Nicola procedeva a tutto gas lungo la nazionale: non vedeva l'ora di arrivare a casa per gettarsi sul letto e, se possibile, dormire. Dimenticare, forse, anche se sapeva bene che non sarebbe stato facile.
Perché doveva esistere gente come Paolo? S'era illuso, ancora una volta, e naturalmente ancora una volta aveva avuto una delusione. Paolo, come pure prima di lui Danilo e prima ancora Fausto, erano stati interessati solo a scoparlo, a godere di lui, del suo bel corpo, ma non gli avevano dato in cambio neppure un briciolo di affetto, di considerazione, di rispetto.
"Perché non sono brutto, insignificante... o almeno insensibile? Avrei un sacco di problemi in meno..." pensò mentre affrontava una curva.
Appena uscito dalla curva sentì dietro di sé il rombo di un potente motore ed un'Alfa Romeo lo superò facendo stridere le gomme. Nicola gli mandò mentalmente un accidenti, perché l'auto, dopo averlo superato, aveva subito stretto e gli aveva tagliato la strada, sì che lui aveva dovuto frenare per non entrargli dentro.
Ma l'Alfa Romeo non drizzò il volante ed uscì dalla carreggiata come un proiettile. Nicola frenò con più forza e la sua moto scartò e sobbalzò come un cavallo imbizzarrito, e il ragazzo rimase in sella solo per miracolo, poi la moto si fermò sul ciglio della strada, col motore imballato. Vide l'auto atterrare sul prato con un tonfo sordo, di piatto. Al momento dell'impatto col terreno le portiere si aprirono e l'automobilista volò fuori come un pupazzo di segatura ed atterrò a sua volta sul prato, di fianco all'auto, in un'assurda posizione disarticolata. Poi tutto tornò immobile e silenzioso.
Proprio in quel momento Nicola udì un lontano starnazzare di oche che gli sembrò quasi come un surreale commento a quanto era appena accaduto.
Il ragazzo si precipitò giù dalla moto togliendosi il casco, corse al prato e si fermò col cuore in gola accanto al corpo immoto. Lo guardò chiedendosi se fosse ancora vivo. Poi notò che le dita di una mano dell'uomo si flettevano lievemente. Gli si chinò a fianco e provò a chiamarlo ma evidentemente l'uomo aveva perso conoscenza. Il corpo giaceva in una posizione assurda; Nicola pensò per un attimo di ricomporlo ma poi si ricordò che poteva essere pericoloso toccare e muovere chi ha avuto un incidente.
Allora tornò svelto alla propria moto rimettendosi il casco, riaccese il motore e corse fino al paese vicino per cercare un telefono. Avvertì la polizia dando le coordinate dell'incidente e chiese che mandassero un'ambulanza. Quindi, risalito in moto, tornò velocemente fino al luogo dell'incidente.
L'uomo era ancora lì, immobile e nessun'altra macchina s'era fermata: o nessun altro s'era accorto dell'incidente oppure nessuno era passato di lì in quei minuti o anche, pensò Nicola, se qualcuno aveva visto se n'era fregato ed aveva tirato dritto. Purtroppo accade anche troppo spesso. Pare che la gente stia diventando sempre più indifferente ai problemi ed alle sofferenze degli altri.
Si accoccolò accanto al corpo esanime dell'uomo e si rese conto che stava ancora respirando. Sulla fronte aveva un taglio da cui usciva sangue che gli imbrattava il volto. Si guardò attorno, poi guardò l'auto e vide in terra, accanto alla portiera un portafogli. Lo raccolse e lo aprì: conteneva parecchi biglietti da cento e cinquantamila lire, la patente, una foto. Ne estrasse la patente e lesse: l'uomo si chiamava Gilberto Ferri, aveva trentanove anni ed abitava non lontano da casa di Nicola.
Guardò la fotografia sulla patente, poi il volto dell'uomo e pensò che era più bello sulla foto, ma poi si disse che era logico: quel volto, oltre ad essere imbrattato di sangue, era di un uomo svenuto e sicuramente sofferente. Rimise tutto a posto e riposò il portafogli in terra dove l'aveva trovato. Poi si avvicinò di nuovo all'uomo e ne spiò il viso. Si tolse di tasca il fazzoletto e gli tamponò delicatamente il sangue sul volto.
