Tra gli alberi cominciavano a vedersi le prime case di un villaggio in cui entrava la strada in terra battuta. I piedi nudi degli esiliati, poco abituati, sentivano con pena tutte le asperità del cammino e tutti erano così occupati nel cercare di evitare i sassolini aguzzi che non notarono subito l'avvicinarsi di un gruppo di indigeni, finché uno alzò lo sguardo e lanciò un'esclamazione sorpresa.
Il gruppetto degli esiliati si fermò e guardò attento ed ansioso. Si stavano avvicinando a loro cinque tipi alti e muscolosi, dalla pelle ambrata. Erano tutti vestiti con una specie di rozzo gonnellino e mantellina di diverse sfumature di verde smorto. Avanzavano fianco a fianco, in riga, a piedi nudi, con passo sicuro. Il tipo al centro aveva un bastoncino lungo e sottile nella mano sinistra, appoggiato quasi in verticale sulla spalla. Su una punta del bastoncino c'era un ciuffo di folti e morbidi peli d'un color giallo miele.
Tutti e cinque gli indigeni avevano lunghi capelli raccolti in un nodo sopra la testa, al centro, messi in modo che poi si riaprivano in una morbida raggiera che ondeggiava ad ogni passo. Mar notò che erano sorridenti.
I cinque giunsero a pochi passi da loro e si fermarono. Quello al centro col bastoncino avanzò ancora di pochi passi e si fermò a sua volta.
Fece un inchino: "Benvenuti su Ross, che noi chiamiamo Boar. Noi siamo gli Accoglitori ed abitiamo in quella città." disse, ed indicò dietro di sé col bastoncino, senza però girarsi. "Tutti voi, da questo momento, siete cittadini di Boar e nostro compito è aiutarvi ad inserirvi nel migliore dei modi nella vita del nostro pianeta."
Mar pensò che sembrava che stesse recitando un discorso imparato a memoria. Probabilmente era proprio così: quel discorsetto doveva essere ripetuto a tutti i gruppi di esiliati che uscivano dalla Guarnigione attraverso la Porta.
"Il pianeta è abbastanza grande e vi sono migliaia di gruppi che sarebbero lieti di avervi con loro, cosicché ognuno di voi troverà certamente l'ambiente a lui adatto. Qui non conta più chi eravate o che cosa avete fatto: l'unica cosa che vi richiede è di rispettare le regole del gruppo di cui farete parte. Qui non ci sono prigioni: se non vi troverete bene in un gruppo con le sue regole sceglierete semplicemente un altro gruppo che ha regole diverse. O anche, al limite, fonderete un vostro gruppo con le vostre regole: c'è posto per tutto e per tutti, su Boar.
"Quando due gruppi hanno regole contrastanti ed inconciliabili, semplicemente si evitano e ciascuno vive a modo suo. Comunque non è questo il luogo né il momento per spiegarvi tutto ciò. Se volete avere la cortesia di seguirci, siete attesi nella nostra città. Vi daremo vesti e cibo e vi aiuteremo a trovare la sistemazione che più vi aggrada. Ah, dimenticavo," aggiunse, sempre con il tono di chi recita una lezione, "il mio nome è Tuken Bakol e sono il capo eletto della città degli Accoglitori. Ed ora, se volete, possiamo andare."
Fece per girarsi ma molte voci sorsero contemporaneamente dal gruppo degli esiliati con domande diverse.
Il capo sorrise: "Per le domande avremo tutto il tempo in città. Noi cinque non potremo rispondere a tutti voi. Alla città degli Accoglitori siamo in molti e saremo tutti a vostra disposizione."
Uno dei prigionieri però ripeté la propria domanda: "E i nostri beni, quando ci saranno restituiti da quelli della Guarnigione?"
Il capo sorrise, quasi divertito: "Oh, quelli non li vedrete mai più. Quelli della Guarnigione, da che io vivo, non hanno mai dato nulla. Tengono tutto loro: è l'ultima fregatura che la Galassia ci regala. Ma qui sul pianeta non avrete bisogno di nulla, ve lo posso garantire. Andiamo, ora."
Si girò e si avviò verso il villaggio che prima aveva pomposamente chiamato "città". Gli altri quattro accompagnatori si fecero da parte lasciando passare il capo ed il gruppo degli esiliati, con sorrisi e gesti gentili. Poi anche loro seguirono il gruppo.
