Comunque era deciso. Mi procurarono l'iscrizione per il seguente anno scolastico all'Università di Parigi. Il governo francese, come previsto, pose alcune condizioni alla mia permanenza in Francia, dettate dalla preoccupazione per la mia sicurezza, dicevano. Fra queste il fatto che dovevo preavvertire i loro servizi di sicurezza per ogni spostamento superiore ai cinquanta chilometri, dando date, luoghi eccetera.
Fu deciso che Bruce sarebbe venuto a Parigi con me. Questa ultima condizione mi irritò parecchio, ma alla fine pensai che dovevo far buon viso a cattiva sorte. La spuntai quando chiesi che mi prendessero in affitto un normale appartamento e rifiutai di andare a vivere in dormitorio. Accettarono anche perché così potevano affittare due appartamenti contigui e Bruce avrebbe potuto controllarmi meglio, ne sono certo.
Pochi giorni prima della partenza, mio padre mi convocò. Mi fece un discorso sulle mie responsabilità, poi mi chiese di non creare più problemi di quanti ne avessi già creati. Il tutto in modo molto civile, col tono "discorso fra gentiluomini". Gli risposi che non avevo nessuna intenzione di creare problemi, io, ma che volevo semplicemente vivere la mia vita e, lo sottolineai con forza, la mia sessualità.
"D'altronde," aggiunsi, "col tuo programma a favore dei gay, mica vorrai fare due pesi e due misure proprio con tuo figlio, no?"
Non apprezzò: "Quelle concessioni me le hanno strappate, te lo garantisco." borbottò irritato.
Finalmente partimmo. Bruce aveva il sedile accanto al mio, in aereo.
Poco dopo la partenza, mi disse: "Dave, dovremo vivere quasi assieme per parecchio tempo. Non credi che convenga a tutti e due cercare di non renderci difficile la vita a vicenda?"
"Sei tu a renderla difficile a me."
"Non è nelle mie intenzioni, davvero. Io sto solo facendo il mio lavoro, non ho niente contro di te."
"Anche i nazisti processati a Norimberga si giustificavano dicendo che facevano solo il loro dovere." ribattei duro.
"Dave, davvero... Se solo tu ti fidassi di me... Tu sei gay e né io né tu possiamo farci niente. Vuoi vivere tranquillo la tua sessualità e credo che tu ne abbia il diritto, ma purtroppo per te non sei uno qualsiasi, perciò..."
"Non ho scelto io di nascere nella mia famiglia, perciò la responsabilità non è mia. Ricordati quello che ho detto: se tu mi metterai i bastoni fra le ruote, altro che scandalo darò. Che ne diresti se per esempio durante un'intervista in diretta in TV dicessi di essere gay e che mio padre cerca di impedirmi di avere la mia vita privata?"
"Non dire sciocchezze, non potresti fare una cosa del genere." disse guardandomi allarmato Bruce e sbiancando.
"Se non ci sarò costretto. Non dipende da me ma da voi."
"Dave, davvero... seriamente..."
"Sì, seriamente. Io a Parigi voglio potermi portare a casa, a letto per essere più chiari, chi voglio!"
"Sì, Dave, purché non sia qualcuno che... Capisci, un ricattatore o qualcuno pagato per creare uno scandalo."
"E come si fa a saperlo prima? D'altronde, basta che non sappia chi sono, no?"
"Sei comparso in TV, sui giornali, anche se non è da noi, possono sempre sapere, capire, collegare. Il tuo stesso cognome..."
"Allora, che cosa proponi tu, sentiamo? Vuoi trovarmeli tu i compagni giusti?" gli dissi incavolato.
"No, certo, ma... Se davvero ti trovi un compagno giusto, non sarò certo io a metterti i bastoni fra le ruote."
"E in base a cosa deciderai se è quello giusto o no?"
"Posso fare delle indagini."
