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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA RICERCA CAPITOLO 8

Il taxi li lasciò davanti ad un palazzo rosso di otto piani. Di fianco al portone c'erano alcune targhe d'ottone. Su una c'era scritto 'Afrodite Film. III piano, scala B'.

"Pronto?" chiese Giulio.

"Pronto, sì." rispose Osvaldo.

Entrarono. La scala B era a destra. Salirono. Un portoncino chiuso con la stessa targa. Suonarono. Arrivò ad aprire una donna sui trentacinque anni con un sobrio maquillage ed un abito elegante ma non vistoso, occhiali tondi e grandi, capelli a caschetto biondi quasi certamente ossigenati, che li guardò con aria seria.

"Sì?"

"Io sono Leo Morassi e questo è mio cugino. Abbiamo un appuntamento."

"Ah sì, vi aspettavamo. Entrate. Se potete attendere pochi minuti, il dottore vi riceverà subito."

Li fece accomodare su una cassapanca di legno di stile gotico, abbastanza incongrua in quella stanza quasi spoglia. La donna sedette ad una scrivania di metallo grigio e riprese a mettere in ordine alcuni fogli che prendeva da un vassoio e smistava in alcune cartelline di perspex arancione. La stanza aveva tre porte: una verso l'ingresso, da cui erano entrati ed altre due sulla parete di fronte. Alle spalle della donna c'era una grande cornice con una serigrafia rappresentante una Venere ispirata a quella del Botticelli, ma in piedi su un letto invece che sulla conchiglia. Su un tavolinetto accanto alla cassapanca vi era un grosso portacenere di lamiera cromata ed alcune riviste: Oggi, Panorama, Epoca, Novella 2000.

La donna li ignorava, sembrava immersa nel proprio lavoro. Un cicalino suonò sul suo tavolo. La donna prese la cornetta di uno dei tre telefoni e rispose.

"Dica, dottore... Sì, sono arrivati, sono qui. Certo. Mi pare di sì... Va bene." Posò la cornetta e si alzò, guardandoli. "Se volete seguirmi..."

Aprì una delle due porte. Entrarono in una stanza con un grande tavolo ed una decina di sedie attorno, armadi di metallo alle pareti, e bussò ad un'altra porta. L'aprì e fece cenno ai due amici di entrare.

Era un ufficio con qualche pretesa di eleganza. Dietro una grande scrivania di legno lucido c'era un uomo sui quarantacinque anni, alto, asciutto, vestito con eleganza informale, un volto gradevole ornato da un paio di baffetti curati. L'uomo si alzò in piedi ed andò loro incontro, studiandoli.

"Benvenuti. Lei è Leo, immagino," disse tendendo la mano ad Osvaldo, "dato che è il più giovane. E suo cugino, come si chiama?"

"Giulio." disse Osvaldo.

L'uomo strinse la mano a Giulio. "Bene, io mi chiamo Rolando. Accomodatevi. Dunque, voi due vorreste fare gli attori per noi."

"Sì, dottore. È un po' un nostro vecchio sogno, da quando eravamo adolescenti. Se ne parlava spesso fra di noi, io e mio cugino." disse Giulio con disinvoltura.

"Ma non avete mai fatto gli attori, prima, vero?"

"No, solo così, per divertimento, a casa di amici con le nostre ragazze, qualche filmetto con la videocamera." disse Osvaldo.

"Filmetti familiari... per ricordo..." disse il dottore.

"Non proprio. Le nostre famiglie... è meglio che non li vedano." ridacchiò Osvaldo.

Il dottore sorrise e disse: "Capisco. Scene un po'... osé."

"Sì certo, piuttosto... esplicite." disse Giulio con un sorriso complice.

"Quindi non avreste problemi a farvi riprendere in scene erotiche."

"Mentre scopiamo? Pensiamo di no, anche se lì eravamo tutti amici e amiche, mentre qui... forse le prime volte..." disse Osvaldo.

"Di quello non dovete preoccuparvi. Molti all'inizio hanno problemi di erezione. Ma siamo tutti amici. Credo che vi troverete presto a vostro agio, se lavorerete con noi. Prima però ci sono due o tre cose da vedere. Innanzitutto, anche se la prima impressione è buona, dovrei vedervi nudi. Avreste qualche problema a spogliarvi ora?"

"No, affatto." disse Giulio e, alzandosi, iniziò a togliersi gli abiti.

