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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL PRIMO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 21
UNA SPECIE DI ASTA

Il mattino seguente Mar si svegliò e si accorse di essere solo sul letto. Fece per stirarsi: sentì che qualcosa lo tratteneva. Si tirò su di scatto e ricadde giù. Aveva polsi e caviglie legati ai quattro angoli del letto, su cui il suo corpo nudo formava come una grande X.

"Oh, per tutte le Potenze, che succede adesso?" si chiese a mezza voce.

Provò a tirare, a divincolarsi. Il letto scricchiolava ma non riuscì a liberarsi. Provò di nuovo con maggiore forza, fino a farsi male, ma a parte gli scricchiolii del letto non ottenne altro.

Si accorse che qualcuno era entrato nella stanza; girò il capo: era Deman, il piccolo di dieci anni circa.

"Ehi, tu, per favore, scioglimi di qui!" gli disse Mar.

"Fossi matto!" rispose il piccolo e si fermò a guardarlo.

"Sei stato tu a farmi questo scherzo? Dai, slegami, ora."

"Eh no, sono stati mio padre, mia madre, Fabe e Germ. Loro sono forti e se ti fossi svegliato mentre ti legavano potevano tenerti forte per non farti scappare. Comunque noi, Eber, Drah, Kubil e io, eravamo pronti fuori dalla porta per dare una mano se serviva."

Mar scosse la testa incredulo: "E perché mi avete legato? Cosa ho fatto di sbagliato, questa volta?"

"Niente. Anzi, sei il miglior ospite che sia mai capitato alla nostra famiglia. L'ho sentito dire da mio padre."

"Ma allora, perché mi hanno legato?"

Deman rise: "Eh, perché si fa così, no?"

Mar non riusciva a capire: "Come, si fa così?"

"Con gli ospiti."

"Ma perché?"

"Eh, sennò provano a scappare."

"Non vedo perché avrei dovuto scappare. Sono stato bene, con voi."

"Beh, abbiamo fatto del nostro meglio per farti stare bene con noi. Mia madre dice che bisogna sempre essere molto gentili con gli ospiti, il primo giorno."

"Il primo giorno? E il secondo?"

"È oggi."

"Sì, lo so, ma cosa succede, oggi."

"Oggi vengono i compratori e con te, finalmente, potremo guadagnare molto."

Mar ebbe come una folgorazione: "Vuoi dire che mi venderete, oggi?"

"Certo."

"Come uno schiavo?"

"Cos'è uno schiavo?"

"Un uomo che viene venduto e comprato e che deve lavorare per il padrone."

"Ah, allora sì: come uno schiavo."

"E fate sempre così con tutti gli ospiti?"

"Sicuro, sennò come faremmo per vivere?"

"E a chi mi venderete?"

"Non lo so. Ma con te questa volta guadagneremo bene: sei stato il secondo nelle gare. Non sarà necessario darti via ai Mercanti per qualche scarto."

Mar chiuse gli occhi: era troppo assurdo per non essere la verità. Riaprì gli occhi e guardò il soffitto. Le grosse travi che poggiavano sulle tre pareti di pietra sembravano incombere su di lui. Provò ad alzare il capo e guardò verso la porta. Ora la tenda era aperta e così anche la porta verso la strada. Accoglitori passavano su e giù indaffarati. Sul muro di fronte, il retro della casa del secondo giro, vide il panno viola che aveva scelto il giorno prima steso ad asciugare.

"Lo stanno preparando per il prossimo ospite, per il prossimo fratello." pensò Mar. Poi chiese al piccolo: "Dove sono gli altri?"

"Sulla piazza. Aspettano i compratori."

Mar si sentiva tranquillo, distaccato, quasi che tutto ciò non lo riguardasse personalmente, quasi che lui fosse solo uno spettatore di olo-drammi.

"Quando arriveranno?"

"Qualcuno è già arrivato."

"Io non ho visto ancora nessun compratore..."

"Beh, prima aspettiamo che siano arrivati tutti. Poi, quando il sole è alto e l'ombra dell'albero è più corta, si chiude la città e si cominciano le trattative."

Mar alzò di nuovo il capo per vedere l'ombra del sole: "Manca ancora tanto?"

"No no! Il tempo per cantare tre volte il Chi-ke-do."