"Già, te lo immagini? Io conosco uno che mi piace e gli dico: scusami, puoi darmi le tue generalità, almeno i miei cani da guardia faranno indagini su di te e se mi daranno il via libera potremo scopare. Come puoi essere così ingenuo?"
Bruce stava per darmi una risposta pungente, ne sono più che sicuro, ma preferì tacere. Doveva sentire il mio rancore nei suoi confronti: certo è che non mi era affatto simpatico. Guardai il film, tanto per non essere costretto a continuare la conversazione con lui. Bruce invece si mise a leggere un libro. Poi ci portarono da mangiare. Il silenzio fra di noi si stava facendo pesante, ma io non avevo assolutamente voglia di parlare.
Poco prima di scendere all'aeroporto De Gaulle, Bruce ruppe il silenzio: "Tra poco siamo arrivati. Saremo accompagnati nella stanza dei VIP."
"Non se ne poteva fare a meno?"
"No: là dovremo incontrare gli uomini del servizio segreto francese: fa parte degli accordi, capisci?"
"No, che non capisco ma anche se non volessi, il mio parere non conta, no?"
"È la loro terra, fissano loro le regole. D'altronde capisci che se per caso ti capitasse qualcosa in Francia, si sentirebbero responsabili verso il nostro paese."
"E smettila di dire: capisci, capisci." ribattei secco.
Ci accolsero con deferenza. Ci portarono nella stanza VIP dove mi dettero il benvenuto con un lungo e noioso discorso in un inglese quasi perfetto. Quindi iniziarono a spiegarmi che cosa loro avrebbero fatto per la mia sicurezza e che cosa si aspettavano da me. Temevo di peggio anche se certamente invidiai la gente comune: perché mio padre non era un qualsiasi impiegato di banca? Poi parlarono con Bruce, il mio "collegamento" con loro.
Uscimmo, senza passare dogana. Con un'auto ministeriale ci portarono all'ambasciata. Qui altri convenevoli e due parole con l'uomo dei nostri servizi segreti. Quindi finalmente, questa volta con un'auto dell'ambasciata, fummo accompagnati agli appartamenti che avevano predisposto per me e Bruce.
Il mio appartamento era composto di ingresso, una camera da letto, uno studio, un salottino, cucina, soggiorno e stanza da bagno. Era abbastanza ampio, al sesto e ultimo piano di una vecchia costruzione del centro. Aveva anche un'ampia terrazza sui tetti, che mi piacque molto. La giornata era splendida e di là si vedeva la parte vecchia della capitale. L'alloggio si sviluppava su tre lati della terrazza. L'alloggio di Bruce era al mio stesso piano ma dava sulla strada e non c'erano altri alloggi a quel piano. C'era un vecchio ascensore a vetri al centro della scala semicircolare.
Ma soprattutto non c'era portineria e questo mi fece molto piacere. L'alloggio era tutto arredato con mobili nuovissimi, di un design moderno né bello né brutto. C'era il telefono, due TV e uno stereo. Il frigorifero era già pieno, in cucina c'era tutto il vasellame e il pentolame necessario; negli armadi la biancheria per il letto, in bagno la carta igienica nonché tutto l'occorrente per la pulizia personale. Insomma, era pronto per essere abitato.
Portarono su i miei bagagli. Bruce mi disse che si sarebbe fatto vivo più tardi ed andò nel suo alloggio a sistemare le sue cose. Io disfeci i miei bagagli e sistemai tutto. Avrei vissuto lì per qualche anno: a poco a poco l'avrei personalizzato. I soldi non mi mancavano certo: mio padre m'aveva assegnato un discreto mensile che mi sarebbe stato versato in un conto che m'avevano già aperto: dovevo solo andare a depositare la mia firma.
M'avevano detto che potevo mangiare in casa o fuori come volevo e che ogni mattina sarebbe arrivata una persona "fidata" a fare le pulizie in casa mia e di Bruce mentre ero all'università. Ero sicuro che la persona "fidata" che avevano scelto avrebbe messo il naso nelle mie cose mentre non c'ero: era certamente qualcuno pagato dal nostro servizio segreto.
