Osvaldo e Giulio s'erano dati appuntamento per la sera. Avrebbero cenato assieme poi sarebbero andati al cinema, tanto per passare il tempo e distendersi un po'. Appena solo Osvaldo telefonò a Leo. Il ragazzo fu contento di sentirlo.
"Posso venire da te, Leo?"
"Certo. Vieni subito?"
"Sì."
"Ti fermi a cena da me?"
"No, non posso. Ho un appuntamento, più tardi..."
"Peccato. Quanto tempo puoi fermarti da me?"
"Tre ore, tre ore e mezzo."
"Allora non tardare."
La fretta di vederlo di Leo, il suo piacere, il suo desiderio davano una sensazione gradevole ad Osvaldo. Decise di prendere un taxi per fare prima. Leo lo accolse come un vecchio amico, anche se si conoscevano da poco più di quarantotto ore.
Leo indossava la sua solita tuta da ginnastica.
"T'ho disturbato? Stavi studiando?"
"Sì, ma sono felice di smettere per stare un po' con te." gli disse il ragazzo sfilandogli il giaccone di dosso e carezzandolo attraverso la camicia. Osvaldo lo tirò a sé e lo baciò. Infilò le mani sotto l'elastico dei calzoni della tuta e carezzò le natiche piccole e sode del ragazzo.
"Non hai le mutande, Leo..." notò con piacere.
"Un capo in meno da togliermi, no? T'avrei aspettato nudo."
"Perché non l'hai fatto?"
"E se passava qualcuno per le scale mentre t'aprivo?"
"Sarebbe svenuto per la tua bellezza."
"Mmhh, come sei galante! Vuoi a tutti i costi farmi innamorare di te?"
"Non ne avremmo il tempo, credo."
"Peccato. Sto molto bene con te."
"Sei il secondo a dirmelo, oggi."
"Un altro ragazzo?"
"Sì, ma è il fidanzato di mia sorella. Niente da fare, con lui."
"Buon per me. È bello?"
"Sì, molto."
"Ed io?"
"Non lo so. Aspetta che controllo..." disse scherzoso Osvaldo iniziando a spogliare Leo.
Quando fu nudo il ragazzo, mettendosi in posa, gli chiese: "Allora? Che ne dici?"
"Che se non mi spogli subito, mi si stracciano gli abiti indosso come a Hulk... cominciando dai pantaloni, però."
Risero e Leo lo liberò svelto degli abiti: "Vieni qui, terribile Hulk. Fammi sentire quanto sei forte."
"Leo, mi piaci!"
"Lo vedo..." rispose il ragazzo premendoglisi contro con libidine. "Sai che cosa significa Osvaldo?"
"È un nome... il mio nome."
"Significa potere dato da dio!"
"E che potere m'ha dato, iddio?"
"Quello di affascinare gli uomini."
"Dici? Non mi sono mai accorto di avere un fascino particolare."
"Forse per questo sei ancor più affascinante."
"E che vuol dire Leopoldo?"
"Audace fra la gente."
"Sì, sei stato audace, con me."
"Abbiamo tutti e due il nome giusto."
"Perciò stiamo bene assieme. Mi spiace di avere così poco tempo da passare con te."
"Non sprechiamolo, allora."
Si unirono con trasporto fino a raggiungere l'acme del piacere. Poi Leo si rilassò in grembo ad Osvaldo mentre questi lo carezzava teneramente.
"Odio quelli che dopo scappano via..." mormorò il ragazzo, "Sto bene, così."
Osvaldo lo baciò lieve: "Ma fra poco dovrò scappare anche io..."
"Sì, peccato. Io sarei quasi pronto a ricominciare."
"Devi studiare, no?" gli disse con dolcezza Osvaldo.
"Sì, linguistica. Ma preferirei farla su di te."
"Sei esperto."
"Mai abbastanza. E tu sei il libro di testo più piacevole che io abbia mai avuto. E sei un esperto anche tu."
"Se posso torno domani. Ma non so ancora... Sto vivendo alla giornata, in questo periodo."
"Non sparire così, però."
"No, te lo prometto."
Si rivestirono. Osvaldo si fermò a chiacchierare per un po' con quel piacevole ragazzo, ma poi dovette andare.
