Logicamente decisero di mettere su casa assieme, ma una casa nuova, più grande, veramente loro. Si fecero passare per cugini che s'erano ritrovati dopo parecchi anni. Se pure qualcuno sospettava la vera indole del loro vivere insieme, nessuno lo mostrò. Roma, il centro della cristianità e la sede della Santa Inquisizione, era una città aperta e tollerante. D'altronde non pochi Monsignori e Prelati avevano amanti, femmine o maschi a seconda dei casi.
Ognuno continuò col proprio lavoro, che gli piaceva, ma Gaetano smise logicamente di "corteggiare" i suoi clienti: non gli interessavano più, ormai.
Cinque anni dopo essersi ritrovati, Tommaso divenne capo bibliotecario, con notevole aumento sia di paga che di prestigio e Gaetano raddoppiò la propria bottega acquistando quella adiacente: aveva ormai otto lavoranti e prosperava.
Proprio in quell'anno i garibaldini tentarono di penetrare nel territorio pontificio, ma furono ricacciati dopo una cruenta battaglia a Villa Glori. I garibaldini avevano sperato che la popolazione si sollevasse a dar loro manforte come era avvenuto nell'ex regno borbonico del sud, ma nessuno si mosse: la gente non stava male sotto il Papa-Re e non sapeva che farsene di un nuovo re. Gaetano ripensò ad Enrico: chissà se c'era anche lui? In realtà Enrico aveva davvero partecipato a quella sfortunata battaglia assieme al suo amante e, fortunosamente, entrambi ne erano scampati.
Tre anni più tardi il Re d'Italia invase i territori del Papa e conquistò Roma senza incontrare resistenza e praticamente senza colpo ferire. Il Papa si chiuse in Vaticano e si proclamò prigioniero del Re, scomunicandolo. L'anno seguente il Re d'Italia trasferì la capitale da Firenze a Roma e ci venne ad abitare con tutta la sua corte.
Per Gaetano fu un nuovo impulso al suo commercio che in quegli ultimi tempi, a causa di quei sovvertimenti, aveva un po' languito. Si mise a fare le nuove uniformi, le redingote ministeriali e così via, secondo la moda dei "piemontesi". E Gaetano si decise a far mettere un'insegna nuova, scritta in bel corsivo inglese in oro e rosso su fondo azzurro, che diceva: "Gaetano Lugato - Mastro Sartore".
La venuta del Re d'Italia a Roma, il fatto che ora anche Gaetano e Tommaso erano di fatto cittadini italiani, portò loro un piccolo vantaggio. Poiché le nuove autorità organizzarono una nuova anagrafe ed un nuovo catasto, essi riuscirono a far scrivere sui documenti che eran cugini, figli di due sorelle. Non che questo fosse necessario, ma poteva essere utile: da una parte li metteva al riparo dalle male lingue e dalla legge, anche quella piemontese infatti puniva severamente due maschi che avessero un rapporto "more uxorio"; dall'altra, in caso di morte di uno dei due, l'altro avrebbe avuto diritto ad ereditarne i beni, ed entrambi ci tenevano.
Ormai Tommaso aveva quarant'anni e Gaetano trentanove. Erano due uomini maturi, benestanti, seri, rispettati. Il fatto che non avessero moglie a volte sollevava qualche domanda, ma loro, con un semplice "Eh, è la vita!" detto con voce triste, risolvevano il problema facendo intendere che non amavano parlarne. Così sorse la voce di una vedovanza, o di un amore infelice, che i due non alimentarono ma non smentirono mai.
Un giorno entrarono nella bottega di Gaetano due distinti signori e uno dei due lo guardava sorridendo come si sorride a qualcuno che si conosce bene.
Gaetano lo guardò un po' incerto, poi il suo sorriso si aprì e disse: "Ma voi... voi non siete per caso... Enrico Piccin, il medico di Ravenna?"
L'altro annuì: "Sì, sono io, Tano. Ma una volta ci si dava del tu, no?"
I due uomini si strinsero la mano commossi. Enrico presentò il suo compagno a Gaetano: Raffaele, con cui viveva da diversi anni a Napoli. Erano andati a Roma per visitare la nuova capitale e, andando a vedere la Fontana di Trevi, Enrico aveva notato l'insegna della sartoria, riconosciuto il suo nome... Gaetano li invitò a casa, per raccontarsi che cosa era accaduto loro in tutti quegli anni, presentargli il suo Tommaso che era ancora vivo contro ogni speranza.
Enrico ne fu lieto e commosso e commentò: "Fu per entrambi una fortuna che tu non ti sentisti di seguirmi né io di restare. Evidentemente qualcuno vegliava su di noi perché potessimo trovare il nostro uomo." Gli altri due assentirono.
Giunti a casa, Tommaso conobbe i due amanti e si raccontarono le loro vicende. Parlarono gradevolmente, a lungo e sentirono di stare bene assieme. Così dapprima li invitarono a restare a mangiare da loro, poi anche a fermarsi loro ospiti: la casa era abbastanza grande e c'era anche una bella stanza degli ospiti. Enrico e Raffaele restarono loro ospiti per tutto il tempo della loro permanenza nella capitale ed in seguito le due coppie rimasero in stretto contatto epistolare.
