Perché Kazunari aveva fatto quel gesto? Per impressionarlo? No, il giovanotto era abbastanza intelligente per sapere che non sarebbe servito a nulla. Per ricordargli che lui lo amava? Non aveva bisogno di ricordarlo, non faceva che pensare a lui. Per "comprarsi" la sua famiglia? No, non aveva neppure messo il proprio nome. Kazunari, per fare quei regali così mirati, doveva essersi informato sulla sua famiglia: voleva fargli capire che non lo perdeva di vista?
Jun non era intimorito, a quell'idea. Non aveva paura di Kazunari, pur sapendo chi fosse. Sapeva, sentiva che Kazunari non gli avrebbe mai fatto del male. Non dimenticava, non poteva dimenticare quella meravigliosa e intensa notte di amore, in cui aveva potuto sperimentare, letteralmente con tutto il corpo, quanto Kazunari ci tenesse a lui.
Jun provò fortissimo il desiderio di incontrare di nuovo Kazunari, ma pensava che sarebbe stato un errore. No, non doveva. Non poteva certo dimenticarlo, ma non doveva rivederlo. Assolutamente. Perché se lo avesse rivisto, lo percepiva con acuta chiarezza, non avrebbe saputo più staccarsi da lui.
Il ragazzo, a differenza dalla prima volta, ora si era immerso negli studi, quasi cercando un antidoto al suo folle amore per quel giovanotto che era entrato con il terremoto e come un terremoto nella sua vita. Ma sempre più spesso la notte, si svegliava all'improvviso, e la stanza che divideva col fratellino gli pareva estranea. Faticava allora a riaddormentarsi: sentiva la mancanza di Kazunari in un modo acuto, quasi doloroso. Avrebbe voluto essere fra le sue braccia. A volte sfogliava l'antico testo ricevuto in dono dal suo uomo, e si diceva che quel prezioso volume aveva un valore molto maggiore del suo semplice valore commerciale: era tutto quanto gli restava dell'uomo che gli aveva rapito l'anima. Che avrebbe amato per sempre, anche se invano.
Anche Kazunari passava giorni di intensa attività ma notti insonni. Riusciva, bene o male, durante il giorno a non pensare a Jun, ma quando era solo non pensava ad altro. Lui aveva bisogno di Jun, eppure non poteva lasciare la sua famiglia, il mondo degli yakuza. Non lo amava forse abbastanza? Può, un uomo, per amore, rinunciare a tutto, rinunciare a se stesso? Rinunciare alla sua storia, tagliare le sue radici? No: il simbolo era proprio il suo maledetto tatuaggio: ne era prigioniero, per sempre. Se solo avesse potuto cambiare pelle! Se avesse potuto... ma non poteva e questa coscienza gli faceva male.
Passarono così alcuni mesi. Tornò la primavera con i suoi profumi, i suoi colori, il suo tepore, che però non riuscivano a riscaldare nessuno dei due desolati amanti. Jun passò gli esami, abbastanza bene. Kazunari concluse accordi ed affari importanti e la madre già pensava di lasciargli le redini della famiglia, anche se era preoccupata nel vederlo improvvisamente chiuso, silenzioso, così diverso dal luminoso Kazunari che lei aveva sempre segretamente amato più di tutti gli altri figli: Kazunari che aveva in sé il meglio di lei stessa e del padre. Kazunari che le aveva dato un solo problema: il fatto che non voleva sposarsi.
Quando il figlio aveva compiuto diciotto anni, la madre aveva cercato di convincerlo a sposarsi, almeno per salvare la forma.
"Mamma! Sai come sono io, no? Come puoi propormi di prendere moglie? Non posso, non voglio."
"Kazu, lo so, lo sappiamo. Non ti chiedo di cambiare, non lo spero più, ormai. Ma potresti sposare una ragazza che ti lasci libero di avere la tua vita privata. Potresti darmi dei nipoti, continuare il nome degli Yamaguchi. La ragazza dei Suzuki, ad esempio: è giovane, bella, intelligente, raffinata. Sarebbe la moglie ideale per te."
"Sì, e mi lascerebbe avere i miei ragazzi senza storie!" disse con ironia appena velata il ragazzo.
