In quei giorni si rividero ogni giorno. Seppe che Silvia si era rifatta viva per telefono e che Gilberto le aveva chiesto di smettere di telefonargli.
Una sera decisero di andare assieme a teatro. Davano "Enrico IV" di Pirandello. Durante l'intervallo, al bar del teatro, si avvicinò loro un uomo.
"Ferri! Gilberto Ferri! Come stai, vecchio mio?"
"Mi scusi... ma non ricordo chi è lei..."
"Oh, sì, devi scusarmi... ho saputo. Non sei guarito, ancora? Evidentemente no... Sono Carlo, il marito di Marilena, la sorella di Silvia. Ti ricordi di Silvia, almeno?"
"No, ma so chi è. È venuta a trovarmi..."
"Vi siete rimessi assieme? Sono contento. Lo dicevo io che non era possibile che vi foste davvero lasciati, voi due."
"Già, ma... potresti dirmi esattamente che cosa era successo fra Silvia e me? Silvia è sempre così vaga ed io non riesco a ricordare..."
"Beh... credo che sarebbe più logico che te ne parlasse lei... d'altronde non è che ne sappiamo davvero molto, lei non si è confidata completamente neppure con sua sorella, mia moglie. Tra l'altro, anche Marilena è qui, aspetta che la cerco, sarà contenta di rivederti."
"No, ti prego, non mi sento, ora. Sono con amici e... Ma almeno a grandi linee, non sai dirmi quale era il problema fra noi? Potrebbe essermi utile saperne un po' di più."
"Non so, precisamente. So solo che avevate litigato, che lei diceva di non volerne più sapere di te, ma sento che ti ha cercato, e... A volte, quando si è arrabbiati si dicono cose più grandi di quello che si vorrebbe. So che in qualche modo c'entra Angelo."
"Angelo?"
"Sì, mio cognato, il fratello minore di Marilena e Silvia. Adesso lui è all'estero, ha trovato lavoro in Belgio."
"Ah sì? E da quando?"
"Da circa due mesi."
"Cioè quando io ho avuto l'incidente."
"Già, è una coincidenza."
Gilberto fece poche altre domande poi i due uomini si salutarono. Nicola vide che Gilberto era pensieroso. Poi sembrò come scuotersi e si rivolse a lui col suo consueto sorriso.
"Chissà che cosa era successo? Sai, comincia ad incuriosirmi un po', la faccenda."
"Se tu non avessi detto a Silvia di lasciarti in pace, forse lei t'avrebbe spiegato tutto."
"No, m'avrebbe detto solo quello che le faceva comodo farmi sapere."
"Non puoi esserne così sicuro."
"No? Eppure sento che è così. Te l'ho già detto, ho perso la memoria ma mi sembra di saper leggere nella gente, nelle loro intenzioni, nei loro pensieri, quasi. Ti sembra impossibile?"
"Mah... non saprei... forse è una specie di legge di compensazione... forse è come dici tu."
"In questi giorni ho pensato molto a cosa sono, a chi sono. Sì, mi hanno detto che mi chiamo Gilberto Ferri, e va bene. Ma finché non scopro chi è veramente questo Gilberto Ferri, questo nome non è che un'etichetta messa su un contenitore vuoto a forma di uomo. A volte mi guardo allo specchio: non mi sono ancora completamente abituato a questo mio corpo, a questo mio aspetto. Mi guardo allo specchio e mi faccio le smorfie, osservo il mio fisico con una cura meticolosa, lo esploro, lo studio..."
"E cosa vedi?"
"Un bell'uomo, dopo tutto."
"Sì, certo, un bell'uomo, e poi?"
"Ancora non so. Un uomo non è solo un corpo ed un'intelligenza. Ci deve essere altro. D'altronde non può nemmeno essere solo memoria perché se fosse così io non sarei più quello che ero, almeno per ora. Quindi forse esiste anche un'anima, quella che costituisce assieme al mio corpo ed alla mia mente, la continuità fra quello che ero e quello che sono."
"Anche se hai perso la memoria tu comunque sei quello che sei grazie alla tua vita passata, non credi?"
"Probabilmente. Eppure il passato non esiste più se non per quanto ancora si manifesta nel presente."