Guardò l'orologio: erano le 16,27. Si chiese quanto tempo fosse passato dal momento dell'incidente e quando avrebbe ancora tardato ad arrivare l'ambulanza. Proprio in quel momento sentì l'urlio di sirene che si avvicinavano. Si portò svelto sul ciglio della strada per segnalare il punto esatto dell'incidente. Era la polizia. La macchina si fermò e ne uscirono svelti i poliziotti.
Nicola chiese, preoccupato: "Ma... e l'ambulanza? Quando arriva?"
"Arriva subito, han detto. Quella moto è sua?"
"Sì, mia, perché?"
"Lei ha assistito all'incidente?"
"Sì."
"Racconti al mio collega come si sono svolti i fatti." disse il poliziotto e scese subito nel prato.
Nicola aveva appena iniziato a narrare quando finalmente arrivò anche l'ambulanza. Portarono via il ferito mentre Nicola terminava la sua deposizione e lasciava le sue generalità. Guardò l'ambulanza partire e vide che sulla fiancata recava il nome dell'Ospedale Maggiore. Quindi riprese la propria moto e ripartì, mentre la polizia stava esaminando l'auto. Notò che il primo poliziotto aveva trovato il portafogli e ne stava controllando il contenuto.
Arrivato a casa Nicola si versò un whisky, poi si spogliò e mise la tuta da ginnastica. Per il momento aveva dimenticato Paolo e ripensava a quell'uomo dell'incidente. Ne ricordava ancora le generalità che aveva letto sulla patente e, senza neanche sapere lui il perché,le scrisse su un pezzo di carta. Poi si chiese se la polizia avesse avvertito i parenti dell'uomo. Doveva farlo lui?
Cercò sulla guida del telefono e vide che c'era un Gilberto Ferri e che l'indirizzo corrispondeva. Quindi si trattava proprio di lui. Sarà stato sposato? Avrà avuto figli? Compose il numero di telefono e pensò che, se avesse risposto qualcuno, avrebbe chiesto con voce indifferente se per caso Gilberto era in casa: in questo modo si sarebbe reso conto se la polizia li aveva avvertiti o no. Il telefono dava il segnale di libero ma, pur avendolo fatto squillare a lungo, non rispose nessuno. Forse erano già andati all'ospedale, pensò.
Sentì il rumore della porta di casa che si apriva e guardò l'orologio. Erano le 19,42, quindi era la madre. La salutò ad alta voce. La donna rispose ed entrò in soggiorno.
"Papà non c'è ancora?"
"No, mamma. L'aveva detto che stasera cenava fuori con i colleghi, no?"
"Già, è vero, me n'ero dimenticata. La cena d'addio per Guerrini che va in pensione, no? Metto a riscaldare e mi cambio: tra poco sarà pronto anche per noi. Ha mica telefonato Federica?"
"Non lo so, mamma, io sono a casa da meno di un'ora."
"Sei andato in facoltà?"
"Sì, mamma." mentì Nicola.
Cenarono. La madre gli raccontò quello che aveva fatto nel pomeriggio e concluse: "Preferisco che venga anche tu, Nicola. Tu hai molto buon gusto e saprai consigliarmi bene."
"Scusa, ma non sarebbe meglio che venisse papà, invece? In fondo deve piacere soprattutto a lui, no?"
"No no, gli voglio fare una sorpresa, te l'ho detto." ribatté la madre andando a sedere davanti al televisore ed azionando il telecomando.
Nicola ripensò all'incidente e provò a telefonare di nuovo. Ancora nessuna risposta. Allora andò in camera e si mise a studiare. Ma appena aprì il libro ripensò a Paolo. Sì, si disse, aveva fatto bene a lasciarlo, per quanto quello sapesse fare bene l'amore.
