Tornarono spesso in quella sauna, fermandocisi giusto il tempo per fare l'amore con calma, poi una doccia veloce prima di separarsi. Ma andavano anche spesso assieme al cinema, a passeggio, a vedere la partita, a volte con Rita, a volte da soli. Luigi era anche spesso invitato a cena dall'ignara Rita che anzi vedeva di buon occhio l'amicizia fra il cugino e il marito. I due giovani stavano molto bene assieme ed erano felici. Anche se Luigi avrebbe voluto avere più tempo da passare col suo Marco, che amava sempre più.
Rita rimase incinta. I due sposini erano molto lieti per questo fatto. Ma quando Rita fu all'ottavo mese, volle tornare a Torino dai suoi per partorire là. La madre infatti avrebbe potuto assisterla con continuità, meglio che non il marito che durante le ore di lavoro doveva lasciarla sola. Marco non era molto contento, Luigi invece lo era: infatti ora poteva fermarsi a fare l'amore con Marco a casa sua, nel grande letto matrimoniale; l'aveva tutto per sé, dal lunedì al venerdì. Marco gli aveva dato le chiavi di casa. Luigi così andava a preparargli la cena, lo aspettava, mangiavano assieme, poi andavano a fare l'amore. Purtroppo dopo Luigi doveva rientrare a casa: non avrebbe saputo come giustificare le notti passate fuori. Gli sarebbe piaciuto, però, potersi addormentare con l'uomo che amava, svegliarsi con lui, preparargli la colazione.
Marco, tornato a casa dal lavoro, salutò con uno squillante "Ciao!" al che Luigi gli andò incontro in corridoio. Allora Marco lo tirò a sé con un sorriso dolce, gli dette un bacio e gli chiese: "È pronto? Che m'hai preparato stasera?" Luigi gli disse il menù mentre aiutava Marco a spogliarsi e a infilarsi la vestaglia. Questi gli dette un altro bacio e andarono in cucina a mangiare.
"Se non ci fossi tu, Luigi, mangerei solo panini. È bello sapere che mi aspetti."
"Solo perché ti faccio trovare da mangiare?"
"Ma no, sciocco. Soprattutto per il dolce."
"Il dolce?" chiese Luigi fingendo di non capire.
"Sì, tu: riesci quasi a non farmi sentire la mancanza di Rita. Saresti una moglie perfetta, se solo non fossi un uomo. Ma se non fossi un uomo, non saresti qui con me ora, perciò... Mi piaci proprio tanto, lo sai?"
Luigi era contento. Solo quel "quasi" lo disturbava un po'. Era geloso del potere che la cugina aveva su Marco: anche se sapeva, perché glielo aveva detto lo stesso Marco, che lei sul piano sessuale lo accontentava molto meno di lui, Marco si sentiva legato a lei, e a Luigi il massimo che diceva era "mi piaci" ma mai "ti amo".
"A che stai pensando?" gli chiese Marco carezzandogli i capelli con un gesto affettuoso.
"Che sono felice di essere qui con te."
"Anche io sono contento. Andiamo di là?"
"Devo sparecchiare, lavare i piatti."
"No, stasera no. Lo faccio io dopo che sarai andato via. Vieni di là, ora: ho tanta voglia di te."
"Tanta, quanta?" chiese scherzoso Luigi.
"Tanta così. Guarda." disse Marco aprendosi la vestaglia e facendogli vedere gli slip tesi dal turgore che contenevano.
"Mmmh, un argomento convincente, sostanzioso." gli sorrise Luigi carezzandogli l'erezione attraverso la sottile stoffa degli slip. Si alzò e lo seguì in camera da letto.
Si spogliarono carezzandosi, lambendosi, baciandosi in un gioco sensuale, eccitandosi l'un l'altro.
"Dio, quanto sei bello, Marco!"
"Anche tu, Luigi, specialmente quando sei eccitato."
"Con te lo sono sempre."
"Appunto. Non ti stancherai mai di me?"
