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una storia originale di Andrej Koymasky


PER ABITO UN TATUAGGIO
(Yakuza)
CAPITOLO 6
LUNA DI MIELE CON TEMPORALE

La madre di Kazunari arrivò alle 11,30 di sera e Jun si rassegnò, pochi minuti prima, a lasciare il letto su cui Kazunari giaceva senza ancora aver ripreso conoscenza e ad andare nella saletta di fronte alla camera. Sentì i passi della donna, la sua voce bassa e decisa. Non ne distingueva le parole, ma il tono era duro. Sentì il rumore della porta della stanza di Kazunari, poi più nulla.

Stava seduto, in nervosa attesa che Soda venisse a dirgli qualche cosa. Guardava continuamente l'orologio. Avrebbe voluto uscire dalla stanza per chiedere, per sapere, ma Soda gli aveva raccomandato di restare là. Si chiese se anche Tomoya fosse arrivato con la madre. Non ne aveva sentito la voce. Tomoya gli era amico: Soda e Tomoya, gli unici due amici che aveva. Tutti gli altri, comprese le sue guardie del corpo che ora dovevano essere sedute in attesa nella hall dell'ospedale, erano estranei, per lui. E senza Kazunari si sentiva perso e terribilmente solo.

Era mezzanotte e mezza circa, quando si aprì la porta della saletta. Jun pensò che fosse Soda e si alzò per avere notizie. Si trovò di fronte una donna di mezz'età, alta e snella, molto bella, in kimono, e riconobbe la madre di Kazunari. Istintivamente si inchinò, teso, in un saluto formale. La donna lo guardò seria.

"Sono Yamaguchi Michiko, la madre di Kazunari."

"Piacere, Signora. Mi chiamo Takeda Jun."

"Sei il ragazzo di Kazunari." disse la donna più in tono assertivo che di domanda.

"Sì, signora."

"Siediti. Lo ami?" disse la donna guardandolo negli occhi.

Jun non abbassò lo sguardo e rispose serio: "Più di me stesso, signora."

La donna sorrise appena. Stava seduta sul ciglio della sedia, eretta, regale nel suo prezioso kimono di seta. Jun sostenne il suo sguardo, senza sfrontatezza, ma senza vergogna. La donna abbozzò un secondo lieve sorriso.

Poi disse lentamente: "Mi ha parlato di te più Tomoya durante questo viaggio che Kazunari in due anni. Tomoya ti stima. Kazunari ti ama. Io vorrei conoscerti, finalmente."

"Chi c'è ora con Kazunari?"

"Tomoya. Gli ho detto di restare accanto al fratello, mentre venivo a parlare con te. Immagino che vorresti esserci tu ora accanto a mio figlio, vero?"

"Certamente, signora. Ma come sta?"

"Come l'hai lasciato circa un'ora fa. Non ha ancora ripreso i sensi. Ma il volto è sereno. I medici dicono che scioglieranno presto la prognosi. Pagheremo i migliori medici e vedrai che lo rimetteremo in piedi."

"Signora, io sto morendo di paura. Io..." disse Jun esitando. Ma poi, come un fiume che ha rotto gli argini, riprese a parlare: "Deve perdonarmi, Signora, se mi permetto, ma lei è la madre, lei può capire il mio terrore di perderlo. Anche lei, ne sono sicuro, sta tremando e pregando per la sua salute. E quante volte ancora deve accadere? Lui, Kazunari, è un uomo buono, dolce e deve vivere in questo modo spietato. Perché non lo convince a smettere, a cambiare vita? Perché deve rischiare continuamente di essere ucciso così barbaramente, così spietatamente? E per che cosa? Lui non è un violento, non è... No, non è questa la sua vita. Non può essere questa la vita che lei, signora, sogna per lui. Non per Kazunari. Mi perdoni, signora, se mi permetto, io per lei non sono nulla, lo so, lo capisco. Ma io lo amo, signora. E anche lei lo ama. Vorrei che Kazunari fosse il figlio di un qualsiasi operaio, per poterlo amare, ed essere amato in pace. Non avere sempre guardie del corpo attorno, mille precauzioni, e poi tremare ugualmente accanto ad un letto di ospedale, o piangere su una tomba." disse Jun, gli occhi colmi di lagrime.

