sommario, lo pose nello scaffale d'onore e ne trasse l'ultimo volume. Lo aprì all'ultima pagina scritta e ne mostrò a tutti la parte ancora bianca, sollevando alto il volume e girando su se stesso. Lo depose poi sul leggio ed estratti i bastoncini dalla manica, iniziò a battere il ritmo "Studiate o interni!" Tutti gli Shentist, estratti i loro bastoncini, batterono assieme il ritmo "Cresce la sapienza."

Quindi Klune si alzò dalla fila dei labass e batté il ritmo "Nuova luce". Il Decano allora intonò l'inno "Shent potente." Klune avanzò fino al leggio e batté il ritmo "Chiamato da Shent", poi uscì, andò a prendere Mar che attendeva fuori e lo introdusse nella grande sala del Tempio. Qui giunti, il Decano batté il ritmo "Shent accoglie".

Poi chiese a Mar: "Che cosa domandi?"

Mar aveva studiato il rituale e, poste le mani a libro tese davanti a sé, rispose: "Seguire Shent."

"Avete udito, Shentist? Che cosa rispondete?"

A cori alterni gli Shentist dettero inizio alle "dissuasioni": "Chi segue Shent non ha tempo per altro!"

"Il mio tempo è per Shent." rispose Mar cantando in tono basso.

"Chi segue Shent non segue altri pensieri!"

"Il mio pensiero è per Shent." replicò Mar su una nota più alta.

"Chi segue Shent è a servizio dei suoi fedeli!"

Su una nota ancora più alta Mar cantò: "Non ho altro desiderio che seguire Shent!"

Continuarono così, alzando di una nota ad ogni battuta. Infine il Decano chiamò un servo e fece rasare il capo a Mar in modo che gli restò solo una striscia di capelli dal centro della fronte alla nuca. Quindi gli fu tolto il corto scapolare da servo e gli fu messo lo scapolare lungo da labass. Durante tutto questo tempo, tutti i lettori intonarono l'inno "Leggi di Shent il Gran Meccanico", alternato dal coro dei labass "Formule di Shent il Gran Meccanico". Finita la vestizione e terminati i canti, tutti gli Shentist tesero le mani aperte a libro sul capo di Mar ed intonarono il canone "Luce di Shent, disperdi in lui le tenebre".

Finita la cerimonia, a Mar fu assegnato uno studio adiacente al laboratorio, nel piano dei labass. Iniziò così il suo lavoro di concentrazione immanente e giorno dopo giorno iniziò a riempire fogli su fogli con tutte le nozioni che aveva appreso all'università che ancora non fossero contenute nei testi sacri.

Era meravigliato di come gli tornassero in mente tutte le cose che aveva studiato, le parole dei suoi docenti, le cose viste e fatte durante le esercitazioni quasi come se le avesse apprese pochi minuti prima. Riempiva rapidamente pagine e pagine di appunti, schemi, disegni, diagrammi e formule.

La sua giornata era divisa in turni. Iniziava al mattino presto con un turno di lettura dei sacri testi per verificare le nozioni già conosciute. Poi si trovava con gli altri labass per il primo pasto. Quindi iniziava il turno di concentrazione immanente e di scrittura. Interrompeva all'ora del secondo pasto. Aveva allora un turno di riposo, in cui di solito faceva lunghe passeggiate, esplorando i dintorni, a volte da solo a volte assieme ad altri labass. Dopo il terzo pasto iniziava quindi il turno di revisione, riordino e copiatura del lavoro fatto durante la giornata.

Prima di andare a dormire si recava spesso sul tetto del Tempio da dove amava osservare il panorama trascolorare al cadere della notte, le tre lune percorrere il loro immutabile cammino, le costellazioni accendersi a poco a poco. A volte questa era anche l'occasione per interessanti colloqui con uno Shentist o un lettore. Tornava infine nel suo studio, svolgeva il telo e si stendeva a dormire.

Il ritmo metodico dei suoi impegni e la quiete dell'ambiente gli dettero presto un gran senso di calma interiore. Inoltre gli esercizi di concentrazione immanente stavano sviluppando in lui la capacità di sviscerare più a fondo argomenti e situazioni.

Gli altri labass eseguivano un lavoro diverso dal suo. Ricevevano dagli Shentist o dai lettori programmi di lavoro o piani di ricerca e dovevano eseguire tentativi di costruire nuovi macchinari o migliorie su quelli già esistenti. In quei giorni, per esempio, tre labass guidati da un lettore stavano cercando di ottenere un orologio a pesi usando materiali porcellanosi per costruirne uno più piccolo, ma più preciso e resistente all'usura rispetto ai grandi orologi in legno fino ad allora usati. Un altro gruppo stava invece lavorando al problema di costruire una molla non metallica che potesse accumulare energia rapidamente e la rendesse a poco a poco in modo controllato.