"Io no. E tu?"
"No. Come ai tempi della nave. Chissà perché poi ci si è persi di vista? Pensarti ed eccitarmi è un tutt'uno, Luigi. Solo tu mi hai sempre fatto questo effetto. Nessun altro maschio."
"E Rita?"
"Lei è mia moglie, è diverso. Le voglio bene, mi piace. Sta per darmi un figlio. Ma non sa farmi sentire neppure la metà di quello che sai farmi sentire tu. Questo tuo corpo mi fa impazzire, lo sai bene, no? Mi piaci da matti."
"Se io ti lasciassi? Se mi innamorassi?"
"Ci starei male. Vuoi dire... mi stai dicendo che sei innamorato di qualcuno?"
"No, ma potrebbe accadere. Io sento il bisogno di... di essere amato." disse Luigi carezzandolo pieno di desiderio e pensando dentro di sé: adesso capirai che ti amo?
"Certo, capisco; e te lo meriti. Se solo io fossi gay, se mi bastasse un uomo, saresti tu quell'uomo, Luigi, davvero."
Già, un modo elegante per dirgli: non farti illusioni, pensò Luigi con tristezza. Marco continuò: "Io... io ti voglio bene, ma se tu ti innamorassi di un altro, capirei."
"Ti cercheresti un altro amico?" chiese ancor più triste Luigi, continuando però a carezzarlo e stringerlo a sé.
"Forse, anche se so che non sarebbe facile trovare uno come te. E non parlo solo del lato fisico: fra te e me c'è molto più che un semplice rapporto fisico. Eppure non posso dirti che ti amo, Luigi. Non sarebbe onesto mentirti, solo per tenerti. Anche se forse, quello che provo per te è vicino a... Per me sei molto importante, ecco."
"Prendimi," implorò Luigi per interrompere quel dialogo che lo stava facendo soffrire, "prendimi, ti prego..."
Marco lo baciò e lo carezzò, preparandolo alla penetrazione, con più dolcezza del solito, quasi come se intuisse lo stato d'animo dell'amico, quindi lo prese a lungo, portandolo a poco a poco al massimo dell'eccitazione e tenendocelo finché entrambi non riuscirono più a controllarsi ed esplosero assieme in un forte e dolce orgasmo.
"Fermati a dormire qui, per questa notte, Luigi, ti prego. Mi piacerebbe tanto restare ancora con te."
"Non posso, lo sai. Piacerebbe tanto anche a me, ma come faccio con i miei? Che scusa posso inventare?"
"Telefono io dicendo che ho la febbre e che ti ho chiesto di restare, per questa notte. Vedrai che diranno di sì."
Luigi restò. Marco lo abbracciò stretto e lo baciò a lungo, poi gli chiese: "Sei triste, vero?"
"No..." rispose Luigi.
"Lo sento. È perché... perché ti ho detto che non posso amarti, no? Dimmi la verità." insisté dolcemente.
"No, lo so, l'ho sempre saputo."
"Io sto molto bene con te, comunque. E vorrei che anche tu stessi bene con me. Tu sei molto importante per me, davvero."
"Lo so. Anche tu lo sei per me..."
"Mi dispiace averti rattristato. Vorrei saperti felice, come meriti di essere."
"Sto bene, davvero, non preoccuparti." mentì il ragazzo sforzandosi di sorridere rassicurante.
"Mi prendi tu, ora? Ti voglio dentro di me."
"Sì, certo. Abbiamo tutta la notte, questa volta. È la prima volta che possiamo passare una notte intera assieme. Non credo che avremo tante altre occasioni, purtroppo."
"Dobbiamo godercela, quindi, no?" gli sussurrò dolce Marco carezzandolo in modo sempre più intimo e sensuale.
"Certo, dobbiamo godercela." rispose Luigi nuovamente eccitato.
Marco gli prese il membro fra le labbra umettandolo bene per farsi penetrare e succhiandolo finché lo sentì pronto, della massima durezza. Allora si stese e si offrì all'amico, che lo prese con dolce passione, godendoselo e facendolo godere a lungo.