Michiko lo ascoltò senza interromperlo. Poi gli porse un fazzolettino di carta.

"Jun, ragazzo, credi che non ti capisca? Credi che non abbia pensato mille volte io stessa queste cose? Credi che sia stata felice di piangere sulla tomba di mio marito e, prima, di aspettarlo giorno dopo giorno col cuore in gola chiedendomi se sarebbe tornato? Questa è la nostra vita, la vita che ho accettato quando ho accettato di sposare il padre di Kazunari."

"Anche io l'ho accettata, signora, per stargli vicino. E la accetto, se è l'unico modo per restargli vicino. Non avrei paura di rischiare, di dare la mia vita per lui, mi creda. Ma è la sua vita che mi sta a cuore, per cui tremo. Kazunari è onesto, buono, anche se fa il duro, anche se deve farlo. Non è un violento, lui. Io... io non posso permettermi di giudicare nulla e nessuno, ma... Ma Kazunari, in cuor suo, non è davvero uno yakuza, mi creda. Lo conosco bene, ormai. Lui vuole restare fedele alla memoria del padre. Ma non è uno yakuza, lui, nel profondo del suo cuore. È un uomo dolce, appassionato, che ama la vita e le cose belle."

"Sì, lo so. L'ho sempre saputo. Ascolta, Jun, dopo ti lascerò vegliare Kazunari come so che desideri. Ma ora, mentre Tomoya lo veglia, vieni con me."

"Dove, Signora?"

"Vieni con me. Voglio farti vedere una cosa. Perché tu possa capire meglio che con le parole."

Uscirono dalla stanza. Soda attendeva in corridoio, con altri uomini. Michiko dette pochi ordini secchi e, in corteo, uscirono dall'ospedale. Alcuni uomini salirono nella prima auto, Michiko con Jun, assieme all'autista e una guardia del corpo, nella seconda auto dai vetri oscurati, e gli altri nella terza e le tre macchine partirono assieme. Presero l'autostrada. Michiko sedeva eretta, immersa in chissà quali pensieri, guardando fuori dal finestrino e fumando una sigaretta lunga e sottile. Jun avrebbe voluto chiederle mille cose, ma temeva di disturbarla. Pensò che la donna era regale nel suo composto dolore. Lasciarono l'autostrada di città e proseguirono veloci in un'altra autostrada. Michiko dopo un po' prese il telefono interno e disse all'autista:

"Il prossimo casello. Poi la prima a destra. Fino al terzo incrocio. Poi ci sono i cartelli."

Le auto rallentarono, lasciarono l'autostrada, seguirono il nuovo percorso. E infine, passato un folto boschetto di sugi e di bambù, si fermarono davanti ad un gruppo di costruzioni tradizionali, dal tetto di paglia. Mentre le auto si fermavano e gli occupanti ne uscivano, dalla costruzione centrale, che aveva le luci accese, uscì una famiglia in kimono, che si schierò ad ossequiare la Signora. Jun lesse l'insegna e capì che erano delle terme.

"Vieni, il signor Haruta, il gestore, ci farà vedere questo posto." disse Michiko al ragazzo con gentilezza.

Fecero un giro. Jun non capiva: erano terme, belle, antiche, ma non ci vedeva niente di speciale e non capiva perché la signora lo avesse portato a fare quella strana visita notturna. Infine Haruta aprì loro una stanza che dava verso una scarpata e da cui si vedeva, splendido, illuminato dalla luna, il monte Fuji. Michiko fece sedere Jun e gli sedette accanto, quindi disse ad Haruta di portare il kaiseki.

"Vedi? Anche dal bagno all'aperto e dalle finestre del bagno al coperto si gode di questa stessa vista, come dalle migliori stanze. Avevo comprato queste terme circa dieci anni fa. Avevo intenzione di farle restaurare a fondo mantendo la struttura tradizionale ma di dotarle anche di tutte le comodità più moderne per farne un posto di lusso per la gente più ricca ed importante del paese. Il posto è davvero splendido, e se solo si rifacesse la strada, si curasse e si recingesse il bosco, si ammodernassero le strutture, diventerebbero le terme più belle di tutto il Giappone, credimi. Avevo intenzione di fare tutto questo e poi di farne dono a Kazunari, perché potesse venire a vivere qui. Perché anche io, in fondo al mio cuore, sono convinta che Kazunari, tra i miei figli, sia quello che ha meno di tutti l'anima dello yakuza. Perché anche io tremo per la sua vita.