Mar si rese conto di quale grosso ostacolo fosse la quasi completa mancanza di metalli. Il pochissimo metallo disponibile era in gran parte usato per coniare le rondelle che fungevano da moneta, in parte usato dagli Shentist per i loro studi e per costruire preziosi apparati sperimentali; in piccolissima parte era usato per fare ornamenti, armi o utensili in possesso di pochissimi e ricchissimi privilegiati.

Mar venne a sapere che il Tempio di Shent del Fulmine era il più ricco di metalli, poiché lì si facevano ricerche sull'elettricità e sui sistemi di trasmissione. Perciò il Tempio a volte era attaccato da bande di predoni, che però non erano mai riusciti ad espugnarlo. Anche il Tempio di Shent il Gran Meccanico aveva una discreta dotazione di metalli. La sua posizione era giustificata appunto da necessità difensive. Da una parte c'era lo strapiombo sul mare, dall'altra, da un lato era difeso da un profondo canyon in cui scorreva un tumultuoso torrente e dall'ultima da un fossato artificiale bordato da alte siepi di pianta-spina.

Questa era una pianta che cresceva molto lentamente. Era un arbusto semi-rampicante, di legno durissimo, con spine che potevano raggiungere anche la lunghezza di due palmi. Mar riconobbe nelle sue spine i "pugnali" degli Accoglitori. La pianta cresceva attorcigliandosi su se stessa, verso l'alto, formando un fitto e compatto intrico che poteva anche superare l'altezza di un uomo. All'interno dell'intrico crescevano piccole, tenere e dolci foglie commestibili, e bacche gialle da cui si traeva una gradevole bevanda alcolica.

Ma appunto a causa delle spine era quasi impossibile raccoglierle senza usare appositi attrezzi. Mar una volta aveva tentato di spezzare una delle spine ma si ferì senza riuscire neppure a piegarla. Per tagliarle era necessario usare un seghetto di ferro, e sul pianeta ne circolavano ben pochi.

L'unico accesso al Tempio, oltre a quello dal mare, era uno stretto ponte mobile di legno gettato sul canyon ed azionato dalla parte del Tempio.

I templi di Shent su Ross erano numerosi ed ognuno era dedicato ad uno dei "molteplici aspetti di Shent" ed era retto da un Decano. Tutti i templi dedicati allo stesso aspetto di Shent erano coordinati da un Rettore. Su Ross esistevano trentaquattro Templi di Shent il Gran Meccanico, compreso quello in cui era stato portato Mar. Tutti i Rettori si riunivano per eleggere il Gran Luminare di Shent, che risiedeva nel Gran Tempio. Tutte le cariche erano a vita.

Dal tetto del Tempio in cui risiedeva Mar si vedevano altri due templi, quello di Shent degli Astri e quello di Shent il Curatore. Sul tetto, oltre al pennone col vessillo, c'era una piattaforma per i "palloni volanti" ed un grande specchio di vetro curvo che dicevano servisse per comunicare da un Tempio all'altro grazie ai raggi del sole.

I giorni passavano e Mar cominciava a sentire sempre più l'urgenza di lasciare il Tempio per esplorare un'altra parte del pianeta e poi tornare alla Guarnigione. Non voleva star via più di tre o quattro mesi e ne era già trascorso uno abbondante.

Phyujel una sera incontrò Mar sul tetto del Tempio. Questi era appoggiato al parapetto e guardava verso l'interno del continente.

"Labass Swooney, il tuo contributo procede bene ma in questi ultimi giorni è meno ordinato del solito. Qualcosa disturba il tuo spirito e ciò non è bene. Credo che tu stia contando i giorni in attesa di lasciarci."

Mar sembrò confuso: "Lui sa leggere nella mente, Shentist Phyujel!"

"No, ma so leggere gli eventi. Ascolta il mio consiglio: cerca di terminare il tuo lavoro con tranquillità ed impiegherai meno tempo. In questo modo potrai lasciarci prima. Ricorda: una sola cosa alla volta, fatta bene. Questo è il primo insegnamento di Shent."

Mar chinò il capo: "Ma quando potrò di nuovo essere libero?"

"Tu sei libero, labass Swooney, ma non sei ancora pronto. Troppo spesso usi dei poteri della concentrazione e della meditazione immanente per seguire i tuoi ricordi ed i tuoi desideri personali."