Osvaldo lo imitò prontamente. Dopo poco erano entrambi completamente nudi. L'uomo frattanto aveva girato attorno alla scrivania e s'era avvicinato ai due ragazzi. Li guardò da capo a piedi.

"Sì, due bei corpi... specialmente il tuo, Giulio... e mediamente dotati..." disse passando al tu.

Allungò una mano e saggiò i muscoli delle braccia, poi palpò i genitali dei due giovani, ma senza insistere.

"Se ci sapete fare, potreste andar bene. Vi interessano solo parti etero o vi andrebbe bene anche il bisex?" chiese.

"Etero..." rispose Osvaldo. Giulio confermò.

"D'accordo. Se volete rivestirvi, per ora..." disse il dottore tornando a sedere dietro la sua scrivania. Poi disse: "Nei nostri film non possiamo usare preservativi. Alla gente non piace. Perciò prima dovrete fare il test HIV e per le malattie infettive, che andrà ripetuto ogni tre mesi. Dobbiamo garantire i nostri attori, capite..."

"Sì, certo, nessun problema."

"Vi darò l'indirizzo di un laboratorio convenzionato con noi, che vi vi darà l'esito in giornata. Pagherete voi le analisi, ma portateci la ricevuta e se lavorerete con noi, vi saranno restituiti i soldi con la prima paga. Diversamente resteranno a carico vostro. Vi va bene?"

"Sì, certo." rispose Giulio.

"Riguardo alla paga, sono 100.000 per ogni ripresa, che dura circa tre ore. Ma il denaro vi sarà consegnato solo alla fine di tutte le riprese. Questa è la paga iniziale. In seguito, se siete bravi, la paga può anche aumentare, e di molto."

"Quante riprese ci vogliono, per fare un film?"

"Dipende. Da una dozzina, al doppio, al triplo."

"E in quanto tempo si gira un film?"

"Da due a tre settimane. Dipende anche in quante scene dovete comparire."

"E... almeno inizialmente, lui dovrebbe continuare il suo lavoro e io dare gli esami all'Università... pensa che siano conciliabili le due cose?"

"Sì, Leo. All'inizio avrete parti secondarie e perciò poche riprese. E non produciamo quasi mai più di un film al mese."

"Usate sempre gli stessi attori, nei vari film?"

"No, solo alcuni. I migliori, i più gettonati, restano, è chiaro."

"Quanti saremo?"

"In questo momento, nel film che stiamo girando, ci sono sette attori in tutto, cinque uomini e due donne. Se lavorerete con noi, si vedrà. Abbiamo in progetto tre o quattro storie... Ma ne parleremo dopo aver fatto il contratto. Vi farò vedere dove giriamo, vi farò conoscere gli altri attori in modo che possiate familiarizzare."

"Prima di cominciare... possiamo assistere a qualche ripresa per vedere come è?"

"Certo, facciamo sempre così. Allora, adesso vi faccio dare l'indirizzo del laboratorio di analisi. Andateci subito, poi tornate qui. La signorina vi dirà gli orari. Ah, e lasciate i vostri dati, prima di uscire. Spero di rivedervi presto."

"Grazie, dottore. Non vediamo l'ora di cominciare."

"Sì, certo." rispose l'uomo e suonò il cicalino.

Dopo poco bussarono e la donna di prima aprì la porta.

"Carla, dai ai giovanotti il cartoncino del laboratorio medico e prendi i loro dati. Arrivederci, ragazzi."

Tornati nell'altra stanza mostrarono le loro carte d'identità alla segretaria che trascrisse i dati su due schede poi le restituì. Osvaldo era teso e si rilassò solo quando rimise in tasca la sua carta d'identità falsificata.

"Se andate subito, forse riuscite a tornare con i risultati prima della nostra chiusura. Qui facciamo l'orario spezzato, dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19. Se non faceste in tempo, potete tornare comunque domattina. Il dottor Papa vi incontrerà di nuovo per gli ultimi dettagli."

"Grazie, arrivederci." disse Giulio.

La donna li accompagnò alla porta. Scesero. Appena furono sulla strada Osvaldo disse eccitato: "Letizia è qui!"

"Qui? Come fai a saperlo?"

"Marina, l'infermiera, aveva detto che il primo aprile Letizia era venuta a Roma a vedere il papa. Il dottor Papa, cioè, è chiaro!"

"È vero, cavolo! Se l'ha assunta, allora è qui. Magari sta girando..." rispose Giulio, ora eccitato anche lui.

"Sbrighiamoci ad andare a fare queste analisi." disse Osvaldo.