"Sia pure di poche settimane, ma tu stai ricominciando ad avere un passato, una nuova serie di dati da memorizzare, elaborare, usare."
"Sì, mi si sta formando un nuovo passato in qualche modo, è vero. E in questo nuovo passato tu sei la persona più reale, più importante. Ci pensi che ho visto te prima ancora di vedere il mio stesso corpo? Hai un posto importantissimo per me, in me, Nicola, te ne rendi conto?"
"Credo di capire... credo di sì."
"E i medici mi hanno detto che se non ci fossi stato tu a chiamare subito l'ambulanza, forse non sarebbero neppure riusciti a salvarmi. Perciò ti devo la vita."
"Sciocchezze. È stato semplicemente un caso che io fossi lì. Una fortunata coincidenza."
"Sì, è vero. Comunque mi sono chiesto che cosa provo per te. Spero che tu non ti offenda, Nicola, ma non provo riconoscenza, gratitudine. A volte mi dico che dovrei, ma non provo davvero niente del genere. Però provo un grandissimo affetto. Te l'ho detto: tu sei la persona più importante in questa mia vita attuale. Se e quando ricorderò il mio passato forse proverò anche gratitudine... o forse invece sarò arrabbiato con te, non lo so. Ma almeno per ora provo solamente un grandissimo affetto."
"Forse vale più l'affetto che non la gratitudine, non credi?"
"Sì, sono d'accordo. La gratitudine è un dovere, l'affetto è un dono."
Nicola annuì e si sorrisero, gli occhi negli occhi per un breve, dolce istante.
Finita la commedia, tornarono a casa di Gilberto.
"Si è fatto tardi, devo rientrare."
"Peccato, Nicola. Quando te ne vai mi sento sempre un po' solo. Se fossimo fratelli potremmo non separarci così spesso, potremmo vivere nella stessa casa."
"Già. Ma devo andare. Buona notte, Gil."
"Notte. A domani?"
"Domattina devo proprio andare in facoltà. Verrò a trovarti nel pomeriggio."
"D'accordo. Ti aspetterò."
Si rividero praticamente tutti i giorni. Stavano sempre molto bene assieme. Nicola doveva esercitare un controllo continuo sulle proprie emozioni e sui propri sentimenti per non farli trasparire. L'attrazione nei confronti di Gilberto sembrava acuirsi giorno dopo giorno. Questi gli aveva dato le chiavi di casa propria così Nicola poteva andarlo a trovare in qualsiasi momento, entrando in casa senza suonare.
Venne Pasqua. La famiglia di Nicola invitò a pranzo Gilberto, perché non passasse il giorno di Pasqua da solo. Poi venne il 23 aprile, il giorno del ventiduesimo compleanno di Nicola. Gilberto gli regalò un computer.
"Ma hai speso un sacco di soldi! Non dovevi..."
"So che lo desideravi e ho scoperto di averne un sacco, di soldi. Nella mia banca ho un conto con parecchi milioni, oltre a buoni di investimento per altri milioni. E ho anche scoperto che ho una cassetta di sicurezza. Non so ancora che cosa contiene. Vorrei andare ad aprirla assieme a te."
"Assieme a me?"
"Sì, se non ti dispiace."
"Temi di trovarci qualcosa di strano?"
"Forse. Verresti domattina?"
"Come desideri."
"Puoi non andare in facoltà?"
"Certo, posso."
Così il mattino seguente andarono. Scesi nel caveau, il commesso aprì con la sua chiave e Gilberto con la propria. Presa la grossa cassetta, Gilberto e Nicola si appartarono in un box. Nella cassetta c'era una scatola contenente alcuni gioielli ed oggetti in oro, probabilmente ricordi di famiglia, c'era l'atto di proprietà di una villetta sul lago di Garda ed una busta. Gilberto la aprì: conteneva alcune carte. Le scorse e le porse a Nicola. Questi guardò: era il testamento di Gilberto. Non avendo parenti, lasciava tutto ad una certa Céline Dubois, di Lione. C'era anche l'indirizzo della donna.
"Céline... non è quella della dedica sul libro?"
"Sì, Nicola, penso proprio che sia lei."
"Doveva essere una persona importante per te, per aver deciso di sceglierla come erede universale."