Mar si sentì arrossire: era vero, spesso usava dei suoi nuovi poteri per rivedere i più bei momenti passati con il suo Nje...

Phyujel continuò: "È bello amare, ma purtroppo per te, non c'è speranza di ritorno. Vivi il giorno che viene, non quello che va. Allarga il tuo cuore ed il tuo intelletto e vivi. Non ripiegarti in te stesso. Tu sei atteso dalla vita, che ha molto da offrirti, ma non lo potrai vedere se non sarai ricettivo."

Mar si sentiva svuotato, di fronte a Phyujel: sentiva sempre più forte la sensazione che questi leggesse in lui come in un libro aperto.

"È dunque un male desiderare l'amato?"

"Nessun desiderio è male se è ben usato. Tutti sono male se dirottano le nostre energie e le nostre capacità. Inoltre è sempre male desiderare l'impossibile: è morte certa. Ma tu vivrai, labass Swooney, anche se ora sei distratto dai tuoi desideri. La vita è in te e tu sei nella vita: apri l'occhio interiore!" e con queste parole lo Shentist se ne andò.

Mar tornò a guardare il buio della notte. Lo Shentist l'aveva ripreso con decisione, anche se non con asprezza. Sentiva che Phyujel aveva ragione. Sedette sull'impiantito e fissò lo sguardo su una stella bassa all'orizzonte. Pose in grembo le mani aperte a libro e si immerse in meditazione immanente. Trovò fra i suoi pensieri un interrogativo: che cosa è la vita? Considerò questo interrogativo con crescente distacco ed iniziò a vederlo con maggiore chiarezza.

Era una visione strana, simile al mare percorso dai riflessi delle tre lune: piccole guizzanti scintille dei tre diversi colori, palpitanti come un lumi-tessuto. Mar vide che poteva tracciare diverse vie e che fra queste ne esisteva una più difficile, ma che conduceva più lontano. Una cosa lo turbò: dove prima brillava una luce, poi c'era un abisso d'oscurità, come se la luce si fosse spenta o fosse scomparsa.

Concentrandosi maggiormente Mar s'accorse che la luce era solo scivolata via, che il buio in realtà non esisteva... come in realtà non esisteva neppure la luce. Tutto era solo un movimento dell'etere, una posizione nello spazio, un punto di vista. Nello stesso tempo, se fissava lo sguardo interiore su una di quelle luci, la poteva seguire. Inoltre, per ogni luce che pareva spegnersi, cento se ne accendevano. Mar aumentò la sua concentrazione e vide che le mille luci erano una sola e che ogni luce era tutte le altre...

Si sentì toccare su una spalla e la visione si frantumò in mille riflessi e Mar rivide la stella. Guardò in su. Un servo si inchinò a lui.

"Labass Swooney, lo Shentist Phyujel mi ha detto di venire qui e di dire a Lui che è tempo di riposare. Mi ha detto di dire a Lui: la luce non si spegne, continua ad ardere anche se noi chiudiamo gli occhi: non guardare troppo a lungo la luce, labass Swooney, sennò non saprai più distinguere la tenebra. Queste erano le sue esatte parole, labass."

Mar rabbrividì. Si alzò e si avviò in silenzio alla sua cella.

Nei giorni seguenti lavorò di nuovo con lena e passò lunghe ore in concentrazione. Finalmente gli sembrò che non ci fosse più nulla da scrivere. Ripassò allora tutti i suoi appunti, li rimise in ordine e li inviò al Decano. Dopo poco un servo entrò nella sua cella.

"Il Decano Ussin Lo attende nella sala degli scrivani, labass Swooney."

Mar si alzò e seguì il servo. Nella grande sala molti lettori stavano scrivendo. Il Decano aveva le carte di Mar in mano.

"Labass Swooney, ho visto i tuoi fogli: sono un buon lavoro. Il primo scrivano li aggiungerà alle sacre scritture, poi se ne darà pubblica lettura, poi se ne faranno copie per gli altri templi di Shent il Gran Meccanico ed una per il Gran Tempio di Shent, che tu stesso porterai. Là giunto ti sarà offerta la possibilità di divenire lettore... o di lasciarci. In questi giorni rifletti: la Cella della Voce di Shent è a tua disposizione."