Ma ero determinato a fare lo stesso la vita che volevo. Il letto era di una piazza e mezzo. Sorrisi fra me e me: avevano scelto un compromesso fra il letto ad una piazza che temevo e quello a due piazze che desideravo? Mi ci gettai sopra: il materasso era come piaceva a me: non troppo morbido e ben dritto. E nell'armadio c'era un soffice piumino. Trovai solo un po' strano il cuscino a salame, ma non era male. "Presto ospiterai altri corpi oltre il mio!" pensai con un segreto piacere carezzando il materasso.
Sistemate le mie cose, andai a farmi una doccia. Ero appena uscito quando suonarono alla porta. Indossai l'accappatoio ed andai ad aprire. Logicamente era Bruce. Mi chiese se volevo andare a mangiare fuori o preferivo prepararmi qualcosa in casa.
"Non lo so. Non ho ancora deciso."
"Comunque, domattina prima andiamo in banca, poi all'università."
"Andiamo?" chiesi facendogli capire che non vedevo perché dovesse venire anche lui.
"Almeno la prima volta: verrà un funzionario dell'ambasciata ad accompagnarci."
"Beh, tanto più non vedo che bisogno ci sia che venga anche tu."
Mi guardò serio, poi disse: "D'accordo, come vuoi. Non vuoi proprio cessare le ostilità, eh, Dave?"
"Non le ho cominciate certo io."
"Neanche io, te lo garantisco. Comunque..."
"Entra, dai!" gli dissi scostandomi per lasciarlo passare. Sembrò indeciso, poi entrò. Lo feci accomodare nel salotto: "Allora, che intenzioni hai?"
"Dipende da che intenzioni hai tu." mi rispose sedendo.
Sedetti di fronte a lui. Volutamente lasciai che l'accappatoio mi si scostasse un po' davanti, per provocarlo. Lui non guardò mai fra le mie gambe, ma sapevo che era cosciente della mia nudità semiesposta.
"Che intenzioni ho io? Trovarmi qualche bel ragazzo da portarmi a letto o che mi porti nel suo, no?"
"E come?"
"Non lo so. Andando a battere nei locali gay, penso. Tu come faresti a trovarti una ragazza? Andando a ballare, frequentando i posti che le ragazze frequentano, no? Per trovare un ragazzo non è così semplice se non andando dove vanno i maschi che cercano maschi."
"Sì, però..."
"Senti, io non sono mai andato in un locale gay, non ho mai potuto fino ad ora. Non so neppure se mi piaceranno o no. Ma da qualche parte devo cominciare. O tu hai qualche altra idea, a parte cercare tu una marchetta per me?"
Bruce tacque.
"Se ti preoccupa l'idea che vada a battere nei cessi pubblici o nei parchi puoi stare tranquillo, non mi attira per nulla farlo. Anch'io non ho nessuna intenzione di mettermi nei guai. E non andrò certo a dire in giro chi sono. Anzi, se potessi, cambierei anche cognome, te lo assicuro." gli dissi.
Lui annuì appena ma lo vedevo pensieroso.
"Senti, non posso cambiare cognome, non ufficialmente per lo meno, ma non potrei metterne un altro alla porta? Usarne un altro in giro?"
"No, ti creerebbe solo problemi: a scuola dovresti usare il tuo e... no."
"Beh, se qualcuno collega il mio cognome con quello di mio padre, posso dire che è solo una coincidenza."
"Purtroppo assomigli a tuo padre, hai l'aria di famiglia. Non credo che funzionerebbe. Comunque alla porta possiamo lasciare il numero come usa qui e non mettere il cognome."
Stupidamente non ci avevo pensato e, in qualche modo gli fui grato per quel suggerimento. Riguardo al fatto che assomigliassi a mio padre, purtroppo per me era vero. Però...
"Se mi tingessi i capelli e se invece delle lenti a contatto usassi gli occhiali..." dissi.