L'amore! Ma esiste veramente l'amore? O esiste solo la voglia di scopare? Così come, ogni tanto, ti viene voglia di masturbarti senza che ve ne sia un motivo reale o una concreta necessità. Certo, ci sono anche momenti di intenso erotismo, ma anche quelli che hanno a che fare con l'amore? Quell'amore romantico, straordinario, forte che cantano poeti, narratori, commedianti o cineasti... Ma che in realtà non riesci mai a trovare. È solo letteratura, solo un mito, a quanto pare, un'illusione dolce finché persiste ma che diventa amara quando la luce della realtà ti fa sprofondare nel disinganno.
"No," pensava Nicola, "devo crescere, maturare, rendermi conto che l'amore non esiste. Se l'avessi capito prima, forse non avrei mollato Paolo."
Guardò di nuovo l'orologio: era quasi mezzanotte. Chiuse il libro di testo, che non aveva neppure letto, si affacciò alla porta per dare la buona notte alla madre che ancora sedeva davanti al televisore, e si mise svelto a letto. Mentre stava scivolando nel sonno, gli sembrò di sentir rientrare il padre.
Quando si svegliò, la mattina seguente, provò di nuovo a telefonare a casa di Gilberto Ferri: ancora nessuna risposta. Pensò che forse quell'uomo viveva da solo, forse nessuno dei suoi, se ne aveva, era al corrente dell'incidente.
Allora, invece di andare in facoltà, decise di recarsi all'ospedale. Si informò dai medici: seppe che Gilberto era ancora in stato di incoscienza e che la polizia non era riuscita a rintracciare nessun parente. Chiese se poteva vederlo. Gilberto giaceva su un letto, gli occhi chiusi, la testa fasciata, un braccio ed una gamba ingessate.
Entrò un'infermiera: "È un parente, lei?"
"No, solo un conoscente." rispose Nicola e subito si chiese perché avesse mentito. Forse perché temeva di essere mandato via...
Accostò una sedia di metallo smaltato di bianco al letto, sedette e lo guardò. Gilberto aveva un volto bello, così incorniciato dal candore delle bende e del lenzuolo. Bello nella sua serenità abbandonata, disteso nel limbo dell'incoscienza.
Nicola si chiese che cosa l'avesse spinto ad andare lì all'ospedale, a vegliare uno sconosciuto. Forse l'idea che potesse non avere nessuno che si prendesse cura di lui? Forse si sentiva, se non responsabile, per lo meno coinvolto solo perché aveva assistito all'incidente, perché solo lui l'aveva soccorso, chiamato la polizia? O si sentiva forse colpevole per avergli mandato gli accidenti quando l'aveva sorpassato e... Ma no, lui non c'entrava per nulla.
Eppure sentiva che ormai la sua vita e quella di quello sconosciuto avevano un punto di contatto, innegabile, inevitabile...
Si chiese anche se non fosse attratto da quel volto. Indubbiamente Gilberto aveva un bel viso, ma... ma chi era, dopo tutto? Magari una persona odiosa, antipatica, anche se gli sembrava assai improbabile, almeno a giudicare dalla sua espressione distesa e serena. Ma forse aveva quell'espressione solo perché era stato imbottito di sedativi... Chissà chi era, che faceva nella vita? A trentanove anni forse non era neppure sposato... se invece della patente avesse visto la carta d'identità, avrebbe potuto saperlo.
Nicola rimase lì, in silenzio, a guardarlo ed a pensare per più di un'ora.
Tornò l'infermiera: "Non ci riesce di rintracciare la famiglia del signor Ferri. Lei non saprebbe darci qualche indicazione?"
"No, non saprei... Non conosco nessuno della sua famiglia, io."
"Lo conosce da molto tempo? Sa per caso dove lavora?"
"No, mi spiace, non saprei... Non ne abbiamo mai parlato..."
L'infermiera fece spallucce ed uscì di nuovo dalla stanza. Nicola guardò di nuovo Gilberto, poi si alzò e fece per uscire dalla camera. Sulla porta incontrò di nuovo l'infermiera.
"Va via?" gli chiese questa.
"Sì... perché?"
"Mah... se accadesse qualcosa... potrebbe lasciarci un suo recapito?"
"Qualcosa? Cosa?"
"Non saprei... qualche complicazione... la prognosi è ancora riservata, sa... Non ha parlato con il medico?"
