Cinque giorni dopo, di mattina, Jaume fu svegliato dal telefono. Ancora assonnato, sollevò la cornetta e riconobbe la voce di Miguel.
"Hai fatto centro! Ne ero sicuro. Abbiamo vinto due a zero!"
"Centro? Due a zero? Ma di che cavolo parli?"
"Di Juan. L'altro giorno, dopo che siete stati assieme, durante tutto il viaggio di ritorno non ha fatto che parlare di te..."
"Di me? Ti ha detto cosa abbiamo fatto a letto?"
"No, neanche un accenno. È un tipo riservato su queste cose. Ma mi parlava di te ed era entusiasta, anzi, direi affascinato da te. E quando gli ho detto che sei la migliore marchetta della piazza, ancora un po' mi picchiava. Non vuole che usi quel termine parlando di te. Dice che tu sei un ragazzo colto e simpatico e notevole... Comunque dice che gli è piaciuto, qualunque cosa abbiate fatto. Poi, secondo la promessa, mi ha portato da una puttana. Ci sono stato. Io gli ho detto che non m'era piaciuto granché: il culo, c'è poca differenza. Ma a far pompini è molto più bravo un maschio, gli ho detto, e riguardo alla passera, a infilarcelo pare di stare in un paio di scarpe troppo grandi e a leccarla ha un cattivo odore, preferisco l'odore e il sapore di un uccello. Lui mi ha quasi dato ragione, capisci?"
"Vuoi dire che è diventato gay?"
"No, quello no. Credo proprio di no. Gli piace sempre la donna. Ma mi ha detto che non esclude di riprovarci, specialmente con te. Anzi, poi mi ha detto che anche prima non ha mai avuto pregiudizi contro i gay, ma che in fondo disprezzava un po' le marchette e le puttane. Ora che ha conosciuto te dice che non disprezza più le marchette. Anche se lui non ha usato mai questo termine, ma diceva gigolo..."
"Anche a me è piaciuto Juan. È un ragazzo semplice, schietto, onesto. Non gli ho lasciato il mio biglietto da visita. Dagli tu il mio numero di telefono, eventualmente."
"Speri di rivederlo?"
"Non mi dispiacerebbe affatto. È un caro ragazzo, mi pare. E poi... sono stato il suo primo maschio, no?"
Finita la telefonata Jaume si alzò. Si stirò voluttuosamente, fece alcune flessioni, si guardò allo specchio. Il suo corpo era in perfetta forma: peso giusto, muscoli ben disegnati senza essere troppo accentuati, abbronzatura lieve e uniforme... Fece una rapida doccia, si rasò accuratamente, mise il leggerissimo profumo che usava, indossò l'uniforme del ristorante, si pettinò con cura in modo di avere i capelli né ordinati né ribelli. Si sorrise allo specchio, soddisfatto per l'immagine che vi vedeva riflessa e andò a lavorare.
Era un po' pesante fare quel doppio lavoro, ma aveva ancora parecchie rate da pagare. Nel pomeriggio andò in piscina, poi a lezione di lingue. La sera, dopo il secondo turno, uscì, tornò a casa, si cambiò rapidamente e andò al Reflejos. Salutò il proprietario e sedette al bancone a scambiare due chiacchiere con le due o tre marchette che frequentavano quel locale. Quindi si separarono, sedendo ciascuno ad un tavolo, in modo di poter essere agganciati da eventuali clienti. Verso mezzanotte sedette al suo tavolo un francese. Non gli piaceva, così con una scusa, gentilmente ma fermamente, gli fece capire di desistere e di lasciarlo solo. A mezzanotte e un quarto entrò un uomo sulla quarantina, piuttosto elegante e niente male.
Jaume lo guardò, sperando che andasse al suo tavolo.
Infatti, dopo aver scambiato due parole col barista, l'uomo si diresse verso di lui: "Posso sedere al tuo tavolo?"
"Certo, prego."
Dall'accento, nonostante parlasse spagnolo, si sarebbe detto un inglese. Attaccarono bottone. Era australiano.