"Quando glielo dissi, lui, per tutta risposta, si fece tatuare tutto il corpo, quasi ad affermare in modo irrevocabile la sua appartenenza a questo mondo spietato. Mio marito, io, Hiroshi, lo stesso Tomoya siamo yakuza, abbiamo saputo far tacere le ragioni del cuore. Non Kazunari. Ma non sei riuscito tu a fargli cambiare idea, non ci sono riuscita io. Tomoya, poche ore fa, mi ha raccontato della tua esitazione iniziale a metterti con Kazunari, e di come tu l'abbia pregato di cambiare vita e di come infine sia stato tu a dover cedere. Eppure Kazunari ti ama. Vedi? Questa è la mia risposta a quanto mi hai chiesto di fare: queste terme che attendono di essere restaurate, che darebbero a Kazunari una vita onesta, ricca, elegante... e sicura. E che invece sono ancora qui in attesa, nella loro triste bellezza un po' decadente e trascurata. Credi che non sarei felice a saperlo qui, invece che in un letto d'ospedale a lottare per la vita? Saperlo qui, felice, con te, lontano da beghe, intrighi, agguati, attentati? Dimmi Jun?"

"Le chiedo perdono, ho parlato avventatamente." rispose il ragazzo inchinandosi commosso a quelle parole accorate.

"No, hai parlato con amore, e di questo ti ringrazio. Mi piaci, ragazzo, e sono contenta che Kazunari ami te. Ora sono io a chiederti qualcosa."

"Dica, signora. Tutto quello che posso."

"Resta sempre vicino al mio Kazunari. Cerca di renderlo felice, come pare che sei capace di fare. Non abbandonarlo, qualunque cosa succeda. Solo questo, ti chiedo."

"Signora! Finché uno di noi due vivrà, finché lui mi vorrà, io non lo lascerò mai. Lo giuro."

"Grazie, Jun. Ora mangiamo qualcosa, poi torniamo a Tokyo. Io dovrò sistemare la questione con la polizia e poi prendere il posto di mio figlio negli affari che stava trattando, ma sono tranquilla, perché ci sarai tu accanto a lui. Tu col tuo amore. Ti ringrazio, Takeda Jun."

"Grazie a lei, Signora." rispose commosso il ragazzo.

Mangiarono, poi tornarono a Tokyo.


Kazunari riprese i sensi verso le cinque di mattina e il primo volto che vide fu quello di Jun. Si aprì in un ampio sorriso.

"Sono ancora vivo." mormorò quasi stupito.

"Sì, per fortuna." gli disse emozionato Jun carezzandogli il volto con delicatezza.

"Credevo che ci fossero riusciti; mi sarebbe dispiaciuto lasciarti così presto."

"Non dirlo neanche per scherzo! Che farei, io, senza di te?"

"Già, devo pensare al tuo futuro. Non voglio lasciarti in mezzo ad una strada."

"Non dire sciocchezze! Senza te, il resto non conta, non lo capisci? Il mio futuro, se devi pensarci, sei tu, è la tua vita. Preferisco essere un barbone assieme a te che l'uomo più ricco del Giappone da solo! Possibile che tu non lo capisca?"

"Ehi, ehi, ehi! Calma. Sì che lo capisco." mormorò il giovanotto con un debole ma dolce sorriso.

Jun pensò che non doveva far parlare troppo Kazunari. E che doveva avvertire che aveva ripreso i sensi, quindi suonò il campanello. Entrò subito un'infermiera, seguita da Tomoya e da Soda. L'infermiera, quando vide che Kazunari aveva ripreso i sensi, andò a chiamare un medico. Soda, emozionato, chiese perdono a Kazunari per non aver saputo proteggerlo. Kazunari gli fece cenno con una mano di tacere e gli fece un sorriso.

Poi disse: "Soda, se non ci sei riuscito tu, non ci sarebbe riuscito nessuno, non fartene un cruccio. Doveva accadere. È andata bene, dopo tutto. Chi poteva aspettarsi una cosa del genere proprio qui a Tokyo, proprio in questa occasione e in pieno traffico? Chissà chi è stato?"