"Kazu, quando la famiglia di tuo padre mi ha scelto, i patti erano chiari: Noboru avrebbe dovuto essere libero di avere le sue donne. Io dovevo esserne solo la moglie, non l'amante. Accettai. E non è stata una brutta vita. Ci siamo voluti bene, rispettati. Io, quando tuo padre doveva incontrare la sua amante, volevo che fosse elegante, impeccabile. Non ero gelosa: il nostro era un contratto, non una love story. L'abbiamo rispettato entrambi. Tuo padre non mi ha fatto mai mancare nulla, e non solo materialmente. Mi è stato vicino quando ero malata, affettuoso e triste per la mia sofferenza. Mi ha rispettato, mi stimava, mi voleva bene. Per lui ero al tempo stesso una sorella e la madre dei suoi figli. La sua amante era importante, certo, ma tutti gli affari di famiglia li ha sempre discussi solo con me. Ero io il suo vero braccio destro. Ed era fiero di me. Non ero la ruota di scorta e lo sapevo bene, capisci Kazunari?"
"Mamma, non credevo che tu sapessi dell'amante di papà. Devi averne sofferto molto."
"No, Kazu. Te l'ho detto: i patti erano chiari fin da prima del matrimonio. Perciò anche tu potresti..."
"Mamma, dimentichi una differenza essenziale: io non voglio avere una donna nel mio letto, neanche per il tempo di procreare un figlio. Non voglio una moglie. Assolutamente."
"Ma come potrai dirigere la famiglia, se non avrai neppure dei figli che garantiscano la continuità?"
"Sceglierò fra i figli di Hiroshi o di Tomoya il migliore come mio successore. Non sarebbe la prima volta, no? Ma io non avrò mai una moglie."
"Kazu, rifletti, ti prego. Non ti sto chiedendo un grosso sacrificio, in fondo. Non ti chiedo di non avere il tuo o i tuoi ragazzi. Ma un uomo ha bisogno di una moglie, di una famiglia. Chi penserà a te, quando non ci sarò più io? Chi veglierà che non ti manchi nulla? Non capisci che devi prendere moglie?"
"Mamma, smettila! Immagina di dire a Hiroshi che deve andare a letto con un uomo. Pensi che lo farebbe, solo per farti contenta?"
"Se fosse importante per la famiglia credo che sarebbe anche disposto a farlo." disse la madre in tono di rimprovero.
"No, non ci credo. Queste sono cose che non si possono decidere a tavolino. C'è chi nasce in un modo e chi in un altro. C'è chi non ha problemi a fare l'amore con un uomo o una donna indifferentemente, ma c'è anche chi invece è orientato decisamente, esclusivamente verso uno solo dei due sessi. Come sono io. Lasciami vivere a modo mio, per favore."
"Allora, forse, sarebbe meglio che tu rinunciassi a prendere il posto di tuo padre." disse con un misto di rimprovero e di speranza la donna.
"Se fosse lui a chiedermelo, lo farei. Ma lui non mi pare che avesse avuto questa intenzione, anche se sapeva di me."
"È vero. Ma forse sperava che, crescendo, saresti cambiato. Non lo so, non abbiamo avuto tempo di discuterne. Non pensavamo che ci avrebbe lasciato così presto. Ma è vero, lui contava su di te. Tuo padre ti amava, anche se inizialmente non aveva accettato la tua sessualità. Anzi, non l'aveva accettata proprio perché ti amava ed avrebbe voluto vederti come lui ti aveva sempre sognato. Ma, se non per me, se non per la famiglia, almeno per tuo padre..."
"È morto, mamma. E comunque, se anche me lo chiedesse lui, gli risponderei come sto rispondendo a te. Che posso fare? Uccidermi? Se è questo che devo fare..."
"Non essere sciocco e melodrammatico. Hai solo diciotto anni, non c'è fretta. Pensa a quello che ti ho detto, non ti chiedo altro. Lo farai? Almeno questo, lo farai?"
"Non credo proprio che cambierà nulla, ma lo farò."
Michiko non era mai più tornata su quel discorso e, a poco a poco si era rassegnata. E pensava che forse la soluzione era proprio quella che aveva detto Kazunari: adottare uno dei figli dei fratelli e farne il proprio erede. Ma, in cuor suo, aveva sperato che Kazunari rinunciasse alla famiglia, a fare lo yakuza. Perché temeva di perderlo un giorno, come aveva perso il marito. Perché Kazunari era troppo buono, onesto, sensibile per essere un vero capo yakuza. Anche se il ragazzo si sforzava di apparire un duro, riuscendoci anche davanti a tutti gli altri, lei sapeva che non lo era. In questo, Kazunari, non assomigliava al padre e neanche a lei.
