Il giorno dopo il loro rientro Piero telefonò a casa di Carla sperando di trovarla. Non rispondeva. Continuò a telefonare finché finalmente ci fu risposta.
"Oh, ciao Piero. Tutto bene?"
"Sì..." disse incerto questi, "ma vorrei vederti presto. Devo parlarti."
"Certo, volentieri. Anch'io ho un sacco di cose da raccontarti. Sono state belle vacanze per me. E per te?"
"Anche. A presto, allora."
Si videro la sera stessa. Piero andò in casa di Carla. C'era solo lei e il piccolo perché Beppe era dovuto andare a Napoli per lavoro. Così, dopo aver cenato chiacchierando un po' del più e del meno, Piero si decise ad affrontare l'argomento che gli stava a cuore.
"Carla... credo di essere innamorato."
"Bene!" fu il solo commento, allegro, dell'amica.
"Ma... ti avevo promesso che te l'avrei fatto conoscere, però... non so se..."
"Chi è? Parlami di lui."
"È difficile... Non so se riuscirò a dirtelo."
"Si tratta di... Akim, non è vero?" disse Carla con dolcezza.
Piero la guardò stupito, ma annuì, poi le chiese: "Come hai fatto ad indovinare?"
"Non era difficile. L'ultimo giorno che gli ho dato lezione io ho dato ad Akim l'indirizzo del professore che avrebbe dovuto seguirlo in nostra assenza, dicendogli che lo aspettava a casa sua la mattina seguente alle dieci. Lui mi ha restituito il biglietto, senza neppure guardarlo e mi ha detto: no, professoressa, io non ci vado, da quello. Io voglio andare a studiare col professor Gribaudo. Mi dia il suo indirizzo, per favore. Io gli ho risposto di no e gli ho detto che doveva fare come era stato deciso. Ma lui, irremovibile, mi disse che se non veniva a studiare da te, avrebbe smesso di studiare. Io lì per lì non ho ceduto e gli ho detto: peggio per te. E lui insisteva ed io pure, finché ebbi l'impressione che Akim fosse sull'orlo delle lagrime. A dire il vero questo mi turbò, comunque non mi fece cambiare idea. Gli negai di nuovo il tuo indirizzo e ribadii che se smetteva di studiare era peggio per lui, ma che io non ci potevo fare niente.
"Allora Akim, guardandomi fisso negli occhi come fa lui quando è pienamente sincero, mi ha detto: ma io, professoressa Testa, io sono innamorato del professor Gribaudo. E è per lui che studio. Per altri no. Innamorato? dico io. Non si dice in italiano quando due sono dello stesso sesso: si dice mi piace o che so io. E lui, sempre senza distogliere lo sguardo mi dice: No, professoressa, non sto sbagliando l'italiano. Io sono davvero innamorato di lui, io lo so bene, perché da anni io so che a me piacciono i maschi e faccio sesso solo con i maschi e mi piace. E io sono innamorato del professore, da tanti mesi. Io allora gli ho detto: Va bene, ti capisco, ne sei innamorato. Ma per il professore tu non puoi essere altro che un allievo. E se tu gli fai capire il tuo amore, sicuramente lo rifiuterà, ti manderà via, non lo capisci? E lui: sì, lo so bene, ma io non gli dirò mai il mio amore, non glielo farò capire perché mica voglio metterlo in imbarazzo. Mi basta stargli vicino, poterlo guardare e studiare. Per lui. In questi mesi nessuno si è mai accorto del mio amore per il professore, solo il mio cuore.
"Allora io, in un ultimo tentativo di dissuaderlo, gli ho detto: Ma tuo padre, che direbbe? E i soldi per il viaggio e per mantenerti là? Vedi che è impossibile? E lui mi ha dato una risposta che... beh, che mi ha quasi sconvolto. Mio padre, dice lui serio, mio padre sa tutto di me, ha sempre saputo tutto, anche dei miei precedenti amanti. E lui dice che mi dà i soldi per il viaggio, anche se so che per lui è un sacrificio. Sa tutto? chiedo io incredula. E non ti dice niente? Akim mi dice: Lui, quando ero un ragazzino, ha cercato di spiegarmi che preferiva che io pensassi alle ragazze, ma poi si è arreso, visto che sono fatto così. Lui sa che sono cose che succedono che uno mica può decidere da solo. E adesso mi ha detto di essere prudente, di non dare fastidio al professore che è così buono con me, di non fargli capire che sono innamorato di lui, ma che se io ho deciso così, lui mi aiuta come può e infatti mi dà un po' di soldi.