Mar s'inchinò. Il Gran Tempio di Shent era a circa venti giorni di cammino, quindi tra un mese circa sarebbe stato libero. Gli sembrava lungo aspettare ancora un mese, ma decise di accettare il gioco fino in fondo. Giunto al Gran Tempio avrebbe chiesto la libertà e si sarebbe finalmente avviato verso la Guarnigione. Se tutto andava bene, la sua assenza sarebbe durata meno di quattro mesi.

Quel giorno stesso si recò alla Cella della Voce, una piccola costruzione semisferica isolata dal Tempio da un alto muro circolare, in cui riposare e meditare.

Tre volte al giorno sarebbe venuto un servo con il cibo, avrebbe battuto tre volte i bastoncini per avvertirlo, lui si sarebbe ritirato nella cella mentre il servo deponeva le ciotole di cibo davanti alla porta chiusa, avrebbe preso quelle vuote e se ne sarebbe andato. Quando fosse stato fuori vista avrebbe battuto nuovamente i suoi bastoncini e Mar avrebbe potuto aprire la porta e prendere il suo cibo.

Mar passò il suo tempo quasi completamente in concentrazione vuota. A poco a poco si sentì rigenerare. Venne tre volte il servo con il cibo e finì il primo giorno. Così passò il secondo ed il terzo. Il quarto, mentre era in concentrazione vuota, un barbaglio azzurro entrò nel suo campo visivo. Mar si scosse e si trovò davanti Phyujel.

"Tu non giungerai al Gran Tempio. Uno dei servi che ti accompagnerà è un corriere: darai a lui gli scritti e seguirai la tua strada, che è già tracciata."

Mar si alzò, stupito: "Quando, e perché accadrà questo? E dove andrò?"

"Quando, saranno gli eventi a dirlo. Perché, solo la vita può dirlo. Riguardo al dove, non è nei miei poteri saperlo."

Mar fece per ribattere, ma lo Shentist non era più davanti a lui. Lo cercò: non poteva essere scomparso nel nulla. Corse fuori: non c'era nessuno. Tornò nella cella ma non vi erano nascondigli né altre uscite visibili. Pensò di aver sognato. A volte, nei periodi di concentrazione vuota, i principianti come lui potevano anche avere un'allucinazione. Mar si sentiva agitato. Sedette di nuovo e si concentrò sul fatto. Ricordò e rivide la figura dello Shentist, riudì le sue parole, e la sua improvvisa e misteriosa scomparsa. Turbato, ripeté l'esperimento, sempre con lo stesso risultato, ma sempre più convinto che non si era trattato di un'allucinazione.

Il giorno seguente era l'ultimo di isolamento. Lo passò in concentrazione immanente. Il tempo fluiva attorno a lui, finché dal Tempio risuonò il segnale che lo chiamava al salone delle cerimonie.

Qui lo attendeva tutto il personale del Tempio ma, notò, Phyujel era assente. Il decano gli consegnò la copia per il Gran Tempio poi iniziò a declamare ad alta voce la parte aggiunta grazie al lavoro di Mar. Questi seguiva sulla sua copia. Finita la lettura tutti intonarono l'inno "Grazie siano rese a Shent ed alla sua Luce". Mentre il canto proseguiva, basso e cadenzato, Mar uscì accompagnato da quattro servi. Due di essi avevano al fianco l'arnese di legno duro con le stecche e le corde che Mar aveva scoperto essere un'arma che poteva lanciare a gran velocità una serie di spine avvelenate. Era una delle armi più micidiali messe a punto nel Tempio di Shent il Forte.

Mentre la salmodia continuava, bassa e potente, uscirono dal Tempio e si avviarono verso il ponte pivottante. Qui c'era Phyujel con i sei servi addetti alla manovra. Mar ebbe l'impulso di chiedere allo Shentist spiegazioni sul suo messaggio e sulla sua misteriosa apparizione. Ma l'uomo lo prevenne.

"Non fare domande, segui il tuo cammino e vedi di non sbagliare. Ricorda: vivi il giorno che viene e non quello che va. Shent ti illumini, Mar Swooney."

Mar rispose con un sommesso: "La luce di Shent è in Lui." e si avviò sul ponte.

Mentre camminava sul trave elastico, si rese conto che lo Shentist non aveva usato l'appellativo rituale, non l'aveva cioè chiamato "labass Swooney", ma aveva usato il suo nome e cognome. Questo era chiaramente un messaggio. Per Phyujel lui era già fuori dall'ordine degli Shentist.

Mar camminava svelto, accompagnato dai quattro uomini che lo scortavano camminando al passo con lui, due davanti e due dietro. Uno degli uomini davanti a lui aveva un piccolo contenitore cilindrico appeso al fianco. Mar si rese conto che in quel cilindro sarebbe entrato esattamente il suo manoscritto arrotolato, che lui ora recava in una sacca sotto allo scapolare.