"No... io conosco appena il signor Ferri..."
"Ma lei è l'unico che si sia interessato a lui, fino ad ora."
"Gia, il medico... c'è, ora?"
"No, dovrebbe venire domani mattina verso le otto."
"Va bene, vedrò di esserci..."
"Se mi volesse lasciare il suo recapito, comunque..."
Nicola annuì, seguì l'infermiera in un piccolo ufficio e scrisse su un foglietto il proprio nome ed il numero di telefono, poi uscì. Ormai era coinvolto, forse più di quello che avrebbe voluto. Doveva parlarne a casa, caso mai avessero chiamato dall'ospedale. Salì in moto e si avviò verso la facoltà, ma per via cambiò idea e tornò verso casa propria. Si recò all'indirizzo di Gilberto Ferri. Era una costruzione nuova e sull'elegante campanelliera trovò il nome Ferri. Suonò, ma non ebbe risposta. Nella casa non c'era portineria. Stava per allontanarsi quando si aprì il portoncino e ne uscì una signora.
"Cerca qualcuno?" chiese la donna a Nicola.
"Il signor Ferri... ma non risponde nessuno."
"Sarà al lavoro." disse la donna.
"Sa dove lavora?"
"Sì, certo, alla Cassa di risparmio. Ma lei chi è?"
"Grazie e buongiorno." rispose Nicola e s'allontanò subito, lasciando la donna interdetta.
Risalì sulla sua moto e si avviò verso la Cassa di Risparmio. Entrò e chiese ad uno sportello di Gilberto Ferri.
"Il direttore? Non so, oggi non è venuto... Vuol parlare con il vicedirettore?"
"No, grazie."
Mentre si girava vide entrare un appuntato dei carabinieri e lo sentì chiedere di Gilberto Ferri. Uscì. Dunque anche le forze dell'ordine si stavano muovendo, probabilmente per rintracciare un qualche parente dell'uomo ed avvertirlo dell'incidente. Essendo il direttore di quella filiale della Cassa di Risparmio, doveva essere ben conosciuto. Avrebbero sicuramente rintracciato qualcuno della sua famiglia.
Nicola tornò a casa, raccontò alla madre dell'incidente a cui aveva assistito e le disse che aveva lasciato il suo nome all'ospedale, perché potessero avvertirlo se insorgeva un qualche problema, almeno finché non avessero rintracciato qualche parente che si potesse prendere cura dell'uomo.
La madre approvò: "Credo di conoscerlo, almeno di vista. È un bell'uomo ma, almeno che io sappia, non è ancora sposato. Credo che venga da Novara, o almeno mi pare. Quando ha preso il posto del dottor Segre, l'anno scorso, mi pare proprio che dicevano che era stato trasferito qui da Novara. Ma non so se aveva la famiglia lì, o se solo ci lavorava prima di venire qui... Speriamo che rintraccino presto qualcuno dei suoi, poveretto..."
Nicola annuì. Dunque si chiamava Gilberto Ferri, era direttore di banca e proveniva da Novara. Ed era un bell'uomo, forse non sposato. E ora giaceva in ospedale in seguito ad un incidente stradale, ancora con prognosi riservata. Questo era tutto.
Salì in camera sua. Pensò che gli sarebbe piaciuto saperne di più... ma come? E poi, perché? L'indomani mattina sarebbe comunque andato in ospedale e magari ci sarebbe tornato finché non spuntava fuori un qualche parente, perché non si può abbandonare così nessuno, neppure uno sconosciuto. Per lo meno fin tanto che fosse stato dichiarato fuori pericolo.
Il giorno dopo, di mattina, tornò all'ospedale.
L'infermiera lo riconobbe e gli sorrise: "Non ha ancora ripreso conoscenza. Se vuole parlare con il dottore..."
"Ma veramente... io lo conosco appena, il dottor Ferri, e non so..."
"La polizia dice che lei era presente al momento dell'incidente. Credo che al dottore interessi farle qualche domanda. Venga..."