Michiko aveva comprato uno stabilimento termale proprio di fronte al monte Fuji, in una posizione incantevole, pensando di ristrutturarlo e di farne il punto di ritrovo per tutto il bel mondo della nazione, sperando che un giorno Kazunari andasse a gestirlo, togliendosi così dal giro. Ma quando ne aveva accennato al figlio, avevano quasi litigato: non aveva voluto saperne. E proprio in quell'occasione, quasi a ribadire la sua volontà di non lasciare il mondo degli yakuza, si era fatto tatuare il corpo. E le terme, non ristrutturate, erano rimaste solamente uno dei tanti beni della famiglia sparsi per la nazione, gestite da un loro uomo, che rendevano discretamente, anche se meno di quello che avrebbero potuto.
Ora Michiko era preoccupata per l'improvvisa chiusura del figlio. Capiva che qualcosa lo angustiava, ma non aveva abbastanza intimità con lui per sapere che cosa fosse, per chiederglielo. E aspettava perciò che qualcosa le potesse far capire se e come avrebbe potuto aiutarlo. Non c'era mai stata intimità fra lei ed i figli, a parte la sua Naoko. L'intimità fra un uomo e una donna era qualcosa che non faceva parte della tradizione giapponese e meno ancora di quella degli yakuza, che della società giapponese rappresentavano la punta più tradizionale.
Hiroshi si sposò la ragazza che lei gli aveva scelto in una cerimonia fastosa che riunì tutti i capi delle famiglie yakuza più influenti della nazione. Kazunari fece gli onori di casa in modo inappuntabile. La presenza di tanti nomi illustri, e l'entità dei doni, segnò in modo chiaro e inequivocabile l'importanza che ormai gli Yamaguchi avevano assunto a livello nazionale. E il fiore all'occhiello fu il controllo della Mazuda International, di cui Nakamura fu lasciato direttore generale, e di cui Kazunari fece Hiroshi presidente, come dono di nozze. La moglie di Hiroshi veniva dalla famiglia Suzuki, e portava in dote il controllo di una forte e solida compagnia di navigazione, rafforzando ulteriormente il potere degli Yamaguchi.
Tomoya era tornato in buoni rapporti con Kazunari e questi gli aveva finalmente raccontato del suo amore senza speranza per Jun. Tomoya gli aveva raccontato di essersi innamorato di una modella: avrebbe voluto sposarla, ma temeva che la madre si sarebbe opposta. Kazunari gli chiese di fargliela conoscere: se la ragazza gli fosse piaciuta, l'avrebbe aiutato a coronare il suo sogno. Tomoya, grato al fratello per il suo sostegno, pensò di ricambiarlo nel migliore dei modi: doveva andare parlare al ragazzo di cui Kazunari gli aveva parlato. Andò perciò a cercarlo all'università e riuscì ad individuarlo.
"Sei tu Takeda Jun, vero?" gli chiese avvicinandolo.
"Sì, sono io, perché?" gli chiese Jun stupito di essere fermato e conosciuto da un estraneo.
"Io sono Yamaguchi Tomoya, il fratello di Kazunari."
"Ti manda lui?" gli chiese col cuore in tumulto il ragazzo.
"No. Non sa che sono venuto a cercarti. Né voglio che lo sappia. Ma volevo parlarti. Ti dispiace venire con me?"
"Va bene." rispose Jun emozionato.
Salirono sulla moto di Tomoya che lo portò fuori città fino al parco del fiume.
"Di che vuoi parlarmi, allora?" gli chiese Jun quando scesero dalla moto.
"Di voi due. Kazunari è innamorato di te, seriamente."
"Te l'ha detto lui?"
"Noi due ci confidiamo tutto. Sì, me l'ha detto lui. Non fa che pensarti giorno e notte. Gli manchi terribilmente."
"Anche lui a me."
"Ma tu, lo ami davvero?"
"Sì. Lo amo. Anche io non faccio che pensare a lui."
