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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL PRIMO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 19
UN ARDITO PROGETTO

Una decina di giorni dopo la celebrazione dei matrimoni, Mar chiese di essere ricevuto a Palazzo Anje ed al Comando Centrale delle Forze di Sicurezza, da cui dipendeva amministrativamente.

A Palazzo Anje spiegò a Neto i suoi programmi di rinnovamento e miglioramento della Guarnigione di Ross e fece presente che, con la bassa dotazione che riceveva dall'UPO gli sarebbe stato molto difficile procedere ad un serio lavoro. Gli chiese perciò di appoggiare, sia pure in modo discreto ed ufficioso, le sue richieste all'UPO. Essendo gli Anje uno dei fornitori ufficiali degli apparati di difesa e di controllo dell'UPO, una loro parola poteva avere un buon peso sulle decisioni. Neto si fece spiegare in dettaglio le intenzioni di Mar, poi gli promise di adoperarsi, nel limite del ragionevole, per aiutarlo.

Quindi Mar si recò all'appuntamento col Gran Comandante Generale. Questi, dopo il fatto delle esequie, trattava Mar con meno fredda formalità e con maggiore rispetto. Acoltò con attenzione i piani di Mar e le sue richieste. Ammise che la dotazione di Mar era fra le più basse se non addirittura la più bassa fra quelle elargite dall'UPO ai governatori. Ma fece presente che non era lui che poteva decidere di variare l'ammontare della dotazione.

Questo era compito del Consesso Grande e Generale dell'UPO, di cui lui faceva parte. Comunque assicurò Mar che, per quanto era in suo potere, avrebbe fatto il possibile per permettere a Mar di lavorare in migliori condizioni.

Mar non riuscì a capire se le parole del Gran Comandante Generale erano dettate da pura cortesia formale o da effettivo interessamento: l'espressione della donna, infatti, era impenetrabile come sempre. Mar non l'aveva mai vista sorridere né mai accigliarsi: era una vera maschera di impassibilità. Comunque la ringraziò e si accomiatò.

Tornato alla Residenza, si mise subito al lavoro per studiare in dettaglio la riorganizzazione della Guarnigione di Ross e degli uffici su Quaryel. Con lui lavoravano Mantice e Vecchio, Teskar e Njeiry. Innanzitutto riformarono il sistema di arruolamento secondo i piani di Vecchio, in modo di poter essere loro a scegliere le reclute e far sì che aumentasse il numero dei soldati a ferma illimitata rispetto a quelli con ferma annuale. Curarono soprattutto le percentuali delle varie specializzazioni in modo di formare delle vere e proprie équipes. Quindi passarono a rivedere l'organizzazione della Guarnigione.

Non potevano cambiarne l'organico, ma potevano strutturarlo in modo diverso. Mar creò una serie di unità indipendenti, incernierate essenzialmente su équipes di specialisti, in modo che ogni unità fissasse al suo interno turni e ritmi di lavoro. Gli alti ufficiali dovevano solo occuparsi del coordinamento ed il Comandante della supervisione generale.

Quindi passarono alla ristrutturazione degli alloggiamenti. Invece di usare i quartieri in modo gerarchico, progettarono una serie di piccoli complessi autosufficienti per ogni servizio, con alloggi per soldati, graduati ed ufficiali, uffici e servizi nella stessa palazzina. Questo avrebbe aumentato lo spirito di collaborazione nella Guarnigione ed avrebbe reso il tutto meno simile ad un'anonima caserma. Evidentemente tutto questo significava demolire o ristrutturare gran parte delle costruzioni esistenti ed avrebbe comportato una grossa spesa. Ma con l'aiuto degli stessi uomini della Guarnigione e con il tempo, specialmente se fosse giunto lo sperato aumento di fondi, sarebbe stato possibile procedere.

Infine, ultimo dettaglio, Mar decise di cambiare il colore delle uniformi per accentuare con un simbolo visibile la rottura del passato. Invece del nero decise di usare per i soldati l'azzurro per le spray-tute, con accessori bianchi. Per gli impiegati civili, tunicelle azzurre, sempre con accessori bianchi.