Presero di nuovo un taxi ed arrivarono al laboratorio. Consegnarono i cartoncini, compilarono una scheda e fu fatto loro il prelievo del sangue.

"Possiamo aspettare qui il risultato delle analisi?"

"Saranno pronte fra un'ora e mezzo o due. Se volete fare un giro..." rispose l'infermiera.

Uscirono ed andarono a cercarsi un bar.

"Ci siamo, ormai. Quando torneremo con i risultati delle analisi ci farà firmare il contratto, credo. Chissà se prima ci faranno passare un test di scopata?" chiese Giulio ridendo un po' teso.

"Che effetto t'ha fatto quando quello t'ha palpato l'uccello?"

"Mi aspettavo che mi guardasse i denti come ai cavalli. Nessun effetto, comunque. Dopo tutto penso che il vero primo attore sarà il nostro uccello. Penso che ci inquadreranno più spesso l'uccello che la faccia, no?"

"Beh, bisogna far vedere anche che uno sta godendo... allora bisogna fare la faccia sconvolta dal piacere... o di libidine... bah, vedremo."

"Forse quello che ci frega, te e me, è il fatto di aver sempre pensato al sesso come ad un modo di essere e non solo come ad un istinto puramente animale... Non credi?"

"È possibile. E poi forse per una donna è più facile fingere il piacere, l'orgasmo. Se non altro non ha problemi di erezione o di eiaculazione."

"Chissà quanti al nostro posto sarebbero eccitati solo all'idea di farlo davanti a una cinepresa o di fronte ad altra gente!"

"È probabile. Ma chissà che quando ci proveremo noi due scopriremo di essere più disinibiti di quello che pensiamo." disse Osvaldo pensieroso.

"Può darsi. Io per esempio pensavo che mi sarei vergognato a farmi vedere nudo e con l'uccello dritto da un amico... e invece con te m'è sembrato quasi naturale. Senza esibizionismi e senza vergogne. Ma forse proprio perché eri tu. Voglio dire che in fondo si ha più pudore a mettere a nudo la propria anima che non il proprio corpo, di solito. E con te sto mettendo a nudo proprio la mia anima, perciò non ho problemi che tu veda anche il mio corpo, nudo. Un estraneo... non so. Ma lo scopriremo presto, penso."

Tornarono a prendere i risultati delle analisi. Non erano ancora pronti e dovettero aspettare altri quarantacinque minuti. Erano negativi per tutti e due. Tornarono in taxi fino agli uffici dell'Afrodite Film ma quando arrivarono erano le sette passate da pochi minuti e non c'era più nessuno. Allora andarono a cenare in una trattoria, poi rientrarono in albergo.

"È presto per andare a letto. Io magari disegno un po'..." disse Osvaldo prendendo il proprio album ed aprendolo su una pagina bianca. Sedette al tavolino. Giulio gli si mise accanto, in piedi.

"Disegni me?" gli chiese.

"Vuoi? Ci posso provare. Forse non proprio te ma un personaggio ispirato a te."

"Devo mettermi in posa?"

"Non ho mai fatto ritratti, ma se vuoi posso provarci."

"Devo spogliarmi?"

"Perché no." rispose Osvaldo pregustando la visione, poi gli disse: "Mettiti in posa come se stessi facendo la doccia..."

Giulio, nudo, si mise davanti alla tenda della finestra, come se si stesse lavando il corpo. Osvaldo si eccitò ma, essendo vestito, non se ne preoccupò. Iniziò a disegnarlo.

"È la prima volta che ho un modello che posa per me." disse Osvaldo guardando un po' l'amico e un po' il disegno che si stava formando sul foglio. "Non sono un ritrattista, un pittore, io. Sono solo un disegnatore di fumetti. Non aspettarti granché." Poi aggiunse: "Fai una faccia allegra, stai cantando sotto la doccia. Mi sa che diventerai davvero un personaggio dei miei fumetti..."

Giulio ridacchiò: "Sto facendo carriera: attore porno e modello di fumetti! Vedi, quando uno ha delle doti nascoste..."

"Ormai non sono più nascoste, me le hai svelate completamente. Quei ciuffi di capelli sulla fronte ti danno un'aria birichina... Ecco fatto, vieni a vedere."

Giulio s'avvicinò. "Bello. Sì, sono proprio io, quello, anche se stilizzato. Me lo regali, questo disegno?"

"Certo. Ma ora vorrei fartene un altro. Stai entrando in una stanza in cui ti aspetta lei nuda, sul letto... assumi un'aria maliziosa..."