Bruce mi guardò un po', come studiandomi, poi disse: "Sì, sì potresti farlo, credo."
"E magari lasciarmi crescere la barba." aggiunsi io già perso nelle mie fantasie sul modo migliore di non farmi riconoscere.
"Dovremmo comunque avvertire i servizi segreti." disse Bruce a mezza voce, quasi avesse timore della mia reazione.
"Beh, quello è compito tuo, no?" risposi facendo spallucce: quello era un male inevitabile.
Sembrava che Bruce avesse un atteggiamento più amichevole, in qualche modo. Mi chiesi se era solo scena a mio favore o se... Decisi di metterlo alla prova.
"Comunque ho deciso che uscirò per cena. Da solo. Andrò nei dintorni, non credo che riuscirò a trovarmi un amichetto così su due piedi, ma se capitasse voglio essere libero di agganciarlo e portarmelo a casa." Bruce non reagì. "Non dici niente?" lo stuzzicai.
"Spero solo che tu sia prudente e che non mi tocchi poi cercare di correre ai ripari. D'altronde, che posso fare? che posso dire? Mi trovo fra incudine e martello, in un certo senso. Tu sei deciso a fare la tua strada, e io devo fare in modo che non entri in conflitto con gli interessi di tuo padre."
"Te lo sei scelto tu il tuo lavoro." gli dissi col tono di chi dice: te la sei voluta e te la tieni.
Lui annuì, poi disse a mezza voce: "Però non immaginavo che..." e si interruppe.
"Che io fossi gay? Puoi sempre dare le dimissioni, se ti pesa troppo, no?"
"Ti ho visto crescere, o forse dovrei dire che in qualche modo ti ho fatto crescere. Chissà perché uno diventa gay e un altro no?"
Mi misi a ridere: "Non credo che si diventi gay, credo che lo si sia, dalla nascita."
"Le teorie sono tante, ma nessuna seria, o per lo meno nessuna probante."
"Beh, visto che non si sa perché uno è gay, non resta che prenderne atto, no?"
"Già, se solo non creasse tanti problemi."
"I problemi li ha chi se li crea. Io sono felice di essere gay. Beh, no, non è esatto: non più e non meno che essere biondo o alto o maschio, comunque: lo sono e basta e non ho rimpianti. Se non i problemi che mi create voi, la società."
Bruce non ribatté nulla. Si alzò: "Bene, Dave. Comunque, anche se il mio compito ti potrà risultare ingrato, vorrei che fra di noi potessimo sempre parlare come ora. E che non pensassi a me come a un criminale nazista."
Sorrisi, soddisfatto che quella mia accusa avesse ottenuto il suo effetto: "Basta che tu non pensi a me come a un problema da eliminare." gli risposi alzandomi a mia volta ed accompagnandolo alla porta. Mi tese la mano, quasi in un gesto di pace, gliela strinsi.
Non fu certo quel giorno, né il giorno dopo, né nei giorni immediatamente successivi che riuscii a trovare qualcuno con cui finalmente fare l'amore. Né mi misi a battere sfacciatamente, questo è certo. Il giorno dopo, prima andai da un barbiere da cui mi feci cambiare il taglio dei capelli e me li feci tingere castano chiaro, poi andammo a comprare gli occhiali, passammo in banca a depositare la mia firma, andammo all'università.
I corsi iniziavano circa un mese più tardi, quindi presi ad esplorare la città e una delle prime cose che feci fu comperare in un'edicola dei giornali del centro diverse riviste gay e la guida gay. Questo semplice fatto mi dette un forte senso di libertà: era quasi un simbolo, per me, di un cambiamento: nessuno mi conosceva, e quelli che mi controllavano lo facevano con discrezione. Dentro di me decisi comunque di non preoccuparmi dei miei controllori e di agire come se non ci fossero. Almeno finché non si fossero fatti vivi loro.