Dopo poco l'uomo gli chiese: "Dice il barista che sei il più caro ma il migliore qui di Sitges. Oggi pomeriggio m'ha detto che stasera t'avrei trovato. Ti andrebbe di dedicare a me questa notte?"
"Certo, volentieri. Vieni da me?"
Salirono a casa di Jaume. Quando si spogliarono, visto quanto l'uomo fosse ben dotato, il ragazzo s'aspettava tutt'altro da quel che accadde. L'australiano si divertì un mondo a leccargli tutto il corpo, a fargli lunghi e sapienti pompini portandolo a un passo dall'orgasmo e rallentando per fargli diminuire l'eccitazione in un piacevolissima tortura. Non lo carezzò, non si fece carezzare, nulla. Anzi voleva che Jaume restasse fermo sul letto, le gambe larghe, e lo lasciasse fare. Mentre l'australiano si dava da fare con lui, instancabile, Jaume pensava.
Pensava a tutti quelli con cui aveva avuto rapporti sessuali, specialmente ai clienti. Ce n'erano davvero di tutti i tipi e per tutti i gusti. La maggioranza, raggiunto l'orgasmo, si rivestiva in fretta e se ne andava. E questo anche fra i clienti che poi tornavano. A volte, incontrandoli per via, non lo salutavano neppure: forse neanche lo riconoscevano, forse si vergognavano di lui, forse lo disprezzavano... chissà. Eppure quanti di loro, durante l'atto e specialmente quando erano vicini all'orgasmo, lo chiamavano "amore". Che parola vuota, pensò. Che parola sprecata. Chi lo chiamava "maiale", in fondo, era più onesto e coerente. E poi, quasi nessuno dei clienti sapeva che cosa fosse la tenerezza. Scopavano, o si facevano scopare, e basta. Quasi meccanicamente. Per fortuna qualche rara eccezione c'era e allora Jaume se la godeva, la assaporava.
Qualcuno parlava con lui quasi come a un confessore. Qualcuno scambiava sì e no due parole. Qualcuno a letto era completamente passivo: doveva fare tutto lui, era pagato per questo. Qualcuno invece, come il cliente di quella sera, voleva fare tutto lui e lui doveva restare passivo, come un oggetto... Jaume doveva lasciarsi manipolare docilmente come una bambola erotica di plastica, quelle orribili bambole gonfiabili... Almeno lui era bello... Qualche rara volta c'era equilibrio, qualche rara volta il cliente, oltre a cercare logicamente il proprio piacere, mostrava di essere interessato anche al piacere di Jaume. Anche questo, che in fondo gli stava dando piacere, non lo faceva per il ragazzo ma solo per se stesso.
Per fortuna aveva anche gli amici, come Miguel o Alvino. Anche Jorge e Carlos, due altre marchette.
Sentì che stava per raggiungere di nuovo l'orgasmo e questa volta l'altro pareva non avesse intenzione di smettere. Chiuse gli occhi: gli dava fastidio vedere la testa dell'australiano che si affannava sul suo membro, ma che era così indifferente a lui. Quello che interessava a quell'uomo era solo quel pezzo del suo corpo, e gli interessava solo perché gli piaceva sentirselo duro in bocca, farlo fremere, provocarne l'orgasmo. Se avesse potuto avere solo un membro senza corpo, un dildo ma che rispondesse ugualmente alle sue sollecitazioni orali, gli sarebbe andato bene lo stesso. A quello non interessava Jaume, ma solo il suo organo sessuale. Anche le leccate iniziali sul resto del suo corpo, rifletté il ragazzo, erano solo finalizzate a provocargli un'erezione.
Mentre finalmente eiaculava nell'avida bocca del cliente, Jaume provò come un senso di strana dissociazione: chi godeva era il suo membro, non lui. Il tizio, bevuta l'ultima stilla del tiepido seme del ragazzo e concluso così l'atto, si rivestì, scambiò con Jaume due parole per pura formalità, lo pagò e se ne andò.