"Allora, perché non vi decidete a mettervi assieme?"
"Posso parlarti a cuore aperto? Senza che ti arrabbi per quello che dirò?" chiese incerto Jun.
Tomoya lo guardò: quel ragazzo gli era istintivamente simpatico. Capiva che il fratello se ne fosse innamorato: "Parla." rispose semplicemente.
Camminavano lentamente fianco a fianco. Jun iniziò a parlare, lentamente, e gli disse quello che provava per Kazunari, i suoi timori, le sue esitazioni.
"Così, non ti andiamo a genio noi yakuza, è questo il problema, no?" disse con un sorriso divertito Tomoya.
"Non tu, o lui: l'idea. Il timore di doverlo piangere un giorno come tua madre e voi avete pianto vostro padre."
"Questo non ha impedito a mia madre di sposare mio padre. Perché lei è una donna forte. Tu sei un debole? O forse non ami abbastanza mio fratello? Se anche davvero mio fratello dovesse fare la fine di nostro padre, non vuoi dargli, almeno fino a quel giorno, la felicità che sogna? Che tu potresti dargli?"
"Troverà un altro più adatto di me, più forte di me." disse in tono dimesso Jun.
"Ma lui vuole te. Non un altro. Lui è innamorato davvero, lo conosco bene. Perché ti rifiuti di farlo felice, se è vero che lo ami? Sei più debole delle nostre donne? Non ci credo, o Kazu non si sarebbe innamorato di te. E allora? Scusami ma davvero non capisco."
"Tu vuoi bene a Kazunari, vero?" chiese Jun guardando con simpatia il ragazzo che era di un solo anno più giovane di lui, eppure dall'aria più adulta della sua.
Tomoya lo guardò con aria buffa: "Certo che gli voglio bene. È il migliore di tutti noi. È un uomo eccezionale, davvero eccezionale."
"Lo so. Forse, semplicemente, io non sono la persona giusta per lui. Forse, semplicemente..."
"Lui non la pensa così. Non credi che valga di più la sua opinione, in questo caso? Perché non accetti di essere felice con lui? Pensi che non sarebbe capace di farti felice?"
"Oh no, certo che ne sarebbe capace. Anche se io vivrei nell'angoscia. Sai che ogni volta che sul giornale, oppure alla TV, sento che hanno ucciso un uomo, mi si ferma il cuore finché non so che non è lui? Lo capisci, questo?"
"Certo che lo capisco, anche se mi pare esagerato. Ma allora penso: se comunque, ora, ci stai così male, che senso ha non averne almeno in cambio la gioia di starci assieme? Che senso ha che ti prendi solo la parte più pesante dell'amore che senti per lui? Scusami se ti parlo così chiaro, ma... non è sciocco? Starci male per starci male, non è meglio assieme a lui?"
Jun lo guardò quasi sorpreso: lui non aveva mai pensato a quell'aspetto. Fu come se gli si fosse aperto un velo davanti. Ora vedeva chiaramente, capiva chiaramente che non poteva fare altro che arrendersi senza condizioni all'amore che provava per Kazunari, compresa la paura di poterlo perdere in modo tragico. Tomoya lo stava guardando con aria interrogativa, quasi aspettando una risposta a quella sua osservazione finale. Jun annuì più volte, ripensando a quelle parole così giuste.
"Tomoya, grazie. Credo che tu abbia ragione. Come posso ringraziarti per avermi aperto gli occhi?"
"Andando da Kazunari, dicendogli che lo ami, che vuoi essere il suo ragazzo, che lo accetti così come è, con la sua vita."
"Sì, è giusto. Dov'è, ora? A casa?"
"No, è sul nostro yacht, al porto, che lo fa revisionare. Se ci vai subito, lo trovi là. Si chiama Sadamaru, lo yacht, è bianco, ancorato al molo 3. Vai."
"Sì, volo." disse eccitato Jun avviandosi di corsa verso l'uscita del parco.
"Prendi un taxi. E non gli dire che hai parlato con me, mi raccomando!" gli gridò dietro Tomoya soddisfatto.