Quindi passarono a stabilire le nomine per la ricostituzione dei quadri. Njeiry fu nominato Comandante; fra i capi-cellula furono scelti tre alti ufficiali e sei ufficiali, nonché i diciotto sottufficiali. Per i graduati, si lasciò che ogni gruppo di dieci soldati eleggesse al suo interno un graduato con incarico annuale rinnovabile.

Un grosso problema restava, per Mar, specialmente ora che aveva sposato Njeiry, la questione dei trasporti fra Ross e Quaryel. Non si parlava nemmeno di istallare un transplanet, perché era ancora troppo costoso. Ma il cargo che effettuava il viaggio ogni tre mesi, impiegando in media nove giorni s.u. di viaggio, era un mezzo di collegamento lento, scomodo ed inadeguato. Mar aveva deciso di passare tre mesi su Ross e tre su Quaryel, ma era evidente che questa soluzione pesava a tutti e due i novelli sposi.

Erano ancora immersi in questi lavori, progetti e considerazioni, quando Mar ricevette una chiamata da Moder.

"Neto mi ha detto di comunicarti che ha parlato con il Gran Comandante Generale e che sono buone le speranze di una risposta almeno in parte positiva."

Dopo qualche giorno infatti Mar fu convocato al Comando Centrale. Qui gli fu comunicato che non era stato possibile ottenere l'aumento della sua dotazione personale. Ma l'UPO aveva stanziato una somma una tantum di due fondi e tre capitali e inoltre concedeva a Mar una navetta interplanetaria superveloce di ultima generazione, con cui poteva recarsi su Ross in un massimo di tre giorni quando i due pianeti erano in opposizione. In più gli sarebbe stato versato un mensile per pagare due piloti per la navetta ed anche le spese per quattro voli al mese. Mar era felice.

Mantice e Vecchio avevano chiuso il vecchio Ufficio di Arruolamento e Verifica e ne avevano aperto uno nuovo prospiciente al grande Parco delle Piastre d'Oro. Era un complesso di uffici e sale ampio e luminoso. Vi si istallarono con i nuovi impiegati e tutti assieme stesero un piano di propaganda da svolgere nelle università del pianeta per interessare all'arruolamento i tecnici necessari, ancor prima che avesser terminato i loro corsi.

Mar sentiva che il tipo di tecnici necessari al buon funzionamento della Guarnigione si sarebbe specificato di mano in mano, quando lui avesse potuto scendere di nuovo su Ross con Njeiry e prendere finalmente in mano le redini della nuova situazione. Quindi Mar e Njeiry si prepararono a scendere alla Guarnigione con la nuova navetta, Njeiry fu il primo ad indossare la nuova uniforme.

Giunti su Ross, tutta la Guarnigione schierata vicino al campo di atterraggio portò in trionfo Mar ed il nuovo Comandante per tutto il chilometro che divideva il piccolo astroporto dalla palazzina del Comando. Mar convocò i capi-cellula ed effettuò tutte le nuove nomine. Quindi espose loro i suoi piani e Njeiry iniziò subito ad organizzare tutte le trasformazioni ed i cambiamenti previsti.

Subito si presentò un problema: era opportuno lasciare ai prigionieri i loro beni? Dall'altra parte della Porta, che fine avrebbero fatto? Inoltre, che fare di tutto il "bottino" requisito in precedenza? Mar decise che per il momento era bene forse continuare a fare le requisizioni, a patto che tutti i beni fossero catalogati in una scheda con il nome del prigioniero e depositati nei magazzini in attesa di una decisione. Inoltre si stabilì che gli esiliati sarebbero stati risvegliati ed inoltrati nel pianeta in piccoli gruppi, senza far loro subire nessun degradante sopruso.

Mar avvertì gli ufficiali che intendeva favorire i matrimoni fra soldati, poiché infatti intendeva giungere ad avere, per quanto possibile, personale militare stabile nella Guarnigione. E stabilì che ogni coppia vrebbe avuto diritto ad avere due figli, naturali o adottati, e che quindi quanto prima si sarebbero anche create strutture adatte per i piccoli, comprese scuole ed attività ludiche e sportive. Quindi si ritirò con Njeiry nella Residenza.