"Stanno indagando. Le famiglie. Chiunque sia stato, non la passerà liscia."

"Se lo troveranno."

Entrò il medico che fece una rapida visita a Kazunari.

"Sembra che vada tutto bene, per ora. Più tardi faremo esami più accurati. Ora è bene che non si stanchi, però. Rimanga solo una persona e non lo faccia parlare."

Si ritirarono tutti, meno Jun, che sedette accanto al letto di Kazunari e gli prese una mano fra le sue.

"Ti amo, Jun."

"Anche io. Ma ora stai zitto, il medico ha detto che..."

"Almeno che ti amo, te lo dico quando e quanto voglio. Sì, va bene, ora sto zitto. Ma ti amo tanto." disse con un sorriso il giovanotto, stringendo con la sua mano quelle di Jun.


Kazunari dormiva quando, verso le nove, arrivò Tomoya.

"Jun, vai a stenderti per un po' sul letto, lo veglio io, ora. Devi riposarti, non puoi andare avanti così."

"Ma se si sveglia, mi chiami?"

"Se me lo chiede lui, sì." rispose con un sorriso Tomoya.

Jun si stese e crollò quasi subito addormentato. Si svegliò a metà pomeriggio. Kazunari dormiva di nuovo.

"Come sta?"

"Benino. I medici hanno detto che sta reagendo bene. Ma ne avrà per qualche mese. La mamma ha deciso che andrà in convalescenza alle terme, là dalle parti del Fuji, dove siete stati ieri notte. Tu, lui e pochi uomini. Avrete le terme tutte per voi. Non ci saranno altri clienti e potrete stare tranquilli. Sembra che tu sia piaciuto parecchio alla mamma. È una donna di poche parole, ma mi ha detto che Kazunari è fortunato ad avere te. Il che, detto da lei, è il migliore complimento che potesse farti."

"Sì. Ma i medici non hanno ancora sciolto la prognosi?"

"No, non ancora. Sembrano fiduciosi, però."

"Vuoi stenderti un po' tu a dormire, ora?"

"Più tardi. Avrai fame, ti faccio portare qualcosa."

"Grazie. Non si è svegliato?"

"Sì, ma ha voluto che ti lasciassi dormire, scusami..."

"Ha chiesto di me?"

"La prima cosa. Spero di innamorarmi anche io così, un giorno."

"La tua modella?"

"È finito tutto. Le interessavano solo i miei soldi, a quella. Tutte uguali, le donne."

"Per questo io ho sempre preferito gli uomini." disse Kazunari dal suo letto facendo un sorriso malizioso al fratello e a Jun che si girarono verso di lui.

"Oh, s'è svegliato finalmente il dormiglione!" celiò Tomoya.

"Ci puoi lasciare soli per un po'" chiese il giovanotto.

"Certo, fidanzatini, ma non esagerate, eh?" disse il fratello facendo l'occhiolino mentre usciva.

"Jun?"

"Dimmi, Kazu-chan."

"Ho voglia di fare l'amore con te."

"Anche io, ma non possiamo ancora. Devi guarire, prima."

"Ma io ho tanta voglia. Senti qui." gli disse guidandogli una mano sul proprio turgore.

Jun glielo carezzò lieve e Kazunari fremette chiudendo gli occhi con espressione beata. Jun tolse la mano.

"Perché?" chiese Kazunari deluso.

"Perché se non ci fermiamo adesso, non ci fermiamo più. Anche io ti desidero da morire. Ma prima devi guarire, te l'ho detto."

"Allora lasciati toccare tu, dai, fattelo tirare fuori."

"No, sarebbe lo stesso. Possibile che non riesci a pensare ad altro tu? Stai un po' tranquillo, ora."

"No che non riesco a pensare ad altro, con te vicino."

"Allora me ne vado."

"Non dire sciocchezze! Credi che ti lasci andare?"

"Credi che io ne sarei capace?"

"Baciami, almeno." chiese Kazunari tirandolo a sé con gentilezza.

Si baciarono in bocca, con dolce passione. Poi Jun si staccò.

"Kazunari, basta così. Ti desidero troppo."

"Quanto dovremo aspettare?"

"Troppo. Ma aspetteremo." disse deciso Jun sedendo di nuovo.

"Carezzami ancora come prima, ti prego."