Avvicinandosi al villaggio Mar notò che ai bordi della strada le siepi stavano formando un intrico fitto, con piante spinose dall'apparenza assai robusta. Poi vide che le case iniziavano all'improvviso, al centro di una vasta radura, formando una serie di compatti cerchi concentrici tagliati radialmente dalla strada che stavano percorrendo. Le pareti esterne erano in pietra, senza finestre. Il tutto dava l'impressione di essere un villaggio fortificato, il che contrastava con la visione idilliaca presentata poco prima dal capo.
Al centro del villaggio vi era un'ampia piazza circolare. Le facciate delle case verso la piazza erano eleganti e completamente costruite in legno. Nel centro della piazza sorgeva un unico albero altissimo con una lunga scala di corda che si perdeva in alto fra i rami frondosi. Mar non aveva mai visto un albero così alto in vita sua, con un tronco in proporzione esile e liscio. Non riusciva a distinguerne la forma delle foglie, talmente erano in alto. Sotto l'albero c'era un grande telo con sopra, alla rinfusa, una quantità di abiti variopinti.
Il capo riprese a parlare: "Innanzitutto scegliete un abito di vostro gradimento ed indossatelo. Questi abiti sono un dono di benvenuto da parte degli abitanti di Boar ai loro nuovi fratelli. È consuetudine che ogni anno ogni gruppo di Boar doni un abito a noi Accoglitori per questo scopo. Come vedete ce ne sono molti di più di quanti voi siete, cosicché ognuno può sceglierne uno di suo gusto. Vi prego, perciò, fratelli, di servirvi liberamente."
Mar guardò gli altri prigionieri, poi si guardò attorno: oltre a loro ed ai cinque Accoglitori, non aveva ancora visto nessuno nel villaggio. Tutti i nuovi esiliati si stavano servendo e qualcuno era già vestito. Mar s'avvicinò al mucchio e cominciò a scegliere. Erano tutti abiti di un tessuto abbastanza raffinato, fatti di una qualche fibra probabilmente vegetale a lui sconosciuta. Al tatto erano quasi morbidi ed avevano un aspetto resistente. Mar notò anche che, benché sembrassero nuovi, non lo erano.
Scelse un telo viola che si drappeggiò attorno ai fianchi. Notò anche che fra i vestiti a disposizione non ce n'era nessuno verde. In questo modo, pensò, nessuno degli esiliati, oltre alla capigliatura, poteva essere scambiato per un Accoglitore.
Quando tutti furono rivestiti, il capo fece un cenno ad uno dei suoi accompagnatori. Questi, preso il telo per le quattro cocche, ne fece un fagotto con gli abiti rimasti e lo portò via.
"Adesso," disse il capo, "vi sarà offerto del buon cibo e gli Accoglitori saranno per tutta la giornata a vostra disposizione. Permettetemi di chiamare i miei concittadini."
Portò il lungo bastoncino alle labbra dalla parte dell'impugnatura e vi soffiò. Un lungo fischio modulato ne uscì e rimbalzo fra le case della piazza. Dalle porte delle case e dalle due strade del villaggio cominciarono allora ad affluire decine di Accoglitori che recavano grandi ceste ed anfore.
"Sedete in terra ed accettate questo cibo, fratelli." disse allora il capo facendo un ampio gesto circolare con il suo bastoncino.
Gli Accoglitori continuavano ad affluire, tutti sorridenti. C'era gente di tutte le età e dei due sessi, divisa in gruppetti che davano l'impressione di essere famiglie. Mar fu avvicinato da un gruppetto compatto.
Un anziano gli si inchinò davanti: "Fratello, questa è la mia famiglia e saremmo onorati se tu volessi accettare il nostro cibo e la nostra ospitalità. Siamo tutti a tua disposizione. Io sono Kaber Otono, questa è la mia sposa Vekun, e loro sono i miei figli Fabe, Germ, Eber, Drah, Deman e Kubil."
Mar s'inchinò a sua volta, guardandoli. Avevano tutti un'aria aperta e franca. Kubil, il più piccolo, doveva avere sui sei anni s.u.; Fabe, il più grande, era sui trenta. Erano tutti snelli ma robusti. La famiglia lo circondò festosa e lo fece sedere. Gli offrirono frutta dolcissima, sottili fette di carne affumicata, bacche saporose, bevande aromatiche. Gli sembrava di star sognando. Era tutto cibo genuino, non c'era un solo cibo sintetico o di allevamento. I sapori erano decisi, marcati, quasi inebrianti.