Nicola parlò col primario. Questi gli chiese come fosse avvenuto l'incidente, poi gli disse che non vi erano elementi veramente preoccupanti, a parte alcune fratture e lo stato di shock, almeno per il momento. Ma disse che si sarebbero dovute terminare tutte le necessarie analisi cliniche prima di poter sciogliere la prognosi. Disse anche che nel sangue del paziente non erano state rilevate tracce né di alcol né di sostanze stupefacenti...
Nicola tornò a vedere l'uomo. Era ancora in stato di incoscienza. Rimase seduto un poco accanto a lui, poi uscì dall'ospedale. Mentre usciva gli venne da ripensare a Paolo, ma con sua sorpresa si accorse che ora lo sentiva lontano, come una cosa del passato. E dire che solo due giorni prima il fatto di aver rotto con Paolo gli bruciava come una ferita. Sì, ora sembrava solamente una cosa del passato. Così in fretta! Ne restò meravigliato.
Poi si disse che forse era stato proprio l'incidente ad avergli fatto superare così in fretta la lacerazione del distacco da Paolo. Nella vita c'erano cose più gravi, più importanti che non la rottura di una relazione nata male e terminata peggio. Uno sconosciuto aveva rischiato di morire proprio sotto i suoi occhi. Forse era stato lui a salvarlo, anche se si era trovato lì per caso. Ma il caso, o il destino, o Dio, chissà, aveva voluto che ci fosse proprio lui lì, in quel momento.
Nicola passò finalmente in facoltà. Probabilmente lì avrebbe incontrato Paolo, ma mentre nei giorni passati la sola idea lo infastidiva, ora non gli creava più troppi problemi. Era stupito lui stesso per la rapidità con cui aveva superato quel distacco. Paolo comunque non c'era. Chiese a Marinella gli appunti delle lezioni che aveva perso ed andò subito a fotocopiarli.
Al centro copie incontrò Stefano: "Ciao, Nicola, come va?"
"Bene."
"Credevamo che fossi ammalato..."
"No, ho solo avuto da fare..."
"Meglio così. Senti, domani sera andiamo a ballare al solito posto. Ci vieni anche tu?"
"Chi viene?"
"I soliti: Francesca, Paola, Giannina, Marco, Paolo..."
"Ah, viene anche Paolo?"
"Sì, perché?"
"No, niente... così... Non so ancora se posso venire. Se mai al solito alle dieci in birreria, no?"
"Certo. Cerca di esserci, però. Pare che Marta ci tenga che ci sia anche tu, sai?"
"Ah sì? Te l'ha detto lei?"
Stefano ridacchiò, gli strizzò un occhio ma non rispose. Fatte le fotocopie, Nicola tornò in facoltà e restituì gli appunti a Marinella. Poi, guardato l'orologio, si affrettò ad andare in aula per la lezione. Anche in aula non c'era traccia di Paolo. Pensò che era strano, perché quando gli aveva detto che la loro relazione era finita, questi sembrava averla presa quasi con indifferenza. Forse mancava per qualche altro motivo, chissà.
Uscendo dall'aula alla fine della lezione, incontrò Mimmo. Questi, fra tutti i compagni, era l'unico a sapere di lui e di Paolo, perché anche lui era gay e si erano incontrati più volte nella discoteca gay. Si salutarono e Mimmo gli chiese di Paolo. Nicola gli raccontò che si erano lasciati.
"L'hai mollato tu, Nicola?"
"Sì, perché?"
"Me lo aspettavo. Tu ne eri innamorato... lui no."
"Era così evidente?"
"Certo, più che evidente. A Paolo interessava solo divertirsi. Non poteva durare."
"Sì... ma ci ho messo un po' a rendermene conto."
"Quant'è che stavate assieme?"
"Circa un anno."
"Non ci hai perso molto, credimi. Paolo è simpatico, è vero, ma non era la persona giusta per te."
"È molto bello..."
"Questione di gusti."
"Ma è bello, no?"
"Non mi dice granché. Non è il mio tipo."
"A me ha sempre eccitato molto, anche solo a stargli vicino."
"Troverai di meglio, non prendertela."
"Può darsi. Ma non voglio più legarmi a nessuno. Non voglio più illudermi."
"Dici così ora, ma se trovi la persona giusta..."
"Esiste la persona giusta? Tu l'hai mai trovata?"