Avevo anche comprato una pianta della città e con la guida gay individuai sulla pianta i luoghi in cui c'erano locali gay: bar, club, saune, cinema, e li segnai con evidenziatori di vari colori. Quindi appesi la mappa nello studio; avevo intenzione di visitarli tutti, almeno una volta.
Poi cercai anche una palestra nei dintorni di casa mia: volevo riprendere i miei esercizi fisici per tenermi in forma. Ne trovai una ad una decina di minuti a piedi dal mio appartamento, di media grandezza, abbastanza ben attrezzata e vidi che la maggioranza dei frequentatori erano giovani, anche gli istruttori. Mi iscrissi e fissai i giorni e gli orari.
Ero a Parigi da una decina di giorni, l'università ancora non era iniziata, ma avevo già comprato tutti i testi dell'elenco che mi avevano dato in segreteria. Vedevo Bruce di tanto in tanto, ma non avevamo più affrontato quel discorso e d'altronde non è che si passasse tempo assieme: eravamo come due vicini che si conoscono appena e che si limitano a salutarsi quando si incontrano.
La mattina verso le dieci, dal lunedì al venerdì, veniva una giovane donna a fare le pulizie di casa, faceva anche il bucato, stirava ed andava via verso mezzogiorno. Si chiamava Josiane, aveva sui trenta anni, era silenziosa ed efficiente e parlava un delizioso inglese con un forte accento francese. Aveva la chiave di casa ma prima di entrare suonava, forse perché sapeva che ancora non andavo all'università. Mi suggerì, quando non fossi stato in casa, di lasciarle un biglietto sul tavolo di cucina se c'era qualche cosa che volevo facesse prima di altro.
Una delle prime cose che avevo fatto appena arrivato a Parigi era stata di scrivere a Rick. Ricevetti presto la risposta: era molto contento che fossi ora un po' più libero, mi prometteva che sarebbe venuto a trovarmi, mi chiedeva se avevo già trovato un compagno. Lui era ancora con Klaus e sembrava felice. Nella sua seconda lettera c'era anche una foto in cui era con il suo ragazzo.
Mi chiesi, se fossero venuti, dove potevo farli dormire. Decisi allora di far cambiare il sofà del salotto con un divano letto. Ne parlai a Bruce che fece fare il cambiamento. Un altro cambiamento che volli fare fu passare da un vivaista per farmi mettere del verde nell'ampia terrazza. Con una spesa ragionevole, la terrazza fu trasformata in una specie di giardinetto pensile, con una pergola fra salotto e soggiorno e una specie di folta parete di cespugli che isolavano il pezzo di terrazza davanti alla mia camera da letto. Allestirono il tutto in una giornata. Chiesi a Josiane che si occupasse lei di dare l'acqua alle piante.
E cominciai il mio giro di visite ai locali gay. In una sauna, ebbi finalmente la mia prima avventuretta. Un giovanotto iniziò a ronzarmi attorno, mi piaceva, glielo feci capire. Sedette accanto a me, attaccò bottone. Mentre parlavamo prese a carezzarmi una coscia e mi eccitai. Dopo poco mi invitò a seguirlo in un relax-box. Stendemmo i nostri asciugamani umidi sul materassino e ci mettemmo a fare l'amore: ne avevo un grande bisogno, fu piacevole; all'inizio mi dava un po' fastidio il fatto che di tanto in tanto qualcuno facesse capolino dalla tenda del nostro box, ma presto mi abituai, anzi trovai eccitante l'idea di poter fare tranquillamente l'amore, spiato da sguardi accesi di libidine.
L'altro, quando, appagati, uscimmo dal box, mi chiese se ci saremmo rivisti. Gli risposi che non sapevo. In realtà volevo ancora guardarmi un po' attorno, frequentare anche altri locali, per scegliere quelli in cui sarei tornato. Non ci eravamo neppure detti il nome. Dopo poco lo vidi che accostava un altro ragazzo come aveva fatto con me.
Un ragazzetto effeminato mi venne incontro, mi salutò e mi disse: "Ho visto che ce l'hai bello, grosso. Mi piacerebbe farmi fottere da te."