"Nje... sento che è necessario che io trovi il modo di visitare il pianeta per rendermi conto delle condizioni di vita là dentro. Sento che la mia responsabilità non finisce nel momento in cui gli esiliati varcano quella Porta. Non possiamo fare nulla di utile per loro, finché non abbiamo le idee chiare. Perciò credo che sia necessario che io entri in Ross personalmente."

Njeiry annuì: "Aspettavo il momento in cui me l'avresti detto... Ti capisco, amore mio, anche se mi fa un po' paura e mi pesa. Inoltre hai parlato al singolare, e forse è giusto, perché il mio posto è qui, nella Guarnigione. Ma nessuno prima di te ha mai potuto o voluto tentare di entrare per esplorare la situazione di questo mondo, e ti confesso che mi sento preoccupato. Dobbiamo studiare molto bene il problema e le eventuali soluzioni. Entrare nel pianeta è facilissimo, uscirne, tornare alla Guarnigione è però virtualmente impossibile. Hai già qualche idea in proposito?"

Mar scosse la testa: "Non ho ancora realmente affrontato questo aspetto della questione. Perciò ho bisogno del tuo aiuto ed anche di quello di tutti i tecnici della Guarnigione. Un sistema perché io possa entrare ed uscire liberamente ci deve pur essere..."

Riunirono tutti i tecnici e presero in esame il problema. La via più semplice per uscire nel pianeta sarebbe stata la Porta. Ma non era certo una via da usarsi per tornare nella Guarnigione. Mar sarebbe dovuto uscire di lì mescolato ad altri prigionieri, facendosi passare per un esiliato qualunque, in modo di rendersi bene conto di come avveniva l'inserimento nel pianeta. Ma avrebbe potuto usare questo mezzo una sola volta. Poi sarebbe dovuto poter rientrare ed uscire dalla Guarnigione e dal pianeta molte volte, ma in modo che nessuno dei prigionieri o degli indigeni discendenti dagli antichi esiliati ne sapesse nulla.

Ma soprattutto doveva essere un sistema di entrata e di uscita che potesse essere usato solamente da Mar e da nessun altro per nessun motivo. Era essenziale che nessuno sul pianeta Ross sospettasse mai che lui ne era il Governatore. Inoltre era importante che non se ne sapesse nulla neppure su Quaryel, poiché quanto Mar aveva intenzione di fare era illegale. Per di più, se si fosse saputo, qualcuno nella Galassia poteva tentare di usare quella via per far evadere un esiliato.

Qualcuno suggerì di inviare prima dei volontari e di non rischiare la persona di Mar, ma questi rifiutò risolutamente. Iniziarono dunque a prendere in considerazione il problema del rientro dal pianeta alla Guarnigione. Innanzitutto Mar volle rendersi conto di come funzionasse il sistema del muro di forza. Al centro del territorio della Guarnigione era istallata una grossa centrale di energia completamente autonoma. Questa alimentava tutti i servizi della Guarnigione, ma il 92% dell'energia era convogliata nel generatore del campo di forza che era situato nei pressi.

Questo generatore produceva un campo di forza a forma di camapana rovesciata, cioè un semisferoide nella parte inferiore, sotto terra, per un raggio di cento chilometri in superficie e di 10 chilometri verso il centro del pianeta. Poi il muro si innalzava per circa dieci chilometri quasi in verticale per poi curvarsi allargandosi ad imbuto e circondare tutto il pianeta ad un'altezza di circa novanta chilometri dal livello dei mari.

Questo campo di forza tagliava quasi tutto il terreno dell'isola e parte del mare che la circondava, isolando così la Guarnigione dal resto del pianeta ma lasciandola in comunicazione con lo spazio esterno. In caso di attacco dallo spazio si poteva anche produrre un secondo muro di forza, un "ombrello" verso l'alto. Il campo di forza poteva essere annullato, ma con notevole dispendio di energia, per una zona più o meno vasta, come per la fascia di comunicazione atmosferica a nove chilometri di altezza oppure come avveniva per la Porta.

Qualsiasi oggetto avesse tentato di forzare il muro di forza, sia dall'esterno che dall'interno, avrebbe cozzato contro l'invisibile superficie senza minimamente intaccarla o penetrarvi. L'unica cosa che riuscisse a penetrare il muro quasi senza incontrare ostacoli, era la luce. Anche le onde radio erano bloccate dal muro, e perciò le comunicazioni non erano possibili se non per le frequenze comprese fra l'infrarosso e l'ultravioletto compresi. Il laser e la luce polarizzata passavano con discreta facilità.