Mar mangiò di gusto: neanche a Palazzo Anje c'era cibo così genuino e buono. Mentre mangiava cominciò a chiedere informazioni. Anche i suoi anfitrioni lo bersagliavano di domande, essenzialmente sul suo lavoro, sulle sue capacità. Gli spiegarono che era per meglio consigliarlo e Mar rispose tranquillamente. I genitori, in particolare, parevano non perdere una sola parola delle sue risposte.
Il chiasso nella piazza era sempre più forte: risate, qualche canto, chiacchiere si mescolavano in un bailamme di voci eccitate. Dopo che tutti ebbero mangiato a sazietà, il capo si alzò e fischiò di nuovo. Tutti tacquero.
"È nostra usanza, in questa giornata del benvenuto, divertirci fino a tarda notte. Domani si potrà cominciare a pensare alle vostre sistemazioni. Ora, se volete gradire, faremo dei giochi, delle danze e delle gare. Com'è consuetudine nella nostra città, inizieremo con dei giochi di astuzia e di intelligenza."
Alcuni Accoglitori portarono grandi ripiani con sopra un assortimento di oggetti. Ogni famiglia spiegò che il loro ospite era anche il campione della famiglia e che perciò avrebbe dovuto superare la prova guadagnando punti per la famiglia. Alla fine di tutte le gare il vincitore avrebbe consegnato i punti vinti e questo avrebbe ripagato gli ospiti abbondantemente.
Otono sussurrò a Mar: "È parecchio che la nostra famiglia non guadagna il trofeo. Facci onore, te ne preghiamo... se otterrai un buon punteggio noi tutti te ne saremmo veramente grati."
Mar si alzò: "Farò del mio meglio, se questo può ripagarvi della vostra squisita accoglienza."
Iniziarono le gare. Mar, benché fosse preso dalle gare, si trovò a pensare che tutti quei giochi assomigliavano stranamente, se pure in modo diverso e forse anche più originale, a test attitudinali. D'altronde, pensò, i test attitudinali in fondo non sono altro che giochi. Alla fine Mar risultò quarto. Consegnò i suoi punti ad Otono con un gesto di rammarico.
"Ho fatto del mio meglio, credetemi..." si giustificò.
"Oh, grazie, grazie. È un ottimo risultato e noi ne siamo felici. E poi le gare e le feste non sono ancora finite."
Gli offrirono ancora da bere e da mangiare. Eber, che era quasi suo coetaneo, gli parlava e gli poneva domande con grande interesse. Dopo un po' il capo soffiò di nuovo nel suo fischietto.
"Ora, se non vi dispiace, faremo un po' di musica e di danze."
Furono portati vari strumenti musicali e si dette inizio alle danze.
"Tu sai suonare qualcosa?" chiese Eber a Mar.
"No, non ne sono capace, ma mi piace ballare."
"Balliamo, allora!"
Ognuno degli esiliati era servito, seguito, osservato, studiato dalla famiglia che lo ospitava. Mar trovò strana tanta sincera curiosità in gente che, dopo tutto, aveva ripetuto le feste di benvenuto per tante e tante volte.
All'inizio i più vecchi fra i prigionieri non presero parte alle danze, ma l'insistenza degli Accoglitori fu tale e tanta che alla fine danzavano tutti, senza preoccuparsi del fatto di essere più o meno bravi o eleganti ballerini.
Quando finalmente cessarono le danze, nella piazza regnava un'atmosfera di gaia spensieratezza. Il capo dette allora il segnale per l'inizio delle gare di abilità e destrezza fisica. Qui Mar si piazzò sesto, con quindici punti e consegnò anche questi ad Otono. Qualcuno iniziò a cantare e presto tutti vollero partecipare ai canti. Alcuni avevano belle voci, altri meno. Anche gli Accoglitori cantarono alcuni cori sulla fratellanza e l'amicizia. Mar cantò alcuni canti d'amore che aveva imparato quando lavorava nella Casa dei Piaceri. Quindi mangiarono e bevvero ancora.
La giornata scorreva, ora dopo ora, ed il sole rosso si stava già immergendo tra le cime degli alberi. Il capo dette inizio alle gare di forza, a cui presero parte anche alcuni membri del villaggio degli Accoglitori. Si alternarono giochi individuali con giochi a squadre. Alla fine Mar si piazzò settimo. Si sentiva stanco e sudato ma, si accorse, felice.