"Dovrei averlo duro, però..." disse Giulio, ridendo.

"Posso sempre disegnartelo io ritto, non ti preoccupare... No, girati appena di tre quarti. Ti stai mostrando a lei, che ti vede per la prima volta ed ha gli occhi spalancati perché ti trova bellissimo..." suggerì Osvaldo riprendendo a disegnare. "Che effetto ti fa, Giulio, posare nudo per me?"

"Nessuno. Proprio nessuno. Come personaggio, come mi immagini? Cosa faccio nella vita?"

"L'investigatore. Quelli che per risolvere un caso hanno tre o quattro avventure... Un uomo d'azione, ma colto e raffinato, sportivo e galante... capelli neri ed occhi azzurro intenso, penetranti. A cui le donne non sanno resistere e che gli uomini invidiano. Astuto, incorruttibile..."

"Sì, mi piace. E che nome gli daresti?"

"A te che nome piacerebbe?"

"Non so... Joey... Joey Donovan..."

"Ottimo. Credo proprio che lo proporrò al nostro autore di testi. Potrebbe essere un nuovo fumetto di successo, con un eroe così."

Giulio rise: "Allora poi mi devi dare una percentuale, però!"

"Certo. Ecco qua, ho quasi finito... Joey Donovan sta entrando nella stanza della sua ricchissima cliente per un incontro a quattr'occhi..."

"Fai vedere... Sì, divertente. Ma così rischia di diventare un fumetto porno."

"Ma no, non farei questo disegno. Qui avresti ancora i jeans addosso, magari solo con il primo bottone slacciato... altrimenti non me lo pubblicherebbero." disse Osvaldo ammiccando.

"Beh, ora è tempo di andare a letto. Visto che sono già nudo, vado a lavarmi prima io." disse Giulio andando in bagno.

Osvaldo mise via l'album ed iniziò a spogliarsi. Quando furono a letto chiacchierarono ancora un po'.

Giulio ad un certo punto disse: "Si dorme meglio, nudi. Io ho sempre dormito con le mutande indosso, invece. Tu?"

"A casa mia, sempre nudo. A casa dei miei o di amici, anch'io con le mutande o in pigiama. Ma è vero che nudi si sta meglio. In fondo bisognerebbe vestirsi solo per ripararsi dal freddo, secondo me. Li capisco, i nudisti, io."

"Comincio a capirli anche io, ora. Dà un senso di libertà incredibile. Non solo fisicamente, soprattutto psicologicamente."

"Domattina alle nove rivedremo il dottor Papa... e credo che ci farà firmare il contratto. Soprattutto tu, dovrai fare attenzione a quello che firmi."

"Perché soprattutto io?" chiese Giulio.

"Perché tanto io ho dato le generalità false, quindi anche se rompessi il contratto non possono farmi niente."

"Già. Comunque non so fino a che punto possano fare qualcosa legalmente. Questo genere di film credo sia illegale qui in Italia o almeno ai confini della legalità. Se non altro perché credo proprio che non ci paghino le tasse..."

"Beh, così anche i nostri eventuali guadagni saranno esentasse." ribatté sorridendo Osvaldo.

"Quando Letizia diceva alla sua collega che una donna può guadagnare molto divertendosi, parlava di questo, no?"

"Credo proprio di sì, Giulio. Credo che come minimo possa guadagnare anche un tre milioni al mese, se ho fatto bene i conti. Il doppio di quanto prendeva come infermiera."

"Pensi che sia questo che l'ha attratta?"

"Forse... Ma forse non solo questo. Forse anche l'idea di farlo... in una situazione di fantasia."

"Mah! Eppure non avrei mai detto che Letizia fosse un'esibizionista."

"Neanche io, Giulio, ma... chissà. Comunque vedremo. Speriamo solo di trovarla presto."

"Ammesso che lavori davvero per l'Afrodite, o che ci lavori ancora... e che ci lavori in questi giorni."

"Che effetto ti farebbe vederla fra le gambe di un altro, Giulio?"

"Piuttosto brutto, penso. Forse l'avevo idealizzata troppo."

"Non credo che sia colpa tua, comunque."

"Colpa no, ma forse causa involontaria."

"Cioè? In che senso puoi essere stato tu la causa involontaria di questa sua... scelta?"

"Magari non le ho dato quello di cui aveva bisogno."

"Mica potevi procurarle altri uomini con cui scopare, no?" disse Osvaldo aggrottando le sopracciglia e scuotendo il capo.