Lo guardai un po' stupito: non m'ero aspettato un approccio così diretto.
"Sto per andare via." mi scusai.
"Peccato. Non hai almeno cinque minuti? Mi piacerebbe almeno succhiartelo," mi disse infilandomi una mano sotto l'asciugamano e carezzandomelo, "sono molto bravo, sai." aggiunse con civetteria.
"OK, ma solo cinque minuti." cedetti subito, quasi senza esitare.
"Vieni, allora." mi disse con un sorriso soddisfatto.
Mi guidò in un altro box, mi fece stendere e si dette subito da fare. Era davvero bravo.
Quando mi vide bene eccitato tornò alla carica: "Ti prego, fottimi." chiese.
Non l'avevo mai fatto, ma decisi di provarci e me lo misi sotto: trovai che era piacevole penetrare, era bello sentirlo agitarsi e gemere sotto di me anche se, per i miei gusti, era un po' troppo effeminato.
Tornai a casa soddisfatto. Il mio pellegrinaggio nei locali gay proseguì sistematicamente. Mi sembrava di sognare: lì si poteva flirtare liberamente, corteggiare e farsi corteggiare ed avere con facilità avventure. Non avevo mai sognato di poter un giorno sperimentare una simile libertà, sia pure solo nei locali specializzati. Potermi avvicinare a un maschio e potergli far capire che mi piaceva, che lo desideravo, era per me un'esperienza del tutto nuova e molto piacevole. Essere avvicinato e sentire di essere desiderato era esaltante. Concludere con qualcuno e seguirlo a casa sua, o in un alberghetto compiacente, lasciarsi spogliare, fare l'amore con calma.
All'inizio avevo deciso di non portare nessuno a casa: non tanto e non solo per prudenza, quanto perché in un certo senso avrei voluto portare a casa solo qualcuno con cui nascesse qualcosa di serio e non le occasionali avventure. E allora mi interessavano soprattutto le avventure. Era un po' come se volessi recuperare il tempo in cui non avevo potuto che sognare...
Ero lì da pochi mesi, non ricordo bene, forse quattro o cinque, quando conobbi Khaled. Era un ragazzo del Marocco, molto bello. Aveva due anni più di me, studiava anche lui all'università. Mi affascinarono, oltre al suo corpo snello, forte e armonioso, oltre al suo sorriso aperto, gli scuri occhi luminosi e profondi che parevano saperti guardare fin dentro l'anima.
Lo conobbi in una discoteca. Stava ballando da solo ed era molto sexy. Mi sentii attratto da lui, mi misi a ballare di fronte a lui guardandolo. Lui mi sorrise e si mise a ballare sempre girato verso di me, carezzandomi con gli occhi. Il suo sguardo non mi abbandonava un solo minuto, era evidente che gli piacevo e questo mi eccitò molto. Gli sorrisi. Quando andai al bar a prendere da bere, lui venne accanto a me. Gli sorrisi di nuovo e gli chiesi se potevo offrirgli da bere.
"Grazie, ma solo un analcolico..." disse, poi aggiunse: "...sono musulmano, io."
Non avevo pensato ad un arabo, pareva un latino. La cosa mi incuriosì. Andammo a sedere ad un tavolinetto; mentre sorseggiava lentamente il suo succo di frutta, mi chiese di dove fossi, se fossi un turista, come mi chiamassi. Mi disse di sé: mi disse che studiava elettronica all'università, che abitava in un appartamento con altri tre suoi giovani connazionali, uno studente come lui e due che lavoravano, e che lui era il più giovane. Gli chiesi se anche gli altri fossero gay.
Sorrise: "Un arabo non ammetterà quasi mai di essere gay, a parte io. Hanno la ragazza tutti e tre, prima o poi si sposeranno di sicuro, saranno padri e mariti felici, anche se qualche volta non disdegnano un ragazzino. Io per loro sono troppo vecchio, comunque, e troppo maschile come corpo."