Il ragazzo andò a farsi una doccia, si rivestì e uscì di nuovo. Ma non per andare a battere, non ne aveva assolutamente voglia. Era l'una: avrebbe fatto due passi fino alla spiaggia de la Bassa Rodona, poi sarebbe tornato a casa a dormire. Ma aveva davvero bisogno di un po' d'aria fresca. Uscito di casa girò in Avinguda de Sofia, traversò il Passeig Marítim, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia fino al bagnasciuga.
Guardava verso il mare aperto, plumbeo nella notte, trapunto dagli argentei riflessi della luna alta. Respirava a pieni polmoni l'aria salmastra che, a lievi folate, veniva dal mare. Qualche luce di lontane imbarcazioni, navi o yacht o forse il traghetto per Palma, ondeggiava poco sotto l'orizzonte. I suoi pensieri naufragarono in quell'oscuro mare e si sentì la mente finalmente libera, mentre una calma serenità gli scendeva nel cuore. Odori, rumori, poche luci e colori ovattati lo avvolgevano. Solo i piedi nudi, lambiti dolcemente dall'incessante va e vieni delle piccole onde, avevano sensazioni nette, precise.
Stava così, immerso in quella specie di stato semi-onirico, quando sentì qualcuno fermarglisi accanto. Guardò: era un uomo sui trentacinque-quaranta anni.
Lo sconosciuto gli sorrise e, in inglese, gli disse: "Bella notte, vero?"
Jaume rispose al sorriso e rispose, in inglese: "Sì, ripulisce l'anima."
"Ah, per fortuna parli la mia lingua. Quanti anni hai?"
"Venti. Perché?"
"A vent'anni l'anima è ancora pulita. Non ha bisogno di essere purificata."
Jaume sorrise mestamente e scosse la testa: "A vent'anni l'anima può averne cento."
"Sei triste, forse?"
"Sì e no. Non sono triste. Non sono allegro."
"Vuoi restare solo?"
"Non importa. Lei non mi sta dando alcun fastidio."
"Sei di qui?"
"Sì."
"Lavori?"
"Faccio il cameriere al ristorante La Brasa."
"È un buon ristorante?"
"È il migliore,"
"Allora devo venirci. E non solo per il cibo..."
Jaume lo guardò e l'altro gli fece un sorriso schivo, caldo.
"Lei è un turista?"
"No. Sono a Barcellona per lavoro."
"Si fermerà a lungo?"
"Alcuni mesi. Mi piace Sitges: me ne avevano parlato molto gli amici. Così oggi mi sono deciso a venire... e ho fatto bene. Abiti lontano da qui?"
"No, a due passi, proprio qui dietro. Ma da casa mia si vede la montagna..."
"Abiti da solo?"
"Sì, solo."
Jaume aveva la chiara percezione che l'altro fosse interessato a lui, ma nulla sembrava accadere. Il tizio gli piaceva, lo attraeva.
"Hai molti amici qui a Sitges?"
"No, quasi nessuno. Conoscenti molti, ma veri amici, uno, due..."
"Anch'io non ho veri amici, a Barcellona. Conoscenti, che per... pigrizia si chiamano amici. Così a volte mi sento solo."
"Le manca il suo paese?"
"L'America? No, non ancora per lo meno. Mi trovo bene qui, voi siete gente affabile, calorosa. Con voi è facile comunicare, gradevole conversare. Come ora con te. Parli bene l'inglese. Sei già stato nel Regno Unito o negli States?"
"Mai uscito dalla Catalogna. L'ho studiato a scuola ed ora vado a lezione privata. Per il lavoro che faccio è utile conoscere bene le lingue."
"Ti piace il tuo lavoro?"
"Sì. Si incontra gente di tutti i tipi, da tutto il mondo. Si guadagna discretamente, specialmente grazie alle mance."
"Sì, credo che ne prenderai molte di mance, hai un sorriso accattivante, susciti simpatia. Hai anche una bella voce, una bella presenza, un portamento elegante... È un piacere guardarti, starti vicino..."
Jaume si sentì arrossire e ne fu meravigliato lui stesso: non era mai stato un timido e non era la prima volta che qualcuno esprimeva apprezzamento per il suo corpo.