"Non ora, siamo troppo eccitati tutti e due. Più tardi."

"Me lo prometti?"

"Te lo prometto."

Più tardi, quando passarono i medici a visitarlo, Kazunari chiese ad un tratto, con voce forte e chiara, fra risolini imbarazzati delle infermiere e facendo arrossire Jun: "Fra quanti giorni potrò fare di nuovo l'amore con lui?"

"Eh, giovanotto, almeno dieci giorni, e forse neppure. Diciamo due settimane, per essere sicuri?"

"Tanto così?"

"Vede, signor Yamaguchi, quando si fa l'amore, i vasi sanguigni sono sottoposti ad uno sforzo notevole. E lei ha subito un intervento all'aorta. Vuole che le scoppi?"

"Sarebbe una gran bella morte." disse Kazunari con un ampio sorriso.

"Non è meglio aspettare due settimane, massimo tre ed avere una gran bella vita?" chiese il medico divertito.

"Ehi, ehi, ehi, sono già diventate tre settimane! Non vale!" protestò Kazunari accigliato, facendo di nuovo ridere tutti.

"Cerchi di riguardarsi ora, e non diventeranno quattro." rispose con aria decisa il medico, poi aggiunse: "Il giorno in cui la dimetteremo, potrà fare tutto ciò che vorrà e come vorrà, glielo garantisco. La rimetteremo a nuovo."

Passarono davvero quattro settimane. La cicatrice sul petto, nonostante i chirurghi avessero fatto un ottimo lavoro, deturpava lievemente il disegno del tatuaggio di Kazunari. Ma il giovane stava rimettendosi in forma bene. Jun faticava a convincerlo a non fare l'amore prima del tempo, ma fu irremovibile. Al massimo gli permetteva un bacio o lo carezzava e si lasciava carezzare intimamente solo per pochi istanti. Nel frattempo la madre aveva concluso i colloqui al posto del figlio ed aveva tratto da quell'incidente ulteriori vantaggi per la famiglia. Le famiglie trovarono gli esecutori dell'agguato, ma non i mandanti. La polizia li trovò affogati in uno dei canali di Tatsumi con una pietra al collo.

Quando finalmente Kazunari fu dimesso dall'ospedale, Michiko li accompagnò fino alle terme, dove li salutò e con Tomoya tornò a casa. Nelle terme si fermarono solo Kazunari con Jun, Soda e nove uomini di scorta, con tre auto, compresa quella blindata della madre.

"Soda, io e Jun ora andiamo a farci il bagno nella vasca all'aperto. Non vogliamo essere disturbati, chiaro?" disse Kazunari appena la madre se ne fu andata.

"Certo, capo, chiaro." rispose l'uomo.

Kazunari guidò Jun. La grande vasca fra le rocce e gli alberi, con la cascata di acqua termale calda, si apriva verso il monte Fuji illuminato dal sole che iniziava a scendere e la vista era bellissima. I due si spogliarono l'un l'altro eccitati e si lavarono accuratamente quindi, sciacquatisi, tenendosi per mano scesero nella grande vasca, si abbracciarono stretti e si baciarono.

"Finalmente." mormorò Kazunari e, facendo galleggiare il corpo di Jun a pelo d'acqua, si chinò a suggergli prima i piccoli capezzoli scuri, poi il ventre teso, infine il turgido membro: "Oh Jun-chan non resistevo più: credevo di impazzire tutti questi giorni, averti così vicino e non poter fare l'amore con te. Sei così bello, desiderabile! Ti voglio in me, Jun-chan, ho sognato solo questo momento."

"Anche io ti voglio in me, anche per me queste settimane sono state difficili, sai. Ma ora ci rifaremo, vero?"

"Puoi esserne sicuro!"

Fecero l'amore fino al tramonto donandosi l'un l'altro pieni di passione. Poi si sciacquarono, indossarono i comodi yukata ed andarono nella loro stanza. Dopo poco fu portato un ricco e buon pasto che mangiarono assieme di buon appetito. Poi si stesero sul materasso e ricominciarono a fare l'amore davanti alla finestra aperta sulla vista del monte Fuji.

Nei giorni seguenti mangiarono a volte anche con gli altri uomini, ma si concessero piacevoli ore da soli, per placare la lunga sete reciproca accumulata durante la degenza all'ospedale.