"Non ancora. Ma, tra tanti milioni che siamo, ci sarà per forza, no?"
"Non è detto che uno la trovi."
"Paolo è il primo, per te?"
"Con cui ho avuto una relazione?"
"No, di cui ti sei innamorato."
"No, il secondo. Il primo è stato quello che mi ha fatto capire che sono gay... avevo quindici anni."
"E quanto siete stati assieme?"
"Per due anni."
"L'hai lasciato tu?"
"No, lui... Si chiamava Cesare. Aveva venticinque anni. Era il mio professore di ginnastica al liceo. Aveva un corpo da dio greco, perfetto. E sapeva farmi andare su di giri in un modo favoloso. Ma poi lui ha conosciuto un altro e... e ha mollato me. Per due anni più niente, finché ho conosciuto Paolo. Mi ha fatto subito girare la testa, ma è passato un anno prima che succedesse qualcosa fra noi due, perché io non sapevo ancora che anche lui era gay."
"Come vi siete scoperti?"
"Ha fatto lui il primo passo. M'ha invitato a casa sua con la scusa di preparare un esame, e m'ha abbracciato e baciato in bocca e m'ha detto che voleva fare l'amore con me."
"Così, subito, la prima volta?"
"Sì, appena entrato a casa sua, appena chiusa la porta, lì nel corridoio. M'ha detto che lui l'aveva capito subito, da come lo guardavo, da come guardavo gli altri ragazzi... ha detto che era sicuro di non sbagliarsi."
"Ha corso un bel rischio, però. Io non ne avrei il coraggio. Per me è sempre stato difficile fare il primo passo, anche quando sono sicuro che l'altro è gay... non è detto che voglia starci, con me."
"Hai paura di un rifiuto?"
"Forse. O forse di uno scandalo, non so. I miei mi caccerebbero di casa, se sapessero di me."
"Credo che i genitori di Paolo sappiano."
"Beati lui. E i tuoi?"
"I miei? Ci mancherebbe altro. Non credo proprio che accetterebbero, specialmente mio padre."
Chiacchierarono ancora un po' poi si salutarono e Nicola tornò a casa. I discorsi fatti con Mimmo, il ricordo di Cesare, di Paolo, l'avevano fatto eccitare. Approfittando del fatto che era solo in casa, si stese sul letto e cominciò a masturbarsi lentamente, gli occhi chiusi, fantasticando di fare l'amore con Cesare e Paolo contemporaneamente.
Cesare forse era più bello, ma Paolo a letto era uno schianto. Sì, gli sarebbe piaciuto poter fare l'amore con tutti e due nello stesso momento. E magari anche con Danilo e Fausto. Non aveva raccontato a Mimmo di questi due, ma con loro non c'era stata una vera e propria relazione, una storia d'amore. Sarebbe stata impossibile. Danilo era troppo complessato, pieno di paure e di fobie. S'erano conosciuti ai cessi della stazione. Avevano fatto l'amore diverse volte, ma sempre di fretta, sempre di nascosto. Nonostante avesse trent'anni ed una stanga di tutto rispetto, e nonostante lo sapesse succhiare in modo splendido, alla fine Nicola aveva deciso di non vedere più Danilo.
Poi aveva conosciuto Fausto, lo spregiudicato Fausto. Lui aveva allora diciotto anni e Fausto due in più. S'erano incontrati la notte di Capodanno. Nicola era andato, con la famiglia, al cenone organizzato dalla ditta del padre, al ristorante Villa Sassi. Ad un certo punto era andato al gabinetto e all'orinatoio accanto al suo c'era già Fausto. Con la coda dell'occhio aveva notato che l'altro si stava masturbando lentamente. Questo l'aveva eccitato e il suo vicino se ne era subito accorto ed aveva allungato una mano a toccarglielo. Nicola aveva sobbalzato e s'era guardato attorno nervosamente: erano soli.
"Non c'è nessuno, stai tranquillo. Sai che mi piaci un sacco? È già da un bel po' che ti guardavo, di là in sala. Vieni, chiudiamoci nel cesso..."
"No, è pericoloso..."
"Non hai voglia?"