"Io allora gli ho fatto presente l'ultima difficoltà, ho fatto l'ultima obiezione: Ti rendi conto che se si sapesse che tu sei innamorato del professore e che tu stati con lui, potrebbe avere problemi seri, essere accusato di corruzione di minorenni, perdere il posto di lavoro? Akim, sempre serio al suo solito, mi ha detto: Lo so, professoressa. Ma non c'è pericolo, nessuno lo saprà mai. Io gli ho detto: lo hai detto a tuo padre, e a me... è già troppo. E lui: Ma lei tradirebbe il suo amico? No, dico io, certo che no. Allora lui: E mio padre non tradirebbe mai né me né il professore che sta facendo tanto per me. Vede che non c'è problema? Mi dia l'indirizzo del professore, la prego! Così, alla fine, gliel'ho dato.
"Anche perché, Piero, onestamente, io m'ero accorta da tempo che per te Akim era molto più che un semplice allievo. Io m'ero accorta da tempo che tu ti stavi innamorando di lui e ho pensato che, chissà, forse eravate davvero fatti l'uno per l'altro, dopotutto. Akim è un ragazzo splendido, un giovane maturo. E tu sei una persona splendida... E mi pare di non aver sbagliato, no?"
Piero aveva ascoltato tutto, assorto.
"Tu... tu t'eri accorta che mi stavo innamorando? Ma se io me ne sono accorto solo in questi giorni!" ribatté alla fine.
"Beh, ormai ti conosco piuttosto bene. E tu non te ne sei accorto perché per la tua coscienza era inammissibile, i tuoi principii ti tenevano lontano da un allievo, ti imponevano di non pensare a lui come ad un possibile partner."
"Ma ora... Ora potrebbero accorgersene anche gli altri, non credi?"
"Ma no, basta che siate prudenti tutti e due. Siete due adulti, mica due bambini."
"Ma Akim è minorenne."
"Per la legge sì, ma ancora per poco più di un anno e passerà in fretta. Non sarà certo lui a denunciarti, né suo padre, né io, perciò... Akim non si è invaghito di te, ma innamorato. Non è la classica sbandata romantica della studentessa per il suo professore ma un amore adulto, capace di sacrificio. Un amore che non chiede nulla e che dà tutto non può essere pericoloso. Akim ha bisogno di te e credo che tu abbia bisogno di lui."
"Sì, credo di sì. E so di esserne terribilmente innamorato. Anche se non gliel'ho ancora detto in modo chiaro. Ma credo che glielo dirò domani, quando verrà da me a studiare ed a... stare assieme."
Carla sorrise ed annuì: "Piero, ti voglio bene e vi auguro un mondo di felicità. A tutti e due."
"Grazie, Carla, mi ha fatto bene parlare con te..."
Piero tornò a casa sereno. Certo, ci sarebbero stati problemi, ma ora la vita gli sorrideva davvero.
Akim dette gli esami di riparazione e fu promosso con un sei in scienze ed un sette in greco. E agli scrutini tutti i professori furono concordi nel dire che quel ragazzo "aveva compiuto miracoli" e che andava aiutato negli studi.
"Se continua così," affermò il professore di greco, "diventerà uno dei nostri migliori allievi e bagnerà il naso a tanti. Altro che vu' cumprà!"
Piero gongolava tutto, anche se non lo dava a vedere.
La Cerulli invece era raggiante: "E se fa domande, vedete che vale la pena di perdere tempo con lui!" disse lanciando la sua frecciatina anonima.
Cominciò il nuovo anno scolastico ed Akim, in classe, fu impagabile: si comportava come sempre (a parte che ora era un po' più vivace e brillante con i compagni) e trattava Piero come qualsiasi allievo tratta con un professore. Ed anche Piero si accorse che non era poi così difficile trattare Akim come tutti gli altri allievi, in classe.