Nacque il bimbo, una piccola a cui posero nome Giulia: come fece notare Marco, quel nome era l'anagramma di "a Luigi".
Mamma e piccola tornarono a Genova, così i due dovettero riprendere a vedersi di nascosto nella sauna e solo un paio di volte alla settimana. Per Luigi quel cambiamento fu pesante: nel mese abbondante in cui Rita era mancata, avevano infatti fatto l'amore tutti i giorni, con calma, a lungo, su un letto vero. Luigi era sempre più geloso della cugina. Se non ci fosse stata lei, infatti... Ma al tempo stesso, pensava che se Rita fosse stata davvero innamorata del marito, forse, pur di non perderlo, l'avrebbe anche diviso con lui. Lui certamente l'avrebbe diviso con lei, sapendo quanto per Marco fosse importante anche la sua donna.
Questi due pensieri si alternavano nella sua mente.
Alla fine, Luigi arrivò ad una risoluzione disperata. Ci pensò per alcuni giorni, ma più ci pensava più si diceva che quella poteva essere la soluzione di tutto: se Rita avesse saputo di Marco, o lo accettava e ci sarebbe stato più posto per lui, o lo rifiutava e si sarebbe tolta di mezzo da sola. Sì, la soluzione era proprio quella. Nel primo caso Marco avrebbe potuto vivere con tutti e due ed amare il suo uomo senza sotterfugi, nel secondo avrebbe avuto Marco tutto per sé.
Allora Luigi preparò la lettera anonima, come aveva pensato di fare, facendo un paziente collage di lettere ritagliate da un giornale. Comprò di nascosto di tutti diversi numeri dell'Unità, un giornale che non poteva certo essere messo in relazione con lui, e compose la missiva:
"Signora Rita, io lavoro davanti a una sauna che è una famigerata sauna di froci che ci vanno per scopare e devo avvertirla che suo marito Marco ci va da mesi, un paio di volte a settimana, sempre con lo stesso uomo. Mi sembra giusto che lei lo sappia, se già non lo sa. Non mi va che una donna giovane e carina come lei sia ingannata così. Certo, sono affari suoi e se a lei va bene così, nessuno può dire niente. Una amica."
Chiuse la lettera-collage in una busta marrone acquistata apposta, su cui da un amico fece scrivere il nome e l'indirizzo della cugina, quindi la imbucò alla stazione. E attese.
Pochi giorni.
Ricevette due telefonate a poca distanza l'una dall'altra. La prima da Marco: "Luigi, Rita ha scoperto di noi due: ha ricevuto una lettera anonima."
"Che dice di noi due? Come è possibile?"
"Non nomina te, parla che ho un uomo."
"Dove sei, ora?"
"Al lavoro. Rita m'ha telefonato e me l'ha letta. È sconvolta. Le ho detto che ne avremmo parlato al mio ritorno. Volevo prendere tempo."
"Che intendi fare? Negare?"
"No, non posso."
"Le dirai che... sono io l'uomo?"
"Non so, dipende da come la prende. Ma credo di no. Non voglio creare problemi anche a te. Volevo solo che tu lo sapessi."
"Per me, se lo credi opportuno, puoi anche dirle che sono io l'uomo con cui..."
"Non so, vedremo. Ti farò sapere."
La seconda telefonata arrivò circa mezz'ora dopo, da Rita: "Luigi, puoi venire subito da me?"
"Sì, certo. Che succede? Hai una voce!"
"Vieni, non mi va di parlarne per telefono."
"Sì, arrivo. Il tempo di prendere un taxi."
"Grazie."
Luigi telefonò a Marco e lo avvertì che Rita l'aveva chiamato e che stava andando da lei. "Che le dirai?"
"Non so ancora. Sono imbarazzato, ma non potevo dirle di no, non avrei saputo che scusa trovare."