"Sì... ma è troppo pericoloso..." ripeté Nicola arrossendo.
Ma quella mano forte e sicura sul proprio membro, lo stava facendo eccitare moltissimo e non riusciva a sottrarvisi.
"Io mi chiamo Fausto. E tu?"
"Nicola."
"Mi piaci, Nicola. Vieni fuori, allora?"
"Fuori? Dove?"
"Ho un furgone nel parcheggio. Ci chiudiamo dentro e non ci vede nessuno, non ci disturba nessuno. Ho voglia di farlo con te..."
"No, non adesso. Devo tornare in sala, i miei si insospettirebbero..."
"Se non adesso, quando, allora?"
"Un'altra volta..."
"Chissà se ci sarà, un'altra volta. Tu mi piaci un sacco, Nicola. Vieni fuori, dai... Nel furgone ho anche un sacco a pelo, staremo comodi..."
"No, per favore, non insistere."
"E va bene. Questo è il mio numero di telefono. Mi chiami, domani? Così combiniamo..." disse Fausto tendendogli un cartoncino: era un biglietto da visita.
Nicola vide che Fausto era un rappresentante della Fratelli Fabbri.
"Domani sarò a casa tutto il giorno. Vedi, qui c'è il numero di casa mia. Mi chiamerai? Mi telefoni domani?"
"Sì, credo di sì..."
"Non farmi un bidone, mi piaci troppo. Ci conto. Vedrai che sarai contento. Prometti che domani mi telefoni?"
"Sì, sì, telefono..." rispose Nicola risistemandosi i calzoni ed avviandosi confuso verso la sala.
Mise in tasca il biglietto da visita. Per tutto il resto della serata non fece che pensare a Fausto. Lo cercò più volte con lo sguardo nella sala, ma non lo vide. Gli avrebbe davvero telefonato? Forse sì...
A mezzanotte tutti erano in piedi, brindarono, si scambiarono gli auguri per l'anno nuovo, anche con quelli di tavoli vicino, anche con sconosciuti.
Nicola si vide comparire davanti Fausto che lo abbracciò e gli sussurò ad un orecchio: "Domani... ci conto, Nicola." e si allontanò subito ad abbracciare e fare gli auguri ad altri lì attorno.
Il giorno dopo, verso le undici di mattina, Nicola prese il telefono, lo portò in camera sua e chiamò Fausto.
"Sono Nicola... c'è Fausto?"
"Sono io. Ah, Nicola, sono contento che mi hai chiamato. Ho voglia di te. Quando ci vediamo?"
"Oggi pomeriggio?"
"Perfetto. Dove?"
"Dove vuoi tu... Scendo in città..."
"Vieni in treno? A che ora?"
"No, in pullman. Arrivo alle sedici, va bene?"
"Perfetto. Poi vieni da me. Sono solo, staremo tranquilli. Vengo a prenderti alla stazione col mio furgone. Dove scendi? In corso Marconi?"
"No, in corso Inghilterra. Sai dov'è?"
"Sì, certo. Sarò lì. Ce l'ho già duro all'idea, sai?"
"Ah..."
"A presto allora, Nicola."
Così si incontrarono. Fu bello e fu diverso da come l'aveva immaginato. Fausto a letto pareva perdere tutta l'aggressività e la focosità che mostrava e diventava dolcissimo, ma non sdolcinato. Non era molto bello, ma sapeva fare l'amore bene e molto a lungo. Si incontrarono diverse volte nell'arco di sei mesi e Nicola si stava prendendo una cotta per Fausto, quando scoprì che questi faceva l'amore anche con altri ragazzi e che lui era solo uno dei tanti.
Così, appena Paolo ci provò con lui, Nicola smise di incontrare Fausto.
"Sì," pensava Nicola continuando a masturbarsi lentamente, "mi piacerebbe una volta poter fare l'amore con tutti e quattro: Cesare, Danilo, Fausto e Paolo. Una bella ammucchiata, una piacevole orgia... Cesare che mi prende mentre Paolo me lo succhia, io lo succhio a Fausto e Danilo lo succhia a Paolo... e fantasticando così, raggiunse finalmente l'orgasmo.