Akim continuava ad andare a studiare a casa sua, anche se ora aveva bisogno di aiuto molto di rado. E finalmente Piero gli lasciava fare le faccende di casa. Qualche volta, anche se di rado, si fermava a dormire con Piero, ma la mattina partiva un po' prima ed andava a scuola per conto suo, facendo un giro in modo di arrivare dalla solita direzione.
Piero incontrò il padre di Akim all'udienza genitori e si sentì un po' nervoso, ma l'uomo si comportò come al solito, come se non sapesse nulla, senza mai fare la minima allusione. Questo, se da una parte fece piacere a Piero, dall'altra aumentò il suo imbarazzo. Così si decise di chiedere al padre di Akim di avere un incontro a quattr'occhi.
Si ritrovarono una domenica mattina in Piazza Carlo Felice. Passeggiando, parlarono.
"Lei, signor Fawzi, certamente sa qual è il vero rapporto che c'è fra me e suo figlio..."
"Sì, signore professore. Mio figlio dice sempre tutto a suo padre, è un bravo figliolo."
"Già. E... e lei che cosa ne pensa? Sinceramente?"
L'uomo guardò dritto negli occhi Piero: "Io avevo preferito che mio figlio ama... una donna. Ma Dio ha disposto modi diversi e allora, se uomo deve essere, sono contento che è il signore professore. Perché è uomo onesto, buono, intelligente. So che mio figlio è in ottime mani e questo mi basta. Sì. Io posso solo essere un padre grato al signore professore per il bene che fa e che vuole al mio figlio. E vedo Akim ora è felice e anche questa cosa è grazie al signore professore. E allora prego che Dio aiuti tutti e due voi." concluse l'uomo e tese una mano a Piero e se la strinsero con vigore, come a conclusione di un patto, o di un'alleanza. Poi, quando l'uomo stava per andarsene, disse al professore: "Scusa, professore."
"Si?"
"Se il figlio non è buono, ora che è tuo, tu può picchiare lui, ha diritto."
"Non credo che ce ne sarà mai bisogno... Lei lo ha mai dovuto picchiare, fino ad ora?"
"No, mai. Ma questa è frase che si dice. Io non ho più diritti su figlio, professore sì. Questa è frase che da noi si dice... che da noi dice padre, quando consegna sua figlia..."
Piero sorrise e capì che quella era una sanzione rituale molto vicina a quella di un matrimonio. Perciò annuì. E di nuovo si strinsero la mano.
Akim, dopo l'incontro di Piero col padre, gli disse: "Mio padre mi ha affidato a te. Ora è tutto in regola. Ora io sono davvero tuo."
"Sì, Akim, ma anche io sono tuo. Qui da noi si usa così. Un rapporto è sempre alla pari, dovrebbe esserlo, per lo meno."
Il ragazzo sorrise e gli rispose: "Sì, io lo so che ora anche tu sei mio. Sei la cosa più preziosa della mia vita, più della mia vita, anzi."
"Io, Akim, non ti ho ancora mai detto che ti amo..."
"Sì che me l'hai detto, più che con le parole. Con tutto te stesso. E anche io ti amo. Per questo siamo felici. La felicità di un uomo è l'amore, non è vero?"
"La mia felicità sei tu, Akim. Ti amo." gli disse commosso Piero.
Akim finì la quinta ginnasio e fu promosso con la media del sette esatta, così poté anche ottenere una borsa di studio. Piero suggerì di lasciare il denaro della borsa di studio al padre per aiutarlo a far studiare gli altri tre figli: "A te, tanto, posso pensarci io." concluse.
Akim accettò con semplicità, come accettava con semplicità gli abiti che Piero gli comprava ed i libri e le altre piccole cose. Era un ragazzo ordinato, meticoloso, amante della pulizia. Gli piaceva soprattutto fare la doccia ogni giorno e quasi sempre la facevano assieme. L'appartamentino di Piero ora brillava per la pulizia.