Marciarono per tutto il pomeriggio. Si fermarono lungo la strada ad un casolare di contadini che li rifocillarono con rispetto. Uno dei contadini, nel porgergli la ciotola di cibo, indicò verso i quattro servi che secondo la consuetudine attendevano il cibo in disparte.

Il contadino mormorò: "È il primo a cui darò la ciotola." e si allontanò svelto.

Mar cercò di trattenerlo ma l'uomo stava già porgendo una ciotola di cibo al servo con l'astuccio cilindrico al fianco. Mar capì che quello era il corriere. Si diceva che i corrieri del Tempio conoscessero perfettamente i terreni che traversavano, le piste e le scorciatoie e che potessero percorrere in una sola giornata la distanza fra due Templi quando ad un qualsiasi uomo sarebbero occorse circa quattro giornate di camino.

Mar si chiese quando avrebbe dovuto consegnargli il manoscritto. Mangiando lo osservava, ma il servo pareva del tutto indifferente. Mar tolse i fogli dalla sua sacca e li sfogliò. Fece un sobbalzo: erano tutti bianchi! Eppure lui stesso li aveva letti durante la cerimonia al Tempio, lui li aveva riposti nella sua sacca e nessuno s'era avvicinato a lui tanto da sfiorarlo, nessuno aveva toccato la sua sacca, ne era certo. Li girò e li rigirò...

I misteri stavano cominciando ad infittirsi un po' troppo. Rimise i fogli a posto nella sacca. Sedette in concentrazione immanente e cercò di risolvere il problema dei fogli bianchi: sicuramente prima erano scritti, sicuramente nessuno li aveva potuti sostituire. Mar si concentrò di più ed affrontò il problema da un diverso punto di vista. Come può uno scritto scomparire e perché?

Il perché gli fu subito chiaro: se anche i fogli fossero caduti in mano ad estranei, nessuno avrebbe potuto leggerli. Era una forma di sicurezza. Ma il come... questo restava un mistero. Doveva comunque esserci un sistema per far ricomparire i caratteri, al Gran Tempio. Quella copia, da chi e come era stata scritta? Non trovò una risposta sicura, ma ricordò che uno degli scrivani aveva un'attrezzatura diversa dagli altri e scriveva in modo diverso. Prima non se n'era reso conto coscientemente, ma ora rivedeva il tutto con chiarezza.

Si rialzò, ringraziò i contadini per il cibo e, con i quattro della sua scorta, riprese la strada. La notte stava scendendo ma la luce della luna gialla e di quella azzurra rendevano possibile il cammino segnando ogni asperità con due riflessi attenuati.

Il servo con l'astuccio di legno camminava un po' più avanti degli altri e questo confermò a Mar che si trattava del corriere. Si narrava che i corrieri potessero fare il loro cammino anche nel buio più assoluto.

Giunsero ad una curva della strada. Sulla destra si stendeva un'oscura e fitta boscaglia. Sulla sinistra c'era invece un ampio prato con pochi arbusti e grosse pietre. Il corriere imboccò il prato e gli altri lo seguirono. Dopo pochi passi si trovarono vicini ad un pietrone con una specie di stretta nicchia orizzontale su un lato. I due servi armati salirono sulla sua sommità e vi sedettero spalla a spalla.

Il corriere s'inchinò a Mar: "Riposi qui. Noi veglieremo a turno."

Anche il corriere, notò Mar, pur avendogli dato del "lui" non lo aveva chiamato con il suo grado. Mar annuì e, senza parlare, si stese nella nicchia dove srotolò il suo telo e vi si avvolse. Guardava l'ombra immobile del corriere. Doveva fare lui il primo passo o attendere? E attendere che? Lo Shentist, alla sua domanda su quando avrebbe dovuto consegnare il manoscritto al corriere, aveva risposto "saranno gli eventi a dirlo".

Mar non era abituato ad attendere gli eventi, anzi preferiva piuttosto provocarli. Ma da quando era entrato in Ross era sempre stato in balìa degli eventi, piuttosto passivamente. Cominciò anche a chiedersi chi fosse realmente Phyujel e se sarebbe stato saggio seguire i suoi consigli. Non conosceva ancora questa curiosa società... ma sentiva che lo Shentist, con i suoi strani poteri, era una pietra importante di un qualche gioco.