L'altro, dopo un breve silenzio, disse: "È già un po' che parliamo assieme e non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Kevin Bowens."
"E io Jaume Peral Ferret. Piacere."
"Il piacere è mio. E non è una pura e semplice formula di cortesia, ma penso quel che dico."
"Lei è molto gentile, signore."
"Non potresti darmi del tu? chiamarmi Kevin?"
"Con piacere, Kevin."
"È molto tardi, devo rientrare."
"Non puoi restare ancora qualche minuto? Hai il treno?"
"No, sono in auto. Ma domattina devo alzarmi presto per lavoro. Ti va di accompagnarmi verso il parcheggio?"
"Sì, volentieri. Dove l'hai lasciata?"
"In Plaça d'Espanya."
"Allora passiamo davanti a casa mia, così vedi dove abito."
"Va bene."
Kevin non l'aveva invitato, non l'aveva toccato, non gli aveva detto nulla, a parte i complimenti. Eppure Jaume era certo che l'altro si sentisse attratto da lui, così come lui si sentiva attratto dall'altro. Camminarono, fecero una breve sosta davanti al portone di casa di Jaume.
Questi, sentendosi stranamente emozionato, gli disse: "Vuoi salire su da me un momento? Per il bicchiere della staffa?"
"No, grazie. È già tardi. Un'altra volta salirò volentieri. Ti va se ci vediamo ancora?"
"Certo, ci spero proprio."
Lo accompagnò fino all'auto. Qui si scambiarono i numeri di telefono.
Poi Kevin gli diede un rapido e lieve bacio sulle labbra, salì in auto, mise in moto e dal finestrino gli disse: "A presto, spero." e partì.
Jaume, guardando i fanalini di coda allontanarsi, si rese conto che il cuore gli stava battendo forte forte. Tornò verso casa, salì, entrò, si mise a letto con l'immagine di Kevin ancora negli occhi, la sua voce ancora nelle orecchie, il suo lieve bacio ancora sulle labbra.
Kevin lo chiamò già la mattina seguente: "Possiamo vederci, oggi?"
"Tra le 14 e le 19 sono libero. Tu puoi?"
"Sì. Ci vediamo davanti alla chiesa?"
"In Plaça del Baluard? Va bene. Ci sarò alle due e un quarto."
"Ti ho pensato tanto. Spero che diventeremo amici."
"Sì, anch'io. M'ha fatto piacere conoscerti, Kevin."
Si trovarono. Passeggiarono un po' poi si fermarono alla spiaggia d'Aiguadolç. Si misero a torso nudo a pendere un po' di sole. Jaume guardava il petto di Kevin... e gli piaceva. Provava il desiderio di posare le sue labbra sui piccolo capezzoli piatti e scuri.
Parlarono a lungo, di se stessi, delle proprie idee, dei propri gusti, quasi per far sì che l'altro conoscesse meglio con chi aveva a che fare. Jaume aveva provato più volte il desiderio di dirgli che lui era un escort, un marchettaro di lusso, ma non ne ebbe mai il coraggio. Non affrontarono neppure il discorso dei loro gusti sessuali, anche se era sempre più evidente che ognuno dei due era attratto dall'altro.
"Sto bene con te, Jaume. Il tempo sembra volare. Tra poco devi tornare al lavoro, vero?"
"Sì, ma abbiamo ancora qualche minuto. Ti va di andare a prendere qualcosa in un bar?"
"Va bene."
Si rimisero le camicie.
Kevin lo guardava: "Mi piaceva guardare il tuo petto. Fai ginnastica, tu?"
"Un po', tanto per tenermi in forma."
"Hai un bel corpo. Si davvero un bel ragazzo..."
"Tu non hai niente da invidiarmi. Sei ben fatto tu pure."
Dopo aver bevuto un tè freddo Kevin accompagnò il ragazzo fino al Passeig de la Ribeira, davanti al ristorante.
"Posso aspettarti all'uscita?"
"Certo. Ma che farai tutte queste ore?"