Kazunari risalì sul ponte dello yacht discutendo col meccanico sui lavori da fare, quando vide Jun avanzare sul molo. Congedò in fretta l'uomo, dandogli appuntamento per il giorno dopo, prese dalla tasca il telefonino portabile e chiamò i suoi uomini di guardia avvertendoli di lasciar passare il ragazzo con il giubbetto azzurro e verde che stava arrivando. Ed attese emozionato. Jun salì incerto sulla passerella, dove incrociò il meccanico che scendeva, e salito sul ponte, si trovò di fronte Kazunari. Si fermò, cercando le parole giuste da dirgli. Si guardarono, in silenzio.
Poi Kazunari chiese a voce bassa: "Chi ti ha detto che ero qui?"
"Passavo per il porto, ti ho visto. È tuo?" mentì il ragazzo sperando che l'altro lo credesse.
"Sì. Vuoi visitarlo?"
"Sì."
"Vieni."
Scesero la scaletta di legno e Kazunari si girò per iniziare a spiegare, ma si fermò interdetto. Jun lo stava guardando con occhi lucidi, come se stesse per piangere.
"Che c'è, Jun?" gli chiese con dolcezza.
"Ti amo, voglio essere tuo, per sempre."
"Vuoi...?" balbettò quasi Kazunari.
"Non posso vivere senza te. Mi vuoi ancora con te?"
"E le tue paure? La mia vita?"
"Non mi importa, va bene. Prendimi con te, ti prego."
"Oh, Jun! vieni." disse Kazunari emozionato allargando le braccia e avanzando verso il ragazzo.
Jun vi si rifugiò dentro e mormorò con voce rotta e fievole: "Perdonami, Kazu-chan, perdonami. Voglio essere tuo."
Kazunari lo sollevò e lo baciò, stringendolo con forza a sé, poi gli disse emozionato: "Non ti lascerò più andar via, mai più. Sei mio! No, non ti lascerò mai più andar via." e lo baciò ancora.
Jun, fremendo da capo a piedi, slacciò i calzoni del suo uomo, gli prese fra le mani il membro già turgido e mormorò pieno di passione: "Prendimi, oh, prendimi, ti prego."
"Vieni di là."
"No, qui, subito. Ti voglio in me." insisté il ragazzo calandosi con mosse febbrili i calzoni e sciogliendosi il fundoshi.
Allora Kazunari lo prese in braccio, lo sollevò e lo portò fino al piccolo tavolo fissato al pavimento, dove lo depose.
"Non ho la crema, qui." disse il giovanotto carezzandolo e finendo di sfilargli i calzoni.
"Non m'importa." rispose il ragazzo sollevando le gambe ed offrendoglisi.
Allora Kazunari gli si inginocchiò davanti e cominciò a prepararlo lavorandolo a lungo con la lingua. Jun fremeva tutto, si sentiva in fiamme, e si sentiva felice. Kazunari si alzò di nuovo in piedi ed iniziò a penetrarlo. Jun lo accolse con un sorriso radioso e grato che commosse profondamente il giovanotto. Spinse il suo membro fremente contro la rosetta di carne. Una lieve contrazione nel volto di Jun lo fece immobilizzare.
"Ti faccio male." disse preoccupato.
"Sì, ma non m'importa. Spingi, mi abituerò. Ti voglio tutto in me."
Kazunari, controllando il proprio enorme desiderio, cercando di muoversi in modo di non fargli troppo male, incoraggiato dall'evidente desiderio con cui l'amato lo voleva in sé, gli si immerse tutto dentro. Poi pian piano iniziò ad ondeggiare il bacino avanti e dietro in salde spinte e quando vide l'espressione beata del ragazzo che amava, il suo dolce e caldo sorriso, si lasciò andare in un'appassionata cavalcata che portò entrambi alle stelle. Più nulla ormai offuscava la loro gioia che si manifestava in tutta la sua intensità nei volti estasiati dei due amanti. Jun era tutto un fremito e il piacere che provava era così intenso da farlo rabbrividire. E quel piacere si comunicava al giovanotto che si sentiva come ubriacato, rapito, stordito da quella insperata unione.
Raggiunsero assieme l'orgasmo gemendo alto, senza ritegno, il loro piacere.
Allora Jun, carezzando lieve i fianchi del suo uomo di sotto gli abiti che questi ancora indossava, gli disse con dolcezza: "Io ho ancora voglia di te: portami di là, ora, vuoi?"