"Pare proprio di sì."
"Forse varrebbe la pena che andassimo a Lione per incontrarla, non credi?"
Gilberto sorrise: "Ci verresti anche tu?"
"Oh, scusa... l'ho detto senza riflettere. Volevo dire che dovresti forse andarci tu."
"No no, da solo non ci andrei, ma con te sì. Quando ci andiamo?"
"Davvero vuoi che venga anche io?"
"Assolutamente. Quando?"
"Forse prima dovresti scriverle."
"Sì, le scriviamo chiedendole se possiamo andarla a trovare. Le accenniamo a quello che mi è successo. Quando risponderà decideremo se e quando andarci. Va bene?"
"Sì, certo, va bene."
Uscirono dalla banca.
"Sono abbastanza ben sistemato. Con tutto quello che ho scoperto di possedere potrei quasi vivere di rendita. L'idea di tornare a lavorare in banca non mi attrae molto. Non mi va di lavorare fra gente che ricorda il mio passato, che conosce di me cose che io non conosco."
"Ti capisco. Ma per quello basta che tu chieda trasferimento. Un posto nuovo in cui nessuno ti conosce."
"No, non per ora, almeno. Tanto mi hanno prolungato il periodi di convalescenza di altri tre mesi."
"Ma non ti annoi così, senza fare nulla, tutto il giorno a pensare, a pensare..."
"Sì, un po'. Solo quando ci sei tu non mi annoio, in realtà. Ma tu stai già spendendo anche troppo del tuo tempo per me. Dovresti dedicarne un po' di più ai tuoi studi ed io te ne distolgo. Mi sento egoista..."
"Beh... potrei venire a studiare da te, qualche volta..."
"Sì, questa è proprio una buona idea."
Così Nicola un po' alla volta portò i propri libri da Gilberto e cominciò a studiare a casa dell'amico. Ogni tanto faceva una pausa, Gilberto gli preparava un caffè, chiacchieravano un po' poi Nicola si rimetteva a studiare.
Céline rispose alla lettera che le avevano mandato. Si diceva addolorata per quanto era accaduto a Gilberto e li attendeva. Aveva accluso il proprio numero di telefono e li pregava di avvertirla solo un paio di giorni prima di andare, in modo che lei potesse organizzarsi. Disse che aveva una stanza in cui avrebbe potuto ospitarli entrambi senza problemi. Aveva anche accluso una sua fotografia alla lettera. Era una donna sui quaranta anni, piuttosto bella, esile e con uno sguardo dritto e sorridente, simpatico.
Così i primi di maggio, dopo averle telefonato, partirono in treno per Lione. Lei li attendeva alla stazione.
"Gilbert, che piacere! E questo deve essere Nicola... Benvenuto. Non preoccuparti, Gilbert se non ricordi nulla. Avremo tempo di parlarne. Per ora sappi solo che sono molto, molto contenta di vederti e che ti trovo più incantevole che mai. Ti vedo sereno, come non eri l'ultima volta che ci siamo visti, e questa è una cosa molto bella."
"Quand'è stato?"
"Circa un mese prima del tuo incidente di cui mi hai scritto. Eri venuto a trovarmi."
"È in quell'occasione che mi hai regalato il libro delle commedie di Molière?"
"No, quello te lo diedi più di un anno fa."
"Dici che non ero sereno l'ultima volta che ci siamo visti... Sai perché?"
"Sì, lo so. Ne parleremo poi. Ho chiesto al mio editore una settimana di tempo in più, così possiamo stare insieme tranquillamente."
"Scrivi?"
"No, faccio illustrazioni. Eccoci arrivati: questa è casa mia. Entrate, prego. Tu, Gilbert, hai sempre sentito questa come casa tua... Se puoi, fai ancora così. Ecco, questa è la stanza in cui hai sempre dormito. Come vedete c'è posto per tutti e due. Adesso posate le valigie e rinfrescatevi. Il bagno è lì. Poi venite di là, vi preparo un buon caffè all'italiana."
Nicola guardò il grande letto antico da una piazza e mezzo e pensò, con un brivido misto di piacere e di timore, che avrebbe dormito accanto a Gilberto. Questi sembrò non essersi posto neppure il problema. Mentre Gilberto era in bagno, Nicola saggiò il letto poi sedette sulla sua sponda, pensieroso.