Trovò Giulio che lo aspettava sotto casa di Letizia. Osvaldo si scusò per il ritardo.
Giulio gli propose di andare a cena a casa sua: "Mi piacerebbe fartela vedere. E ho pensato di preparare io la cena, se ti va."
"Molto volentieri. Andiamo?"
"Hai qualche problema, con il cibo?"
"No, mangio di tutto. Sei un bravo cuoco?"
"Mi piace molto cucinare. E tu?"
"Me la cavo benino. Sai com'è, quando si vive da soli bisogna sapersi arrangiare un po' in tutto, dal rammendare un buco ai calzini a stirarsi le camicie..."
"Sì, ma in fondo è divertente." rispose Giulio mentre salivano in auto.
Giulio abitava in una vecchia casa in Oltrarno, poco oltre Palazzo Pitti. Era una vasta ed alta stanza col soffitto a cassettoni in cui Giulio aveva ricavato, utilizzando dei separé modulari da ufficio alti due metri e quaranta, vari ambienti. Era un misto di antico e moderno molto gradevole. Osvaldo si guardò intorno compiaciuto.
"È davvero molto bello, qui... L'hai arredata tu così?"
"Sì. Sono contento che ti piaccia."
"Un alloggio è un po' come il biglietto da visita di chi lo abita. Mi pare quasi di conoscerti meglio, ora."
"Bella immagine, questa del biglietto da visita. Vieni in cucina mentre preparo o stai di là ad ascoltare un po' di musica? O magari, se vuoi, ti accendo la TV..."
"No, sto con te. E se vuoi, ti aiuto a preparare..."
"No, grazie. Ecco, siedi qui."
"È il posto di Letizia, questo?"
"No, lei preferiva stare di là."
"Ah! No, io preferisco qui, invece. Per me, accogliere un amico in cucina è... accoglierlo veramente."
"È vero. Ci conosciamo da poco ma ti sento già amico. Vero amico."
"Anche io. Mi chiedo ancora perché Letizia non m'abbia mai parlato di te."
"A me parlava di te, Osvaldo, qualche volta. Più che altro quando mi raccontava della sua infanzia. Ti immaginavo diverso, però."
"Ah sì? E come?"
"Non so... più... comune, forse."
"Non sono comune, io?" chiese Osvaldo incuriosito.
"Volevo dire banale, forse. E no, tu non sei affatto banale."
"Ma che ti diceva di me, mia sorella? Sono curioso."
"Che eri sempre in giro con i tuoi amici. Che ti piaceva giocare a calcio. Che avevi poca voglia di studiare ma che non sei mai stato rimandato... Ah, e poi che una volta ti sei ubriacato col gin e che poi ti vergognavi a tornare a casa..."
Osvaldo rise: "Sì, è vero. Avevo paura di papà. E Letizia che mi faceva bere un caffè dopo l'altro, al bar, dicendomi che così mi sarebbe passata la sbornia. Dio quanto mi girava la testa! E che mal di stomaco, poi."
"E tuo padre se n'è accorto?"
"Credo di no. O almeno ha fatto finta di no, non so. Letizia ha fatto di tutto per... coprirmi."
"C'era buona intesa, fra voi due?"
"Sì, mi ha sempre... capito, Letizia. Ero suo fratello, prima di tutto. Non m'ha mai giudicato, condannato..."
"Beh, un fratello, come un amico, dovrebbe sempre cercare di capire più che di giudicare, no?"
"Sì, è vero, dovrebbe. Tu hai fratelli o sorelle?"
"No, sono figlio unico."
"E i tuoi?"
"Vivono a Prato."
"Hai un buon rapporto con loro?"
"Sì... medio. Ci si vede tre o quattro volte l'anno e ci si telefona ogni tanto. Quando ho deciso di andarmene da casa avevo ventiquattro anni... Se la sono presa a male ma non han fatto troppe storie. Ma io avevo il mio lavoro qui e volevo stare qui, per conto mio."
"Hai avuto altre ragazze, prima di Letizia?"
"Sì, tre. Ma nessuna come Letizia. E non dico questo solo perché è la mia ragazza attuale... o perché è tua sorella."
"Come vi siete conosciuti?"