Si cercò quindi lungo il perimetro della Guarnigione quali fossero i punti adatti per aprire un accesso segreto, lontano dal villaggio degli Accoglitori. Se Mar si fosse presentato in uno di questi punti ed avesse segnalato la sua presenza, dall'interno potevano annullare una piccola porzione del muro di forza per il tempo necessario a far rientrare Mar. La stessa via poteva essere usata per ulteriori uscite. Questi punti dovevano rispondere ad alcuni requisiti: non essere visibili dal villaggio degli Accoglitori né dalle immediate vicinanze del villaggio stesso, ma esserlo per un vasto raggio dall'interno della Guarnigione in modo di essere sicuri che Mar non fosse seguito né visto quando s'apprestava ad entrare o uscire.

Individuarono tre punti fra le montagne ed uno vicino al mare. In questi quattro luoghi fu scavato un tunnel, con un diametro di circa tre metri, fino al muro di forza. Quindi questo venne parzialmente annullato per permettere la continuazione dello scavo fino all'aperto. L'entrata di ogni tunnel verso l'esterno della Guarnigione fu dissimulato con un ingegnoso sistema di pietre pivottanti, che si potevano aprire solo toccandole in certi punti ed in una determinata sequenza.

All'interno del tunnel, dietro il muro di forza dalla parte della Guarnigione, venne montato un apparato fotoelettrico che Mar, dirigendovi un raggio di luce laser, poteva attivare chiamando così l'apposita équipe di "ammissione". Questa, giunta sul luogo e riconosciuto Mar, poteva annullare per un breve periodo quel tratto di muro di forza dall'interno per farlo entrare.

Un problema era costituito dalla pila laser per Mar. Ogni prigioniero entrava nel pianeta senza nulla, completamente nudo. Come fare per dissimulare la pila laser e soprattutto non farsela rubare né perderla durante l'esplorazione del pianeta? Fu deciso di nasconderne alcune nei dintorni delle entrate segrete in luoghi ben dissimulati e di dividerle in segmenti tali che, solo assemblati in un certo modo, potessero funzionare.

Infine l'ultimo problema era costituito dagli unici prigionieri che conoscevano Mar: i sette ufficiali condannati per l'attentato a Mar ed i sei complici di Biker. Ma si confidava che, sia per la vastità del pianeta, sia per il fatto di presentarsi come esiliato lui stesso, la possibilità di un cattivo incontro fosse remota. Però Njeiry, a questo punto, insisté affinché Mar avesse con sé un'arma quando avrebbe esplorato il pianeta. Ma come introdurre un'arma, e soprattutto come dissimularla?

Fu l'ufficiale Curatore a risolvere il problema. Gli esiliati venivano radiografati, prima di essere fatti passare attraverso la Porta, per garantirsi che non portassero nulla dissimulato all'interno del corpo. Ciò significava che era possibile farlo. Così idearono una minipistola laser a forma di anello di simil-legno, suddivisa in sei segmenti racchiusi in apposite capsule, che Mar avrebbe dovuto infilarsi nell'ano subito prima di passare per la porta e che avrebbe potuto recuperare appena fosse andato di corpo. Era un sistema un po' indaginoso ma sicuro, che gli avrebbe inoltre permesso di nascondere l'arma ogni qual volta fosse stato in pericolo di essere scoperto.

Messi a punto tutti i piani nei minimi particolari, Mar fece iniziare i lavori. Tornò su Quaryel e chiese a Moder di fargli costruire l'anello laser nei laboratori degli Anje. Dopo circa un mese e mezzo, tempo di Quaryel, tutto era pronto.

Mar allora volle appartarsi per qualche giorno con Njeiry. Salirono sulle montagne della Guarnigione. Il tempo era sereno. Una nebbiolina leggera aleggiava sulle cime dei monti e le velava di mille sfumature grigio-rosate. Camminavano tutti e due tenendosi per mano, leggeri, fra le rocce. Tacevano e seguivano a caso i pensieri che affioravano nelle loro menti. Fiori di kiunjen curvavano il loro lungo petalo aranciato sotto le timide carezze del sole.