Mar non capì a quanto tempo potesse corrispondere, ma si disse che tanto valeva rilassarsi ed aspettare. Guardava il ragazzino e pensava a quanto fosse curiosa la sua naturalezza e tranquillità. Parlava con lui della sua vendita come se fosse la cosa più banale che esistesse, quasi come se parlasse del tempo o del cibo.

In fondo, rifletteva Mar, per quella gente tutto questo era veramente "naturale". Ripensò alle lezioni di Storia della Civiltà. L'insegnante aveva spiegato che la schiavitù era stata un'usanza diffusa su Terra nei tempi remoti, nella storia primitiva del pianeta, ma che era stata abolita completamente circa mille e seicento anni prima... Mar allora ci aveva creduto. Ma s'era dovuto rendere conto, sulla sua pelle, che invece esisteva ancora, se pure sotto forme diverse, sia su Terra che in tutta la Galassia. Qui era solo più esplicita.

Si chiese anche come avessero reagito gli altri esiliati nello scoprire di essere diventati oggetto di commercio. La risposta gli venne da Deman.

"Tu sei tranquillo, non sei come gli altri ospiti che abbiamo avuto."

"Perché, come erano gli altri?"

"Bah, c'era chi urlava, chi piangeva, qualcuno era strano... Tu sei il più 'uomo' di tutti"

Mar sorrise: "Grazie. È un complimento."

"Sai, penso che tu potresti anche diventare un buon Accoglitore."

"Non credo. No, non credo proprio."

"E perché?"

"Sai, non credo che mi piacerebbe vendere uomini come fate voi Accoglitori."

Deman rizzò fieramente spalle e testa: "Allora non sei un vero uomo, mi sbagliavo. Gli Accoglitori sono gli unici veri uomini dei Boar." disse, si girò ed uscì.

Mar restò steso e rilassato. "Un inizio vale l'altro," pensò, "ma certo che per gli altri, per gli esiliati veri, questa deve essere una situazione terribile..."

Quando aveva deciso di visitare il pianeta non aveva potuto fare piani concreti, poiché non ne conosceva la situazione, come d'altronde nessuno nella Galassia ne era a conoscenza. Circa ottocento anni di totale isolamento, sia pure con un flusso costante di gente nuova, dovevano aver creato una civiltà strana, ben diversa da quella diffusa nella Galassia. Anche l'estrema povertà di minerali e l'assenza di tecnologia del pianeta dovevano aver contribuito a creare una civiltà molto diversa. Per quel poco che aveva visto nel villaggio degli Accoglitori, non c'era alcun oggetto di metallo.

Mar era immerso in queste riflessioni quando udì un nuovo rumore in casa. Guardò: era entrato Germ. Mar lo salutò con la formula usuale nella Galassia.

"Questa mattina scorre, Cittadino Germ."

Il giovane lo guardò con aria strana: "Tutte le mattine scorrono, tutte più o meno nello stesso modo," rispose accigliato, "ed io sono un Accoglitore, non un cittadino."

Mar rise: "Come vi salutate, voi Accoglitori?"

"Come si salutano tutti: gumonin."

"Bene. Gumonin, allora, Accoglitore."

Germ lo squadrò: "Deman m'ha detto che tu sei un tipo speciale. Io non lo so. Stanotte mi sei sembrato molto normale. Ho avuto ospiti più in gamba a letto, prima di te. Beh, ne ho avuti anche peggio di te. Comunque tu mi sei simpatico, così ho detto ai miei che sei stato abbastanza in gamba."

Mar lo guardò incuriosito: "È così importante?"

"Potrebbe esserlo. Non sappiamo ancora chi ti comprerà. Forse ho fatto male a gonfiare le cose. Noi Accoglitori siamo sempre molto onesti, sennò non potremmo vendere bene. Ma non ho esagerato troppo e credo che nessuno se ne accorgerà."

Mar ripensò con un senso di profondo disagio alle Case dei Piaceri.

"Hai idea di chi mi comprerà, Germ?"

"Mah... è difficile dirlo. Ti sei rivelato ad un buon livello in tutti i campi, alle feste di ieri. Perciò ci possono essere molti compratori interessati a te... e questo farà salire il prezzo..."