"Sei felice, Jun?"

"Moltissimo. E tu?"

"Anche io. Sembra una luna di miele."

"Se solo tu accettassi di gestire queste terme..." disse Jun e si bloccò: Kazunari si era irrigidito e lo guardava con occhi torvi.

"Per questo mia madre ha deciso che facessi la convalescenza qui, eh? Vi siete messi d'accordo, per farmi cambiare idea, vero? Tu e lei, alle mie spalle, eh?" gridò alterato il giovanotto.

"No, no, aspetta. Non c'è proprio nessun accordo."

"Come puoi sapere della vecchia idea di mia madre, allora? Non mi mentire! O devo smettere di credere che tu sia la persona più sincera ed onesta che ho mai conosciuto?"

"Non gridare, non alzare la voce! Non me lo merito. Io non ti ho mai mentito, e non comincio certo ora. Sì, tua madre mi aveva portato qui e mi aveva parlato della sua vecchia idea, ma non c'è altro, nessun accordo alle tue spalle, credimi."

"E come posso crederti? Non hai mai abbandonato l'idea di farmi lasciare la famiglia, tu, vero? Hai solo pensato di aspettare il momento giusto, vero?" disse Kazunari rosso in volto, alterato.

"Sei ingiusto! Ingiusto e cattivo. Io ti ho accettato così come sei, compreso il terrore di perderti. E tu? Tu adesso mi accusi di tramare alle tue spalle? Certo, certo che in fondo al mio cuore desidero che tu non debba correre più i rischi che corri, ti pare tanto strano? Ma accetto tutto quello che fai, che decidi. Ti ho mai chiesto niente? Dimmi, ti ho mai chiesto niente? Rispondi!" disse a voce bassa ma veemente Jun.

"No, è vero, ma..." disse ancora teso il giovanotto.

"Ma? Cosa ma? Perché in un momento di serenità ho osato dirti che vorrei che questa serenità continui per sempre? È così orribile? Ti pare più orribile che tremare per la tua vita giorno dopo giorno, per due anni, e poi al tuo capezzale, tremare per qualcosa di concreto per giorni, finché i medici non si sono decisi a dichiararti fuori pericolo? Questo è il tuo amore? Che non puoi accettare neppure che io, per un attimo, ti riveli una pezzettino di un mio sogno, sapendo che è solo un sogno? Ma che vuoi da me? Che vuoi, eh? Non ti basta quello che ti do? Io non ho altro da darti, mi dispiace. Ti do fastidio? Vuoi che tolga il disturbo? Hai solo da dirmelo."

"No, scusa." disse Kazunari quasi sopraffatto dalla veemenza del ragazzo e pentito per quello che gli aveva detto.

Cercò di tirarlo a sé per abbracciarlo, ma Jun si divincolò bruscamente.

"No, Kazunari, no, non risolviamo tutto con un bacio, come se niente fosse. Non dovevi ferirmi così. Non lo merito."

"Lo so, è vero. Ti chiedo scusa. Vieni qui, dai."

"No, non mi toccare! Lasciami in pace, ora."

"Non mi ami più?" chiese con voce addolorata Kazunari.

"Come potrei non amarti più?" rispose desolato Jun.

"Allora?"

"Lasciami tempo di calmarmi, di rimarginare la ferita."

"Ti ho ferito io, vorrei curarti io, ora. Non mi allontanare da te, ti prego. Lo so che non lo merito, ma perdonami."

"Kazunari, io accetto che tu prosegua nella tua vita, lo dovresti sapere bene ormai. Tu accetta che dentro di me resti un filo di speranza che un giorno si possa avere una vita normale, io e tu. Se non sei in grado di fare neppure questo, temo proprio che non sarà facile vivere assieme. Non voglio tornare un giorno a litigare come poco fa, mi fa troppo male."

"Jun-chan?"

"Che c'è?"

"Non mi perdoni?"

"Ti amo. Non ferirmi."

"Te lo giuro. Anche io ti amo. Davvero. Perdonami, dai!"

"Sì... certo che ti perdono."

"Posso abbracciarti, allora?"


Fecero la pace. Kazunari fu ancora più attento e dolce di prima con Jun. Questi, da parte sua, si ripromise di non lasciarsi più sfuggire nessun accenno al suo desiderio profondo di poter avere una vita normale col suo uomo.