"Njeiry?"

"...."

"È bello stare quassù, assieme, anche se è solo per poco."

"Quassù, con te, è tutto bello."

"Mi aspetterai?"

"Lo chiedi, Mar?"

"Sì."

Continuarono a camminare, badando a dove mettevano i piedi. Mar guardava le cime dei monti e le sentiva dure, fredde e severe. Poi guardava i fiori di kiunjen e ne assaporava la contrastante dolcezza.

"Su Terra ci sono fiori con petali lunghissimi, bianchissimi, spesso arricciati come il petalo di kiunjen... Fanno parte della famiglia dei crisantemi. Mi piaceva guardarli... e mi piace guardare te."

"...."

"Tu sei più bello di un kiunjen, più bello di mille crisantemi bianchi."

"Sì." rispose con semplicità Njeiry.

"Dovrò renderti il tuo anello, non mi è possibile portarlo con me su Ros... Ma mi dispiace, sai? Vuoi portarlo tu, mentre mancherò?"

"Mhmh."

Mar si sfilò l'anello e lo rigirò fra le dita: "Quanto poco tempo sei stato sulla mia mano..." mormorò e lo baciò prima di porgerlo al suo sposo. "Già, quanto poco siamo stati assieme, tu ed io, Njeiry!" aggiunse Mar.

Le loro ombre lambivano le rocce, seguivano tutte le pieghe del terreno, davanti a loro. Njeiry le guardava mentre si infilava l'anello di Mar al dito.

"Loro si stanno baciando, vedi?" disse Njeiry indicandole.

"...."

"Vieni, amore, qui c'è del muschio. Fermiamoci."

Njeiry sedette ed attirò Mar verso di sé. Questi si sdraiò a fianco dell'amato e guardò il cielo.

"Non ti ho mai raccontato della mia vita, delle mie... esperienze passate prima di diventare Governatore."

"E che importa? È roba che appartiene al passato. Noi siamo qui, nel presente. Anche tu non sai nulla del mio passato."

"Potrebbero esserci cose brutte, nel mio..." insisté Mar.

Njeiri si girò su un fianco e si appoggiò su un gomito. Con i polpastrelli cominciò a sfiorare il bel petto virile di Mar.

"Il presente è bello, ed è anche il tuo passato che l'ha reso così. Il resto non ha nessuna importanza."

Mar continuò: "È da tanto che sto pensando di dirti, di raccontarti..."

Njeiry si chinò su di lui e lo baciò, facendolo tacere. Poi si staccò da lui e si sdraiò di nuovo.

"Taci, sciocco." gli disse con dolcezza.

"Allora baciami ancora, amore. È così bello..."

"Abbiamo un sacco di tempo, non c'è fretta."

Un paillon planò silenzioso nell'aria, poi s'impennò e lanciò il suo breve ma acuto fischio.

"Su terra non ci sono paillon. Ma ci sono le farfalle, piene di colori, leggere, eleganti... che si posano lievi e palpitanti sui fiori."

"Tu sei la mia farfalla, Mar..." sussurò Njeiry.

"E tu se il mio fiore..." pensò Mar, ma non disse nulla.

Sentiva il corpo fresco del suo sposo vicino al suo ed ondate di piacere e di desiderio si risvegliavano e crescevano in lui. Non aveva voglia di tornare a valle.

"Nje?"

"Sì..."

"Mettiamo radici qui."

"...."

"Nje!"

"Sì."

Mar guardava le cime dei monti sopra di loro: parevano stare a rovescio ed il cielo sembrava un lago in cui si specchiavano.

"Sono belle, queste montagne. Sono forti, sono solide... Quando adotteremo un figlio, anzi dei figli, dovranno essere così."

"Quando..."

"Quando torno, se sei d'accordo anche tu."

"Certo."

La nebbia rosata si stava alzando a poco a poco e tutta la natura pareva ravvivarsi di suoni e di colori.

"Comincia fare caldo, senti?"

"Sì, Nje."

"Ti amo."

"Ripetilo."

"Ti amo, ti amo, ti amo..."

"Anche io. Eppure presto ti lascio."