Mar adagiò di nuovo il capo sul letto poiché i muscoli del collo e delle spalle cominciavano a fargli male. "Manca molto?" chiese.

"A che? Ah, all'inizio delle contrattazioni? No, il tempo di cantare il Chi-ke-do una volta."

"Cos'è il Chi-ke-do?"

"È il nostro Canto Lungo che racconta la storia del villaggio."

"L'avete cantato anche ieri?"

"Certo che no, non si canta mai di fronte agli estranei. Solo gli Accoglitori adulti lo possono cantare; io non posso ancora, lo posso solo stare ad ascoltare."

"Quand'è che un Accoglitore diventa adulto?"

"Quando ha il primo figlio."

"Allora qualcuno potrebbe anche non diventare mai adulto."

"Ma non dire sciocchezze!"

"A volte capita che uno non possa fare figli."

"Può sempre adottarne uno."

"E a che età uno può adottare o fare un figlio?"

"Quando è in grado di sollevare da solo il palo che chiude la porta della città."

Ancora una volta Mar ne sapeva come prima. "E di' un po', di voi sei fratelli, chi è già adulto?"

"Nessuno. Siamo tutti ancora in casa dei nostri genitori, no?"

"Ma non avete ancora la forza di sollevare il palo?"

"Certo che sì, ma ancora non ci interessa. C'è solo Fabe che pare che sta costruendo il suo tamburo."

"Il tamburo?"

"Il tamburo, sì. Ma già, tu sei di fuori. Qui da noi, se uno vuole uscire di casa e sposarsi, deve costruirsi un tamburo in gran segreto. Poi sale sull'albero e comincia a suonarlo. Allora tutti quelli che sono interessati a lui, o a lei, cercano di costruire un tamburo uguale, siedono sotto l'albero e suonano. Quando uno riesce ad ottenere un suono uguale, il capo lo fa salire sull'albero. Se il tamburo è veramente uguale, scendono insieme e vanno a sollevare il palo. Allora possono fare un figlio, o adottarne uno se sono dello stesso sesso, diventare perciò maggiorenni e formare così una nuova famiglia. Sennò il tamburo viene gettato giù e si sfascia e quello che era salito scende e non ci può più riprovare."

"Ma così è difficilissimo..."

"Mica tanto."

"E poi potrebbe salire sull'albero uno col tamburo giusto, che non è quello che l'altro voleva..."

"Basta far sapere a uno che ci interessa come sarà il nostro tamburo..."

Mar sorrise: era un sistema come un altro per scegliersi un compagno.

"Ma se nessuno costruisce un tamburo uguale, che succede?"

"Oh, allora sì che è triste. Non gli resta che comprarsi un ospite per metter su famiglia oppure lasciare la città e non essere più un Accoglitore."

"E tu, stai preparando il tuo tamburo?"

"Non sta bene fare questa domanda! E poi, tu non sei mica un Accoglitore."

Mar, forzato a stare in quella posizione da più ore, cominciava a sentire i muscoli intorpiditi.

"Mi sento stanco a stare così. Non potresti liberarmi almeno un braccio o una gamba?"

"Eh no, non si può mica, sai?"

"Manca tanto alla... alla contrattazione?"

"Poco, ormai."

Mar tese e rilassò più volte i muscoli per attenuare il senso di indolenzimento che lo stava invadendo. Un fischio modulato fluttuò sulle case del villaggio.

"Cosa succede?" chiese Mar.

"Adesso stanno chiudendo le porte del villaggio e cominceranno le contrattazioni."

"Vengono subito qua?"

"Certo. Per prima cosa quelli interessati fanno il giro delle case per vedere gli ospiti. Poi discutono con le famiglie il prezzo base, poi quelli che sono ancora interessati vengono di nuovo in casa e fanno l'esame ed offrono di più. Chi offre di più paga e si porta via l'ospite. Adesso però devo andare: le contrattazioni sono la parte più interessante e non me le voglio perdere. Guddei!"

"Guddei, Germ."

Mar restò di nuovo solo e ricominciò ad attendere. Si chiese se e quando avrebbe potuto essere di nuovo libero abbastanza da poter tornare alla Guarnigione. Pensò al suo Njeiry e per la prima volta da quando era cominciata quella strana avventura si sentì male.