Sarebbe riuscito a dormire accanto a quell'uomo che lo attraeva tanto, senza tradirsi? L'avrebbe visto, per la prima volta, spogliarsi davanti a lui: come avrebbe reagito? Avrebbe potuto celare l'eccitazione che sicuramente si sarebbe impadronita di lui? Già solo a questi pensieri, Nicola sentiva il proprio membro inturgidirsi e premere sotto i calzoni... Ora, vestito, non si notava, ma quando si fosse dovuto spogliare per andare a letto...
Gilberto rientrò e Nicola andò subito in bagno. Si masturbò per allentare la tensione che sentiva aumentare dentro di sé. Pensò che forse quella era la soluzione: prima di andare a letto, prima di spogliarsi, forse doveva semplicemente masturbarsi...
Céline li attendeva in soggiorno. Offrì loro cioccolatini e il caffè.
Poi, con un ampio sorriso, disse: "Credo che tu, Gilbert, abbi mille domande da farmi..."
"Sì e no..."
"Non stai cercando di ricostruire il tuo passato?"
"No, non proprio. Ma da alcune carte che ho trovato, ho pensato che tu dovessi essere una persona importante per me, così ho deciso di fare un'eccezione."
"E scoprire se, quanto e perché io ero importante per te."
"Esatto."
"Non mi stupisce che tu non sia all'affannosa ricerca del tuo passato. Tu ripetevi sempre che il passato non conta, non esiste se non nei ricordi. E che il passato che c'è nei ricordi non è quello vero ma un passato che ci siamo ricostruiti noi, a modo nostro..."
"Mi sembra giusto."
"Io... non ti trovo cambiato, Gilbert."
"Cioè?"
"Tu mi hai scritto a proposito della tua amnesia. Bene. Ti trovo più sereno dell'ultima volta, come ti ho detto. Bene. A parte questo sento in te, vedo nei tuoi occhi, nel tuo sorriso il Gilbert di sempre, credimi. E non è solo l'affetto che ho per te a farmi dire questo."
"Affetto. Io... è come se non ti conoscessi, come se ti vedessi per la prima volta. Però... mi piaci."
"Ti sono sempre piaciuta, dalla prima volta che ci siamo visti, sette anni fa. Oh no, non pensare a quello, fra me e te non c'è mai stato nulla di fisico. Te lo dico così, tanto perché tu forse potresti chiedertelo. L'affetto che ci ha legati fino ad ora è sempre stato su un diverso piano. È un affetto molto forte, come fra un fratello ed una sorella che si vogliono bene davvero."
"Perché ero triste l'ultima volta che ci siamo visti?"
"Vuoi che ne parliamo subito?"
"Come credi tu. In realtà non sono venuto a cercare il mio passato, ma solo a ri-conoscerti. Se credi che ci siano cose che è bene che io conosca, me le dirai, se no, no."
"Molto bene, farò così. Ma... ci sono cose che io vorrei chiederti."
"Tipo?"
"Che effetto ti fa non avere più un passato a cui fare riferimento?"
"Per ora nessun effetto speciale. Devo ancora abituarmi a questo mio corpo, in alcuni momenti. Voglio dire: mi guardo allo specchio e mi sembra di guardare un altro che dicono sia io. Non che mi ci trovi male, in questo corpo. Mi... indosso con molta disinvoltura, se capisci che cosa voglio dire. Ma per esempio, l'altro giorno ho scoperto che ho un dente piombato e non lo sapevo e mi ha fatto uno strano effetto. Sono andato a guardare se avevo la cicatrice dell'appendicite e non l'ho... Capisci che cosa voglio dire?"
"Sì, lo immagino. Tu hai sempre avuto molta cura per il tuo corpo. Per te è sempre stata una parte importante di te stesso."
"Un Narciso?"
"No, assolutamente no. Ma neanche un trasandato. Hai sempre avuto molta cura per tutto quanto ti pertiene, semplicemente. E molta attenzione anche sempre verso gli altri. Specialmente verso chi sentivi più vicino a te."
"Nel libro delle commedie di Molière che mi hai regalato un anno fa, c'era una frase sottolineata che diceva: a volte ama senza che se ne renda conto. L'hai sottolineata tu, oppure io?"