Kazunari lo prese in braccio, camminando impacciato per i calzoni semiabbassati, aprì con un piede la porta e chinandosi lo depose sulla cuccetta. Si alzò per togliersi la giacca e la camicia, allora Jun sedette sul materasso e si sporse per succhiare con gusto il membro ancora eretto del suo amante, tatuato come un serpente. Questi si finì di spogliare e iniziò a denudare il ragazzo. Quindi, salendogli a fianco, gli prese il volto fra le mani, lo baciò.
Poi gli disse serio: "Se devi essere il mio ragazzo, voglio una cosa da te."
"Tutto quello che vuoi, Kazu-chan." rispose Jun felice.
"Tu devi prendermi."
"Io? te?" chiese stupito il ragazzo.
"Sì, tu, me. Nessuno in vita mia mi ha mai penetrato, perché non l'ho mai permesso a nessuno. Ma voglio che tu lo faccia. Perché tu sei speciale per me."
"Non è necessario: io sono felice così."
"E non vuoi fare felice me?"
"Sì, ma ti farò male, forse." mormorò Jun.
"Mi abituerò, e mi piacerà. Ma tu non sei uno dei tanti ragazzi che mi prendevo per il mio piacere e basta. Tu sei il mio amante, e perciò voglio sentirti in me. E poi, sei così felice quando mi accogli in te che voglio provare anche io la tua stessa felicità. Prendimi, ti prego."
Jun fece quello che il suo uomo gli chiedeva. E quando iniziò a penetrarlo provò un'ebrezza intensa, pareggiata solo dall'espressione di gioia che aleggiava sul volto di Kazunari.
"Ti piace, amore?" chiese Jun conoscendo già la risposta.
"Da morire! Sei così forte. E mi stai facendo tuo..."
"Ti faccio male? Non ce l'ho un po' troppo grosso?" chiese allora Jun affondandogli dentro ancora un po', con cautela.
"No, cioè un po', ma mi piace sentirti in me. Ora tu non sei più il mio ragazzo, ma il mio uomo, lo capisci?"
"Mi ami?"
"Moltissimo! Eppure mai quanto tu ami me."
"Perché dici così? Non è vero."
"Sì, tu mi hai accettato; io non sono riuscito a fare quello che desideravi da me. Non ho lasciato la mia vita, per te."
"Non parlarne più. Pensa solo ad amarmi, non ti chiedo altro che questo. Ma non farmi mai mancare il tuo amore."
"Non sarebbe possibile. Stai facendo di me l'uomo più felice del mondo. Non rinuncerei mai a questa felicità. Fammelo sentire tutto, amore, dai!"
Jun spinse ancora finché fu completamente e saldamente infisso nelle calde intimità del suo uomo. Questi emise un lieve sospiro deliziato e gli disse con dolce brama, sottovoce "Dai!" e allora il ragazzo iniziò a far oscillare il bacino con lievi colpi dei lombi, in un andirivieni via via più saldo e deciso man mano che vedeva la gioia dipingersi negli occhi profondi del suo amato.
Fecero l'amore a lungo, con calma e piacere, con vigore e dolcezza, con energia e delicatezza ad un tempo. Quando con eccitata commozione raggiunsero un frenetico e bellissimo orgasmo, si rilassarono abbracciati teneramente, senza ancora staccarsi.
"Fino a che ora puoi restare con me?" gli chiese con dolcezza Kazunari, felice.
"Finché mi vuoi con te."
"Io ti voglio per sempre. Vorrei che tu abitassi con me."
"Va bene. Abiterò con te."
"Devi avvertire i tuoi. Che dirai loro?"
"Che vado ad abitare a casa di un amico."
"Non lo troveranno strano?"
"Non mi importa."
"Potrebbero capire, immaginare."
"Non mi importa. Tu solo sei importante."
"Potrebbero farne una tragedia."
"Mi dispiace per loro. Io, se tu mi vuoi con te, sono deciso a qualsiasi prezzo. Tu vieni prima di tutto. Anzi, dammi il telefonino."
Kazunari si staccò quasi a malincuore da lui, lo cercò nella giacca sul pavimento della cabina e glielo porse. Jun compose il numero.
"Il signor Takeda, per favore. Sono il figlio."
"Telefoni a tuo padre? Al lavoro?" chiese stupito Kazunari.