"Chissà che cosa starà facendo in questo momento il mio Nje? Siamo ancora vicinissimi, eppure così lontani. Quando riuscirò a rivederlo?"

Chiuse gli occhi e rivide l'immagine del suo amato. Lo rivide sorridente, tenero, pieno di luce. Sospirò profondamente e riaprì gli occhi. Lo scuro soffitto di travi era sempre là...

Udì diverse voci avvicinarsi. Molta gente stava entrando in casa Kaber. La voce della madre, Vekun, stava decantando le qualità del loro ospite, cioè lui, Mar.

"... ed è forte, proprio robusto, vedrete. E poi ha guadagnato quarantasei punti, solo sei meno del vincitore. E poi è un tipo tranquillo e questo non è da sottovalutare..."

Con Vekun c'era il marito Otono ed erano seguiti da una decina di persone e da tutti e sei i figli. Mar capì perché quella stanza era così grande e così spoglia, ed il letto così alto. Guardò gli acquirenti. Erano persone molto diverse fra di loro. Li osservò con attenzione, incuriosito.

C'erano tre tizi vestiti con una specie di ampia palandrana lunga e larga, allacciata sul davanti, coperta da tutte le parti di ampie tasche rigonfie, persino sulle maniche. Le palandrane erano dello stesso modello, pur essendo di colori diversi. Le vesti avevano tutte un ampio cappuccio. Tutti e tre avevano i capelli annodati in una lunga e grossa treccia fissata sulla sommità del capo a forma di ciambella.

Poi c'erano altri due vestiti di un'ampia tunica fluente color cyan, con ampie maniche e con una cocolla dal collo rigido, basso sul davanti ed alto fino alla nuca dietro. Fissato sulla nuca portavano un basso cilindro con fregi sul bordo, dello stesso tessuto e colore della tunica. Tutti e due avevano capelli lunghi fino alle spalle, sciolti.

C'era poi un altro che indossava una tunicella con cappuccio chiudibile e due gambali di leggera telina biancastra. I capelli erano cortissimi, non più di un dito. A tracolla avevano una robusta corda arrotolata ed ai polsi due alti bracciali di corda intrecciata.

Due altri indossavano uno stretto perizoma nero, bracciali alti ed una stretta cocolla nera appena sufficiente a coprire le spalle, fatti di un qualche spesso materiale che pareva essere plastica ma che più probabilmente era pelle.

Un altro aveva un'aria elegante, i capelli fermati da una fascia rilucente, una specie di tunichetta molto corta fissata alla vita da una fascia dello stesso materiale di quella dei capelli, ed un morbido kilt plissettato di un tessuto leggerissimo, color smeraldo.

Uno invece indossava un ampio mantello color grigio perla, un'ampia fascia lombare drappeggiata attorno ai fianchi rosso aranciata, lunga fino alle caviglie.

Infine c'erano due tipi con indosso una semplicissima tunichetta marrone senza maniche, aperta sui fianchi, lunga fino al ginocchio e fissata a vita da una fascia dello stesso tessuto.

Erano tutti attorno al letto ed osservavano attentamente Mar. Quello col cilindro e la tunica cyan, si girò verso Otono.

"Hai detto che questo è un meccanico, vero?"

Otono s'inchinò con deferenza: "Sì, Shentist, questo è il meccanico di cui parlavo."

L'interlocutore si girò verso Mar: "Sei un meccanico teorico o pratico?"

Mar lo osservò un poco, prima di rispondere: "Pratico, piuttosto, anche se conosco bene la parte teorica."

"Qual è la tua specializzazione?"

"Meccanica spaziale."

Uno dei due vestiti di nero chiese: "Sai lavorare i materiali solo con le macchine o anche con le mani?"

Mar girò il capo a guardarlo: "Quasi solamente con le macchine..."

Uno di quelli con la palandrana gli si accostò e cominciò a palpargli i muscoli, controllargli i genitali, poi gli occhi rovesciandogli le palpebre, infine i denti e la bocca. Mar era infastidito nel sentirsi toccare e controllare in modo così intimo e lo guardò di brutto, ma l'altro continuò imperturbabile.

Altri fecero altre domande, altri lo osservarono da vicino tastandogli i muscoli, mentre Vekun continuava a magnificare le qualità di Mar. Poi uscirono tutti.