"In discoteca. Lei era sola. Mi piaceva. Le ho chiesto se voleva ballare. Abbiamo ballato tutta la sera. Ci siamo divertiti. L'ho accompagnata fin sotto casa sua e le ho chiesto se potevo rivederla. Ha detto di sì. Ci si è rivisti tre o quattro volte e io ho cominciato a farle il filo: me ne ero innamorato. Poi lei una volta mi ha chiesto di vedere dove abitavo. L'ho portata qui e... lei m'ha detto che voleva fermarsi a dormire qui con me."
"Non te l'aspettavi?"
"No. Ma ho accettato più che volentieri. Anche se quando è stata ora di andare a letto io ero imbarazzato. Perché la desideravo molto... e mi vergognavo che vedesse che ero eccitato."
"Avrebbe dovuto esserne compiaciuta, no?" obiettò Osvaldo, pensando che a lui, per lo meno, avrebbe certamente fatto quell'effetto.
"Non so. Con le donne non sai mai come regolarti. Se vedono che sei eccitato, ti accusano di pensare solo a quello ma se non lo sei ti dicono che non sei normale. Beh, no, a Letizia faceva piacere vedere che ero eccitato. Ma quella prima volta non potevo saperlo."
"L'amore, quello vero, non è solo trasporto spirituale. È anche desiderio fisico e perciò... per noi maschi, un'erezione." osservò Osvaldo, poi continuò: "La bellezza dell'amore è proprio il completo coinvolgimento di anima e corpo. È qualcosa di... totale. Ci sei dentro tu, tutto intero."
"Sì, è vero, è proprio così. Ma le donne sembrano sempre fare una distinzione fra anima e corpo. O si ama, o si scopa, per loro... Beh, forse sto generalizzando, ma la mia impressione, la mia esperienza è questa. O si dicono paroline dolci e ci si carezza teneramente, o si fotte come conigli! Invece per me le due cose coincidono."
"Certo, è così!" disse deciso Osvaldo.
"L'uomo non è fatto a cassetti, a compartimenti stagni. O per lo meno non lo è l'uomo equilibrato, completo... Sì, certo, ci può essere il momento in cui interessa solo scopare, ma quando non c'è amore. Se c'è amore il sesso è il modo più giusto e naturale di esprimerlo."
"E il più completo." aggiunse Osvaldo.
"Sì, ecco, il più completo."
Mangiarono. Osvaldo lodò Giulio per la sua cucina.
Questi si schermì: "Oh, cose da nulla, fatte alla veloce. Una volta mi piacerebbe prepararti qualcosa di veramente speciale, come il timballo Orloff, per esempio."
"Mai mangiato. Dal nome pare appetitoso..."
"Sì, te lo preparerò, un giorno. Ora che ci si è conosciuti ci vedremo ancora, no?"
"Sicuro. Speriamo solo di trovare Letizia."
"Sì, è naturale. Ma vedrai che la troveremo."
"Non abbiamo molti elementi..."
"Aspettiamo la copia di quel fumetto... chissà..."
"Ci spero poco. Ma vedremo."
"Certo. Io ho fiducia."
Terminato di mangiare, Osvaldo avrebbe voluto rigovernare ma Giulio gli disse di lasciare tutto lì: "Allora, ti va di andare al cinema?"
"Hai in mente qualche film?"
"No. Guardiamo il giornale."
"Io, se non ti spiace, preferirei restare qui a parlare con te."
"Ottimo."
"Ma se tu vuoi andare al cinema..."
"No no. Mi piace l'idea di stare qui con te."
"Allora, laviamo i piatti."
"No, dopo, se mai. Vieni di là. Ti voglio mostrare alcune delle mie animazioni al computer, se ti va."
"Altroché!"
Giulio accese il computer, vi inserì un dischetto, aprì il programma di animazione ed un file sul dischetto. Lo schermo si annerì. Poi cominciò a colorarsi ed emersero figure in movimento. All'inizio sembravano solo forme colorate ma a poco a poco presero forma, cambiarono i colori ed apparve un omino che danzava e, spostandosi, lasciava al proprio posto alcune lettere dell'alfabeto, finché si formò il testo di un messaggio pubblicitario. Il tutto aveva come sottofondo un'allegra musichetta. Osvaldo guardava affascinato.