Poi si rese conto che anche lui, questa volta, non era che una pietra e non un giocatore. Ma chi erano allora i giocatori? Continuava a riflettere. Le lune scorrevano nel cielo e tutto attorno era silenzio...

No, Mar si accorse che c'erano rumori sommessi. Lontano un ronzio che pareva di un motore si spandeva monotono. Ma, almeno per quel che aveva visto, non esistevano motori su Ross. Non possono esistere motori senza metalli o plasmetalli.

Ricordò allora gli insetti su Terra. Una volta, nel parco di Shurtval, aveva sentito cicale cantare. Le cicale producevano il rumore stridulo di un trapano che morde il metallo. Sembrava impossibile che una così piccola creatura potesse emettere un tale stridio. Anche qui doveva trattarsi di un qualche insetto o animale.

Ripensò a Terra. Com'era diversa la vita lassù (o laggiù? si chiese). Terra era il pianeta più popolato della Galassia, il Pianeta Madre, come lo definivano i testi. La vita era dura su Terra. Gente come lui o la sua famiglia non aveva mai potuto mangiare cibi genuini. Le città erano immense, sconfinate. Il resto del pianeta era riservato a grandissime industrie o tenute agricole recintate e meccanizzate. Pochi erano gli angoli liberi, non utilizzati, del pianeta.

Sugli altri pianeti invece c'erano grandi spazi aperti, a volte persino incolti! Ross, in particolare, per quel che aveva visto, era un pianeta ancora intatto. E poi... la gente! Su Terra Mar aveva sempre e solo visto volti severi, chiusi, spesso preoccupati. Sugli altri pianeti, nella Galassia, la gente gli era sembrata più serena, persino allegra a volte, anche fra le classi più umili e povere.

Terra era un pianeta chiuso. L'ONU, il governo terrestre, sembrava aver pianificato tutto. Non che sugli altri pianeti non ci fosse pianificazione, ma in fondo c'era più spazio libero e non solo fisicamente.

Ross era ancora tutto da scoprire, per Mar. Fino ad ora aveva visto solo uno squarcio della vita degli Accoglitori, che sembravano gente felice. Aveva anche avuto un buon assaggio della vita nei Templi. Qui Mar aveva trovato molta serenità, pur in una vita dal ritmo severo. Nel Tempio si svolgeva una vita alacre ma quieta. Per la prima volta nella sua vita Mar aveva trovato un ambiente che viveva, compatto, una sorta di spiritualità. Non che fosse tutto ideale ciò che aveva visto là dentro, ma era quanto di meglio avesse sperimentato fino ad allora.

Mar vide il corriere alzarsi e dare il cambio ad uno dei due uomini seduti sulla roccia, mentre questi scendeva ed andava a riposare sull'erba di fronte alla nicchia di Mar. L'uomo sbadigliò e chiuse gli occhi. Mar si chiese da che cosa lo stessero proteggendo i servi del Tempio: tutto sembrava così tranquillo.

Mentre attendeva il sonno, ripensò a Njeiry. Era una sensazione dolce, piena di nostalgia e di desiderio. Avrebbe voluto averlo lì, con sé. Immerso in questo sentimento, gradualmente si abbandonò al sonno, sperando di continuare nel sogno il corso dei suoi pensieri.

Si svegliò che il sole non era ancora sorto, ma il cielo già rischiarava. La luna gialla stava trascolorando, bassa, fra le cime degli alberi. Steso davanti a lui, uno dei servi del Tempio ancora dormiva. Mar sentiva un po' di freddo. Il sonno era stato pesante, senza sogni... o almeno non ne ricordava nessuno.

Si passò ripetutamente le dita sugli occhi, si alzò e ripiegò il telo. Si stirò nell'aria fresca, rabbrividì ma si sentiva bene. I due servi scesero dalla roccia e svegliarono i compagni. Nessuno parlò e ripresero solleciti il cammino che ora si snodava tra gli alberi, ora attraverso prati incolti.

Dopo alcune ore di marcia, si fermarono all'ombra di un albero con larghissime foglie cuoriformi. Uno dei servi si allontanò di pochi passi e si chinò a cercare fra le erbe del sottobosco. Si fermò, afferrò alcune foglie basse, aderenti al terreno, e tirò con forza. Ripeté l'operazione diverse volte e tornò con alcune radici giallastre a forma di fuso. Prese un ramo secco e lo spezzò più volte fino ad ottenerne una scheggia affilata con cui iniziò a raschiare i fusi.