Quando Akim iniziò la prima liceo Piero volle dargli le chiavi di casa.
"Ma i vicini cosa direbbero a vedere che un 'marocchino' ha le chiavi di casa tua?" obiettò Akim.
"Beh, per quello," rispose Piero, "potresti anche passare per un siciliano, soprattutto adesso che il tuo italiano è quasi perfetto anche come accento. E poi... chi se ne frega dei vicini?"
"No, Piero. Aspetta che io sia maggiorenne: sarà il tuo regalo per i miei diciotto anni."
"Mancano solo due mesi..."
"Lo so che tu vuoi che io mi senta a casa mia. Ma per me, ovunque sei tu è casa mia. Non ho bisogno delle chiavi."
"È come... un simbolo."
"Sì, lo capisco. Perciò, se vuoi, me le darai fra due mesi. Sarà come dirmi: ormai sei un uomo."
"Ma tu sei già un uomo, il mio uomo."
"Uomo o ragazzo, basta che sia tuo!" concluse Akim con un sorriso dolce.
E venne l'otto novembre e festeggiarono la maggiore età di Akim.
Carla volle offrire loro un pranzo al Cambio. Poi dettero ad Akim i regali. Quello di Carla era un'agendina elettronica tascabile. Quello di Piero un completo da società ed un astuccio con il mazzo di chiavi. Akim era commosso.
E di nuovo festeggiarono, quella notte, in casa di Piero, loro due da soli, fino a vedere le luci dell'alba, perché il nove era sabato e nessuno dei due aveva scuola.
I giorni scorrevano via veloci ed i due erano sempre più innamorati l'uno dell'altro. Piero ripensò a Gianni ed a Luca. Le due relazioni, per quanto fallite, in fondo l'avevano preparato alla relazione con Akim, erano state perciò preziose. Poi ripensò al suo sogno e proprio in quel momento sentì la chiave girare nella toppa, Si alzò ed andò verso l'ingresso.
Il ragazzo era lì, in piedi davanti a lui e gli sorrideva in silenzio. Ora ne conosceva il nome e sapeva che era lì per lui. Ogni volta era come se fosse stata la prima volta che lo vedeva ma sapeva che in realtà si conoscevano da sempre, che erano stati creati l'uno per l'altro. Il ragazzo indossava un'ampia camicia e soffici calzoni che ne nascondevano le forme, eppure lui sapeva che coprivano un corpo perfetto, di una virilità ormai matura, pronta per essere colta. E lui ne avrebbe di nuovo gustato il frutto, sarebbe stato l'unico che aveva il diritto di assaporarlo. E sarebbe così entrato con il ragazzo in un mondo sempre nuovo, in piaceri sempre nuovi e meravigliosi ed entrambi così sarebbero diventati veri uomini.
Sollevò lentamente le mani verso il ragazzo, guardandolo in volto. Un volto perfetto, incorniciato da folti capelli neri, ondulati e morbidi. Ne guardò gli occhi neri, luminosi come stelle, profondi come pozzi e vide passare in quegli occhi un arcobaleno di emozioni: attesa, desiderio, donazione completa. Le sue mani raggiunsero il ragazzo e questi fremette e il suo fremito ebbe risposta in lui, avvolgendolo come un'onda dolce e calda. In silenzio, le sue dita iniziarono febbrili a sbottonare la camicia del ragazzo e tutto l'universo sembrò trattenere il fiato, in un silenzio assoluto, in attesa che si compisse il miracolo. Ora esistevano solo quei due profondi occhi neri che lo attiravano come magneti, ed i polpastrelli delle proprie dita che sfioravano la pelle fresca del ragazzo e che lo fecero fremere come le corde di un'arpa. Ed il fremito riverberò nel corpo del ragazzo come in una cassa armonica ed il sole divenne più luminoso e caldo. Sentì la propria voce dire al ragazzo, calda e sensuale: "Vieni... vieni amore, nessuno ci disturberà."
E nessun campanello suonò, questa volta, nessun evento offuscò quell'incontro d'amore, il primo, come lo erano stati tutti i precedenti e come sapevano che sarebbero stati tutti i seguenti, per sempre.