"Hai fatto tutto tu?" chiese stupito.
"Beh, io ho solo messo assieme forme, colori e musica. Poi ho un programma che anima il tutto secondo uno script che creo appositamente. Se tu crei un personaggio secondo certi parametri, il programma lo fa poi muovere secondo la sequenza che tu vuoi, sia nelle singole parti del corpo, sia in uno spazio tridimensionale virtuale..."
"È bellissimo! Con questo si possono fare veri e propri cartoni animati."
"Sì, infatti."
"Potresti dare vita ai personaggi dei miei fumetti?"
"Sì, certo. Basterebbe che tu me li disegnassi di fronte e di profilo. Il resto lo farebbe il processore del programma."
"E per esempio, per fare questa sequenza che m'hai fatto vedere, quanto tempo ci vuole?"
"Dipende dalla bravura del programmatore e dalla complessità dei movimenti. Quando l'ho fatto, io ci ho messo poco più di due settimane. Ma se lo dovessi fare ora credo che potrei farlo in cinque giorni."
"È fantastico! È davvero fantastico!"
"Sono contento che ti piaccia."
"Ne hai altri da farmi vedere?"
"Sì, alcuni. Ma il meglio ce l'ho al lavoro. Qui ho solo le mie prime prove, qualche esperimento..."
"Quanto costa un computer così, con questo programma?"
"Sugli otto milioni."
"Cavolo! Ma, almeno, ci guadagni bene?"
"Sì. Anche se quello che guadagno lo reinvesto in gran parte in queste attrezzature. Il mio sogno è di potermi un giorno mettere in proprio. Ma per farlo dovrei spendere ancora non pochi milioni."
Giulio prese altri dischetti e fece vedere ad Osvaldo altre sue creazioni. Guardava compiaciuto l'espressione entusiastica dell'altro.
"Dio mio, mi pare di esser tornato bambino, mi sento pieno di meraviglia. Il mondo delle fiabe diventato realtà!" esclamò Osvaldo.
"È bello esser capaci di conservare lo stupore di un bimbo. Vuol dire che hai ancora un cuore puro." disse Giulio, quasi sottovoce.
"Forse i disegnatori di fumetti restano per sempre bambini, in fondo al loro cuore." rispose Osvaldo, "Ma anche tu, per fare cose così belle!"
"Sì, hai ragione. Ti piace, allora, il mio giocattolo?"
"Da matti! Altro che andare al cinema, Giulio! Questo sì che è bello."
"A Letizia non interessa. Li chiama i miei videogiochi..."
"Non capisce niente! Tu li crei, mica li usi. Questa è arte, altro che videogiochi. No, decisamente non capisce niente, se dice così."
"Beh, tu, amando il disegno, sei forse portato a capire queste cose, no?"
"Macché! Sì, forse un po' è vero, però è solo questione di... di..."
"Di non aver ucciso il bimbo che c'è in noi, no?"
"Appunto."
"A volte Letizia mi rimprovera di essere troppo ingenuo."
"Beh, io preferisco mille volte essere ingenuo che malizioso."
"Sì, è così. Ma lei sembra non capirlo. Dice che il mondo appartiene ai furbi, non agli ingenui."
"E se lo tengano, il mondo! Il fatto è che i furbi, in realtà, si illudono di possedere il mondo. Ma cosa possiedono, in realtà? I soldi, forse. Il potere, forse. Ma il mondo... I furbi mica possono possedere i tramonti o le stelle, o il volo di una farfalla... non se ne accorgono neppure!" esclamò Osvaldo, "e non si accorgono neppure della bellezza del tuo lavoro, né della poesia dei miei disegni. S'illudano pure di possedere il mondo. Ma il mondo, in realtà, è nostro, Giulio, tuo e mio. Proprio perché non ci illudiamo di possederlo ma sappiamo vederlo. Sappiamo goderlo, noi e quelli come noi."
Giulio gli sorrise con occhi luminosi: "Sai dire cose bellissime, che credevo ormai sepolte in me, negli altri. Nascoste. Forse per timore che l'incomprensione degli altri le... sgualcisca."