Quindi ne porse un po' a Mar e gli altri ai compagni. I quattro servi si allontanarono da Mar, come voleva l'etichetta, e si misero a mangiare. Mar provò a morderne uno: era tenero e croccante, con un sapore lievemente acidulo ma gradevole. Li mangiò di gusto, masticandoli a lungo come vedeva fare ai servi. Quindi si alzarono e ripresero la marcia.

L'altopiano prese a digradare dolcemente verso un largo fiume che si svolgeva pigro in ampie anse e volute. Sulla riva opposta il terreno saliva un po' più rapidamente fino ad una frangia di rocce scure. Sulle rocce s'intravedeva un'alta costruzione cilindrica, il Tempio di Shent degli Astri. Dovevano salire fin lassù, riposarsi, poi proseguire. Da metà valle in giù iniziava un'ampia distesa coltivata e più oltre si vedeva un paese dominato da una bassa e poderosa costruzione.

Mar la indicò e chiese: "Che cosa è, quella?"

"Una città di Agricoltori."

"Sì, ma il grosso edificio?"

"Il castello di difesa."

"Difesa da chi?"

"Dai predoni, dagli sbandati e dai Mercanti."

"Dai Mercanti?"

"Sì, a volte, quando gli affari vanno male, cercano di razziare qua e là, specialmente in zone in cui non sono conosciuti. Se non ci fosse il castello, ci proverebbero anche più spesso."

Mar continuava a non capacitarsi. Ross sembrava un mondo tranquillo, ma anche qui regnava la violenza. Una violenza più primitiva, meno sofisticata e meno pianificata di quella dei pianeti dell'UPO, meno subdola e "legale" che su Terra, ma pur sempre violenza.

Si chiese se, in fondo, una forma di violenza più aperta ed evidente come quella dei predoni non fosse più... onesta. Almeno, su Ross, si sapeva da chi bisognava guardarsi. La legge, nata per evitare il sopruso, troppo spesso era usata per coprire altre forme di sopruso. Non era forse violenza quella di chi imbrogliava giovani inesperti per poi chiuderli nelle Case dei Piaceri, o quella di chi comunque profittava del debole per usarlo ai suoi fini? Non era forse violenza quella di chi si arricchiva e godeva la vita a spese di gente che doveva fare attenzione a risparmiare persino sull'acqua e doveva mangiare solo surrocibi?

Quale era il confine fra violenza e pianificazione, fra violenza e legge, fra violenza e vita, semplicemente? Poteva l'uomo vivere vicino ad un suo simile senza l'uso della violenza? Esiste la vera e completa libertà? Mar non aveva mai riflettuto seriamente su queste cose ed ora tutti questi interrogativi lo confondevano.

Lui stesso non aveva usato violenza più volte? Oh, certo, ogni volta si era sentito giustificato da un fine "superiore", ma... Le sue violenze non erano mai state paragonabili a quelle contro cui aveva lottato, eppure...

Mar, immerso in queste riflessioni, continuava a camminare svelto. Il sole era ormai alto nel cielo e le ombre rosate si stavano accorciando sempre più. Mar cominciava a sentire di nuovo un certo appetito ma la marcia continuava in silenzio e pensò di attendere.

In un primo momento sembrò che si avvicinassero alla città, poi invece piegarono in direzione opposta, scendendo sempre verso il fiume. Giunti sulla sua riva, si fermarono. Non c'era un filo d'ombra ma i servi parvero non preoccuparsi. Due di loro si spogliarono e si immersero in acqua. A mani nude, cominciarono a fare di scatto mezzi tuffi, poi riemergevano e stavano immobili fino alla seguente improvvisa immersione. Mar li guardava incuriosito. Dopo un po' uno dei due riemerse con un grosso animale fra le mani.

Era un pesce. Mar lo riconobbe, benché fosse diverso da tutti quelli che aveva visto negli acquari o nelle fontane delle città degli altri pianeti. Era snello, a sezione triangolare, con una specie di ventagli sugli spigoli, un foro ad imbuto con uno sfinteroide di chiusura ad una estremità, due occhi cruciformi già velati ed un lungo pungiglione all'estremità posteriore. La pelle a scaglie cornee era a striscie gialle e azzurre. Guizzava nelle mani del servo, cercando invano di colpirlo col pungiglione.

Questi lo gettò sulla riva e continuò la sua pesca. Un altro servo prese il pesce e, con un ramo verde, lo infilzò per lungo. Il pesce dette ancora un guizzo e s'immobilizzò. Nel frattempo il corriere aveva acceso un focherello, sfregando un bastoncino con un grumo nero sull'estremità, da cui era scaturita sfrigolando una fumosa fiammella violetta. Cominciarono a rigirare il pesce sul fuoco e presto se ne levò un profumo straordinario.