"No, non quello, no. Ma non lo so, ti confesso che mi sento piuttosto confuso. Non so davvero cosa pensare. Se ho sbagliato con lei... mi chiedo dove ho sbagliato."

"Non è detto che abbia sbagliato tu. Da come mi hai descritto il vostro rapporto credo che tu sia stato... perfetto."

"Nessuno è mai perfetto."

"Io comunque avrei agito proprio come te."

"Sì, lo so. Noi due siamo molto simili come modo di vedere le cose, di pensare."

Osvaldo pensò: 'Se solo anche tu fossi gay, saremmo una coppia perfetta. Chissà perché quando per la prima volta trovo il partner ideale, deve essere un ragazzo etero? Tu sei anche meglio del mio Marco...'

Giulio gli chiese: "A che stai pensando?"

Osvaldo pensò che quella era la domanda classica fra due amanti quando stanno vivendo i loro primi giorni d'amore. Ognuno vuole conoscere tutto dell'altro, specialmente i pensieri...

Ma rispose: "Al mio amico Marco."

"Gli sei molto affezionato? Lo nomini spesso."

"Sì, certo."

"Mi piacerebbe conoscerlo."

"Forse un giorno..."

"Se gli vuoi bene, deve essere un ragazzo in gamba."

"Sì, lo è. Anche la moglie di Marco è in gamba."

"Buon per lui."

"Già."

"Peccato che tu stai a Milano ed io a Firenze."

"È vero."

"Ma resteremo in contatto, no?"

"Certo. Questi giorni insieme cui stanno legando molto."

"Sì, è vero. Questa ricerca comune... questo condividere timori, speranze... Più ti conosco e più mi pare di conoscerti da sempre."

"È così anche per me, Giulio."

"Tu sei un po' il fratello che non ho mai avuto."

"Anche tu..."

"Hai due anni meno di me, eppure ti sento quasi come un fratello maggiore." disse Giulio.

"Secondo la mia carta d'identità ho cinque anni meno di te, ricordatelo." disse Osvaldo sorridendogli.

"Ben sviluppato, per essere un ventiduenne, Leo!" disse Giulio sorridendo a sua volta.

"Sono un ragazzo precoce, io." ribatté l'altro ridendo.

Si misero a dormire.

In piena notte Osvaldo si svegliò. Era eccitato. Guardò verso Giulio. Ne intravedeva appena la sagoma. Provò la tentazione di accendere la luce, di togliergli le lenzuola di sopra per ammirarlo, ma non lo fece per timore di svegliarlo. Aveva voglia anche di toccarlo... era un supplizio desiderarlo tanto, amarlo tanto e non poterlo manifestare. Un dolce supplizio averlo così vicino eppure così irraggiungibile.

E lui che dormiva tranquillo, senza lontanamente sospettare la tempesta che gli suscitava dentro. Amare senza essere riamati... Essere considerato un fratello era carino, certo, ma era altro quel che lui voleva, desiderava... e sapeva di non poter neppure sperare. Si alzò pian piano dal letto ed andò in bagno. Si masturbò per la prima volta pensando a Giulio... Tornò a letto e s'infilò sotto le lenzuola.

"Non riesci a dormire?" chiese Giulio con voce impastata dal sonno.

"Mi dispiace di averti svegliato. Dovevo andare al gabinetto e ho cercato di far piano..." si scusò Osvaldo.

"No, non importa. Anch'io sto dormendo male. Ho fatto strani sogni..."

"Cosa?"

"Ero legato e c'era Letizia su un letto e una fila di uomini nudi che la volevano scopare e io non potevo fermarli... Lei non era legata ma stava lì, a gambe larghe, che li spettava... Non era contenta ma neppure contrariata. Sembrava indifferente..."

"È solo un sogno, Giulio..."

"Sì... però mi faceva male. Mi sentivo impotente. Non riuscivo neanche a parlare. Volevo gridare NO! ma la voce non usciva..."

"Meno male che ti ho svegliato, allora."

"Sì. Tu ci credi ai sogni?"

"No, per nulla. È solo la nostra psiche che si scarica. Non credo che abbiano nessun significato... Cerchiamo di dormire, ora."

"Sì, è meglio. Sai che ora è?"

"Le... tre e mezza."

"Buona notte, amico mio."

"Notte, Giulio. E cerca di fare sogni più belli."

"Speriamo. A domani."

Osvaldo scivolò lentamente nel sonno e sentì appena l'amico girarsi e rigirarsi nel letto, irrequieto.


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