Mar tirò un sospiro di sollievo. Stava cominciando a sentirsi stanco ed irritato, e a non essere più tanto indifferente a quel che gli stava capitando. Inoltre la prolungata posizione forzata su quel letto stava diventando veramente insopportabile.

Dopo poco rientrò tutta la famiglia. Alcuni avevano in mano una specie di pugnale di legno. Fabe s'avvicinò al letto e cominciò a sciogliere una caviglia di Mar.

"Oh," disse questi, "non ne potevo più. M'avete già venduto?"

"No," rispose Fabe, "abbiamo solo fissato il prezzo base con quelli che erano interessati al tuo acquisto. Appena avranno finito il giro, torneranno così cominciamo le contrattazioni."

"E qual è la mia quotazione?" chiese Mar mentre Fabe gli scioglieva l'altra caviglia.

"È buona, si parte da un peso e due grani."

Gli altri non lo perdevano di vista, pronti ad intervenire se Mar avesse tentato la fuga. Ma questi neanche ci pensava, sia perché capiva che non aveva effettive possibilità di fuggire, sia perché voleva vedere fino in fondo come sarebbero andate le cose.

Quando finalmente gli sciolsero anche i polsi, Mar poté alzarsi in piedi e sgranchirsi i muscoli.

"E adesso?" chiese.

Fabe aveva ora in mano uno strano aggeggio di legno e corda. Gli prese le braccia e gliele fissò dietro la schiena. Quindi gli fissò assieme anche le caviglie in modo che potesse fare solo piccoli passi. Infine gli pose al collo una specie di cappio con un nodo scorsoio concepito in modo tale che, tirando la corda, gli avrebbe stretto il collo senza rischiare di strozzarlo. Era un sistema semplice ma efficace di tenerlo a bada.

"Posso sedermi?" chiese Mar.

Fabe annuì e lo aiutò a sedere sull'angolo del letto.

Dopo poco tornarono alcuni degli acquirenti che Mar aveva visto prima. C'era quello vestito di cyan che era stato chiamato Shentist, uno di quelli vestiti di nero, uno con la grossa palandrana color ruggine a tasche, ed uno dei due elegantoni. Fabe portò nella stanza una tavoletta di legno divisa in sedici per sedici buche quadrate, scolpite. Con altre sottili tavolette lisce ne coprì dodici file. Ognuno dei quattro possibili acquirenti mise un suo simbolo in una delle quattro caselle verso il bordo e alcuni sassolini colorati che presero da tre grossi contenitori in legno forniti da Fabe: un sassolino bianco e due sassolini neri ciascuno.

Quindi l'elegantone depose due sassolini neri nella seconda buca della sua fila. Quello vestito di pelle nera, ne depose quattro neri. Quello con la palandrana ne mise cinque neri. Lo Shentist ne fece cadere uno rosso. A turno proseguirono, guardandosi, studiandosi l'un l'altro, a volte esitanti a volte decisi, a volte indifferenti.

Mar guardava affascinato.

A volte i sassolini erano aggiunti con mosse rapide e decise, a volte dopo lunghe riflessioni. Nel silenzio generale s'udiva solo il ticchettio dei sassolini che cadevano nelle buche. Proseguirono per un po'. L'elegantone sembrava sempre più indeciso e perplesso, lo Shentist era imperscrutabile, il tipo con la palandrana si tormentava il mento. Dopo un po' l'elegantone sbuffò e tolse il suo simbolo dalla casella.

Immediatamente Otono intervenne: "Artista, ti prego, non abbandonare così presto la gara. È un bravo ballerino, ti assicuro, tutti l'hanno visto. E poi nelle gare di abilità ha avuto ben quindici punti e sai che non è poco..."

"Sì, ma in fondo non ne ho veramente bisogno e pagare un peso ed un quarto abbondante per lui, non ha senso. No no, sarà per un'altra volta."

Fabe si intromise: "Ma guarda che corporatura snella, elegante, fine. Guarda il suo volto intelligente ed espressivo..."

L'Artista scosse il capo: "No no, continuino pure gli altri, io mi ritiro. Gudivin a tutti." disse ed uscì con passo elegante ma deciso.

Otono guardò Fabe ed alzò le spalle: "Se volete continuare..."