"L'incomprensione, Giulio, è una gran brutta bestia. Anch'io devo spesso nascondere... nascondere parte di me per timore che gli altri infanghino cose per me belle ma che non capirebbero."
"E non è triste, questo, Osvaldo?"
"Sì, a volte ne sento tutta la tristezza, è vero."
Si accorsero, dopo un po', di quanto avessero fatto tardi. Giulio volle riaccompagnare a casa Osvaldo con l'auto. Parlarono ancora un po', fermi sotto casa di Letizia, in auto, quasi fossero entrambi inconsciamente restii a separarsi. Infine si dettero la buona notte ed Osvaldo salì in casa e si mise a letto.
Allora aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori le due fotografie di Giulio. Le guardò a lungo e le baciò.
"Possibile che io mi stia innamorando di te, Giulio? Tu sei la perla più rara che io abbia mai incontrato... e mi sei precluso. Sì, sono innamorato di te... anche se so che è un amore senza speranza. Forse, se mai avessi il coraggio di confessartelo, potresti anche capirlo... ma mai ricambiarlo. Tu ami mia sorella. Ma, mi chiedo, che ci trovi in lei? Lei che non ti capisce, che non ti sa apprezzare... Io sì... ma lei è donna, e tu ami le donne. Quando ho visto questa foto, ho pensato che sei bellissimo. Ma hai una bellezza molto più preziosa di quella fisica, tu... dovrò accontentarmi della tua amicizia... un po' come vedere, odorare un piatto prelibato e non poterne gustare. E tu neanche immagini quello che hai scatenato in me... Avrei voluto dirti, come mia sorella quella notte, voglio fermarmi a dormire con te... ma questa volta mi sarei vergognato io a farti vedere la mia erezione, per timore che tu scambiassi il mio amore per sola voglia di scopare... Lei voleva il tuo corpo... tu solo la mia amicizia. Com'è buffa la vita."
Appoggiò la foto sul comodino, spense la luce ed attese il sonno, che però tardava a venire. La sua mente continuava ad essere piena di Giulio.
Il giorno seguente, quando i due si incontrarono di nuovo, questa volta nell'alloggio di Letizia perché aspettavano da un momento all'altro l'arrivo del corriere, fecero il punto sulla situazione: da quello che avevano saputo dalle colleghe, pareva che la ragazza non avesse amici lì a Firenze oltre a Giulio, che avesse fatto quei cinque brevi e misteriosi viaggi a Roma per fare visite mediche o per fare shopping o forse tutti e due, che fosse tutto sommato contenta del proprio lavoro anche se forse avrebbe voluto guadagnare di più... e che per un qualche motivo, andando via, aveva stracciato la foto di Giulio...
Avevano provato anche a parlare con la vicina del piano di sopra, quella che aveva le chiavi, ma anche questa non aveva saputo dare nessun elemento in più, a parte che quando l'aveva vista partire era salita da sola su un taxi con due valigie ed un beauty case. Neanche a lei aveva detto nulla né su dove andasse, né per quanto tempo.
Quando Giulio aveva guardato nel guardaroba di Letizia, aveva detto con stupore: "Sembra che non manchi niente, o quasi... Che cosa aveva nelle due valigie, allora? Gli abiti che le vedevo indosso di solito sono quasi tutti qui, ne mancano solo due o tre..."
"Venivi spesso qui?" gli chiese Osvaldo.
"No, poche volte. Di solito era lei che veniva da me."
"E scommetto che qui non avete mai fatto l'amore."
"No, mai qui da lei. E non solo perché da me c'è un letto più grande."
"Cioè?"
"Una volta che ci si stava abbracciando di là sul sofà e ci si stava spingendo un po' oltre, lei mi ha bloccato e mi ha detto: no, non mi va qui in casa da me..."
"Che stranezza. Chissà perché non qui da lei? Non ha molto senso..."
"Infatti. Ma non ha voluto spiegarmelo."
"Quando due hanno voglia, qualsiasi posto che non sia sotto gli occhi degli altri è perfetto. Ma, toglimi una curiosità, quando facevate l'amore, era sempre e solo a letto?"
"Sì..."
"Mai, che so io, nel bagno, sul tavolo, sul tappeto, sulla poltrona... in piedi..."