Furono sommati tutti i punti guadagnati e Mar, con sua sorpresa, si trovò ad essere secondo. La famiglia Kaber sembrava impazzita dalla gioia. Mar riceveva grandi pacche sulle spalle, strette di braccio, complimenti.
Il piccolo Deman gridò felice, saltellando: "Siamo ricchi, siamo ricchi!"
Mar, divertito, senza notare l'occhiataccia che Vekun aveva lanciato al piccolo, lo prese fra le braccia sollevandolo in alto e tutti e due risero. Dopo poco tutta la famiglia rideva con loro.
Le feste continuarono finché ci fu luce. Poi, tramontato il sole, il capo chiese silenzio.
"Fratelli, penso che abbiamo passato una bella giornata assieme. Ora ognuno di voi sarà ospite nella casa della famiglia che l'ha accolto. Buon riposo a tutti. Domani cominceremo a discutere sulle vostre sistemazioni sul nostro pianeta. Gunnai, fratelli."
Otono prese Mar per un braccio: "Vieni nella nostra casa, fratello. Accetta la nostra umile ospitalità."
Si avviarono. I Kaber abitavano in una casa del terzo giro. Era, come tutte le altre, una casa ad un solo piano, con due file di stanze, una con finestre verso la strada e l'altra senza finestra, verso il muro posteriore di pietra. A Mar fu assegnata la stanza centrale sul dietro della casa. Non era abituato a dormire in una stanza buia e senza finestre ma, si disse, era logico che per una sola notte o due gli dessero in uso una stanza meno bella.
La camera era vasta e un po' spoglia: era arredata solo con un alto letto di legno con soffici coperte ed aveva diversi lumi appesi alle pareti. Otono vi entrò con Mar. Quando furono soli, lo fece sedere sul letto e lui restò in piedi. Le luci delle lampade si riflettevano sui suoi occhi con mille riflessi tremuli.
"Fratello, è uso qui da noi che il nostro ospite sia felice anche nella notte. Ti prego perciò di scegliere uno qualsiasi dei miei figli, quello che più ha attratto il tuo sguardo, o anche più di uno se ciò ti aggrada, perché possa allietare la tua notte e rendere piacevole il tuo riposo."
Mar restò di sasso: "Otono, ti ringrazio di cuore, ma desidero passare la notte da solo e riposare veramente."
L'uomo socchiuse gli occhi e corrugò la fronte: "Non ci farai questo affronto, spero. Cos'hanno i miei figli che non va? Ve ne sono di entrambi i sessi e di diverse età e tu puoi scegliere liberamente quello che vuoi."
Mar scosse la testa: "Hai dei figli magnifici, tutti e sei. Non è questo il problema. In un altro momento sarei lusingato dalla tua offerta, te lo garantisco. Ma ti ripeto che non mi sento di accettare."
Otono strinse i pugni ed uscì, iracondo. Dall'altra parte si sentì uno scambio di poche parole concitate, poi entrò nella stanza Fabe, il figlio maggiore.
"Scusami, fratello, ma mio padre è furioso. Devi accettare, è l'usanza. Se tu non accettassi mio padre e mia madre sono capaci di... di... di farti del male per lavare l'offesa. Anche noi attendiamo una tua scelta. Ti prego di riflettere!" disse, ed uscì.
Mar era agitato: "Accidenti alle tradizioni! Bah, visto che devo, posso sceglierne uno e farlo dormire in questa stanza..."
Otono rientrò: questa volta stringeva in mano una lunga ed acuminata spina di legno lucido e scuro. "Fratello, spero che tu abbia deciso!" disse minaccioso.
Mar fremette, ma cercò di sorridere. "Certo, Otono, ho riflettuto. Se così ti piace, puoi mandare un tuo figlio..."
"Quale?"
"Mah... quello che si chiama Gerd."
Otono si illuminò in un grande sorriso: "Germ, vuoi dire?"
"Sì, ecco, Germ."
"Grazie, fratello mio, Germ ne sarà molto onorato. Sapevo che non mi avresti arrecato questa grave offesa."
Otono uscì e Mar sospirò. Dopo poco Germ entrò nella stanza e si chiuse accuratamente la tenda dietro, fissandola con alcuni legacci agli stipiti. Poi si girò verso Mar e lo guardò con occhi sorridenti.