Njeiry trattenne un sospiro. Il muschio, svegliato dal sole più forte, emanava un intenso profumo inebriante. Mar lo sentiva sotto il proprio corpo, morbido ed odoroso.

"L'azzurro ti dona, Nje... ma anche la tua pelle nuda ti dona..."

"Sei tu che mi doni, amore..."

Mar si girò su un fianco: "Vieni..."

Si abbracciarono. Mar guardava, dietro al capo del suo sposo, il mare di fili d'erba e dietro a questi, i monti. Chiuse gli occhi.

"La giornata è lunga, amore mio, ma mai abbstanza..."

"Mai abbastanza!" confermò Njeiry stringendosi a lui.

Si spogliarono l'un l'altro, carezzandosi e baciandosi per tutto il corpo, finché le loro erezioni furono pienamente risvegliate. Quindi presero a fare l'amore, come erano soliti, prendendosi a turno l'un l'altro con calma e vigore, dando corpo e forma al reciproco desiderio, cercando di donare l'uno all'altro il massimo del piacere e del godimento. Come le altre volte, il loro scambio d'amore li portò presto in quello spazio speciale, illuminato dall'amore, riscaldato dall'estasi, che solo due esseri profondamente innamorati hanno il privilegio di conoscere. Attraverso l'unione dei loro corpi anche le loro anime si unirono.

Quando rientrarono alla Guarnigione iniziarono i preparativi per la partenza verso l'interno del pianeta. Mar spiò il risveglio ed il comportamento di un gruppo di esiliati, fino al loro trasferimento alla Porta. Poi riunì gli ufficiali e dette a Njeiry la delega per tutte le sue funzioni di Governatore. Si salutarono.

Njeiry lo abbracciò: "Buona fortuna... ti aspetto, mio grande amore!"

Mar entrò nel locale dei prigionieri, si spogliò e si sistemò in una cuccetta vuota fra un gruppo di questi ancora addormentati. Il sottufficiale curatore iniettò, a tutti i prigionieri che dovevano essere trasferiti in quel gruppo, uno stimolante. I soldati, spalle al muro, paralizzatori spianati, attendevano tacendo. Qualche prigioniero iniziò a muoversi e qualcuno si alzò a sedere. Anche Mar s'alzò a sedere e cominciò a guardarsi attorno. Gli esiliati guardavano lo stanzone, i soldati, il sottufficiale; Mar guardava gli altri prigionieri, li studiava ad uno ad uno.

I loro corpi totalmente nudi formavano uno strano contrasto con quelli dei soldati inguainati di azzurro. Erano una ventina di esiliati, di sesso, età e condizione sociale le più diverse, provenienti dai più lontani pianeti della Galassia, condannati per i più svariati reati. Lui aveva deciso di conservare il suo vero nome. Perciò era Mar Swooney, del pianeta Terra, laureato in meccanica spaziale, intrattenitore in una Casa dei Piaceri, condannato per aver ucciso un cliente molto importante. Gli ufficiali avevano approvato la sua storia senza sospettare neanche lontanamente quanta parte di verità contenesse.

Nel grande stanzone tutti erano in silenzio, in un silenzio carico di rassegnata disperazione. Mar si chiese quali potessero essere i pensieri, quali le emozioni degli esiliati attorno a lui.

Quando tutto il gruppo si fu svegliato dalla narcosi, il sottufficiale prese la parola: "Tra poco sarete accompagnati alla Porta di transito che dalla Guarnigione porta all'esterno, sul pianeta Ross. Qui dovrete sostare nella prima stanza, finché si chiude l'accesso verso la Guarnigione. Allora si aprirà quello sul lato opposto. Dovete allora trasferirvi nella seconda stanza. Quando vi sarete entrati tutti, si chiuderà la seconda porta poi se ne aprirà un'altra che darà nell'ultima stanza. Quando sarete tutti in questa terza stanza si chiuderà la terza porta e si aprirà l'ultima porta, quella che dà verso l'esterno. Uscirete tutti sul pianeta ed anche l'ultima porta si chiuderà.

"Da quel momento sarete liberi sul pianeta Ross e potrete cominciare la vostra nuova vita. Non vi consiglio di opporre resistenza durante il tragitto, altrimenti saremo obbligati ad usare i paralizzatori. Vi conviene percorrere il tragitto delle tre stanze il più rapidamente possibile perché non vi conviene restarvi troppo a lungo: nelle tre stanze non c'è da mangiare né da bere e la riserva d'aria è limitata.