"Se puoi, telefonami in ufficio, fammi sapere cosa ti ha detto, d'accordo?"
"Se posso..."
"Hai intenzione di dirle che sei tu l'uomo?"
"Non lo so, forse, ma non lo so."
"Specialmente se glielo dici, devo saperlo."
"Certo. Dio che casino!"
Luigi andò da Rita. Questa lo accolse tesa, nervosa.
"Grazie per essere venuto, Luigi. Non avrei saputo a chi rivolgermi, qui a Genova."
"Ma che è successo?" chiese Luigi.
"Ecco, guarda." rispose lei porgendogli la lettera.
Lui la lesse e si chiese come fare a non tradirsi. "Tu ci credi?" le chiese.
"Non lo so. Chi può avermela spedita? E perché, se non fosse vero? Temo che sia la verità."
"Devi aspettare di sentire lui, però."
"Certo. Infatti. Avrei voluto che mi dicesse qualcosa quando gli ho telefonato. Ma lui..."
"Per telefono certi discorsi non sono facili."
"Sì, però un no sarebbe stato facile da dire, penso. Se ha detto che ne parleremo quando tornerà temo che la risposta sia un sì."
"E... se fosse un sì?" chiese Luigi teso.
"Sarebbe orribile. Io mi fidavo di lui. Tradirmi, e con un uomo, poi, ti rendi conto?"
"Beh, non credo che faccia molta differenza."
"Ma ti rendi conto? L'idea di aver sposato un finocchio... Dio, mi fa schifo!"
"Non è stato un buon marito, fino a ora?"
"Oh, sì, mi illudevo di sì. Ma capisci? Faceva l'amore con me e pensava a lui. Che schifo, che schifo."
"Ma per quello che ne so, lui ti ama davvero."
"E scopa con un maschio?"
"C'è gente che è fatta così, che ha bisogno sia della donna che dell'uomo. C'è chi è etero, chi è gay e chi è bisessuale, no?"
"Sarà, ma così mi ha ingannato per tutti questi mesi."
"Io sono convinto che ti ami, come ama Giulia, non puoi negarlo."
"Ma che padre può essere, un finocchio? No, se dovesse essere vero io e Giulia non potremmo stare con lui."
"Pensaci bene, Rita. Se lo ami, dovresti cercare di capirlo, di accettarlo, no?"
"No, non posso amare uno che ha il piede in due staffe, io. O sta con me, o col suo uomo."
"Forse lui ha bisogno di tutti e due."
"Allora si trovi una donna disposta a dividerlo con un uomo. No, Luigi, tu non sei una donna, non puoi capire. Spero solo che non sia vero, non posso davvero sperare altro."
"Se lui dicesse che non è vero, tu gli crederesti?"
"Sì, questo sì. Non posso dare più credito ad una lettera anonima che a lui."
"Ti fidi di lui, dunque?"
"Mi è sempre sembrato onesto."
"Anche se ti avesse nascosto fino a ora la sua eventuale doppia sessualità?"
"Beh, capisco che non è facile dire certe cose. Forse si vergognava anche lui. Forse è solo un debole..."
"E lo lasceresti?"
"Certo, questo è certo. Non potrei più viverci assieme."
"Credo che lo distruggeresti: lui ti ama."
"Strano modo di amare, se è vero che va a scopare con un uomo e anche piuttosto spesso. Ma tu, non hai mai sospettato... a te non ha mai detto niente?"
"Solo che ti ama, niente altro. E che è felice di avere Giulia e che vuole altri due figli."
"Sì, ma... Se lui davvero fosse un bisex come dici tu, mi dispiacerebbe per lui, ma non potrei stargli vicino. Mi farebbe troppo schifo!"
Luigi cercò ancora di farla ragionare ma la cugina fu del tutto irremovibile. Così, dopo un'oretta, la salutò con la scusa di un precedente impegno e, tornato a casa, telefonò a Marco per metterlo al corrente di tutto il suo colloquio con Rita. Marco lo ringraziò. Confermò che avrebbe detto che era vero e gli disse che comunque non avrebbe fatto assolutamente il suo nome. Luigi gli chiese di tenerlo al corrente.