Il rapporto fisico fra Gaetano e Tommaso si era forse un po' attenuato quanto a frequenza, ma grazie al loro profondo amore, era inalterato quanto a qualità. La loro unione, sicuramente anche per essere passata attraverso tante peripezie, era salda come la roccia.
Un giorno Tommaso, tornato a casa, disse a Gaetano: "Sai, oggi per via ho incontrato Pio. Ti ricordi? T'avevo parlato di lui, il ragazzotto trasteverino. S'è fatto uomo. Ha tre figli, ora. Mi diceva che è rimasto senza lavoro ed è molto preoccupato. Gli ho detto che avrei visto se potevo fare qualcosa per lui e gli ho dato appuntamento per domani. Pensavo: a noi farebbe comodo avere un servitore che ci guardi casa, che ci faccia le pulizie e ci prepari da mangiare. E con Pio per casa, non avremmo problemi, lo capisci: non troverebbe per niente strano che noi due si dorma assieme, visto quello che c'è stato fra noi. Che ne pensi?"
"Mi pare un'ottima idea. Perché non provi a proporglielo?" rispose Gaetano prontamente.
Da una parte era vero: non avevano mai preso una persona a servizio nonostante ne sentissero bisogno, proprio per non avere il problema di dover nascondere la loro relazione anche in casa. Dall'altra era curioso di conoscere quel ragazzo, ora un uomo, che aveva tanto affascinato il suo Tommaso.
Così, il giorno seguente, Tommaso andò all'appuntamento.
"Senti, Pio, forse ho un lavoro per te." gli disse subito.
"Davero? Magari! E de che se tratterebbe?"
"Vedi, io ho ritrovato l'uomo che amavo da ragazzo..."
"Dite quello che l'avevano ammazzato li briganti?" chiese Pio sgranando gli occhi.
"Proprio lui."
"Oh dio benedetto, alora nun era vero che l'avevano ammazzato!"
"Grazie a Dio no. È vivo e ci siamo ritrovati per miracolo e adesso io vivo con lui."
"So' contento per voi, proprio contento. Sete felice, no?"
"Moltissimo, lo puoi immaginare."
"So' davero contento per voi." ripeté Pio con occhi brillanti ed un ampio sorriso.
"Ecco, vedi, ci farebbe comodo avere un servo per casa, ma capisci, fino ad ora non l'abbiamo mai preso per timore che capisse di noi due, che chiacchierasse in giro. Sai che la legge è dura con due uomini che..."
"Eh, l'ho sentito. Che stronzata, sta legge! E perché poi? Ognuno nun è libero de amà chi vole e come vole? Mica rubbate niente a nessuno, no? Quelo che uno fa a letto, a la legge, che je ne deve da fregà!"
"Già. Ma pensavo che se tu lavorassi per noi due, potremmo vivere la nostra vita senza timori. Tu non faresti chiacchiere di sicuro, anche visto quello che ci fu fra noi due. Che ne dici?"
"Che ne dico? Dico che ve ringrazio tantissimo, ecco che ve dico. E che potete sta tranquilli e dormì fra du guanciali, co' me per casa. Che so' contento de esseve utile e che ve meritate tutto il riguardo e il rispetto de 'sto monno."
"Accetti, allora?"
"Subbito, de corsa. Quanno comincio?"
"Quando vuoi."
"Subbito, subbito." rispose Pio felice e grato.
Tommaso allora lo portò a casa e lo presentò a Gaetano.
Così Pio divenne il servitore dei due uomini. Era attento, discreto, efficiente. E soprattutto non avevano problemi. Prese l'abitudine di portare loro la colazione a letto, piacere che apprezzarono moltissimo. E Pio era un servo non solo discreto e fedele, ma affezionato.
Una volta che era solo con Gaetano, gli disse: "Se me posso permette, signore..."
"Sì, dimmi, Pio."
"Ecco, volevo divve... me piacete tanto, voi e il signor Maso. Siete 'na coppia da 'nvidià, se vede che ve volete un bene dell'anima. Beh, voi sapete de sicuro quello che c'è stato fra me e l'omo vostro, quanno credeva che voi foste in Paradiso. Perciò io so che omo è, so quanto vale. E so' contento che ve sete 'rtrovati, perché anche voi sete 'n omo eccezionale. Scusate se ve dico 'ste cose, ma me sentivo che dovevo da divvele. E... se quarche vorta ve volete dà 'n bacio, che so io, nun ve preoccupate de me, è come se io nun ce fosse, che po' me fa pure piacere de vede che ve volete tanto bene."
"Grazie, Pio. Anche io sono molto contento che tu sia qui, e anche tu mi piaci molto. Con te per casa, sicuramente stiamo molto bene tutti e due. È stata un'ottima idea, quella di prenderti a nostro servizio. E ti sono grato per queste tue parole."