Quando finì il periodo stabilito di convalescenza, i due, di nuovo uniti come e più di prima, tornarono a casa. Nell'appartamentino Jun trovò centinaia di rose bianche con una sola splendida rosa rossa in centro alla stanza ed un biglietto autografo di Kazunari con poche parole: "Bentornato a casa, amore. T'amo con tutto il cuore. Il tuo Kazu-chan"

"Come hai fatto? Siamo sempre stati assieme." chiese stupito e felice il ragazzo.

Il giovanotto sorrise: "Ho dato ordini a Soda per telefonino mentre ero al gabinetto. E ho scritto anche il biglietto là dentro e poi l'ho passato a Soda."

"Non posso neppure lasciarti solo al gabinetto, mi sa!" disse ridendo Jun e lo abbracciò stretto.

"Mi hai perdonato davvero per la nostra discussione?" gli chiese in un sussurro Kazunari.

"Finché mi amerai, ti perdonerò tutto. Lo sai, no?"

"Lo so, e cercherò di non approfittarne. Ma perché mi ami tanto così? Sai che ne sono sempre stupito?"

"Perché... perché sei entrato come un terremoto nella mia vita e perché ormai, senza te, mi sentirei morto. Perché sei l'uomo più splendido che abbia mai conosciuto."

"Allora, se incontrerai un uomo più splendido di me, mi lascerai per seguire lui?"

"No, non più, ormai. Se anche esistesse davvero un uomo migliore di te, non ci sarebbe più posto per lui nel mio cuore, perché è pieno di te. Io amo te, non c'è proprio nessuna possibilità che possa innamorarmi di questo ipotetico lui."

"Anche io non potrò amare mai nessuno come amo te. Non dimenticherò mai l'emozione che ho provato quel giorno, quando ti ho visto emergere dal mare nel tuo fundoshi rosso. È la stessa emozione che provo ogni volta che te lo sciolgo di dosso. Ogni volta."

Ripresero la loro vita di prima. Jun recuperò a poco a poco il tempo che aveva perso all'università. Ora Michiko invitava abbastanza spesso anche Jun nella loro casa, così il ragazzo conobbe anche Hiroshi con la moglie Keiko, e Naoko col marito Ryuta. Era rispettato da tutti, ma l'unico che gli era, e che lui sentiva, veramente amico era Tomoya. Ufficialmente, quando era invitato in casa Yamaguchi per una festa, era presentato agli altri ospiti come "il migliore amico di Kazunari". Michiko, comunque, a tavola lo metteva sempre a sedere fra Kazunari e Tomoya e Jun aveva apprezzato molto questa delicata attenzione.

Kazunari aveva pensato di acquistare un nuovo appartamento, più bello e grande, per sé e Jun, ma questi gli aveva detto che preferiva rimanere nel piccolo appartamentino che aveva conosciuto il loro primo incontro di amore.


Jun stava frequentando l'ultimo anno all'università e stava preparando la tesi. Perciò passava diverse ore nella biblioteca dell'università per fare le sue ricerche. La sua scorta sostava sempre nell'auto davanti all'unico ingresso dell'area universitaria, in attesa che avesse terminato, per poi prenderlo e riportarlo a casa.

Anche quella mattina era arrivato alle nove ed era andato direttamente in biblioteca. Stava consultando alcuni testi, quando gli si era avvicinato un impiegato della biblioteca.

"Il signor Takeda Jun, vero?"

"Sì."

"Lei ha in prestito da due mesi questo testo, vero?" disse l'uomo porgendogli una scheda.

"No, ci deve essere un errore. L'ho restituito più di un mese fa, ne sono sicuro." disse Jun stupito.

"Eppure a noi risulta così. Può seguirmi in ufficio, per favore? Così vediamo di chiarire la cosa. Sa, un testo non può essere tenuto per più di un mese."

"Sì, certo. Ma io non l'ho davvero. Andiamo, comunque." disse Jun lasciando i suoi libri sul tavolo e seguendo l'uomo. Poi chiese: "Ma, scusi, l'ufficio non è da quella parte?"

"No, là c'è l'ufficio prestiti. Noi ora andiamo nell'ufficio controllo, che è da questa parte."


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