"Ma sei gay?"
"Certo. E mi piacciono gli uomini, non i ragazzini."
"Sono troppo giovane, per te?" gli chiesi con un lieve sorriso malizioso.
"No, sei giovane ma vai proprio bene. Hai già un ragazzo, tu?"
"No, e tu?"
"Nemmeno; siamo liberi, perciò. Che ne diresti di... hai un posto?"
"No."
"Possiamo andare da me, se vuoi."
"Ma, e gli altri?"
"In camera mia faccio quello che voglio."
"Sanno che sei gay?"
"Certo. E non hanno niente da dire. Vieni, allora?"
"Sì."
Andammo da lui. I suoi compagni erano in soggiorno, sentivamo le loro voci parlare in arabo. Dall'ingresso, in cui campeggiava un ritratto a colori dell'ayatollah Komeini, mi fece entrare nella sua stanza. "Avverto gli altri che ho un ospite, così ci lasceranno in pace. Faccio in fretta, accomodati pure." mi disse con un sorriso indicandomi il letto ed uscì.
Mi guardai attorno: la stanza era arredata in un misto di stile arabo ed occidentale abbastanza gradevole anche se con oggetti di poco costo. Foto di famiglia e di amici erano appuntate al muro con puntine da disegno colorate. Sulla scrivania un computer spento e di fianco un cestino di frutta. Nella libreria diversi libri in arabo, in francese ed in inglese, questi ultimi soprattutto di elettronica, ma anche alcuni romanzi.
Tornò, sorridente come al solito. Chiuse a chiave la porta della stanza, mise su della musica "rai", mi venne accanto ed iniziò a spogliarmi in silenzio. Facemmo l'amore a lungo, con calma e con passione. Mi piaceva moltissimo. Quando mi prese lo fece con estrema delicatezza eppure con virilità e facendo in modo di darmi il massimo del piacere. Mi prese molto a lungo: mi piaceva sentirlo scivolare avanti e dietro in me con tanta possanza e delicatezza al tempo stesso. Fece in modo che raggiungemmo l'orgasmo assieme. E dopo mi carezzò a lungo, baciandomi e sussurrandomi parole piene di dolcezza.
Quando lo lasciai gli chiesi se e quando ci saremmo potuti rivedere: era la prima volta che lo facevo, che lo desideravo. Fui un po' deluso quando mi disse che due giorni dopo sarebbe tornato in Marocco.
"Ci starò circa un paio di mesi. Ma poi tornerò. Anche a me piacerebbe rivederti. Se verrai in discoteca, potremo ritrovarci."
Ci rimasi male: quella era la frase classica di chi dice di no, diversamente m'avrebbe dato il suo numero di telefono. Non insistei. Volle accompagnarmi fino alla stazione della metro.
Profittando del fatto che era deserta, mi dette un rapido bacio e mi disse: "È stato molto bello, grazie." e tornò indietro.
Beh, pensai per consolarmi mentre tornavo a casa, è stata una gran bella avventura, comunque.
Nei giorni seguenti andai nei locali che avevo deciso di frequentare, che mi erano piaciuti di più: tre o quattro bar e una discoteca, quella in cui avevo incontrato Khaled. Non frequentavo più le saune: lì si andava solo per scopare, a me interessava, ora, farmi degli amici. Speravo anche di poter incontrare prima o poi qualcuno con cui iniziare una relazione seria. Avventure, comunque, potevo averne anche frequentando quei locali che avevo scelto.
Con Bruce ci si vedeva di tanto in tanto, per lo più per le scale, e si scambiava qualche parola. Diciamo che la tregua che avevamo stabilito stava reggendo. Mi stupiva che non avesse cercato di mettere il naso nella mia vita privata: è vero che comunque ero sorvegliato (discretamente, ma sicuramente) dal servizio segreto francese con cui lui certamente era in contatto. Però mi stupiva un po', m'ero aspettato che si intromettesse di più.