"Tornerò in spiaggia. Poi andrò a cena da qualche parte, forse al cinema."
"Perché non vieni a mangiare al Brasa? Ti faccio fare lo sconto..."
"Un'altra volta. Vorrei tanto darti un bacio, ma qui forse è meglio di no. Fai come se te l'avessi dato."
"Grazie, Kevin. Si molto dolce. Non vedo l'ora che siano le 11 di stasera."
Per tutte e quattro le ore del lavoro Jaume non fece che pensare a Kevin. Gli piaceva molto. Avrebbe voluto farci all'amore. Ma si sentiva curiosamente imbarazzato all'idea di chiederglielo. Poteva invitarlo a casa. Ma non l'avrebbe portato nell'alcova, non gliel'avrebbe neppure fatta vedere. Se ne vergognava un po'. E poi, se l'avesse vista, non avrebbe potuto non intuire il suo secondo lavoro...
Quando finalmente uscì, trovò Kevin appoggiato al monumento di El Greco. Agitò una mano in segno di saluto e, sorridendo felice, gli andò incontro.
"Salve Kevin. Dove vuoi che ti porti, stasera? Un bar, una discoteca, un night?"
"Ieri... m'avevi invitato a salire da te. Vale ancora l'invito?"
"Certo, certo, come no. Andiamo, allora."
Jaume era felice davvero mentre andavano verso casa sua a passo svelto. Salirono, introdusse Kevin nel salotto e lo fece accomodare.
"Metto un po' di musica. Vuoi qualcosa da bere?"
"Hai della birra?"
"Sì certo. Vado a prenderla in frigo e te la porto."
Quando tornò, Kevin s'era sfilato le scarpe e stava semisdraiato sul divano. Jaume gi porse il boccale e fece per sedersi sulla poltrona di fronte, ma Kevin batté una mano sul divano, di fianco a sé, in un muto gesto d'invito. Jaume allora gli sedette a fianco.
Kevin sorseggiò la birra, poi disse a mezza voce: "Sto molto bene con te, Jaume."
Si sollevò a sedere, posò il bicchiere e, girandosi, il suo volto si trovò a sfiorare quello del ragazzo. I loro sguardi si incontrarono, i loro volti si avvicinarono lentamente e si baciarono lievemente sulle labbra. Allora Kevin abbracciò Jaume e il loro bacio divenne più caldo, più forte, più intimo. Cominciarono a carezzarsi, poi Jaume sbottonò la camicia di Kevin. Sotto non aveva altro e gli carezzò il petto, i fianchi, la schiena infilando le mani sotto la stoffa leggera. Anche Kevin prese l'iniziativa e poco dopo le sue mani erano scese a slacciare i calzoni di Jaume quel tanto da poter infilare le mani dentro i boxer del ragazzo, fino a carezzarne lievemente la nascente erezione. Il ragazzo fremette da capo a piedi ed emise un lieve gemito di piacere.
"Che c'è, Jaume?" chiese l'altro sorridendogli con dolcezza.
"Mi piaci, Kevin, mi piaci tanto."
"Anche tu. Ti ho desiderato dal primo momento, là sulla spiaggia, ieri notte."
Continuarono a carezzarsi, a baciarsi e si liberarono a poco a poco di tutti gli abiti che, uno dopo l'altro, cadevano alla rinfusa sul tappeto accanto al divano. Man mano che i loro corpi si esponevano alla contemplazione dell'altro, alle carezze e ai baci dell'altro, si sentivano preda di un'eccitazione crescente ma dolcissima, come se stessero entrando in un sogno.
Quella prima volta fecero l'amore lì, sul divano e per tutti e due fu un'esperienza dolcissima nonostante la posizione scomoda. Verso le due di notte Kevin lasciò Jaume, promettendogli che sarebbe tornato il pomeriggio seguente. Si videro tutti i giorni, giorno dopo giorno, e ogni volta facevano l'amore con crescente piacere e trasporto. Spesso facevano assieme lunghe passeggiate, o andavano al cinema o a fare acquisti. A poco a poco entrambi si accorsero che si stavano innamorando.