"Prima che inizi il trasferimento io farò l'appello ed uno alla volta verrete a controllare le vostre schede personali, su cui sono stati elencati tutti i beni che avete portato con voi. Controllerete l'esattezza dell'elenco e la firmerete. I vostri beni saranno inviati sul pianeta appena possibile. Vi ricordo solo che chi ostacolasse lo svolgimento delle operazioni sarà colpito dai raggi paralizzanti e comunque trasportato fuori dalla Guarnigione, sul pianeta."

Mar ascoltò quelle parole e cercò di ascoltarle come doveva sentirle un esiliato. Guardò gli altri e vide sui loro volti le espressioni più diverse, da visi angosciati a visi impenetrabili, inespressivi, apatici oppure impauriti, smarriti. Qualcuno era fiero, qualcuno, notò con meraviglia, pareva quasi divertito, cinico.

Il sottufficiale iniziò l'appello. Quando giunse il turno di Mar, si comportò esattamente come tutti gli altri, secondo le consegne ricevute. Finito l'appello e riposte le schede, il sottufficiale riprese la parola.

"Ora mettetevi in fila per due e seguitemi."

Lentamente si formò la fila, circondata dai soldati, e si avviò all'aperto. Un breve tratto li separava dalla Porta dove altri soldati formavano un corridoio. Mar si guardò attorno nella speranza di vedere Njeiry. Era sicuro che fosse da qualche parte, che lo stesse guardando, ma non gli riuscì di vederlo. Sentì un senso quasi di angoscia invaderlo. Sapeva che avrebbe potuto tornare quando avesse voluto, ma la finzione era talmente realistica che non poté evitare di sentirne tutto il peso.

Entrò con gli altri esiliati nella prima stanza e quando la prima porta si richiuse con un sibilo e si ristabilì il campo di forza, Mar si sentì quasi male. Per gli altri, per i quali tutto ciò non era una finzione, pensò Mar, quanto doveva risuonare nel cervello quell'orribile sibilo? Quella era la voce che pronunciava l'ultima, inappellabile sentenza che dichiarava: "tu non sei più un libero Cittadino della Galassia, non sei più un essere umano, sei confinato per sempre nella pattumiera dell'umanità, sei un miserabile fra miserabili."

Ed allora anche un intero pianeta, quanto può essere realmente più grande di una normale prigione? Rifarsi una nuova vita? Sì, ma ciò significava che la vita vissuta fino ad allora non esisteva più, era finita irrimediabilmente, per sempre. E "sempre" è una grossa parola.

Anche lui, quando Njeiry gli aveva chiesto "mi amerai per sempre?" non aveva avuto il coraggio di rispondergli con il "sì" che gli era venuto alle labbra, che gli era sorto dal cuore.

Aveva risposto: "No, amore mio, non per sempre, ma finché ne sarò capace."

Uno dei prigionieri aveva avuto una crisi isterica e si era gettato a terra urlando: "Non mi muovo, io non mi muovo, no, no, no..."

Ma subito i vicini l'avevano afferrato saldamente e l'avevano trascinato avanti con loro. Traversarono le grandi stanze squallide, fredde, di liscio e lucido plasmetallo. Finalmente si aprì l'ultima porta. Il paesaggio era lo stesso che si poteva vedere dalla Guarnigione, eppure ora sembrava diverso, estraneo, sconosciuto. Mar con gli altri varcò anche l'ultima porta e sentì che l'ultimo cordone ombelicale era stato tagliato.

Quando si sentì il sibilo dell'ultima porta che si chiudeva, un uomo si staccò dal gruppo ancora compatto, si girò indietro e corse di fianco alla costruzione della Porta urlando. Poi di colpo si abbatté e cadde a terra: aveva cozzato contro l'invisibile muro. In ginocchio a terra cominciò a battere con entrambi i pugni contro l'invisibile superficie senza trarne nessun suono benché ogni volta ci battesse con violenza.

Mar e gli altri distolsero lo sguardo da quella allucinante scena e tutti si avviarono verso il vicino villaggio indigeno.


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