L'uomo con la palandrana nera mise ancora, con un gesto esitante, quattro sassolini neri nella settima buca. Gli altri due continuarono decisi nelle proprie offerte. Poi quello con la palandrana allungò la mano per togliere il suo simbolo, ma Otono lo bloccò con un gesto.

"Attendi, Mercante. Con te abbiamo sempre fatto buoni affari e sai che sono un tuo cliente affezionato sia per le tele che per il cibo ed altre cose... aggiungi ancora un'offerta, ti prego..."

Il mercante sembrò indeciso e perplesso: "L'altra volta però non hai comprato nulla da me."

"Ma se questa vendita andrà bene, comprerò, comprerò..."

Il Mercante arricciò le labbra: "Comunque andrà la gara? E quanto spenderai?"

Otono sembrò a disagio: "Oh, non potrai lamentarti, vedrai... Almeno sei sedicesimi, parola di Accoglitore."

Il Mercante rilanciò: "Facciamo metà?"

"Beh... sette sedicesimi..."

"O metà o niente."

"Va bene, metà."

Il Mercante annuì, guardò Mar e lo studiò a lungo, guardò gli altri due concorrenti ed infine mise sulla decima casella una pietra rossa. Lo Shentist ne mise una rossa e due nere. L'uomo dal perizoma nero ne pose, senza batter ciglio, una rossa e quattro nere.

Il mercante ritirò il suo simbolo: "Ho fatto quanto potevo. Ti attendo sulla piazza per venderti la mia merce, non mancare!"

"Stai certo, stai certo che verrò, Mercante. I Kaber hanno sempre mantenuto la parola data."

"Gudivin a tutti." disse il Mercante ed uscì facendo ondeggiare la sua ampia palandrana.

Lo Shentist riprese subito a deporre le sue offerte, finché l'altro si fermò, alzò le spalle e tolse il suo simbolo dalla tavoletta.

"Otono, non serve insistere. Lo Shentist ha vinto."

Otono fece un piccolo inchino accompagnandolo con un gesto rassegnato: "Grazie comunque, Meccanico. Spero che tu possa trovare qualcosa di buono da me una delle prossime volte. Gudivin, Meccanico."

"Gudivin a tutti." ed anche il Meccanico uscì.

Fabe nel frattempo, sotto gli occhi attenti dello Shentist, aveva preso a contare le pietruzze: "Sedici nere ne fanno una rossa e ne restano due nere da aggiungere al tuo simbolo. Sedici rosse ne fanno una bianca e ne resta una rossa. Perciò in tutto hai offerto due pesi, un chiodo e quattro grani."

Lo Shentist fece un cenno di assenso, infilò una mano nell'ampia manica e ne tirò fuori un involto di tela che aprì. Questo aveva tre tasche. Lo Shentist ne estrasse due rondelle metalliche grandi, una media e quattro piccole, le pose nell'ultima casella della sua fila e tolse il suo simbolo che ripose, assieme all'involto, nella manica. Otono prese le rondelle e le infilò in un cordino che si legò al polso.

"È Suo. Prenda la corda e lo conduca con Lui, Shentist. Siamo lieti che Lui ci abbia onorato. Prima di andare, potrebbe darci la benedizione di Shent? Noi non abbiamo un tempio qui all'isola, e..."

Lo Shentist li guardò con aria severa: "Non siete fedeli del Tempio, non posso darvi la benedizione di Shent. Ma per questa volta voglio accontentarvi: posso recitare per voi un'invocazione di protezione."

Il vecchio Otono chinò il capo: "Oh, Lo prego di perdonarci..."

Lo Shentist unì le due mani davanti a sé, mignolo contro mignolo, le palme in su, come se tenesse un libro. Le sollevò lentamente e con voce alta intonò: "Shent che tutto sai, vinci l'ignoranza di queste menti. Shent che tutto puoi, proteggi questa casa e questa gente." Poi alzò la voce di un'ottava e ritmando, cantò: "Shent è, Shent sa, Shent vede, Shent può, Shent fa, Shent regna!"

Separò le mani e le allargò in un ampio gesto circolare. Tutta la famiglia allora si avvicinò e toccò la veste dello Shentist.

Finito il breve rito, questi disse: "Trattenete ancora un attimo questo uomo. Torno subito."


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