Il ragazzo era teso. Cominciava a chiedersi se avesse fatto bene a inviare quella lettera anonima. Ma tutto sommato pensava di sì.
Quella sera non ricevette altre telefonate. Neppure la mattina seguente e Luigi già si chiedeva se telefonare lui, ma preferì aspettare ancora. Però nel pomeriggio, non avendo ancora notizie, pensò di telefonare in ufficio di Marco. Gli risposero che s'era messo in mutua e che non sapevano quando sarebbe tornato. Luigi capì che Marco aveva messo quella scusa per non dover andare a lavorare e poter così stare a casa e discutere con Rita. Luigi sperò che Rita cambiasse idea e che non lasciasse Marco, ma al tempo stesso sperò esattamente il contrario. Forse non avrebbe dovuto spedire quella lettera, ma ormai era fatta. Non gli restava che aspettare e sperare che ne venisse fuori qualcosa di buono per Marco e per lui.
Dopo due giorni che non aveva più notizie, Luigi si decise a telefonare a casa di Marco e Rita. Rispose lui.
"Sono Luigi, volevo sapere..."
"Ah, sei tu? Rita se n'è andata via, con Giulia. È tornata a Torino."
"Ma tornerà?" chiese Luigi quasi sperandolo.
"No, chiederà il divorzio. Non vuole più vedermi, né che io veda Giulia." disse con voce affranta Marco interrompendosi con un singhiozzo. Luigi sentì tutto il dolore dell'amico e ne provò dolore a sua volta. Lui non avrebbe voluto che Marco soffrisse.
"Vuoi che venga da te?" chiese incerto.
"Fa come vuoi..."
"Allora vengo. Subito."
"Va bene..." rispose desolato l'altro.
Luigi si precipitò. Pensò che forse ora Marco aveva più bisogno che mai di lui, del suo amore.
Gli aprì Marco, ed aveva un'espressione davvero distrutta. Luigi provò una fitta al cuore. Fece per abbracciarlo, ma Marco si sottrasse. Luigi gli disse: "Marco... mi dispiace vederti così."
"Perché, come pensavi di vedermi? La mia vita è distrutta, non te ne rendi conto? Distrutta. Mi ha lasciato, s'è portata via Giulia e non vuole che la veda."
"Ma non può impedirti di vederla. Il giudice deciderà i giorni in cui puoi andare a prenderla, sei suo padre."
"Ha detto che se provo a rivederla, lei mi farà interdire per indegnità. Dirà al giudice che sono omosessuale e anche a tutti gli altri. Non che me ne importi più molto, ormai. Dio, credevo che mi amasse: era fredda, dura, cattiva. Tutto quello che c'è stato fra noi non conta più niente, di colpo. Non credevo che fosse possibile, e invece..."
"Vuol dire che non ti amava davvero, allora." disse Luigi.
"Appunto, è questo che mi ferisce. Io credevo che mi amasse, invece. No, lei amava un altro, non me. D'altronde, forse è colpa mia se mi credeva un altro."
"No. Non è colpa tua. Tu sei stato onesto con lei quando le dicevi di amarla, no?"
"Certo, io l'amavo, anche se fisicamente, sessualmente, non mi dava né poteva darmi tutto ciò di cui avevo bisogno. Ma lei non l'ha capito, non ci crede. Sono finito, sono solo."
"No, non sei solo, Marco: ci sono io."
"Tu? Cosa puoi fare tu? Ridarmi mia figlia? O partorirmene un'altra? Cosa puoi fare tu, sposarmi? Darmi una famiglia? Eh? Cosa? Dimmelo, cosa?" gridò Marco alterato.
"Marco, io quello che t'ho dato fino a ora... credevo di averti dato qualcosa. Io ti resto vicino, comunque."