Mar sentiva ora un certo languore che si stava trasformando in fame.

Quando il pesce fu cotto era diventato di uno strano colore nero-brunastro, lucido. Il servo prese una pietra liscia e ve lo posò, poi con un'altra pietra cominciò a battervi sopra piccoli colpi calibrati. La crosta nera si spezzò per lungo e si aprì con un secco crepitio e con la crosta caddero via i ventaglietti ed il pungiglione. Restò una specie di cilindro color rosa carico da cui saliva un lieve vapore profumato.

Lo offrirono a Mar che lo addentò con curiosità: aveva un sapore delicato ed era tenero anche se lievemente mucillaginoso. All'interno c'erano parti bianche e dure, simili ad anelli dal bordo affilato, uniti per un punto della circonferenza ad una serie di cilindretti snodati che Mar dovette scartare. Chiese il nome di quel saporito pesce e seppe che si chiamava stiryn.

Finito di mangiare, Mar si avvicinò alla riva e, presa nelle mani un po' d'acqua, bevve con piacere. Gli sembrava impossibile che tanta acqua potesse scorrere libera, inutilizzata. Era affascinato dall'enorme quantità di acqua che scorreva spumeggiando, limpida e fresca.

Mentre anche i servi mangiavano, Mar camminò lungo la riva, sedette ed affondò con cautela un piede nell'acqua. La corrente era fresca e forte e gli spostava il piede verso valle, increspandosi attorno al polpaccio. Calò giù anche l'altro piede ed un senso di ristoro lo pervase. I piedi, anche se ormai abituati alla marcia, erano stanchi e sembravano trarre forza dal contatto con l'acqua fresca.

Il forte mormorio dell'acqua che scorreva veloce fra le pietre, riempiva l'aria ed induceva in lui un senso di quiete e di abbandono. Provò un desiderio irresistibile di lasciarsi scivolare giù e farsi trasportare dall'acqua verso valle, a caso. Ma sentiva che poteva essere pericoloso. Aveva paura e nello stesso tempo desiderio di lasciarsi afferrare dal fiume.

"È come una droga." pensò confusamente mentre si abbandonava indietro sdraiandosi sull'erba della riva.

Sopra di lui il cielo era terso e sfolgorante, d'un color turchino intenso tendente al viola. Il sole era ora di un bell'arancio vivo, immenso, alto su di lui. Sentì una dolce sonnolenza pervaderlo gradualmente e chiuse gli occhi.

D'un tratto, attraverso le palpebre chiuse, vide un'ombra. Riaprì gli occhi. Il corriere era accanto al suo capo, controluce. La sua sagoma si stagliava scura contro il sole e sembrava animata da un'aureola di rossi barbagli.

L'uomo parlò: "Mi scusa, ma dobbiamo traversare il fiume. Lui sa nuotare?"

"Nuotare?" chiese Mar senza alzarsi, "Che vuol dire?"

"Passare nell'acqua come... come i pesci, battendo braccia e gambe."

"Non credo, non ho mai provato. È difficile?"

"Se non ha mai provato, sì. Qui l'acqua è rapida e profonda e può trascinare via. Sarà meglio allungare la strada verso monte e cercare un guado. Andiamo."

Mar si alzò. Il fuoco era stato spento con l'acqua e coperto con terra e sassi, cancellandone ogni traccia. Ripresero il cammino costeggiando il fiume, risalendolo.

Ad un tratto il corriere si fermò: "Ecco, qui ci sono pietre che affiorano, abbastanza vicine fra loro. Segua i miei passi, Ma prima è meglio che lui mi dà i fogli per metterli nel mio astuccio. Se cadesse in acqua almeno non si bagnano."

Mar annuì e ricordò le parole dello Shentist: "Quando, saranno gli eventi a dirlo."

Tolse i fogli dalla sacca e li porse al corriere. Questi li arrotolò stretti, li infilò nel cilindro di legno che richiuse con energia, battendo più volte sul tappo. Quindi, a piccoli balzi, si lanciò di pietra in pietra attraversando il fiume. Mar provò un attimo di incertezza, poi lo seguì attento ma risoluto. Guardava bene dove posava i piedi e vedeva l'acqua vorticare sotto di sé. Dopo alcuni interminabili istanti furono sull'altra riva e Mar sospirò di sollievo.

Pensò di richiedere i fogli, ma lasciò perdere. Se il corriere glieli avesse resi, bene; se no, voleva dire che il primo passo era compiuto.



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