Pochi giorni dopo questo colloquio, un pomeriggio che Pio stava facendo provviste per la casa dei padroni, un negoziante che ormai lo conosceva, approfittando del fatto che non ci fosse nessuno in bottega, gli disse: "Ma dite 'n po', Pio, li padroni vostri... du ommini senza moje... che mica poco poco fra de loro... me capite, no?"
"Fra de loro che? Nun ve capisco no. Che volete di'?" chiese Pio facendo lo gnorri.
"Sì, dico, magari che usa 'n letto sortanto, me capite? E me chiedevo, chisà chi è che buggera de li due e chi che se fa buggerà... Mica è facile da 'mmaginallo..."
"Oh sor Clemente! Ma che 'nnate a penzà! Ve da de vorta er cervello a voi? Li padroni mia? Quelli so ommini, mica mezze femmine, basta guardalli pe' capillo. Voi c'avete la testa malata a penzà a certe cose!" esclamò Pio facendo mostra di cadere dalle nuvole, gli occhi sgranati.
"No... è che... mai che se vede 'nnà a casa loro 'na donna, 'na regazzetta, 'na signora, me capite... E alora, siccome che due e due fa sempre quattro..." disse incerto il bottegaio.
"E alora dovete rimparà a fa li conti, sor Clemente mio. Perché se c'aveste raggione voi, figurateve se io che je faccio tutto lì a casa nun me ne 'ccorgerebbe! E mica ce starei io a casa co' du degenerati, no? No, levateve de la testa 'ste idee, dateme retta a me. Sete fori de tanto, ma de tanto. Quelle so' du persone come Dio comanna che magari ce ne fosse tante ar monno. So' du cugini, nun c'ha nessuno ar monno, è chiaro che se vole bene e se aiuta fra de loro. Ma quello che dite voi... Dio ne scampi! Nun mettete male dove che nun c'è! Quelli, mica so' gente promiscua!"
"Ma senza donne... comm'è che du' ommini tanto distinti..." insisté incerto il bottegaio.
"Il signor Tommaso c'ebbe un amore sfortunato. Il signor Gaetano, invece, je morì la mojie, na disgrazzia! Era tanto 'nnamorato che dopo de alora non volle più nessuna vicino, capite..." disse Pio all'uomo con l'aria di fargli una confidenza ed aggiunse: "Ma nun dite a nessuno che ve l'ho detto, so' cose riservate, se li padroni mia sapesse che parlo de loro... capite, no? Tomba, me racomanno!"
Il bottegaio sembrò convinto e Pio, dentro di sé, fu soddisfatto. Certamente se altri avevano avuto lo stesso sospetto, il sor Clemente, pettegolo com'era, avrebbe garantito che no, non c'era niente da sospettare. Pio non disse nulla di questo suo discorso ai padroni, non era necessario. Tanto vegliava lui su loro, pensò con affetto.
Per il decimo anniversario del loro ritrovamento, la mattina di quel giorno, quando si svegliarono, Tommaso si strinse a Gaetano e gli propose di comprarsi due anelli d'oro per l'occasione.
Ma Gaetano non volle: "Questo anellino per me è più prezioso dell'oro, Maso. È l'unica cosa che mi era rimasta di te in quei dodici anni in cui ti ho pianto. Non lo cambierei nemmeno col tesoro di San Pietro."
"Lo sai che ti amo, Tano? Ti amo anche per questo tuo modo di vedere le cose. A volte, mentre lavoro là in biblioteca, penso a te e mi dico che sono davvero fortunato ad averti incontrato, conosciuto. Ad averti ritrovato. Ad averti."
Gaetano carezzò sotto le coperte il corpo nudo dell'amante, con tenero affetto misto a desiderio. Tommaso scoprì i loro corpi, gli sorrise e si sporse a baciarlo. Si abbracciarono stretti, si carezzarono, lieti di sentire il desiderio risvegliarsi nell'altro.
Pio bussò alla porta: "Posso? Sete sveji?" chiese da dietro i battenti.
"Oh, ecco il nostro angelo custode..." disse sorridendo Gaetano.
I due amanti allora, ricopertisi ma senza staccarsi, risposero ad una voce: "Vieni, Pio, vieni pure."
L'uomo entrò con il vassoio della colazione. Sorrise compiaciuto nel vederli così semiabbracciati:
"Eccove la colazione. Che desiderate che ve prepari oggi pe' pranzo?"
"Oggi qualcosa di speciale, perché oggi sono dieci anni esatti da che ci siamo ritrovati, Pio."
"Ah, caspita! Festa granne, alora! Fidateve de me, ve farò un pranzo che pure er Papa priggioniero in Vaticano se liccherebbe le dita. E tanti, tanti auguri de core, pe 'sto giorno ch'è davero speciale. Con permesso, io vado a damme da fa'." disse, ed uscì richiudendo accuratamente la porta.
"Diamoci da fare anche noi, adesso, dai!" disse allora con aria birichina Gaetano scoprendo di nuovo i loro corpi e salendo su quello dell'amante, che lo accolse fra le sue braccia con un sospiro lieto.