"Per cosa? Per scopare? Ma che vuoi che me ne freghi, ora?"
"Marco! Credevo che fra di noi non ci fossero solo delle scopate. Tu l'avevi detto! Non conto proprio niente io, allora, per te? Mi stai quasi trattando come tua moglie ha trattato te, te ne rendi conto?" protestò addolorato Luigi.
"Ma che vuoi da me, ora? Che vuoi, eh? Ma va via, lasciami in pace! Togliti di torno. La vita non è fatta solo di belle scopate, non lo capisci? Vattene."
"Marco..." disse Luigi tendendo una mano per carezzargli la mano stretta a pugno. Ma Marco, forse interpretando male il suo gesto, gli sferrò un pugno in pieno volto. Luigi cadde a terra più per la sorpresa che non per il colpo stesso.
"Vai via, lasciami in pace, vattene!" urlò alterato Marco.
Luigi si alzò lentamente, sentendosi di colpo come svuotato. Lui amava quell'uomo, non avrebbe voluto lasciarlo, ma capì che in quel momento era inutile insistere.
"Va bene, come vuoi, ma calmati; me ne vado, sì. Non volevo farti arrabbiare, credimi. Io..."
"Te ne vai sì o no?" chiese Marco bellicoso.
"Sì, sì... ciao... se mi vuoi chiamare..." balbettò Luigi e uscì dall'appartamento di Marco.
Non tornò subito a casa, era troppo sconvolto per la reazione di Marco. Non si era certo aspettato una reazione così violenta e non comunque nei suoi confronti. Sembrava quasi che lo odiasse: neanche avesse capito che la lettera anonima l'aveva spedita lui. Luigi non aveva immaginato che la famiglia volesse dire così tanto per il suo Marco, ma meno ancora che avrebbe rifiutato il suo sostegno, il suo affetto. Era frastornato. Il pugno che aveva ricevuto in viso gli faceva un po' male, ma più ancora che il dolore fisico, era il dolore per quella inattesa reazione.
Pensò che forse Marco si sarebbe ripreso, che l'avrebbe cercato, gli avrebbe chiesto scusa. Sì, senz'altro doveva essere così. Doveva solo lasciargli un po' di giorni per digerire il colpo e tutto sarebbe tornato come prima fra di loro, anzi, meglio di prima. Ne era certo. Doveva solo pazientare qualche giorno. Certo, avrebbe voluto essergli vicino proprio in quei giorni, ma...
Passò una settimana, ma Marco non lo chiamò. Luigi era sempre più agitato. Allora decise di provare di nuovo a chiamarlo al lavoro e qui ebbe una notizia che lo lasciò di sasso: Marco si era licenziato! Luigi allora decise di provare a telefonargli a casa, ma non ottenne risposta. Riprovò a telefonare più tardi, poi ancora il giorno dopo, a ore diverse. Provò anche a chiamare in piena notte, ma non ottenne mai risposta. Allora, agitato, decise di andare a casa di Marco. Suonò più volte ma non ottenne risposta. Allora, usando le chiavi che Marco gli aveva dato, aprì. Fu uno shock: l'alloggio era vuoto, deserto, non c'era più un solo mobile, nulla. Marco era andato via, senza dirgli nulla, come se lui non fosse mai esistito. Luigi allora scivolò in ginocchio sul pavimento e si mise silenziosamente a piangere. Com'era possibile una cosa del genere?
Aveva perso tutto anche lui, ora. Tutto. Sentì di odiare Rita che col suo atteggiamento era riuscita a distruggere due vite, quella di Marco e la sua. Se davvero Rita avesse amato Marco, non avrebbe reagito così. Lui amava Marco e per lui avrebbe accettato qualsiasi cosa. Avrebbe accettato anche che Marco avesse altri dieci amanti, pur di non perderlo. E ora, per colpa di lei, lo aveva perso anche lui.