Jun annuì, aspettando che fosse in linea il padre.
"Papà, sono Jun... No, niente di grave, ma di importante... Sì, certo... No, devo parlartene subito... Ecco, ho deciso che da ora mi fermo ad abitare con un mio amico... No papà, amico, al maschile... Perché sto bene con lui, voglio vivere con lui... No, certo che stavo bene con voi. Ma ora voglio vivere con lui... Ne parleremo quando verrò a trovarvi e a prendere le mie cose... Sì, papà, proprio così... Sì, papà... Mi dispiace, papà... Non serve che..." disse Jun serio, poi si girò verso Kazunari ridandogli il telefono: "Ha riattaccato."
"Ma era arrabbiato?" chiese preoccupato Kazunari.
"Sì. Ha capito." disse tranquillo il ragazzo.
"Che tu e io..." chiese il giovanotto sgranando gli occhi.
"Certo. È fatta." disse sereno Jun facendogli un sorriso.
"Mi dispiace." disse allora Kazunari carezzandolo.
"A me no. Prima o poi sarebbe comunque venuto fuori. Meglio subito, almeno non devo ricorrere a sotterfugi, dire bugie. Adesso sono davvero tutto tuo, quindi. Mi porterai nel tuo appartamentino?"
"Sì, certo. Quando vuoi ti accompagno a casa a prendere le tue cose. Anche se da me non ti farò mancare niente."
"Prima diamo ai miei il tempo di abituarsi all'idea. Fra due o tre giorni, forse. Nel frattempo, se puoi prestarmi qualcosa di tuo per cambiarmi..." disse con un sorriso dolce Jun.
"Ti staranno un po' grandi, i miei abiti."
"I ragazzi moderni vestono sempre abiti troppo grandi, sarò più alla moda." rispose allegro Jun.
Si rivestirono. Mentre Jun si legava addosso il suo fundoshi rosso, Kazunari gli chiese: "Ma non indossi altro tu? È strano, un ragazzo giovane che sotto i jeans indossa un fundoshi."
"Se non ti piace, smetto di portarlo."
"No, al contrario, ti fanno ancora più sexy. Solo, sono un po' stupito. Vorrei capire perché."
"Li trovo semplicemente molto comodi e me lo tengono bene a posto."
"Se devi far pipì, però, è piuttosto scomodo, no?"
"No, basta far così." disse Jun dimostrandogli come.
"Rimettitelo a posto, o mi fai venir voglia di nuovo." disse scherzoso Kazunari ed i due continuarono a rivestirsi.
Jun sfregò, lievemente imbarazzato, alcune macchie di seme quasi secco che c'erano sulla sua giacchetta di panno, e ridacchiò quando Kazunari capì di che si trattava.
"Te ne compro una nuova." disse premuroso il giovanotto.
"Basta farla lavare a secco, penso. Andiamo?"
"Aspetta. Prima ti voglio far conoscere il mio factotum. Si chiama Soda. È un brav'uomo e sa tutto di me. Mi protegge, e d'ora in poi dovrà proteggere anche te. È bene che vi conosciate."
Questa frase riportò bruscamente con i piedi a terra Jun: già, quella sarebbe stata la sua vita d'ora in poi: avrebbe dovuto abituarcisi. Ma ormai aveva fatto la sua scelta. Kazunari chiamò Soda col telefonino portabile. Dopo poco questi saliva a bordo. Kazunari li presentò.
Poi disse: "Soda, Jun è il mio amante. Ti ritengo responsabile della sua sicurezza. Se necessario, prendi un altro paio di uomini solo per lui. E ricordati che qualsiasi suo desiderio è come se fosse mio, chiaro? Solo per motivi di sicurezza puoi negargli quello che ti chiede."
"Certo capo. E... come devo chiamarlo?"
"Takeda-san, è chiaro. Come vorresti chiamarlo, se no? Che domande stupide mi fai a volte, Soda." disse Kazunari smentendo però la durezza delle parole con un sorriso.
"Chiedo scusa." disse un po' confuso l'uomo.
"Ora noi due andiamo al mio appartamento. Vedi di fargli avere un telefono portabile al più presto e mettigli in memoria il numero del mio e del tuo telefono. E facci portare su un buon pranzo, abbiamo fame. Ah, e per le pulizie di casa, mettiti d'accordo con Jun per gli orari in cui non gli darà fastidio, visto che d'ora in poi quella sarà casa sua."