"Sì, l'ho sottolineata io."
"E... ti riferivi a me?"
"Sì, certo, a te."
"E chi amavo senza rendermene conto?"
"Una persona con cui eri venuto a trovarmi."
"Ne avevamo parlato?"
"No, non mi era sembrato opportuno. Ma io l'avevo percepito e quello era una specie di segnale che avevo pensato di lanciarti."
"E questa persona... mi amava?"
"Credo proprio di sì, ma se ne rendeva conto ancor meno di te, per quello che ne so io."
"Possono due persone amarsi senza rendersene conto?"
"A volte capita. Specialmente quando ci sono elementi esterni che ci impediscono di guardare dentro noi stessi. Siamo animali molto complicati, noi esseri umani, caro Gilbert."
"Io non mi sento per nulla complicato."
"Forse proprio perché hai perso la memoria e con essa tutte le incrostazioni che ci impone la nostra civiltà e la nostra cultura. O almeno, ne hai perso una parte. Tu per esempio ricordi perfettamente il francese, che non è la tua madre lingua, e ricordi anche tutte le convenzioni sociali."
"Ma ho dimenticato tutto quello che ha un diretto riferimento personale con la mia vita passata, tutto, anche le cose più banali. Ricordo invece tutto quello che ho imparato a scuola, tutto quello che ho imparato nella mia vita ma che non riguarda me direttamente. È curioso, no?"
"Non mi intendo di medicina, e tanto meno di psicologia, ma pare che possa accadere. Ma stiamo dimenticando il povero Nicola... Da quando è qui non ha detto una sola parola..."
"Mi affascina starvi a sentire, non preoccupatevi di me. Non mi sento affatto messo in disparte."
"Quello che io ammiro moltissimo in Nicola è la sua capacità di accettarmi come sono, per quel che sono. Tutti gli altri che ho incontrato sembrano ansiosi di ritrovare in me il Gilberto di prima, e delusi di non trovarlo. Sembra quasi che mi rimproverino, mi facciano una colpa per aver perso la memoria."
"Beh, io ti ho conosciuto così, non t'ho conosciuto prima, perciò non è che abbia un gran merito." disse Nicola con un sorriso.
"Oh, non vuol dire, Nicola, credimi. Molta gente quando conosce un'altra persona cerca subito di scavare nel suo passato, di sapere chi era, com'era prima." disse Céline.
"Beh, forse anche io sono così. Ma so anche che Gil ha un'amnesia, perciò cerco semplicemente di lasciarlo in pace. Per me Gil è quello che è oggi, adesso, o almeno da quando m'ha superato in quella curva ed è andato a schiantarsi su quel prato. Per me Gil compare in quel preciso istante, prima non c'era, semplicemente."
"Sì, è giusto. Ma di solito chi è fortemente attaccato al proprio passato guarda con un po' di sospetto chi invece non ha più passato come Gilbert. Evidentemente tu, Nicola, non sei attaccato al tuo passato."
"E tu, Céline?" le chiese Nicola.
"Io? Non particolarmente."
"Non so se io sono veramente libero dal mio passato." disse allora Nicola. "Alcune esperienze fatte mi condizionano pesantemente, in realtà. Alcune mie speranze, alcune mie paure hanno certamente le loro radici nel mio passato. Il Nicola che sono oggi deriva dal Nicola di ieri e dell'altro ieri."
"Certo, così come io derivo da mio padre e da mia madre, ma sono altro da loro. Ognuno di noi deriva da ciò che ha fatto, ma in ogni istante è una persona nuova che deve affrontare un oggi nuovo, in un modo nuovo. Questo è vivere. L'esperienza è utile, certo, ma non deve condizionarci più che tanto. Se ieri, traversando la strada, sono andata sotto un'automobile, non per questo oggi non la traverso più."
"Ma fai un po' più attenzione di ieri, no?" disse Nicola.
"Sì, almeno per i primi giorni. Ma so che sarebbe assurdo farmi troppi scrupoli... Magari faccio tanta attenzione alle automobili e poi mi cade una tegola in testa. Cioè, voglio dire, mi rifiuto di smettere di attraversare la strada solo perché ieri mi è andata male. Mi rifiuto di vivere nella paura che si ripeta qualcosa di imprevedibile."