Nei giorni seguenti Luigi cercò di trovare traccia di Marco, ma sembrava scomparso nel nulla. Nessuno ne sapeva niente, né i vicini di casa, né i colleghi di lavoro, né la stessa famiglia di Marco che Luigi era riuscito a rintracciare e che comunque, con stupore di Luigi, non pareva particolarmente preoccupata per la scomparsa del giovanotto: "È adulto e maggiorenne. Ha sempre voluto fare di testa sua. Sarà un'altra delle sue alzate d'ingegno, come quando aveva voluto metter firma in marina."
Luigi allora decise di andare a Torino a chiedere a Rita. Ma anche lei non ne sapeva nulla e dichiarò di non volerne sapere nulla. Anche se questo avrebbe significato che Marco non avrebbe più mandato il mensile per Giulia, a lei proprio non interessava. Anzi, preferiva cancellare il ricordo di Marco dalla sua vita anche a costo di non averne mai più il sostegno economico.
Luigi le chiese allora: "Ma non hai paura che possa forse uccidersi?"
"È un problema suo, non mio, ormai. E se anche lo facesse, forse sarebbe la soluzione migliore, per uno come lui. Non è altro che un povero degenerato "
Luigi la guardò con occhi sbarrati, poi le disse: "Povera Rita, ti compiango. Anzi, no, compiango Giulia che deve crescere con una madre come te come esempio, come guida. No, tu non sei un essere umano, sei solo una..." e, senza terminare la frase, si alzò ed uscì dalla casa degli zii, mentre Rita, con voce isterica, gli gridava: "Ma che vuoi capire tu, che volete capire voi uomini? Siete tutti uguali, pensate solo al vostro maledetto cazzo e per soddisfare lui siete pronti a giustificate tutto."
Luigi, tornato a Genova, non sapeva darsi pace. Gli sembrava impossibile che Marco avesse voluto scomparire così, senza dirgli niente, senza curarsi di lui. Possibile che lui non contasse più nulla per l'altro, fino a quel punto? Che cosa stava passando nel cuore di Marco? Dove era ora? Che cosa poteva fare per lui?
Il senso di impotenza lo frustrava. Avrebbe voluto trovare il suo Marco, vederlo, essergli vicino, fargli sentire che lui lo amava, nonostante l'avesse trattato male. Che lui capiva. Ma come fare? Che fare? Non sapeva neppure se Marco era ancora a Genova o se fosse andato via. Ma via dove? I giorni passavano senza che accadesse nulla di nuovo, senza che Luigi riuscisse a darsi pace.
Per averlo voluto tutto per sé, ora l'aveva perso del tutto: non sapeva perdonarselo. Se solo avesse potuto tornare indietro. Ora era convinto di aver sbagliato a mandare quella lettera, ma era troppo tardi. Come aveva potuto essere così ingenuo, così... Aveva creduto di conoscere meglio Marco, i suoi sentimenti. Si sentiva perso.
Non gli interessava nessun altro maschio, non gl'interessava neppure più far sesso: non si masturbava neppure. Il dolore per aver perso Marco era troppo forte, intenso. Non andava più nel solito bar gay dove fino ad allora era andato di tanto in tanto. Senza Marco, nulla più sembrava avere importanza, sapore, gusto per lui.
A notte, quando stentava ad addormentarsi, rivedeva con la fantasia i momenti dorati dei loro incontri, da quella prima sera sulla nave, agli incontri furtivi nella cabina del suo Marco, a quel giorno nell'albergo, quando Marco aveva voluto fare l'amore con lui sia prima che dopo la cerimonia del matrimonio; e poi tutte le volte che si erano rifugiati in sauna per amarsi, ed il mese di idillio mentre Rita partoriva, la notte meravigliosa passata assieme, il modo meraviglioso in cui Marco gli si offriva o lo prendeva, gli dava piacere o lo riceveva da lui.
No, nel profondo del suo cuore, Luigi non poteva credere che davvero tutto fosse finito fra loro due: sperava ancora in un qualche miracolo e si aggrappava a questa speranza.