"Capito, capo. Non ti preoccupare." disse Soda e, fatto un inchino, uscì dallo yacht.
"Di Soda ti puoi fidare ciecamente. Ed è bene che tu segua i suoi consigli. Conosce molto bene il suo mestiere. Lui ti farà anche conoscere i ragazzi che ti metterà come guardie del corpo."
"Non è necessario." disse lievemente smarrito Jun.
"Sì, amore, è necessario. Dovrai abituarti a questo, vivendo con me. Avremo sempre delle ombre discrete, accanto a noi."
"Ma sono salito qui senza che..."
"Ti avevo visto arrivare, avevo dato ordine di lasciarti passare, altrimenti non saresti arrivato neppure alla passerella, credimi. Anche le altre volte che siamo stati assieme, c'erano sempre i miei uomini a proteggermi."
"Quindi, sapevano già tutto di noi."
"Ti dispiace?"
"No. Semplicemente non lo immaginavo. Non puoi avere una tua vita privata, tu, tuoi segreti."
"Ho la mia vita privata e i miei segreti. Quegli uomini sono abituati a non parlare di quel che vedono e sanno, con nessuno. Come le tre scimmie. Nemmeno con mia madre parlano delle mie cose, che pure li paga di fatto. Sono davvero fidati. E anche i tuoi uomini, che Soda sceglierà, saranno altrettanto fidati. Quindi, non hai da preoccuparti. Mi dispiace, Jun, capisco che non sei abituato a questo modo di vivere, ma..."
"Mi abituerò, visto che è l'unico modo per starti vicino." disse deciso il ragazzo abbozzandogli un sorriso dolce.
Kazunari lo abbracciò e gli disse ancora che gli dispiaceva.
In effetti, se per Jun era la prima volta che iniziava a capire che cosa veramente volesse dire la vita di Kazunari, anche questi, per la prima volta, si rendeva conto a pieno di che cosa stava chiedendo al ragazzo di accettare. E gli era grato per accettarlo senza mettersi a discutere, senza recriminare. E si disse che era davvero fortunato ad aver trovato un ragazzo così.
Accompagnò Jun nel suo pied à terre e gli spiegò tutte le comodità di cui il piccolo appartamento era fornito.
Arrivò Soda, con la roba da mangiare, il telefono e due ragazzi che presentò a Jun come le sue guardie del corpo e lo informò che i due sarebbero sempre stati nell'appartamento di fianco, a sua disposizione, e che non doveva mai uscire senza chiamarli, né ricevere mai nessuno senza avvertirli. Jun assentì. Kazunari dette loro altri ordini, quindi i tre uscirono, lasciandoli soli. Mangiarono. Jun era leggermente teso, e Kazunari se ne accorse.
"Amore, ti pesa tutto questo?" chiese titubante.
"Mi devo solo abituare a questa... libertà vigilata." disse Jun cercando di sembrare spensierato.
"Come posso farti pesare di meno tutto ciò?"
"Facendo l'amore con me."
"Ancora?" chiese scherzoso il giovanotto.
"Ti sei già stancato?" lo stuzzicò il ragazzo.
"No, affatto, sono pronto, tutte le volte che vuoi."
"Dormirai sempre qui con me?"
"Proprio sempre non sarà possibile. Ma il più spesso possibile, te lo prometto. A volte devo viaggiare."
"E non potrai portarmi con te?"
"Non sempre. Credi, desidero quanto te starti accanto. E ci starò il più possibile. E quando non potrò, mi peserà da morire."
"Mi porti, di là?" chiese Jun con grazia.
"No, questa è casa tua, ora. Se mai, sono io a chiederti se mi porti di là. Mi ci porti, allora?"
Jun si alzò, lo prese per mano e lo guidò nell'altra stanza. Fece uscire il letto e cominciò a spogliare il suo uomo.
"Hai già imparato come si fa a far uscire il letto."
"Chissà quanti ragazzi ci hai portato, prima di me."
"Troppi. Ma tu da solo vali più di tutti loro. Perché ti amo. Ti amo tanto. Tutti gli altri non esistono più, credimi."
Fecero di nuovo l'amore, dimentichi di tutto e di tutti.