"Ma si dice che il gatto scottato ha paura del fuoco." insisté Nicola.
"Ma noi non siamo gatti!" ribatté Céline ridendo.
Continuarono a chiacchierare, poi Céline preparò la cena e, più tardi andarono a letto.
Nicola, andato in bagno, si masturbò come s'era ripromesso di fare, quindi si lavò ed indossò il pigiama, tornando poi in camera. Gilberto andò a sua volta in bagno e dopo poco arrivò anche lui in pigiama e s'infilò sotto le coperte accanto a Nicola. Il ragazzo sentì il tepore del corpo che sfiorava appena il suo e, nonostante tutto, si eccitò immediatamente.
"È molto simpatica Céline, vero?"
"Sì, Gil, mi piace."
"Sono contento di essere venuto a conoscerla... o a conoscerla di nuovo. E... sono anche contento che questo ci permette di dormire assieme, di potermi addormentare parlando con te. L'ho desiderato..."
Nicola non rispose, turbato.
Gilberto proseguì: "Sto molto bene con te, Nicola. So che te l'ho già detto, ma mi sembra importante che tu non te lo dimentichi." disse, poi ridacchiò ed aggiunse: "Come vedi, anche per me la memoria non è poi così poco importante come affermo. Non mi interessa ricordare di nuovo cose che non ricordo, che non so se siano belle o brutte. Ma ci tengo a ricordare cose che so essere belle, come il fatto di aver incontrato te."
Nicola era sempre più turbato ma rispose, cercando di dare un tono normale alla propria voce: "Certo. Anche io sono molto contento di averti conosciuto... E di essere qui con te, ora."
"Sì. Dice Céline che sono già stato qui con qualcuno, prima. Chissà chi era? Qualcuno che io amavo senza rendermene conto e che mi amava senza saperlo. Forse Silvia? No... mi sembra impossibile."
"Chiediglielo."
"No. Se lo crederà opportuno me lo dirà lei."
"Ma non sei curioso?"
"No... o solo un po', ma molto poco. Ieri non c'è più, c'è solo l'oggi. E oggi ci sei tu qui con me, reale, tangibile, non un semplice ricordo. Sento il calore del tuo corpo, e mi piace."
"Gil."
"Sì?"
"Niente."
"Cosa, niente?"
"Avevo solo voglia di dire il tuo nome." rispose Nicola mentendo.
In realtà stava per chiedergli che cosa provasse ad essere lì, assieme, così vicini, ma non ne ebbe il coraggio.
"Domani Céline ci vuole portare a visitare la città." disse Gilberto.
"Sì, è gentile."
"Nicola?"
"Sì?"
"Sono contento di aver perso la memoria."
"Contento?"
"Sì. Forse, se non fosse per questo, non saremmo mai diventati amici."
"Beh, non è detto."
"Non è detto, ma è andata così e ne sono contento. In questo momento mi sento così bene, accanto ad un vero amico, a casa di una cara persona con cui credo che potrò diventare amico. Sto proprio bene, sì."
"Anche io sto molto bene, Gil."
Il sonno li colse mentre ancora parlottavano sottovoce.
A metà notte Nicola si svegliò. Sentiva il corpo di Gilberto addossato al suo e questo lo eccitò terribilmente. Si alzò a metà su un gomito e guardò l'uomo che dormiva. Il volto di Gilberto, illuminato dalla luce della strada che penetrava dalla finestra, era sereno e bellissimo. Nicola provò fortissimo l'impulso di baciarlo, si chinò a sfiorarlo con le labbra e depose un lievissimo bacio sulle labbra dell'amico. Questi non reagì minimamente. Nicola dovette fare una vera e propria lotta con se stesso per non abbracciarlo stretto, per non svegliarlo a furia di baci, per non gridargli tutto il proprio desiderio.
Si stese di nuovo, il cuore in gola, il sangue che gli pulsava violentemente nelle vene con un rumore sordo e forte. Si sentì in preda ad ondate di calore quasi come se fosse stato assalito da una febbre altissima. Faticò a riprendere sonno, ma finalmente entrò nel mondo dei sogni.