Marco, dopo aver cacciato via di casa Luigi, era scoppiato in una crisi di pianto disperato. Si sentiva solo, finito, senza più uno scopo nella vita. E se l'era presa con l'unica persona che avrebbe potuto essergli vicina, trattandola male, ingiustamente, se ne rendeva conto. Ma non aveva potuto fare diversamente: lui, lo sentiva, era destinato a essere solo, era ormai uno straccio d'uomo e una forza oscura dentro di lui l'aveva spinto a quel gesto che lo rendeva così irrimediabilmente e completamente solo. Quasi un gusto masochistico di accelerare la rovina della propria vita, dovuto non tanto al piacere di soffrire, che anzi gli era sempre stato alieno, quanto proprio al desiderio di non essere compatito, di non farsi vedere finito dall'ultima persona al mondo che poteva ancora interessarsi di lui.
E questo gesto estremo aveva aumentato a dismisura la sua sofferenza. E finalmente dava sfogo al proprio dolore. Finito, finito, completamente finito. Ora poteva piangere tutte le sue lagrime su se stesso senza ritegno, fino a non averne più.
Andò a gettarsi sul letto e vi restò per due giornate intere, senza neppure sentire lo stimolo della fame. Finché suonarono di nuovo alla porta. Per un attimo dentro di lui si accese un filo di speranza: forse era Luigi. Andò ad aprire un po' frastornato e combattuto fra il desiderio di rivederlo ed il timore che davvero fosse lui.
Invece erano gli incaricati di un'agenzia di trasporti che arrivavano a prendere le cose di Rita su ordine di questa, con un elenco delle cose che, secondo lei, le spettavano. Marco li lasciò prendere tutto senza contestare una sola cosa, anzi, indicando loro altri oggetti, cose, mobili da portare via. Compreso quello che era stato il loro letto matrimoniale. Quando gli uomini se ne furono andati, restava ben poco in quell'appartamento. E questo fu per Marco una specie di tracollo finale. Non pianse neppure, era come inebetito. Quel vedersi quasi vuotare l'appartamento aveva assunto per lui il valore simbolico della fine di tutto, reale, tangibile.
Raccolse in una valigia poche cose essenziali, andò in banca e ritirò tutti i pochi risparmi. Quindi telefonò ad una ditta che svuotava cantine e solai perché venisse a portar via tutto quello che restava. L'incaricato arrivò, valutò le cose rimaste e offrì una cifra. Marco l'accettò senza battere ciglio. L'uomo portò via tutto. Marco, presa la propria valigia, abbandonò l'appartamento.
Andò al porto e cercò uno degli alberghetti più miseri di cui fosse a conoscenza. Affittò una stanza pagando un mese anticipato e vi lasciò le sue poche cose. Andò in ufficio e si licenziò. Non aveva abbastanza anni di anzianità per avere una buona liquidazione, ma non gli importava.
Poi andò in un bar ed ordinò da bere. E bevve, lentamente, un bicchiere dopo l'altro, fino ad ubriacarsi completamente. Si addormentò sul tavolo. Arrivata l'ora della chiusura, il barista lo scosse più volte finché riuscì a fargli aprire gli occhi.
"Mi dispiace, ma devo chiudere."
"Eh? Ah, sì, vado." disse Marco e si alzò barcollante.
"Vuole che le chiami un taxi?"
"No, sto qui vicino, all'Albergo Posta." farfugliò Marco e dovette tenersi al tavolo per non cadere.
"Senta, lei non è in grado di camminare; Il Posta è a due passi. Mi dia il tempo di sistemare, poi l'accompagno io." disse il giovanotto con gentilezza.
"No, non importa, me la cavo da solo." disse Marco con voce impastata e fece per avviarsi verso l'uscita, ma barcollò e se il barista non l'avesse sorretto, sarebbe finito a terra.
"No, no, non posso certo lasciarla andare in giro in queste condizioni. Si sieda qui, non ci metterò molto." insistette il barista costringendolo a sedersi.