"Eccomi, fratello. Sono molto lieto che tu abbia scelto me."
Gli si avvicinò e mentre avanzava, con pochi gesti lievi, fece cadere a terra il suo kilt e la mantellina. Mar saltò in piedi.
"Aspetta, Germ. Cerca di capire. Io non voglio offenderti né voglio offendere la tua famiglia... Ma non ho intenzione di... di approfittare di questa situazione. Perciò dormi pure in questa stanza, sul letto se vuoi. Io dormirò a terra e tu domani potrai dire che io ho passato la notte con te."
Germ spalancò gli occhi: "Vuoi prendermi in giro? Tu vuoi offendere me e tutta la mia famiglia!"
"Abbassa la voce, ti prego. Non voglio offendere proprio nessuno, te lo giuro."
"Allora, se non ti piaccio, perché hai scelto me. Potevi scegliere uno qualsiasi dei miei fratelli o delle mie sorelle..."
"No no, sinceramente fra tutti tu sei quello che mi piace di più, ma non ho voglia di fare l'amore con te né con altri, questa notte."
"Bene." disse Germ rivestendosi, "dirò a mia madre e mio padre che vengano a lavare l'offesa!"
Mar lo afferrò per un braccio: "No, aspetta. Ma possibile che tu non capisca? Vieni qui. Ti dico e ti ripeto che non ho la minima intenzione di offendere nessuno, e che tu mi piaci, ma che..."
"Allora facciamo all'amore."
"Non ne ho voglia, non puoi obbligarmi, non potete..."
"È la tradizione e deve essere rispettata, oppure tu la pagherai cara."
"Ma se solo tu ed io sappiamo che non è successo nulla..."
"No. Io devo dirlo alla mia famiglia e loro devono punirti."
Mar si sentì perso: sospettò che "punire" stava per "uccidere".
"Va bene, Germ. Vieni qui sul letto. Facciamo all'amore." disse Mar sconsolato e salì sul letto. "Spegni i lumi." aggiunse.
"Oh no, non si può. Devono restare accesi tutta la notte. È la tradizione."
"E va bene, non spegnerli, allora. Facciamola finita, una buona volta."
Germ con agilità gli fu vicino e si stese immobile sul letto: "Dimmi quello che devo fare."
"Quello che vuoi." rispose stancamente Mar, rassegnato.
"Oh no, sei tu l'ospite, quindi sei tu che devi dirmi quello che vuoi che faccia, e io lo farò."
Mar sospirò, ed ebbe inizio la lunga notte.
"Spogliami, dai." disse al ragazzo ed a sua volta lo spogliò.
Germ aveva già una bella erezione. Mar si dette da fare, ed il contatto col bel corpo fresco e soffice del ragazzo presto provocarono anche a lui un'erezione e risvegliarono il suo desiderio. A poco a poco l'eccitazione ebbe il sopravvento e Mar, assecondato dal ragazzo, presto si trovò a cavalcarlo con indubbio piacere. Lo aveva penetrato senza difficoltà ed ebbe l'impressione che a Germ piacesse essere preso, infatti aveva smesso di mantenere un atteggiamento passivo ed ora partecipava con un certo entusiasmo.
Quando finalmente Mar raggiunse il suo orgasmo, disse al ragazzo: "Adesso posso dormire, finalmente?"
"Non vuoi che facciamo ancora qualcosa?" chiese il ragazzo con aria maliziosa e svelto, scese a succhiare il membro di Mar.
Continuarono così, dapprima succhiandoselo a vicenda e Mar dovette ammettere che il ragazzo ci sapeva fare, infatti presto aveva resuscitato il desiderio in Mar. Così Mar lo prese una seconda volta. Poiché era già venuto, questa volta la loro unione durò più a lungo: Germ mugolava per il piacere e gli si agitava sotto con espressione felice.
Il ragazzo cercò anche di baciare Mar, ma questi non se la sentiva: aveva nel cuore il suo Njeiry e sentiva che baciare Germ avrebbe fatto di quell'unione puramente fisica a cui era stato costretto, qualcosa di più intimo che lui non voleva assolutamente. Perciò inutilmente Germ cercò più volte di farsi baciare.
Quando Mar finalmente poté addormentarsi era veramente esausto, più dentro che fisicamente. Sperò di potersi allontanare presto dal villaggio.