"No. Lei non voleva. Diceva che non era una porno diva..."
"Ma che cazzo c'entra la pornodiva! È così bello farlo dove capita... Almeno, quando capita. Mica dico di farlo apposta, tipo: dov'è che non l'abbiamo ancora fatto. Ma non vedo perché solo a letto. Dio che tradizionalista, mia sorella! Non la facevo di sicuro così. Letizia mi sembrava più ribelle, più piena di fantasia, più anticonformista... non credevo si fosse imborghesita fino a questo punto."
"A dire il vero, quando l'ho conosciuta era più... come dici tu. Direi che si è imborghesita in questo ultimo anno."
"Hai notato altri cambiamenti in lei, in quest'ultimo anno?"
"No... beh, in questi ultimi mesi... qualcosa di indefinibile, però... se non fossimo qui a discuterne forse non me ne sarei neppure reso conto."
"Di che si tratta?"
"Era un po' più... assente. Come se mi ascoltasse di meno, meno del solito. E anche più irrequieta, forse... Oh dio! magari sono solo mie paranoie di adesso, non so..."
"Era cambiata nei tuoi confronti, vuoi dire?"
"No, veramente cambiata no. O molto poco. Un po' più distaccata forse quando si parlava e un po' più calda quando si faceva l'amore... Ma questo lo dico ora... In marzo non l'avrei detto, forse. Non me ne sono accorto, almeno non coscientemente."
"Ma evidentemente già ti nascondeva qualcosa."
"Già. Pare."
Ma cosa poteva nascondere, e perché?"
"Perché, soprattutto. Ho sempre creduto che in un rapporto ci deve essere la massima fiducia e la massima sincerità reciproca."
"Certo che deve essere così. Se non c'è fiducia e sincerità vuol dire che non c'è amore vero, che si sta usando l'altro, in qualche modo. Magari inconsciamente, ma lo si sta usando."
"Osvaldo, tu hai una visione dell'amore, del rapporto di coppia, della sessualità che è esattamente come la mia. Devi aver avuto delle belle esperienze d'amore, tu."
"Oh, una sola quand'ero adolescente. Ma era così, è vero."
"E com'è che è finita?"
"Oh... si è rimasti amici... Ha un figlio ed io ne sono il padrino. Ma non poteva continuare l'amore fra di noi. Una storia complicata..."
"Ne soffri ancora?"
"No, ora sono molto sereno. Siamo rimasti amici, te l'ho detto, amici veri. Lì per lì, certo, ci sono stato molto male. Ma quando ho capito che era per il suo bene, ho rinunciato..."
"Questo sì che è amore! Credo che sia il massimo dell'amore rinunciare alla persona che si ama per fare la sua felicità."
"Sì... magra consolazione, però. Ma la vita aggiusta tutto. L'uomo è un animale molto adattabile."
"Io credo che per amore... saprei accettare qualsiasi cosa." disse Giulio con tono sognante.
"Bisogna essere molto forti, però, per accettare... e per passare per deboli agli occhi degli altri."
"Non credi che sia proprio l'amore a rendere forti? Talmente forti da riuscire ad essere liberi persino da se stessi? Tanto forti da riuscire a vincere i propri limiti, le proprie debolezze, il proprio egoismo, i propri preconcetti? L'amore è l'unica vera forza rivoluzionaria che io conosca..."
"Rivoluzionaria?" chiese Osvaldo.
"Sì, perché quando ci si innamora tutto il nostro mondo interiore viene rivoluzionato e tutta la nostra scala di valori è riorganizzata in modo profondamente nuovo. Il mio lavoro, per esempio, era per me la cosa più importante. Ora che amo, è diventata la seconda, o la terza... Prima viene la persona che amo e la sua felicità, poi vengo io, in quanto amato da lei, poi il mio lavoro, poi..."
"Sì, è vero, capisco cosa vuoi dire. Ma quando un amore finisce... non crolla tutto?"
"Sì, certo. E allora bisogna prendere i pezzi e ricominciare a costruire in un ordine nuovo."
"Già, raccogliere i pezzi... So cosa vuol dire." commentò Osvaldo pensando a Marco ed alla fine del loro amore.